La crisi irrimediabile del parlamentarismo

 

La crisi del parlamentarismo che ha portato alle elezioni politiche anticipate è una delle manifestazioni più clamorose dell'aggravamento dello squilibrio che nella società capitalistica italiana si è andato formando tra la struttura economica e la sovrastruttura statale. E' una manifestazione ma non la causa. Perciò è illusorio ritenere che la crisi di squilibrio che attraversa il sistema in Italia possa essere risolta, o perlomeno possa trovare una soluzione temporanea di compromesso, facendo ricorso ad uno dei più tipici strumenti del parlamentarismo stesso: le elezioni generali. Lo squilibrio è determinato, appunto, dal fatto che la forma parlamentaristica dei partiti è inadeguata allo sviluppo delle tendenze fondamentali dell'economia capitalistica. E' inutile, quindi, ricercare un equilibrio, anche temporaneo, tra la struttura e la sovrastruttura attraverso i partiti parlamentari poichè essi non sono altro che le manifestazioni del mancato equilibrio. I partiti parlamentari rappresentano, nelle cosiddette istituzioni rappresentative, gli interessi sia particolari che generali delle varie frazioni borghesi e le loro politiche e atteggiamenti particolari e generali verso la classe operaia. Dato che lo squilibrio del sistema trova la sua origine nel processo complessivo di produzione, di circolazione e di accumulazione del capitale, processo che è la base oggettiva delle varie frazioni borghesi, il problema della ricerca della possibilità di un eventuale equilibrio temporaneo va impostato sul modello di ripartizione del plusvalore e non altrove. Ebbene, questo modello o meccanismo di ripartizione del plusvalore (che l'economia politica borghese chiama "distribuzione del reddito") presuppone una determinata combinazione di rapporti sociali, un determinato rapporto reciproco tra le classi, le frazioni di classe e gli strati intermedi, rapporto che non sono certo i partiti a creare. Anzi i partiti sono, a livello parlamentare, il riflesso di questo rapporto reciproco tra le classi, frazioni e strati e il loro compito organico è quello di unificare "ideologicarnente" ciò che nella realtà sociale, nella produzione e nella circolazione del capitale, nella ripartizione del "capitale sociale" in capitale costante, in capitale variabile ed in plusvalore, e nella stessa ripartizione del plusvalore in interesse, rendita, profitto commerciale, profitto industriale e imposta, è irrimediabilmente scisso. In altri termini: ad ogni modello di ripartizione del plusvalore corrisponderà un determinato sistema di partiti e non viceversa. L'attuale sistema parlamentaristico di partiti, dal dopo guerra ad oggi, non era altro che il riflesso sovrastrutturale di un determinato meccanismo di ripartizione del plusvalore fra le frazioni grandi, medie e piccole della borghesia; meccanismo che aveva il suo stabilizzatore nella compressione dei salari determinata oggettivamente da un mercato della forza-lavoro appesantito dalla disoccupazione. L'egemonia del PCI, cioè di un partito in cui si esprimono gli interessi di alcune frazioni borghesi e piccolo-borghesi nel meccanismo di ripartizione del plusvalore, sul proletariato non si può comprendere se non collegandola a quel determinato processo sociale oggettivo, così come non si può comprendere la base effettiva di quell'interclassismo che ha permesso al PCI di controllare il movimento sindacale e di immobilizzarlo persino nella più elementare, ma autonoma, rivendicazione economica. Lo stesso sviluppo capitalistico che ha visto l'affermazione del grande capitale industriale, privato e statale, ha annullato la funzione stabilizzatrice della compressione salariale ed ha determinato uno squilibrio, di conseguenza, nello stesso meccanismo di ripartizione del plusvalore. Occorre, però, precisare che ciò non vuol dire, come sostengono gli economisti borghesi o gli spontaneisti o gli intermedisti che inconsapevolmente li copiano, che vi è stata una diversa "distribuzione del reddito", favorevole ai proletari produttori di plusvalore. Questo non è avvenuto in proporzioni considerevoli: gli stessi dati ufficiali lo dimostrano. Ciò, invece vuol dire che aumentando la quota di plusvalore prodotta è aumentata in modo proporzionato la parte divorata dal parassitismo sociale; ciò vuol dire che il tasso di crescita del parassitismo è più alto del tasso di sviluppo industriale. In parole povere: crescono di più i denti che mangiano la torta che la torta stessa. In termini marxisti si può dire che la quota di parassitismo tende ad aumentare ad un tasso superiore al tasso di incremento della quota di plusvalore. E' un fenomeno indicato da Lenin con la parola "imputridimento", cioè con un termine che non si limita ad individuare il "parassitismo" ma ne descrive tutta l'azione corrosiva sul corpo sociale e tutta la sua manifestazione patologica. Spesso, erroneamente, specie da parte di Trotsky, si è voluto intendere l'imputridimento come stagnazione nello sviluppo delle forze produttive. Ma già Lenin sottolineava che, nella fase imperialistica, lo sviluppo delle forze produttive sarebbe stato ancora più impetuoso proprio perché più estensivo sul mercato mondiale. Per quanto ci riguarda, e tralasciando il problema della crisi di sovrapproduzione determinata dallo sviluppo capitalistico, dovremo dire che proprio perché non vi è stata una stagnazione, di lungo o anche medio periodo, il precedente meccanismo di ripartizione del plusvalore è entrato in crisi in Italia. Se la produzione di plusvalore in Italia fosse rimasta stagnante, o per lo meno abbastanza stazionaria, anche il suo meccanismo di ripartizione lo sarebbe stato e, di conseguenza, anche tutta la gigantesca sovrastruttura su di esso poggiante non avrebbe avvertito scosse considerevoli. Il fatto è che, invece aumentando con tassi altissimi la quota di plusvalore prodotto, la rendita, l'interesse, il profitto commerciale e l'imposta hanno manifestato la tendenza ad incidere in modo sproporzionato sulla ripartizione stessa del plusvalore sino a determinare una rottura del medesimo meccanismo con la recessione del 1963-64. Il tentativo di avviare nuovamente il meccanismo sulla base di una intensificazione di "plusvalore relativo" doveva, in fin dei conti, aggravare ulteriormente la disfunzione. La società italiana entrava definitivamente in una crisi di squilibrio tra struttura e sovrastruttura destinata a durare a lungo poichè non si tratta più, come in altre crisi storiche che hanno visto ad esempio nella lotta tra industriali ed agrari la sconfitta di questi ultimi, di uno scontro che possa risolversi fondamentalmente sul terreno delle frazioni borghesi, ma si tratta dì una contraddizione tra frazioni borghesi, certamente, contraddizione però aggravata da tutti i fenomeni patologici della società imperialista. Se anche in altre crisi di equilibrio (basti pensare alla fine dell'800) il perno risolutivo era sempre lo Stato e l'indirizzo che una frazione riusciva ad imprimergli, oggi il problema dello Stato si pone in termini molto più complessi. L'apparato burocratico dello Stato ha assunto proporzioni gigantesche alimentato com'è dal crescente parassitismo della società imperialistica. Per la sua natura parassitaria, la burocrazia si è andata sempre più intrecciando con le componenti sociali del parassitismo della fase imperialistica: la rendita, l'interesse, il profitto commerciale. Ha interesse a che queste componenti prosperino. Ne assorbe, in quantità crescente, i fini. Ne è corrotta, compartecipa alle loro ideologie, al loro miti, ai loro baccanali antioperai. Lo Stato che si è andato sviluppando in Italia non poteva che essere lo Stato di un meccanismo di ripartizione del plusvalore dentro il quale le componenti parassitarie crescevano più del plusvalore stesso; cioè uno Stato burocratico del parassitismo sociale italiano e non lo Stato burocratico del grande capitale industriale. Ecco perchè al grande capitale industriale, capeggiato dal capitalismo statale non basta più mandare i suoi uomini al governo. Questi uomini ci sono già da tempo; eppure non riescono a far marciare la macchina statale secondo le esigenze generali dei gruppi imperialistici di punta del capitalismo italiano. E non perchè non lo vogliono. Anzi. Nenni si era "infiltrato" nella "stanza dei bottoni", ma di bottoni gli sono rimasti solo quelli della livrea di "senatore a vita"! Il problema di fondo rimane, allora, per il grande capitale industriale quello di una effettiva "conquista dello Stato". Per fare questo sa perfettamente che ci vuole un movimento riformistico dal "basso", cioè un movimento che voglia "riformare" lo Stato perchè vuole "riformare" il meccanismo di ripartizione del plusvalore in termini che favoriscano lo sviluppo industriale. Questa è la prospettiva reale dello scontro delle frazioni borghesi in Italia sul problema dello Stato. In questa prospettiva si svolgeranno le principali lotte politiche. Su questo sfondo sociale e politico si svilupperà il partito leninista della classe operaia italiana. Lo sviluppo del partito leninista ha una dimensione strategica, e non solo contingente, perchè opera nelle grandi linee di tendenza, precorre i tempi, si attrezza ai grandi appuntamenti della storia. Il partito è leninista perchè non è "immediatista", non ha la pretesa di risolvere subito quello che solo il corso degli avvenimenti offrirà di risolvere. Il partito è astensionista non perché crede di risolvere oggi, con l'astensione elettorale, i problemi della classe operaia ma perché sa, con assoluta certezza, che solo l'inflessibile astensionismo di oggi rappresenterà la ferma capacità di attacco allo Stato di domani. Perciò il partito è contro ogni forma centrista, intermedista, opportunista, di partecipazione elettorale. Il nostro astensionismo è strategico, appunto, perché non si ferma alla contingenza tattica. La spontaneità operaia, da un lato, e la crisi organizzativa dei partiti parlamentari, dall'altro, hanno determinato la proliferazione di tutta una serie di gruppi massimalistici. Oggettivamente, questi gruppi hanno rappresentato e rappresentano solo una cosa: che il parlamentarismo è in crisi. Tutta una serie di elementi hanno cercato di dare una risposta a questa crisi aggregandosi attorno a varie soluzioni tattiche e contingenti. Mancando di un metodo scientifico marxista, questi gruppi sono stati incapaci di avere un saldo orientamento strategico sul corso delle lotte delle classi a livello mondiale e a livello italiano. Qui risiede la prima causa del loro fallimento. Hanno cercato di supplire alla mancanza di una strategia con la forsennata ricerca delle più inconsistenti trovate tattiche. E qui risiede la seconda causa del loro fallimento. E' tempo di tirare un bilancio, è tempo di passare ad una seria riflessione critica. La repressione del sistema esige, ormai, che tutte le forze sane presenti nei gruppi, potenzialmente rivoluzionarie, maturino rapidamente e partecipino allo sviluppo organizzativo del Partito leninista in Italia, saldamente ancorato sulla teoria e sulla stralegia del marxismo, del comunismo.

 

 

Lotta Comunista, maggio 1972

 

 

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