Eduardo M. Di Giovanni
Marco Ligini
e tanti altri compagni e compagne
La strage di Stato - Controinchiesta
NOTA DEGLI AUTORI
Questa controinchiesta — condotta da un gruppo di militanti della sinistra extra-parlamentare e iniziata nel periodo in cui, con il pretesto degli attentati del 12 dicembre, si scatenava la caccia all'«estremista di sinistra» — non nasce da esigenze di legittima difesa: per denunciare «le disfunzioni dello stato democratico» o «la violazione dei diritti costituzionali dei cittadini». Sappiamo che questi diritti,quando esistono, sono riservati esclusivamente a chi accetta le regole del gioco imposto dai padroni: l'unanimismo dei servi o l'opposizione istituzionale dei falsi rivoluzionari. Per noi, «giustizia di classe» e «violenza di stato» non sono definizioni astratte o slogans propagandistici, ma giudizi acquisiti con l'esperienza: gli operai, i contadini, gli studenti, li verificano ogni giorno nelle fabbriche, nelle campagne, nelle scuole, nelle piazze, e non soltanto nelle «situazioni di emergenza». La repressione preferiamo chiamarla rappresaglia. Essa rappresenta un parametro di incidenza rivoluzionaria: sappiamo che il sistema colpisce con tanta più virulenza quanto più i modi e gli obiettivi della lotta sono giusti, e che l'unica, vera, amnistia che conti, sarà promulgata il giorno in cui lo stato borghese verrà abbattuto. Per questo non ci stupisce né ci indigna il ricorso dei padroni alla strage e la trasformazione di 16 cadaveri in formula di governo; né che l'apparato né copra le responsabilità con l'assassinio e con l’incarcerazione di innocenti. Lasciamo ai «democratici» il compito di scandalizzarsi, di chiedere accertamenti e indagini parlamentari, di gridare; «Questo non deve accadere! Qui non siamo in Cambogia!» come se esistessero tanti imperialismi anziché uno solo, come se i sistemi che esso usa abitualmente in Asia, Africa, America Latina o in Medio Oriente, fossero privilegio esclusivo dei popoli di colore o sottosviluppati: inammissìbili per un «paese di alta civiltà», come il nostro. Fin dall'inizio eravamo coscienti che non avremmo potuto fornire agli altri militanti molto di più di quanto essi già sape vano sulle responsabilità dirette e indirette che stanno dietro la strage di Milano.Prima ancora che i giornali progressisti definissero «oscuro suicidio» la morte di Giuseppe Pinelli, sui volantini alle fabbriche e all'Università, sui giornali rivoluzionari e sui muri delle città italiane, i colpevoli venivano indicati con nome e cognome. Quando i deputati della sinistra ufficiale denunciavano «l'oscura manovra reazionaria» rivolgendo appelli di unità antifascista a quegli Stessi settori politici che di questa manovra, nient'affatto oscura, erano i gestori e i portavoce ufficiali, migliaia di militanti si scontravano in piazza con la polizia gridando esplicitamente i risultati della loro analisi di classe. Il "significato di questa contro-inchiesta, quindi, è quello di offrire ai compagni un modesto strumento di lavoro per l'approfondimento e la diffusione a livello popolare dell'analisi sullo stato borghese; perché, come ha detto Lenin prima di Gramsci, la verità è rivoluzionaria. Siamo convinti, nello stesso tempo, che essa fornisca la dimostrazione di quanto e meglio avrebbero potuto fare — se solo lo avessero voluto — le forze della sinistra istituzionale politiche e sindacali. Le quali però non hanno voluto perché il farlo significava dimostrare che dietro le bombe di Milano e di Roma, dietro la morte di Giuseppe Pinelli, esistono complicità che non lasciano spazi riformistici. L'abbiamo dedicata a due compagni: Giuseppe Pinelli e Ottorino Pesce.II primo, un operaio, è rimasto ucciso per predisposizione storica come i suoi compagni che quasi ogni giorno muoiono nei cantieri e nelle fabbriche dei padroni; il secondo giacché aveva scelto di mettersi dalla parte degli sfruttati anziché degli sfruttatori, pretendendo di rifiutare il ruolo sociale che gli era stato assegnato. Lo ha fatto dichiarando — proprio quando la sinistra ufficiale assisteva pressochè impassibile alla caccia all'«anarchico» e al «maoista» — che la giustizia italiana è una giustizia di classe: la stampa "indipendente" lo ha linciato, i magistrati «progressisti» Io hanno invitato alla prudenza e al tatticismo. È morto d'infarto il 6 gennaio 1970.
Un gruppo di militanti della sinistra extra-parlamentare
13 dicembre 1969-13 maggio 1970
I Capitolo
La morte di Armando Calzolari
L'uomo scompare la mattina di natale 1969, a Roma. E' uscito di casa come al solito alle otto con il suo cane, un settter inglese di nome Paulette, dicendo alla moglie che sarebbe tornato verso le dieci, per la messa. A mezzogiorno la donna comincia a preoccuparsi si e' accorta che il marito si e' dimenticato a casa il portafoglio con i documenti. All'una scende in strada, vede che la "500" bianca non e' parcheggiata e prega un vicino di casa di accompagnarla al parco di Villa Doria Pamphili; ma i guardiani quella mattina non hanno visto l'uomo e il suo cane. Nessun altro nei dintorni li ha visti. La donna telefona agli ospedali. Avverte un amico, un monsignore del Vaticano, perche' si informi in questura. In serata denuncia la scomparsa ai carabinieri. Il giorno dopo i quotidiani romani danno la notizia in poche righe di cronaca.
Il cadavere dell'uomo viene scoperto piu' di un mese dopo, la mattina di mercoledi' 28 gennaio, dall'operaio di un cantiere che lo scorge in fondo a un piccolo pozzo, affiorante nell'acqua insiame alla carogna di Paulette.. Il pozzo e' alla periferia di Roma, in localita' Bravetta, e i carabinieri non si sono spinti sin qui perche' la moglie ha escluso che questa fosse una meta delle passeggiate con il cane, su strade fangose per la pioggia e troppo lontane da casa.
Il corpo e' in avanzato stato di decomposizione ma l'autopsia esclude che siano presenti tracce di violenza. L'orologio da polzo e' fermo sulle 8,34. Chi conduce le indagini parla subito di disgrazia: forse l'uomo, per salvare il cane caduto nel pozzo, vi e' caduto a sua volta e non e' piu' stato capace di uscirne; ha chiamato, ma nessuno, dato il luogo isolato - un terreno da costruzione, con alberi e canneti- ha sentito le sue invocazione d'aiuto. L'uomo e' Armando Calzolari, detto Dino, nato a Genova 43 anni prima. Ex ufficiale di coperta nella marina mercantile, poi commissario di bordo. Da otto anni non naviga piu'. Il suo lavoro dichiarato era di addetto alle pubbliche relazioni per un'impresa di costruzione di strade e ponti. In realta' procurava, e in parte amministrava i fondi del Feronte Nazionale di Junio Valerio Borghese. Le numerose amicizie all'estero, specialmente negli Stati Uniti, la conoscenza di diverse lingue e la facilita' con la quale stringeva rapporti, oltra alla sua provata fede di ex Maro' della X Mas, facevano di lui un personaggio prezioso per le attivita' del "principe nero".
L'ipotesi di un delitto, e pre giunta di un delitto politico, viene avanzata esplicitamente per la prima volta a soli nove giorni dalla scomparsa di Calzolari, il 2 gennaio 1970, con un articolo del quotidiano filofascista di Roma "Il Tempo". L'articolo sottolinea che il lavoro per il Fronte Nazionale "aveva evidentemente portato (Calzolari) a conoscenza di alcune situazioni i cui particolari potrebbero interessare gruppi organizzati di avversari politici. Qualcuno infatti, ha detto che negli ultimi tempi in cui lavorave per il Fronte Nazionale, il Calzolari aveva ricevuto delle minacce: per esempio, era stato visto rispondere al telefono ed impallidire. Tuttavia "Il Tempo non lancia accuse contro la sinistra: "gli avversari politici di cui parla, potrebbero benissimo essere identificati nella tormentata geografia delle organizzazioni di estrema destra che sono proliferate in Italia negli ultimi anni. Molto diverso, dodici giorni dopo, l'atteggiamento dell'organo dell'MSI, "il Secolo d'Italia". Il giornalista Sergio Te' insiste sull'ipotesi del delitto politico, e parla esplicitamente di estrema sinistra. Ma e' molto vago quando si tratta di definire le attivita' della vittima: tra i molti "pare" il Fronte Nazionale e' scomparso, si parla solo di un indefinito "gruppo politico". L'articolo di Sergio Te', ex militante del gruppo fascista Avanguardia Nazionale, si chiede inoltre se l'inchiesta senza risultati dipenda solo da un'eccessiva lentezza nelle operazioni di ricerca "oppure da una troppo efficiente organizzazione interessata a "far sparire" certe persone dopo essersene servita per sottrarre loro importanti informazioni". Ma di quali informazioni poteva essre in possesso Armando Calzolari, tanto importanti da costargli la vita?
Che di delitto si tratti, e' difficile dubitare, il pozzo della Bravetta e' nascosto agli sguardi da una scarpata sopraelevata e da un canneto, in mezzo a un ampio terreno recintato, reso fangoso dalle piogge: un posto tutt'altro ideale per le passeggiate col cane, in una mattina di dicembre, D'altra parte e' molto difficile cadervi dentro, per un uomo, e tanto piu' per un cane da caccia. La buca del diametro di circa m. 1,50 e' ben visibile e protetta da una spalletta di mattoni alta 40 centimetri. Il punto piu' profodo misura un metro e 76 centimetri, cioe' poco piu' della statura di Calzolari, e l'acqua non supera gli 80 centimetri. Inoltre le pareti offrono molti spigoli, improbalile morire d'inedia li dentro, come afferma chi ha assistito all'autopsia, specie per un'uomo come Armando Calzolari, un'atleta robusto, campione di lotta giapponese ed esperso nuotatore subacqueo.
Tre giorni dopo la sua scomparsa, il 28 dicembre, mentre i cani poliziotto seguono inutili piste, la "500" bianca di Armando Calzolari viene improvvisamente ritrovata in un parcheggio a 200 metri dalla sua abitazione, La moglie e i vicini escudono di averla notata prima. Il giorno successivo la donna, Maria Piera Romano, riceve la visita di alcuni "amici di parito". Dice loro che vuole dichiarare a qualche settimanale che conosce i rapitori e le loro intenzioni, "per impaurirli e impedire che facciano del male ad Armando". Gli amici, dei quali la donna non vuole fare i nomi,, la sconsigliano dicendo che la sua iniziativa potrebbe "avere l'effetto contrario". Il 4 gennaio la signora Calzolari riceve un'altra visita: questa volta e' il capitano dei caarabinieri Castino il quale, nel corso di un lungo colloquio, cerca di convincerla a scartare l'ipotesi del delitto politico adombrata dal "il Tempo" e la consiglia di avere fiducia nel ritorno del marito.
L'unica persono, a parte i carabinieri e camerati che sino a oggi e' riuscita ad avvicinare Maria Piera Romano, racconta cos' l'incontro: "La stanza di questo appartamento al quarto piano di Via Baglioni, al quartiere Gianicolenze, e' modesta e impersonale: una piccoa libreria, una scrivania, una poltrona, un paio di tavolinetti e poche altre cose. Mi colpisce una serie di volumi con rilegature nuovissime della quali non riesco a decifrare i titoli in caratteri dorati, poi mi accorgo che i volumi sono tutti capovolti. Altra cosa che mi sembra strana, una serie di frasi di Kipling chiuse tra parentesi e tradotte in italiano su un foglio dattiloscritto. La signora mi dice che conobbe Calzolari dieci anni fa e che si sposarono quando lui era ancora commissario di bordo, la qual cosa contrasta con quanto afferma il portiere che sostiene che non sono legalmente marito e moglie. E' agli ultimi due anni di navigazione che risalgono tutte le "importanti amicizie" contratte dal Calzolari. Si sono trasferiti a Roma da Genova solo due anni fa e adesso l'attivita' principale del Calzolari consisterebbe in un lavoro di pubblica relazioni presso una ditta che costruisce strade e ponti, della quale per la signora non vuole fare il nome. Questo lavoro lo interessava moltissimo perche' lo portava a fare quella vita mondana che aveva sempre amato. La sua grande passione era la gente importante, con la quale stringeva amicizia che poi coltivava a distanza di anni e di continenti. Amava tutti gli sport praticandone parecchi, in particolare la lotta giapponese nella quale era abilissimo. Il suo lavoro consisteva quasi essenzialmente nel coltivare e aumentare le relazioni e i contatti della "ditta anche a livello ministeriale. Quasi tutte le occasioni per questi incontri erano offerte da pranzi sapientemente organizzati, quasi sempre in un ristorante assai noto (Ville Radieuse, Via Aurelia 641). Intervenivano principalmente industriali, uomini politici e prelati. La signora ricorda di una volta in cui, lei presente, c'erano il carrozziere Zagato e il cardinale Tisserant (1).
"Certo mio marito era un nazionalista" dice la signora CAlzolari che preferisce usare questa parola per dire che Armando Calzolari era per un governo forte e ammirava i colonnelli greci nonche' gli israeliani. Naturalmente non gli piacevano gli arabi e tantomeno i negri, esseri incapaci e inferiori. La grande ammirazione per Mussolini lo portava spesso a violente discussioni in luoghi pubblici, anche dal giornalaio se capitava.
Calzolari partecipava anche alle manifestazioni ma pare non abbia mai picchiato nessuno; asnzi una volta disse che stava per scattare contro la polizia ma pensando alle sue qualita di lottatore si era frenato in tempo. Non aveva mai fatto vita di sezione e non aveva la tessera del partito (MSI). In quanto al lavoro politico la signora non esclude che ne abbia svolto, ma dice di non saperne nulla. Oltre ai rapporti con prelati del Vaticano, Calzolari frequentava assiduamente la cofraternita di San Battista dei genovesi in Via Anicia in Trastevere e la messa della domenica era solito ascoltarla in Sant'Andrea della Valle.
In merito alla scomparsa del Calzolari l'opinione della signora e' molto vaga. Non escude che suo marito, quella mattina, sia stato avvicinato da persone che potrebero averlo convinto con ricati o con promesse a seguirlo per partecipare aun lavoro connesso con qualcuna delle tante conoscenze che Calzolari aveva all'estero e che potrebbe anche essere legata a fatti politici; u n lavoro forse per il quale lui era stato individuato come l'uomo adatto (2). E' escuso che sia stato portato via con la forza date le sue qualita' atletiche e data anche la presenza del cane. Mi dice che in questi giorni cerca di controllarsi molto allo scopo di non cadere in depressione. E nel silenzio pensa di trovare la verita'. A volte crede di esserci vicina; ci sono tre nomi, dice, sui quali mi sono soffermata in modo particolare. Si tratta di un'industriale che non e' di Roma, di cui non fa il nome, il quale avrebbe mandato a suo marito un regalo il cui valore sembra del tutto sproporzionato, trattandosi di una comune conoscenza limitata allo scambio dei biglietti da visita. Le chiedo perche' non sia andata a trovare questa persona e mi offro anche di farlo io per lei, se crede. Ma non sembra propenz, dice che ci pensera' e in caso mi telefonera'.
Dopo questo incontro, avvenuto verso la meta' di gennaio, nessuno riesce piu' a entrare in contatto con la moglie di Calzolari. E alla fine di quel mese, trovato il cadavere nel pozzo della Bravetta ed emessa la versione ufficiale di morte accidentale, la donna si dice soddisfatta di queste conclusioni dell'ichiesta e parte per Torino. Passano due mesi e di nuovo avvicinata, questa volta telefonicamente dalla stessa persona, la vedova di Calzolari le confida di essere preoccupata perche' la magistratura non ha ancora archiviato la pratica, il che "la danneggia economicamente". Fatto, inspigabile, visto che Armando Calzolari non risulta assicurato; a meno di pensare che qualcuno abbia promesso alla vedova di aiutarla economicamente, nel suo silenzioso dolore, solo quando, e a condizione, che il caso fosse stato definitivamente archiviato.
Venerdi 12 dicembre
Le bombe scoppiano venerdì 12 dicembre 1969 tra le ore 16,37 e le ore 17,24, a Milano e a Roma. La strage è a Milano, alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Piazza Fontana, affollata come tutti i venerdi', giorno di mercato. L'attentatore ha deposto la borsa in similpelle nera che contiene la cassetta metallica che contiene l'esplosivo sotto il tavolo al centro dell'atrio dove si svolgono le contrattazioni. I morti sono sedici, molti dei novanta feriti avranno gli arti amputati dalle schegge. L'esplosione ferma gli orologi di Piazza Fontana sulle 16, 37; poco dopo in un'altra banca distante poche centinaia di metri, in Piazza della Scala, un impiegato trova una seconda borsa nera, e la consegna alla direzione. E' la seconda bomba milanese quella della Banca Commerciale italiana. Non e' esplosa, forse perche' il "timer" d'innesco non ha funzionato. Ma viene fatta esplodere in tutta fretta alle ore 21,30 di quella stessa sera dagli artificieri della polizia che l'hanno prima sotterrata nel cortile intreno della banca.
E' una decisione inspigabile: distruggendo quella bomba cosi' precipitosamente si sono distrutti preziosissimi indizi, forse addirittura la firma degli attentatori (3). In mano alla polizia rimangono solo la borsa di similpelle nera uguale a quella di Piazza Fontana, il "timer" di fabbricazione tedesca Diehl Junghans, e la certezza che la cassetta metallica contenente l'esplosivo e' anch'essa simile a quella usata per la prima bomba. Il perito balistico eonesto Cerri e' sicuro che ci si trova davanti alll'operazione di un dinamitardo esperto.
Le bombe di Roma sono tre. La prima esplode alle 16,45 in un corridoio del sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro tra Via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti tra gli impiegati, uno gravemente. Ma anche questa poteva essere una strage. Alle 17,16 scoppia una bomba sulla seconda terrazza dell'Altare della Patria, dalla parte di Via dei Fori Imperiali. Otto minuti dopo la terza esplosione, ancora sulla seconda terrazza, ma dalla parte della scalinata dell'Ara Coeli. Frammenti di cornicione cadendo feriscono due passanti. Ma questi due ultimi ordigni sono molto piu' rudimentali e meno potenti degli altri. La reazione del paese e' di sdegno per gli attentati, di dolore per le vittime. Ma non si assiste a nessun fenomeno di isteria collettiva, la straqge non ha sblocco immediato a livello di massa, e sopratutto non contri la sinistra, anche se immediatamente dopo la bomba di Piazza Fontana la indagini e relativa dichiarazioni ufficiali puntano solo in questa direzione nella ricerca dei colpevoli (4 e 4bis).
Italia 1969, un attentato ogni tre giorni
Le bombe del 12 dicembre sconvolgono e sorprendono, sopratutto per la loro ferocia, ma sarebbe inesatto dire che giungono inattese, rappresentano il momento culminante di una escalation di fatti noti e ignoti che avvengono durante l'intero 1969 e che fanno farte di un preciso disegno politico. Alcuni di essi riconsiderati oggi nella loro sinistra successione acquistano un significato molto chiaro.
Le bombe del 12 dicembre scoppiano in un paese dove, a partire dal 3 gennaio 1969, ci sono stati 145 attentati: 12 al mese uno ogni tre giorni, e la stima forse e' in difetto.
Novantasei di questi attentati sono di riconosciuta marca fascista, o per il loro obbiettivo (sezioni del PCI e del PSIUP, monumenti partigiani, gruppi eztraparlamentari di sinistra, movimento studentesco, sinagoghe, ecc) o perche' gli autori sono stati identificati. Gli altri sono di origine ufficialmente incerta (come la serie di attentati sui treni dell' 8-9 agosto) oppure vengono addebitati a gruppi della sinistra estrema o agli anarchici (come le bombe del 25 aprile alla fiera campionaria e alla stazione di Milano). In realta' ci vuole poco a scoprire che la lunga mano che li promuove e' sempre la stessa, e cioe' una mano che pone diligentemente in atto i presupposti necessari alla "strategia della tensione" che sta maturando a piu' alto livello politico.
Si tirano le somme della "strategia della tensione"
Cosa significhi in concreto questa "strategia della tensione" lo dice questo secondo elenco di fatti, anch'essi noti, che accadono in Italia nei quaranta giorni che precedono la strage del 12 dicembre.
Ai primi di novembre la F.N.C.R.S.I. Federazione Nazionale Combattenti della repubblica Sociale Italiana - fascista "di sinistra"- distribuisce a Roma un volantino in cui si invitano i paracadutisti e gli ex combattenti a "non farsi strumantalizzare per un colpo di stato reazionario"
Il 10 novembre in un discorso a Roma, il presidente del Partito Socialdemocratico, Mario Tanassi rilancia con forza un tema molto caro al PSU "O il centro sinistra pulito, o scioglimento delle camere" con conseguenti elezioni anticipate.
Cinque giorni dopo a Monza, il colonnello comandante del distretto militare afferma pubblicamente, alla presenza del procuratore della repubblica: "Stante l'attuale situazione di disordine nelle fabbriche e nelle scuole, l'esercito ha il compito di difendere le frontiere interne del paese:l'esercito e' l'unico baluardo ormai contro il disordine e l'anarchia.
Nel corso dello sciopero generale per la casa del 19 novembre, la polizia attacca i lavoratoro in Via Larga a Milano, e un agente Antonio Annarumma, rimane ucciso in uno scontro ta due automezzi della stessa polizia (5). Si diffonde la versione dell'assassinio, e non solo da parte di uomini politici e giornali di destra. Lo stesso presidente della repubblica, in un telegramma trasmesso ripetutamente alla radio e alla televisione per tutta la giornate del 19 e del 20 novembre, olte ad anticipare una sentenza di "barbaro assassinio" afferma:"Questo odioso crimine deve ammonire tutti ad isolare, e a mettere in condizione di non nuocere. i delinquenti, il cui scopo e' la distruzione della vita, e deve risvegliare non solo negli atti dello Stato e del governo, ma sopratutto nella coscienza dei citadini, la solidarieta' per coloro che difendono la legge e le comuni liberta'."
Il giudizio di Saragat piace molto al segretario nazionale del MSI, Giorgio Almirante, il quale gli fa eco sul "Secolo d'Italia": "L'assassinio dell'agente di P.S a Milano ci indurrebbe a chiamare in causa il Signor Presidente della Repubblica, se egli, nel suo telegramma, non avesse duramente qualificati "assassini" i responsabili Ora occorre idividuare e colpire i mandanti.
Ma chi sono i responsabili, gli assassini, i delinquenti? Secondo la CISL "l'intervento della polizia, non legittimato da fatti obbiettivi non favorisce l'ordinato svolgersi delle manifestazioni e come per altro, l'insistenza provocatoria di gruppi estremisti -la cui provenienza diviene sempre piu' dubbia- provoca effetti negativi sull'azione dei lavoratori"
Contro i gruppi estremisti si scagliano anche Giancarlo Paietta, che li definisce "massimalisti impotenti" e "L'Unita'" che commenta cosi gli incidenti di Milano nel suo artivcolo di fondo: "Mai come in questi giorni e' apparso chiaro che l'avventurismo facilone, il velleitarismo pseudo-rivoluzionario, la sostituzione della frase rivoluzionaria allo sforzo paziente, sono sterili e si trasformano in un'occasione offerta alle manovre e alle provocazioni delle forze di destra."
In questo crescendo di clima di caccia alle streghe si inserisce il giornale ufficiale del PSU che pero' approfitta dell'occasione per allungare il tiro: "L'assassinio di Annarumma chiama in causa la responsabilita' diretta dei comunisti e dei loro complici nel PSIUP, nel PSI, nella DC e nei sindacati".
La notte dopo la morte di Annarumma, in due caserme di pubblica sicurezza a Milano scoppia una rivolta che, alimentata ad arte, vedrebbe gli uomini dei battaglioni mobili scatenati per la citta' a far piazza pulita degli "estremisti delinquenti" (6). Il giorno dei funerali dell'agente il centro di Milano e' tratro di gravi scontri provocati dai fascisti che partecipano al corteo funebre coi labari della Repubblica Sociale Italiana.
I fascisti non sono i soli a seguire il feretro e a dar vita a episodi di isteria collettiva: sotto i portici di Corso Vittorio Emanuele quel giorno e' presente anche la borghesia milanese che si commuove e poi chiede "il sangue dei rossi": signori distinti, bottegai arricchiti, pensionati nostalgici, donne impellicciate partecipano e fomentano i tentativi di linciaggio dei malcapitati che sembrano sospetti, che hanno "la faccia da comunista"
Il repubblicano La Malfa e il socialdemocratico Tanassi lanciano un duro attacco ai sindacati che stanno vivendo, sotto la spina operaia, i giorni piu' caldi delle battaglie contrattuali, con quasi cinque milioni di lavoratori mobilitati.
Nello stesso giorno, il 21 novembre, un comunicato della confindustria: "...ilpotere operaio tende a sostituirsi al parlamento e stabilire un rapporto diretto con il potere esecutivo.Cio' crea un sovvertimento in tutto il sistema politico."
Sul settimanale "Oggi" il deputato della destra democristiana Guido Gonella lancia un appello alla "reazione del borghese timido contro i picchetti degli scioperanti"
Da Londra il settimanale "The Economist" rivela l'esistenza di un documento "segreto soltanto a meta'", in cui un gruppo di giovani industriali italiani proclama la necessita' di un "governo forte".
Pietro Nenni, in un intervista al "Corriere della Sera traccia un paragone tra la attuale situazione e quella del '22.
Intanto è stato dato il via alla serie di arresti e condanne per reati d'opinione: il primo a finire in carcere e' Francesco Tolin, direttore di "Potere Operaio".
Ai primi di dicembre, a rendre più precario l'equilibrio parlamentare, e come prima avisglia della dura battaglia che sara' scatenata da li' a poco, compare sullo "Osservatore Romano", organo del Vaticano, un'attaccco contro il voto favorevole espresso dalla Camera sul divorzio.
In un paese in Lombardia il sindaco-industriale spara contro il picchetto dei suoi operai in sciopero.
Il 7 dicembre i settimanali inglesi "The guardian" e "the Observer" pubblicano il testo del dossier inviato dal capo dell' ufficio diplomatico del ministero degli esteri di Atene, allambasciatore a Roma. Contiene allegato il rapporto segreto sulla possibilita' di un colpo di stato di destra in Italia, inviato dagli agenti dei sevizi di spionaggio dei colonnelli, "Un gruppo di elementi di estrema destra e di ufficiali" scrive "L'Observer" "sta tramando in Italia un colpo di Stato militare, con l'incoraggiamento e l'appoggio del governo greco e del suo primo ministro, ex colonnello Giorgio Papadopulos" (7)
I profeti del 12 dicembre 1969
Mancano pochi giorni allo scoppio delle bombe. Sabato 6 dicembre Mauro Ferri, segretario del PSU, rilascia al settimanale "Gente" questa dichiarazione: "O il quadripartito o elezioni anticipate. La decisione di scioglimento delle camere spetta al Capo dello Stato che ne ha il potere previsto dalla costituzione... e sono convinto che tutti gli italiani possono essere certi che nelle mani del Presidente Saragat il potere e' ben affidato."
Domenica 7 dicembre in un discorso ad Alessandria, Ferri ribadisce il leit-motiv socialdemocratico: "Quadripartito o elezioni anticipate" e fa un nuovo esplicito richiamo al Presidente Saragat. Due giorni dopo, in un'intervista alla "Stampa" di Torino, Ferri afferma che "non e' aberrante"" l'ipotesi di una collaborazione tra democristiani, socialdemocratici e liberali, nel caso si presenti la "drammatica necessita' di garantire la liberta', come dopo la crisi del luglio '60".
Mercoledì 10 dicembre il settimanale tedesco "Der Spiegel" pubblica una dichiarazione del segretario del MSI, Almirante: "Organizzazioni giovaanili fasciste si preparano alla guerra civile in italia; nella lotta contro il comunismo tutti i mezzi sono giustificabili, per cui non ci deve essere piu' distinzione tra misure politiche e misure militari. Di fianco ad Almirante, il dirigente confindustriale Ferruccio Gambarotta specifica ancora meglio: "Il sistema parlamentare non e' fatto per gli italiani. Occorre una organizzazione politica sovrapartitica, una coalizione dai monarchici sino ai socialdemocratici con una fede mitica nell'ordine."
Giovedi' 11 dicembre: lo stesso fiuto dimostrato da Mauro Ferri (che ha parlato di "drammatica necessita' di difendere la liberta'" tre giorni prima delle bombe) lo dimostra il settimanale "Epoca". Mancano ventiquattro ore alla strage di Piazza Fontana e il giornale appare in edicola con una vistosa copertina tricolore. L'articolo e' di Pietro Zullino e conclude cosi': "...se la confusione diventasse drammatica, e se -nel'ipotesi di nuove elezioni- la sinistra non accettasse il risultato delle urne, le forse armate potrebberro essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalita' repubblicana. Questo non sarebbe un Colpo di Stato ma un atto di volonta' politica a tutela della liberta' e della democrazia...Tuttavia il ristabilimento manu militari della legalita' repubblicana, possibile nel giro di mezza giornata, potrebbe non essere sufficiente. La situazione generale e' terribilmente intricata... come si pu' garantire un minimo di stabilita' al potere economico?... Questa repubblica cosi' com'e' funziona ancora? La confusione che stiamo vivendo non sara' dovuta al fatto che le sue istituzioni sono ormai insufficienti o superate? Perche' i costituenti crearono l'articolo 138, che prevede la possibilita' di riformare la carta fondamentale della Repubblica? Chi ci impedisce di utilizzare l'articolo 138 per correggere i difetti ormai evidenti nelle nostre istituzioni? Perche' non possiamo imparare qualcosa dalle grandi democrazie dell'occidente? perche' non ci poniamo seriamente il problema della Repubblica Presidenziale, l'unica capace di dare forza e stabilita' al potere esecutivo? Vi sono giornio in cui la storia impone riflessioni di questo tipo. Forse questi giorni sono venuti. Questi giorni, forse, noi li stiamo gia' vivendo (8).
Riunioni segrete
Rilette oggi, questi fatti noti fanno pensare che la data tragica del 12 dicembre ha avuto molti profeti, consapevoli e no. E poi ci sono alcuni fatti ignoti che diciamo adesso, per quello che possono significare. Questi:
Roma 15 novembre 1969: in un appartamento nei pressi di piazza tuscolo si svolge una riunione alla quale partecipa Michele Caforio (generale di divisione, paracadutista), il "comandante" Bianchini (ex Decima Mas e uomo di fiducia di Junio Valerio Borghese, nel Fronte Nazionale, un tale Buffa detto il Lupo di Monteverde (membro dell'associazione paramilitare Europa Civilta'), un gruppo di paracadutisti tra i quali alcuni ex republichini della Nembo, ed altri militanti di gruppi di estrema destra, dei quali un paio provengono dalla vecchia Avanguardia Nazionale. Presente Armando Calzolari come membro del Fronte Nazionale. Il tema da discutere e' la situazione politica italiana alla vigilia dello sciopero generale per la casa, il 19 novembre. Tutti sono sostanzialmente d'accordo sulla necessita' di opporsi al "caos dilagante" ma non sulla scelta dei mezzi da usare. Si crea una frattura tra "duri" e "moderati" e questi ultimi, tra i quali c'e' Armando Calzolari, abbandonaaano la riunione dopo un violento alterco.
Roma 6 dicembre 1969: i "duri" si riuniscono nella sede dell' Associazione Nazionale Paracadutisti, in Viale delle Milizie 5. Vi partecipa, sembra, anche Junio Valerio Borghese.
Milano 11 dicembre 1969, sera: riunione di ufficiali dei servizi segreti; riunione di alti ufficiali dell'esercito, "in previsione di qualcosa di grosso che sarebbe successo l'indomani"
Roma 12 dicembre 1969, primo mattino: intorno alla capitale viene segnalato un movimento di truppe e carri armati.
Roma 12 dicembre 1969, tardo pomeriggio: alla notizia dei gravi attentati di Roma e di Milano, il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat convoca il ministro degli Interni Restivo, il gernerale Forlenza comandante dei Carabinieri e altri. Si discute dell'opportunita' di proclamare lo stato di emergenza . Si oppongono quasi tutti i presenti. Interviene, al fine di dissuadere, il ministro del Lavoro Marco Donat Cattin. Nello stesso modo si pronuncia l'ambascatore degli Stati Uniti a Roma.
Roma 15 dicembre 1969: il tenente G.A, appartenente al Fronte Nazionale, riceve alcune confidenze di Armando Calzolari, del quale e' moto amico, circa alcune minacce che l'uomo avrebbe ricevuto negli ultimi giorni.
Roma 20 dicembre 1969: nell'appartamento di un funzionario di banca, il signor D., in Via degli Appennini, ha luogo una riunione ala quale partecipano Junio Valerio Borghese, il comandante Bianchini, tre deputati del MSI, due greci e alcuni ufficiali, dei quali due dei Carabinieri e uno della pubblica sicurezza. L'argomento in discussione non e' noto.
Cinque giorni dopo, la mattina di Natale scompare Armando Calzolari.
La confessione di Evelino Loi
Il cadavere di Armando Calzolari viene ritrovato oltre un mese dopo la sua scomparsa, il 28 gennaio. Verso la meta' dello stesso mese, un uomo si era presentato alla redazione di un settimanale romano e aveva rilasciato una lunga dichiarazione, registrata su nastro magnetico alla presenza di alcuni testimoni. Il suo racconto finiva con questa frase: "Ho deciso di parlare con voi perche' mi sono accorto che avevo sbagliato gli ambienti di Calzolari."
L'uomo si chiama Evelino Loi, e un sardo disoccupato e ha 25 anni. Al suo arrivo a Roma era stato protagonista di una clamorosa protesta: salito sul Colosseo aveva minacciato di buttarsi nel vuoto se non gli veniva trovato un lavoro. Lo assumono in Vaticano , come uomo delle pulizie in casa di un Monsignore.
Dopo qualche giorno Loi si licenzia e comincia a frequentare i prtici della Stazione Termini in compagnia di un gruppo di sottoproletari meridionali e sardi. Vive di espedienti. Quando nell'inverno del 1968 il movimento studentesco occupa la facolta' di Magistero in Piazza Esedra, di fronte a Termini, Evelino Loi, che viene da una famiglia di comunisti, chiede di partecipare alle lotte degli studenti, e viene accolto. La facolta' occupata gli serve anche come asilo notturno. Nel giro di pochi giorni organizza una squadra dei suoi amici meridionali che aiutano gli studenti a respingere gli attacchi dei fascisti.
Il 3 febbraio 1969 durante la visita del presidente Nixon a Roma, i fascisti danno l'attacco alla facolta' con razzi e bombe incendiarie. Un anarchico, Domenico Congedo. Precipita dal quarto piano e muore. La polizia, che ha assistito all'attacco senza intervenire, coglie il pretesto per sgomberare l'edificio. Gli studenti continuano l'occupazione alla citta' universitaria dove si trasferisce anche Evelino Loi con il suo gruppo. Dopo qualche giorno 3.000 poliziotti e carabinieri irrompono all'alba: nelle aule sono presenti solo sette ragazzi che vengono malmenati e arrestati. Tra di essi c'e' un operaio meridionale del ruppo di Loi. Il movimento studentesco organizza una colletta e Loi e' uno degli incaricati: raccoglie circa 400.000 lire. Quando i sette escono dal carcere si scopre che quei soldi non gli sono mai stati consegnati. Evelino Loi confessa il furto e viene immediatamente allontanato. Poco dopo il quotidiano di destra "La Luna" pubblica una suna intervista nella quale egli accusa il movimento studentesco di "teppismo" e di fregarsene degli operai" in cambio di quelle dichiarazioni ha ricevuto 100.000 lire. Da quel momento Evelino Loi diventa uno dei tanti mazzieri dei fascisti, partecipa in prima fila alle loro manifestazioni vestito della divisa del volontario del MSI. Nell'autunno del 1969 tenta di riavvicinarsi agli ambienti della sinistra offrendo informazioni sui fascisti ma e' guardato da tuttti con sospetto: a parte i suoi precedenti, sono molti i compagni che, fermati nel corso di qualche manifestazione, se lo sono ritrovato nella stessa camera di sicurezza della questura a fare domande, chiedere nomi, episodi. Inoltre, nonostante gli sia stato consegnato piu' volte il foglio di via obblibatorio, ha sempre contravvenuto alla diffida, riuscendo a rimanere a Roma.
E' questo il tipo d'uomo che, un giorno di meta' gennaio 1970, si presenta nella redazione di un settimanale della capitale per rilasciare una lunga confessione. Per prudenza, non è stata mai pubblicata. Tuttavia, credibile o no, oggi e' doveroso renderla nota.
"Alcuni giorni prima dello sciopero generale del 19 novembre fui avvicinato dal comandante Bianchini e dal vice comandante Santino Viaggio, ex appartenente alla X Mas e attuali collaboratori di Junio Valerio Borghese nell'organizzazione di estrema destra Fronte Nazionale (9). Mi accennarono all'eventualita' di compiere delle azioni terroristiche simultaneamente a Roma e a Milano e mi chiesero se, dietro pagamento, fossi disposto a parteciparvi. Compresi che doveva trattarsi di qualcosa di grosso e rifiutai. I due non insistettero e passarono circa dieci giorni finche' subito dopo la manifestazione dei metalmecanici a Roma, il 29 o il 30 novembre, si misero di nuovo in contatto con me su questo argomento. Mi riproposero di partecipare ad azioni terroristiche molto importanti e alla mia richiesta di maggiori chiarimenti dissero che "poteva scapparci anche il morto". Mi promisero pero' molti soldi, Io mi spaventai e rifiutai ancora. Dopo un paio di giorni mi presentai in Questura a San Vitale, e chiesi di parlare con il capo dell'ufficio politico, dott. Provenza. Mi rilasciarono un regolare "passi" (10) e fui ricevuto dal dott. Improta a cui raccontai tutto. Mi sembro' molto scettico e mi disse di ripassare il giorno 5. Il 5 dicembre tornai i questura, mi feci rilasciare il "passi" e fiu rticevuto dal dott. Improta e dal dtt. Provenza. Mi chiesero se sapessi dove tenevano l'esplosivo e alla mia risposta negativa minimizzarono la cosa e mi congedarono. Ritornai spontaneamente una terza volta, il 9 dicembre, mi feci rilasciare il "passi" ed andai dal dott. Provenza. Il suo atteggiamento era sempre scettico. Il giorno 12 dicembre ci furono gli attentati di Roma e Milano.
Il giorno successivo, sabato 13, seppi da alcuni iscritti alla Giovine italia che il dottor Improta mi aveva fatto cercare in sede in Via Firenze che io frequentavo abitualmente. Telefonai ad dottor Improta il quale mi disse di passare direttamente da lui, senza farmi rilasciare il "passi" entrando dall'ingresso secondario di via Genova. In questura c'era una grande confusione, mi fecero attendere un po' in una stanza da solo e poi fui ricevuto dal dottor Improta. Improta mi chiese di rifargli il racconto delle proposte che avevo ricevuto in merito alle bombe, poi mi congedo' raccomandandomi di non parlarle con nessuno. In particolare mi disse "E' meglio per te, non passi guai." Poi mi fece uscire, in fretta, dalla via secondaria. Da allora non mi hanno piu' cercato.
Il vicecomandante Santino Viaggio lo avevo conosciuto ad un comizio di ex combattenti tenutosi al cinema Quirinale, In quella occasione mi condusse con se nella sede del Fronte Nazionale e volle che gli raccontassi i particolari sulle mie precedenti esperienze politiche. La sede del Fronte era in Via XXI Aprile. Gli dissi che avevo fatto parte del Movimento Studentesco di Magistero, ma che poi, deluso dalle sinistre, era entrato nella Giovine Italia. Gli dissi che ero in grado di mobilitare un discreto numero di disoccupati disposti ad azioni anche pericolose. In effetti io assolvevo il compito di reclutatore per la Giovine Italia. In aalcune occasioni reclutai tra i sardi e i calabresi disoccupati che frequentano la stazione Termini e vivono di espedienti, spesso prostituendosi, alcuni elementi per azioni violente come quella davasnti alla Rai-TV. Santino Viaggio mi promise dei soldi e infatti il giorno dello sciopero generale del 19, mi diede 50.000 lire perche' portassi della gente, cosa che feci (11). In piu' di un'occasione accenno' con ma all'eventualita' di affittare un locale nei pressi della stazione, per farci dormire questi ragazzi disoccupati in modo da averli sempre a portata di mano per eventuali aazioni. Un giorno sentii Santino Viaggio e Bianchini parlare di fare un'azione al parlamento con dei gas per addormmentare tutti i deputati. Mi pare che qualcuno poi mi disse che l'azione non era stata fatta per l'opposizione di alcuni deputati del MSI.
Dopo lo sciopero generale del 19, Viaggio, nella sede del MSI in via Quattro Fontane ebbe un violento litigio con Almirante. Credo che poi si siano riappacificati perche' al comizio tenuto al Palazzo dello Sport da Almirante, una settimana dopo gli attentati, c'era anche Viaggio. Qualche settimana dopo gli attentati telefonai a Viaggio chiedendogli notizie sulle attivita' del Fronte Nazionale e lui mi disse che non ne faceva piu' parte perche' aveva litigato con gli altri. Non mi risulta che Viaggio e Bianchini siano stati interrogati dalla polizia dopo gli attentati. Personalmente non sono più stato nella sede del Fronte Nazionale.
Quando mi staccai dalla sinistra (...) ricominciai a fequentare i portici della stazione ed un giorno fui avvicinato da un certo King, che io sapevo essere un poliziotto, frequentatore abituale di quella zona. Egli si cogratulo' con me per l'intervista (rilasciata a "La Luna" n.d.r.) e mi disse piu' o meno: "Bene! Hai capito finalmente di che razza sono i comunisti!" Mi propose quindi di entrare nella Giovine Italia e la sera stessa mi prto' nella sede centrale di Via Firenze N.11 dove mi presento' ad un certo Franco De Marco, allora presidente dell'associazione. Fui accolto molto bene e non mi facevani mancare i soldi; si fidavano molto di me. Io reclutavo i ragazzi per le azioni e ricevevo, a secondo dei casi dalle cento alle 300.000 mila lire che distribuivo in parte ai reclutati. Quelli della Giovine Italia parlavano molto ma mancavano di coraggio. Le bottiglie molotof alla Rai-TV le fecero tirare dai sardi portati da me. Io partecipavo alle azioni e al'organizzazione, ma non partecipavo materialmente perche' ero troppo conosciuto e inoltre avevo una diffida. Conobbi personalmente, in quel periodo l'onorevole Caradonna e Massimo Anderson, dirigente del MSI. In varie occasioni vidi tra i fequentatori delle sedi missine dei greci, degli spagnoli e dei portoghesi.
Franco De Marco mi portò un giorno nella sezione del MSi del quartiere Trionfale. Quando arrivammo il locale era pieno di attivisti. C'erano due greci, uno dei quali (sui trent'anni) stava tenendo una conferenza sul colpo di Stato dei Colonnelli. Tra le altre cose disse che per arrivare al colpo di stato occorreva fare continue aggressioni e attentati contro le sinistre per provocarne le reazioni e suscitare il caos. Ci fu un dibattito molto vivace durante il quale gli fecero molte domande. Il greco sosteneva che i Colonnelli erano troppo democratici e che lui avrebbe preferito un regime piu' autoritario.. Alla fine del dibattito si erano tutti scaldati e alcuni tirarono fuori i manganelli. uno di loro disse: "Uscite in piccoli gruppi. La direzione già la sapete." Franco De M;atrco mi prese con lui in macchina e si diresse alla sezione del PCI del trionfale che stava poco distante da quella del MSI. Aspettammo li e dopo qualche minuto arrivarono gli altri tutti in gruppo. Franco De Marco scese e diede il via all'azione (segue la descrizione dell'assalto che, a una verifica, si e' rivelata fedele. ndr)
In varie occasioni ho conosciuto ufficiali di polizia, dei carabinieri e dell'esercito che fequentavano le sedi del MSI. Nella sede nazionale in Via Quattro Fontane, veniva spesso il maresciallo Scarlino, sottufficiale della Squadra Politica, a portare informazioni. Il 28 novembre, giorno della manifestazione dei metalmeccanici, ci disse che se gli operai si fossero mossi, loro avrebbero fatto una carnefiocina perche' avevano l'ordine di usare le armi. Varie volte ho visto, nel corso di manifestazioni, carabinieri e poliziotti in divisa, che avevo gia' visto in boghese nelle loro sedi.. Ricordo il capitano dei carabinieri Servolino, che in piu' occasioni ho visto parlare con alcuni funzionari della sede di Via Quattro Fontane. Credo che appartenga al comando dei Carabinieri di Viale Mazzini. Tra i frequantatori del Fronte Nazionale conosco: tenente colonnello dell'esercito Giordani; tenelte colonnello Lilli; capitano Nobili, comandante la compagnia carabinieri di Piazza Venezia; generale Dalla Chiesa.
La lunga dichiarazione di Evelino Loi si presta a diverse ipotesi e merita alcune considerazioni.
PRIMA IPOTESI: Loi è un mitomane, un pazzo irresponsabile. In questo caso si capisce perche' i dirigenti dell'Ufficio Politico della Questura romana non hanno tenuto in nessun conto le sue denunce. Se e' cosi' passera' i suoi guai. Tuttavia non si e' inventato tutto: alcuni episodi da lui citati, (il poliziotto King (12), la meccanica dell'assalto fascista alla sezione PCI del Trionfale. il ruolo svolto dal De Marco, il reclutamento dei sardi e meridionali, ecc.) sono risultati autentici a una successiva verifica.
SECONDA IPOTESI: Loi e' un confidente della polizia e viene da essa strumentalizzato per rilasciare certe dichiarazioni, onde sviare i sospetti su falsi colpevoli. Ma questo significherebbe una precisa complicita' della polizia italiana negli attentati. o quantomeno una funzione di copertura. Resta da spigare pero' la convenienza di cinvolgere in questa provocazione poliziesca i dirigenti dellUfficio Politico di Roma.
TERZA IPOTESI: Loi è un provocatore che al soldo di chi sa chi ritenta un gioco gia' attuato in questi mesi. Si veda l'episodio dell'ex legionario che rivela All' "Espresso" che la Legione addestra in Corsica giovani squadristi fascisti, salvo poi ritrattare e coinvolger il settimanale in un processo diffamatorio.
Dalla seconda e terza ipotesi discende questa conclusione logica: ammessso che l'operazione tentata da Evelino Loi sia quella di far sorgere precisi sospetti su polizia e fascisti, per poi smentire e quindi da un lato scagionare automaticamente chi ha incolpato e dall'altro far perdere ogni attendibilita' presso l'opinione pubblica a quei giornali che seguono queste piste, che senso avrebbe tutto cio' se chi muove Evelino Loi e' davvero estraneo agli attentati? A che scopo tentare queste provocazioni, col grosso rischio che comportano di essere smascherate, se chi le organizza ha davvero le mani pulite?
La dichiarazione di Evelino Loi (13) rilasciata verso la meta' di , Gennaio fu registrata su un nastro magnetico. Il nastro fu riposto in una della due cassaforti del giornale. Circa due settimane dopo ignoti ladri sono penetrati sono penetrati negli uffici e hanno asportato una cassaforte: il nastro però era custodito in quell'altra.
II Capitolo
Colpevoli subito
Invece, della strage del 12 dicembre vengono incolpati gli anarchici. L'accusa e' immediata e esplicita. I più zelanti a lanciarla sono, a Milano, un giudice istruttore del tribunale e in commissario politico della Questura: Antonio Amati e Luigi Calabresi (1).
Da un articolo del "Corriere della Sera": "Subito dopo l'esplosione il giudice Amati telefona in Questura per informarsi dell'accaduto. Gli rispondono che, forse, e' saltata una caldaia in una banca in Piazza Fontana, che ci sono alcuni morti e numerosi feriti: si avanza anche l'ipotesi di un'attentato terroristico. "Sono dell'idea che si tratti di un'attentato" replica il magistrato, e consiglia di iniziare subito le indagini "negli ambienti anarchici."
Il commissario Calabresi non e' merno chiaro. All'inviato della "Stampa" di Torino, la sera degli attentati dichiare che i responsabili vanno cercati tra gli estremisti di sinistra e, per non lasciare nessun dubbio, emette il suo verdetto: " e' opera degli anarchici."
Anche il questore di Milano, Marcello Guida (2) fa la sua parte. A un giornalista che quella stessa sera gli chiede se ve e' una connessione con gli attentati alla Fiera Campionaria e alla Stazione Centrale del 25 aprile dice di "non escuderlo".
A quella sicumera di alcuni personaggi della polizia e della Magistratura milanesi fa invece riscontro un'atteggiamento molto piu' cauto del potere centrale. Il ministro degli interni Restivo si limita a dichiarare: "Abbiamo iniziato le indagini in tutti i settori..."
Perche proprio gli anarchici
Ma perche' si scelgono proprio gli anarchici? Per diversi motivi, alcuni dei quali possono essere così riassunti per il momento.
Innanzi tutto gli anarchici costituiscono la parte piu' debole dello schieramento di sinistra, perche' priva di protezione, senza amici, di fatto isolata politicamente. Inoltre sono pressocche' privi di organizzazione, e seguaci di una teoria politica articolata in varie tendenze, alcune delle quali sono spesso indefinibili o mal definite: due caratteristiche che permettono ogni tentativo di infiltrazione e di provocazione al loro interno. Esiste poi la possibilita di utilizzare la loro firma, i loro simboli in tutta una serie di attentati i cui obbiettivi (chiese, banche, caserme, ecc.) non sarebbero attribuibili a nessuna forza di sinistra, sia parlamentare che exstraparlamentare.
Da non sottovalutare il valore simbolico negativo che essi incarnano agli occhi della maggioranza dell'opinione pubblica., la piu' sprovveduta, facile preda di ogni tentativo di manipolazione "culturale": per l'italiano medio, gli anarchici rappresentano le forze scatenate e digregatrici dello stato, il rifiuto delle istituzioni e di ogni valore borghese, senza idee o alternative precise; "hanno paura", una paura, una paura generica e indefinibile, che di conseguenza impone il ricorso a forze che sianoo in grado di ristabilire l'ordine e l'autorita' minacciati da nichilismo.
Infine gli anarchici abilmente, "pubblicizzati" da una massiccia campagna di informazione tendente a esagerare e mitizzare questo loro ruolo negativo, consentono anche un'escalation della repressione che si attui in modo subdolo e strisciante, che coinvolga lentamente, usando tempi lunghi, le stesse forze della sinistra piu' solida e organizzate (sindacati e PCI), senza provocare traumi ne nell'opinione pubblica moderata ne nelle forze politiche costituzionali (3).
Quanto succede in Italia in tutto l'anno 1969 e' esemplificativo di questa manovra. Ecco alcuni esempi.
Tra aprile e maggio a Palermo vengono attuati numerosi attentati: Contro la chiesa Regina Pacis, le stazioni dei Carabinieri di Castellammare e Pretoria, una caserma dell'esercito e il carcere del'Ucciardone. La responsabilita' viene attribuita, con grande clamore della stampa, agli anarchici. E non conta che poco piu' tardi, il 15 maggio, siano rintracciati i veri colpevoli: sette neofascisti della Giovine Italia i quali per', guarda caso, si erano dimessi dall'organizzazione proprio alcuni giorni prima degli attentati.
Lo stesso avviene a Roma, nell'inverno 68-69, per i 12 attentati ai distributori di benzina e nel dicembre '69 per quelli a una caserma dei Carabinieri e per l'ordigno in una cassetta pstale; a Reggio Calabria, in dicembre, per gli attentati all'ufficio della SIP, ad una chiesa e alla Questura.
Fatti analoghi avvengono in po' dappertutto nelle citta' italiane. A Legnano, dove due giovani fascisti compiono degli atti vandalici lasciando come firma una A cerchiata e la scritta "Viva Mao"; a Reggio Emilia, dove un'altro fascista e' autore di un'attentato contro la Questura; a Terni, dove i muri di alcune chiese sono profanati con scritte blasfeme. E si tenta di attribuire agli anarchici la responsabilita' della catena di attentati dinamitardi compiuti sui treni tra l'8 e il 9 agosto, anche questi di chiara marca come verra' dimostrato poco dopo (4).
Per far capire la complessita' della manovra che si andava preparando sulle spalle degli anarchici, serve rileggere, tra i tanti, questo articolo della "Stampa" di Torino che esce in quei giorni. Sotto il titolo "scomparsi gli anarchici per evitare gli interrogatori", il quotidiano della FIAT scrive: "Fino a qualche tempo fa gli anarchici a Milano erano pochi, privi di mezzi per nulla organizzati. Ora qualcuno ha pensaato di fruttare le loro utopie. Cosi gli anarchici sono stati corteggiati e finanziati dall'estrema destra totalitaria e dall'estremismo di sinistra." Come si vede. il pogrom antianarchico e' gia giustificato e programmato e nello stesso tempo si e' aperto il discorso sugli opposti estremismi, di destra e di sinistra, che al momento buono potrà servire alle forze moderate per invocare il ripristino dell' "ordine" turbato.
Gli attentati del 25 aprile
Ma il caso piu' clamoroso resta quella degli attentati del 25 aprile a Milano, i piu' gravi di questo mese che e' il piu' "caldo" di tutti: 45 attentati sui 145 dell'anno 1969. Quel pomeriggio di festa, nel padiglione della FIAT alla fiera campionaria e nell'ufficio cambi della Stazione Centrale che provocano alcuni feriti (ma solo per una serie di fortunate circostanze il bilancio delle vittime e' rimasto modesto: una strage poteva avvenire anche stavolta.)
Vengono subito fermati una quindicina di anarchici, indicati colpevoli da un'isterica campagna di stampa condotta da tutti i giornali del'arco borghese, da quelli dichiaratamente di destra a quelli considerati moderati. Altre indagini in direzioni diverse non vengono nemmeno tentate. Eppure i fascisti a Milano non scherzano a maneggiare l'esplosivo: nelle settimane precedenti anno lanciato bombe a mano e uncendiarie contro tre sedi del PCI, ordigni vari contro "Unita'", "L'AMPI", un circolo di sinistra e una galleria d'arte, hanno sparato contro una sezione comunista e, il 12 aprile, hanno gettato due bottiglie molotof contro l'ingresso dell'ex albergo commercio, occupato e trasformato in Casa dello studente e del lavoratore, colpendo due ragazzi che hanno rischiato di morire bruciati vivi. Degli anarchici arrestati, alcuni vengono rilasciati. Gli altri -Paolo Braschi,Paolo Faccioli,, L'architetto Giovanni Coradini e sua moglie Eliane Vincileone- rimangono in galera. Si aspetta un mese per controllare i loro alibi e interrogasre i testimoni; cinque mesi per interrogare gli stessi imputati. Il giudice istruttore e' Antonio Amati, il funzionario di polizia che piu' degli altri segue le indagini e' Luigi Calabresi: gli stessi accusatori del 12 dicembre. Non emergono ne prove ne indizi eppure si respingono tutte le istanze presentate dagli avvocati dei coniugi Corradini con ordinanze di rigetto abnormi proprio perche' sprovviste della lista degli indizi a carico. Il caso supera i confini nazionali, se ne occupano i giornali stranieri, il Tribunale dei Diritti dell'Uomo. Ma gli anarchici rimangono in galera (5). E ai loro compagni che in quei mesi hanno dato vita a una serie di manifestazioni di piazza e di scioperi della fame per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica, si risponde con la violenza, le cariche della polizia e le incriminazioni. Il 26 settembre cinque cittadini denunciano il questore Marcello Guida, il vicequestore, i commissari Calabresi e Pagnozzi e alcuni agenti per attentato ai diritti politici dei cittadini, abuso d'ufficio (Calabresi ha inseguito e malmenato un fotografo durante una ma manifestazione), omissione in atti d'ufficio, concorso in percosse e lesioni. Il quotidiano di destra "La Notte" (6) apre tra i suoi numerosi lettori una sottoscrizione a favore della polizia: soldi per i "tutori dell'ordine che di questi tempi hanno tanto da fare e da rischiare e sono cosi mal pagati." Le bombe del 25 aprile sono scoppiate tre giorni prima che la camera dei deputati iniziasse il dibattito sul disarmo della polizia in funzione di ordine pubblico: una proposta che fa sorridere, con l'aria che tira.
Ma se non sono gli anarchici, chi sono gli attentatori del 25 aprile? Quando la stampa inglese pubblica il famoso e gia' cittato rapporto inviato dal ministero degli esteri di Atene al proprio ambasciatore a Roma, sulle possibilita' di un colpo di stato di destra in Italia, tra le altre cose vi si legge: "Le azioni di cui la realizzazione era prevista per epoca anteriore non hanno potuto essere realizzate prima del 20 aprile. La modifica dei nostri piani e' stata necessaria per il fatto che un contrattempo ha reso difficile l'accesso al padiglione FIAT. Le due azioni hanno avuto un notevole effetto."
Il circolo 22 marzo
A poche ore dagli attentati del 12 dicembre non solo si e' stabilito con grande sicurezza che la loro matrice politica e' anarchica ma si sta gia' cercando l'ideatore. l'organizzatore e l'autore della strage di Milano: Piestro Valpreda. 37 anni, di professione ballerino, disoccupato (7). E' milanese ma vive sopratutto a Roma dove fraquenta, come anarchico, il circolo 22 marzo in Via del Governo Vecchio. Viene riconosciuto dal supertestimone Cornelio Rolandi come "l'uomo con la borza nera" che egli dice di aver trasportato, pochi minuti dopo le quattro di quel pomeriggio di sangue, vicino alla banca di Piazza Fontana.
Con Pietro Valpreda sono coinvolti, con l'imputazione di associazione a delinquere e concorso in strage (8), altri cinque ragazzi del circolo 22 marzo: Roberto Mander, 17 anni, studente di seconda liceo, figlio di un direttore di orchestra; Emilio Borghese, 18 anni, figlio di un alto magistrato; Roberto Gargamelli, 19 anni, figlio di un cassiere della Banca Nazionale del Lavoro dove e' scoppiata una della bombe; Emilio Bagnoli 24 anni, studente d'architettura. Il sesto imputato e' Mario Merlino, classe 1944, laureato in filosofia, figlio di una famiglia della media borghesia romana; il padre e' avvocato, e' impiegato all'organizzazione cattolica Propaganda Fide.
Passata la confusione frenetica dei prìmi giorni d'inchiesta, quando si comincia ad andare a guardare con calma la biografia politica degli imputati, la presenza fra esse di Mario Merlino fa tirare un sospiro di sollievo tra i cronisti dei giornali di sinistra. Merlino e' un ex fascista, si e' recato di recente in viaggio nella Grecia dei Colonnelli ed e' il fondatore del 22 marzo: ergo, invece che a degli anarchici, qui si e' di fronte a degli "anarco-fascisti", "piu' vicini a Goebbels che a Bakunin", secondo quanto scrive frettolosamente il settimanale comunista "Vie Nuove". E gia' che c'e', per definire meglio l'ambiente, il giornalista ci aggiunge il solito pizzico di droga.
I conti a questo punto, oltre che alla polizia e al pubblico ministero, quasi tornano anche alla sinistra italiana: in fondo se le cose stanno davvero cosi', se non si tratta nemmeno di anarchici, ma di anarco-fascisti, perche' Pietro Valpredas non pòotrebbe davvero essere l'autore della strage di Milano? Salvo accorgesi subito dopo, quando i particolari si definiscono meglio, che si e' fatta una grande confusione, si e' rischiato di cadere nella trappola: neanche quella dell'estremismo anarchico, di sinistra, colpevole, ma l'altra trappola, ben piu' pericolosa, della colpevolezza degli opposti estremismi, di destra e di sinistra, anarchia e fascismo, che ormai si sono compenetrati, e assieme hanno ucciso.
Perche' non ci siano dubbi, per far opera di chiarezza assoluta, e' necessario qui definire esattamente chi e' Mario Merlino e quale ruolo egli ha svolto nel piano della preparazione degli attentati.
Mario Merlino Fascista
Gli anni dal 1962 al 1968 vedono Mario Merlino militare attivamente nei gruppi di estrema destra: Avanguardia Nazionale,Giovine Italia e Ordine nuovo. In prima fila nel corso di innumerevoli azioni squadriste egli nutre tuttavia ambizioni intellettuali (9). Passa ogni anno l'estate in Germania, di preferenza a Monaco e Francoforte. Tra il '65 e il '66 vi rimane sei mesi; al suo ritorno raccontera' di aver frequentato un campo clandestino di addestramento organizzato dai neonazisti tedeschi di "Nazione Europa" (10). In questi anni stringe stretti rapporti, tra gli altri con Stefano Delle Chiaie, Pino Rauti e con il deputato del MSI Giulio Caradonna.
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Mario Merlino compare per la prima volta mescolato alle forze di sinistra durante la battaglia di Valle Giulia che si combatte tra studenti e polizia ai primi di febbraio 68 davanti alla facolta' di architettura. Per Merlino che e' presente tra le file di un gruppetto di picchiatori fascisti di Avanguardia Nazionale, gli scontri di Valle Gilia sono su deu fronti: i camerati cercano di bastonare in parti uguali pliziotti e studenti, l'importante per loro e' provocare il massimo di incidenti. Il neofascismo romano a quella data e' infatti ancora incerto: con l'esplosione dell' "anno degli studenti" sono finiti i bei tempi in cui dominava incontrastato con le sue squadre di manganellatori nell'universita' romana. Che fare quindi? La nuova tattica dell'infiltrazione tra i gruppi di sinistra, il momento in cui i "nazimaoisti" tenteranno di confondere le acque col loro slogan "Hitler e Mao uniti nella lotta" sono ancora lontani. D' altra parte l'attacco frontale come una volta e' ormai impossibile.
Ci riprovano, certo, e il 17 marzo un manipolo di duecento picchiatori giunti da ogni parte d'Italia, gli onorevolo Almirante, e Turchi in testa, da l'assalto alla facolta' di lettere occupata dagli studenti e provoca gravi incidenti (lo studente Oreste Scalzone ha la colonna vertebrale fratturata). Anche in questa occasione Mario Merlino marcia con i fascisti. tuttavia questa fase sta per concludesi: il viaggio in Grecia che i giovani fascisti compiono nell'aprile 1968 segna una svolta definitiva. Il viaggio e' promosso dall' ESESI (11), la lega degli studenti greci fascisti in italia ed e' organizzata dal giornalista Pino Rauti del "Tempo" di Roma e da Stefano Delle Chiaie i quali scelgono tra i militanti di Nuova Caravella, Ordine Nuovo e l'ex Avanguardia Nazionale una quarantina di giovani che si sono particolarmente distinti nelle attivita' a favore del regime dei Colonnelli. Giunti ad Atene, i fascisti romani si recano in delegazione all'ambasciata italiana per presentare una nota di protesta "contro il modo in cui la "RAI-TV diffama il regime greco". Qualche giorno dopo appendono sul petto del ministro Pattakos un distintivo di Nuova Caravella: nella foto ricordo della cerimonia si vede anche Mario Merlino (Merlino quando sara' interrogato dal giudice dichiarera' che "non vi furono conferenze e non fummo ricevuti da personalita' ") Ad Atene i giovani fascisti italiani prendono anche contatti con il movimento nazista greco "4 Agosto" diretto da Costantino Plevris.
Da quel momento, tornasto a Roma, Mario Merlino cambia pelle. La cambia fisicamente, perche' comincia a vestire in modo dimesso e si fa crescere i capelli, poi anche barba e baffi. E la cambia politicamente: non sono passati quindici giorni dal rientro da Atene, che ha gia' fondato il gruppo XXII Marzo, (da non confondersi con il 22 Marzo, che verra molto piu' tardi). Un volantino diffuso nella citta' universitaria rappresenta la sua prima carta politica: il gruppo dichiara di "rifarsi alle esperienze del Maggio Francese e, in particolare, alle sue punte piu' avanzate: Danie Cohn Bendit e gli arrabbiati di Nanterre"
L'esordio in piazza avviene qualche giorno dopo, nel corso di una manifestazione di protesta indetta dal Movimento Studentesco romano davanti all'ambasciata francese. Dietro Mario Merlino, che sventola una grande bandiera nera con la scritta XXII Marzo; ci sono gli esponenti piu' rappresentativi del gruppo, e del neofascismo romano: Stefano Della Chiaie, Serafino Di Luia, Loris Facchinetti e l'ex legionario e para' Buffa, detto il Lupo di Monteverde. Mentre gli studenti si disperdono sotto le violente cariche della polizia, il XXII Marzo celebra il battesimo del fuoco incendiando con bottigli Molotof due auto parcheggiate a diverse centinaia di metri dal teatro degli scontri.
Il giorno dopo i quotidiani romani parlano con toni apocalittici di "piano preordinato", di "guerriglia cittadina", di "inutili vandalismi" e della "cieca violenza con cui i teppisti, manovrati dal PCI, hanno danneggiato e incendiato auto di privati cittadini" ("Il Tempo").
La provocazione non passa inosservata, gli studenti hanno riconosciuto tra i seguaci di Merlino i piu' noti esponenti del fascismo romano e il XXII Marzo, a neppure un mese dalla sua fondazione, cessa di esistere. Merlino non si scoraggia, da Cohn Bendit passa al libretto rosso del presidente Mao Tze Tung, da leader mancato si trasforma in semplice militante di base e avvicina un esponente del gruppo di sinistra Avanguardia Proletaria vantando certi contati politici che dice di avere con la redazione di "Etincelle", una rivista marxista-leninista svizzera. L'approccio fallisce: i suoi precedenti sono noti all'esponente di Avanguardia Proletaria.
Merlino ci riprova con il Partito Comunista d'Italia (linea rossa). qui non lo conosce nessuno e oltretutto lui si offre come semplice diffusore della rivista di Verona "Lavoro Politico", in attesa di essere ammesso al partito. Ma ancora una volta si tradisce. Viene fermato durante gli scontri con la polizia che seguono un tentativo di assalto contro la direzione del PCI in Via Delle Botteghe oscure organizzato da diversi gruppi fascisti, al termine di un comizio di Arturo Michelini. Il nome di Merlino compare nella lista degli arrestati pubbliata da tutti i giornali. D'ora in poi sara' piu' prudente nel mantenere i contatti con i suoi "ex" camerati.
Mario Merlino fascista e provocatore
La pausa estiva, della quale Merlino approfitta per compiere i suoi abituali viaggi in Germania, gli e' utilissima per cercare di farsi dimenticare. Per la rentree, nell'autunno-inverno 1968, sceglie la facolta' di Magistero occupata dal movimento studentesco. Il terreno e' propizio essendo la facolta' di piazza Esedra, non solo decentrata fisicamente ma, in parte, anche politicamente, rispetto alla citta' universitaria. Mentre occupa, Mario Merlino collabora a qualche seminario sulla riforma dei piani di studio e intanto propone ad alcuni studenti di partecipare ad un "corso" che egli sta organizzando.
TESTIMONIANZA N. 1
"Un giorno ci prese da parte e ci disse che se volevamo lezioni sul modo di fabbricare ordigni esplosivi lui sarebbe stato in grado di darcele. Aggiunse che un suo amico di 35 anni, che abitava fuori Roma, aveva un deposito di armi, tritolo e gelatina esplosiva, e che sarebbe stato disposto a fornirceli e a partecipare lui stesso, prche organizzate seriamente, perche' la polizia lo teneva d'occhio..."
Qualcun'altro intanto teneva d'occhio Mario Merlino. Un giorno, mentre si stava formando un corteo del movimento studentesco, l'assistente universitario M.D. gli confisca una bottiglia molotof che gli spunta dalla tasca dell'eskimo. La provocazione riesce poco dopo, durante la manifestazione di protesta contro la visita del presidente Nixin a Roma: Merlino lancia una bottiglia incendiaria contro la vetrina della ditta americana Minnesota e la polizia, che segue da vicino gli studenti, da il via alle cariche che si concludono con decine di fermi. Alla fine di febbraio 1969 Merlino si ripete in un altro "a solo" al termine di una perotesta davanti alla RAI-TV, quando gia' il corteo si sta sciogliendo, lancia con una fionda un bullone di ferro che infrange il parabrezza di una Jeep della polizia. Seguono cariche, scontri, feriti, fermi e denuncie. Fa il bis un mese dopo, nella manifestazione per i fatti di Battipaglia. Cambia solo il bersaglio, il parabrezza di un furgone della polizia invece che quello di una Jeep, ma il risultato e' identico. Questa volta pero' viene fermato anche lui, denunciato e processato per direttissima: esce di galera l'11 aprile, con una assoluzione e un'ottima referenza che gli serve a entrare in un collettivo di studenti comunisti che stanno preparando un essame di filosofia. Nessuno sospetta di lui fino al giorno in qui smarrisce una agendina che contiene tutti i nomi e i relativi numeri di telefono dei piu' noti esponenti del neofascismo romano (12). Messo alle strette Merlino fa publica autocritica: ammette di aver svolto "per un certo periodo" il ruolo di provocatore ma sostiene di essersi pentito e di mantenere con i camerati solo rapporti di amicizia non politici. Per rafforzare la tesi della "conversione" aggiunge: "Quando fui fermato per la manifestazione di Battipaglia un funzionario della squadra politica mi ptomise che non mi avrebbe deunciato e che, anzi, mi offrivano centomila lire al mese se accettavo di svolgere la funzione di confidente negli ambienti del movimento studentesco. Io rifiutai decisamente, preferendo la denuncia."
Allontanato dal collettivo, Merlino parte per Rimini, dove dice di avere una casa. Al ritorno avvicina alcuni iscritti all'Unione dei Comunisti Italiani, si informa sul loro programma politico e la consistenza organizzativa, chiede di entrare a farne parte. Ma ormai le notizie sulla presenza di spie e provocatori, veri o presunti, si sono moltiplicate e hanno creato allarme. La richiesta di Merlino viene accolta con riserva, si vuole prima accertare la consistenza delle voci che circolano sul suo conto.
L'attesa non e' lunga. Nel mese di maggio, subito dopo l'attentato al palazzo di Giustizia di Roma, Mario Merlino chiede ad un iscritto all'Unione un grosso favore: ha paura di subire una perquisizione e deve nascondere del materiale compromettente. E' disposto il compagno a tenerselo per qualche giorno, sino a quando si saranno calmate le acque? Quello dell'Unione dice apposta di si e Merlino gli consegna alcuni metri di miccia e un numero considerevole di detonatori. Due giorni dopo la polizia compie una perquisizione nella casa del compagno il quale per' si era ssbarazzato del materiale il giorno stesso in cui l'aveva ricevuto.
Merlino con la sinistra marxista-leninista ha finito, Unione lo diffida dal presentarsi alla sede, dal frequentare le manifestazioni e dall'avvicinare i suoi iscritti.
Ritenta con le briciole. Alla vigilia del 2 giugno si e' aggregato a un gruppetto di Radicali che ha un'incontro con alcuni comunisti della Federazione Giovanile per concordare un'azione di volantinaggio comune da farsi da faersi durante la sfilata militare ai Fori Imperiali. L'appuntamento e' stabilito per l'indomani mattina alle 8 davanti alla sezione Campo Marzio. Ci va anche la polizia, che sequestra i volantini e porta tutti in Questura, per rilasciarli solo a sfilata conclusa (e per provocare una interpellanza alla Camera dove i deputati comunisti denunciano questo inammissibile fermo di polizia preventivo). Merlino no, non si e' presentato all'appuntamento, quella mattina si e' svegliato tardi.
Quando, precedentemente, era avvenuta la serie di attentati dinamitardi contro i distributori di benzina, proprio mentre era in corso un'aspra vertenza sindacale che opponeva i piccoli gestori alle grandi societa' petrolifere, Mario Merlino venne invitato dalla polizia a "collaborare" nelle indagini. Fece i nomi di F.P., L.R., e E.M.D., tre studenti che da tempo hanno abandonato gli ambienti dell'estrema destra. I tre vennero subito arrestati ma alla fine risultarono totalmente estranei agli attentati. Come mai Merlino sempre cosi' scrupoloso, quella volta ha messo la polizia su una falsa pista? La risposta salta fuori qualche tempo dopo, quando viene identificato il vero responsabile. E' Mario Palluzzi, organizzatore di un vero e proprio racket che estorceva denaro ai gestori che non partecipavano allo sciopero con minacce di rappresaglie dinamitarde. Ma Mario Palluzzi e' anche qualcos'altro: e' il capo dell'UNSI, il sindacato dei benzinai fascisti, ed e' un'ex di Avanguardia Nazionale, oltre che intimo amico di Stefano Delle Chiaie, a sua volta legato a Merlino.
Il chiosco dove prestava servizio era, tra l'altro, abituale luogo di riunioni per il gruppo di fascisti dell'ex Avanguardia Nazionale e di Ordine Nuovo. Afrontato da uno degli studenti che ha denunciato, Mario Merlino si giustifica dicendo che la delazione gli e' stata estorta durante una delle sue crisi di epilessia, e rilascia anche una dichiarazione autografa in cui ammette di essere un confidente.
Nel settembre 1969 a Mario Merlino, ormai definitivamente bruciato in tutti gli ambienti della sinistra extraparlamentare, sono rimasti solo gli anarchici come possibile terreno di provocazione. Avvicina il giovane G., si fa passare per perseguitato dalla polizia e chiede di essere presentato al circolo Bakunin di Via Baccina.
TESTIMONIANZA N. 2
"All'inizio aveva un'atteggiamento riservato anche se cordiale. Si definiva anarchico ma non partecipava quasi mai alle discussioni sule teorie e le prassi libertarie; mi sebro' che avesse nozioni molto vaghe sula teoria del'anarchia. Era un abile parlatore, ma quando si approfondiva questo argomento, o lasciava cadere il discorso, oppure si limitava a darmi ragione."
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Nel frattempo Merlino trova il tempo di partecipare al convegno di studi organizzato dal MSI al Terminillo, durante il quale Giulio Caradonna tiene una relagione sul tema "Genesi del colpo si stato"
Quando Merlino arriva al Bakunin gli iscritti al circolo sono divisi in due frazioni. C'e' una maggioranza, che e' posta sotto accusa da un gruppo di giovani, tra cui Pietro Valpreda ed Emilio Bagnoli. Burocratismo, dirigismo, incapacita' di cogliere le nuove prospettive politiche create dall'esplosione delle lotte operaie e studentesche: queste le accuse dei giovani, che a loro volta vengono tacciati di avventurismo dai piu' anziani. L'ingresso di Mario Merlino, che si lega subito al gruppo degli "arrabbiati", contribuisce a peggiorare sensibilmente la situazione. Alle denunce di essere, ancora in contatto con i fascisti, e confidente della polizia, lui replica dicendo che "i vecchi" del Bakunin usano le calunnie per coprire le vere ragioni del loro dissenso, che sono politiche. Merlino e' il primo a sostenere esplicitamente la necessita' di una scissione, onde formare un nuovo circolo. Per questo si offre anche di reperire i fondi necessari, 150.000 lire che gli sarebbero state promesse da un imprecisato "gruppo cattolico".
Nonostante la crisi, l'attivita' del Bakunin prosegue, tra i baraccati della periferia romana e gli operai della FIAT in sciopero.
Merlino comincia a fare delle proposte.
TESTIMONIANZA N. 3
"Mi chiamo' in disparte e mi chiese se ero disposto a partecipare a una azione notturna contro la FIAT. Si trattava di lanciare delle bottiglie molotof. Io avrei dovuto accompagnarlo con la mia macchina. Gli risposi che non ero d'accordo e lui non insistete. Mi disse tuttavia che gli dispiaceva di avermi sopravvalutato".
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Sempre assiduo nella vita del circolo, solo il sabato e la domenica Merlino non si fa vedere, dice che va a trascorrere i week- end ai Castelli Romani per fare un po' di footing e ossigenarsi. Invece partecipa ai campeggi "a cielo aperto" dell'associazione neofascista e paramilitare Europa Civilta' nell'Alta Sabina e nel Parco Nazionale degli Abruzzi, organizzati dal vecchi amico Loris Facchinetti. Quando rimane a Roma, la domenica mattina va alla messa delle dieci nella chiesa del convento delle suore di Via Montanelli, luogo di convegno di cattolici integralisti.
Merlino e' un fervido commentatore dei brani evangelici che vengono discussi collettivamente, Ma la sua fede non gli impedisce durante lo sciopero della fame degli anarchici sulle gradinate del Palazzo di Giustizia, di esibirsi con in mano un cartello con lo slogan "Ne dio ne stato, ne sevi ne padroni". Il lungo sciopero della fame e' fatto, a Roma come a Milani, per protestare contro la carcerazione illegale degli anarchici incolpati degli attentati del 25 aprile.
In quei giorni Merlino ripete le sue proposte ad altri giovani del Bakunin.
TESTIMONIANZA N. 4
"Merlino mi confido' che aveva intenzione di organizzare un corso per la fabbricazione di bombe e che di questo progetto aveva gia parlato a R. Disse che Stefano Delle Chiaie, quando militavano assieme nelle organizzazioni fasciste, lo aveva istruito su questo argomento e che sarebbe stato in grado di farci delle lezioni. Aggiunse che aveva una pellicola da sviluppare dove erano illustrati i vari modi di fabbricazione degli ordigni esplosivi"
TESIMONIANZA N. 5
Merlino una volta invito' me e tre altri due anarchici del circolo Bakunin in casa sua per discutere "alcune cose molto riservate". Non ricordo con esattezza il periodo ma credo che fossero gli ultimi giorni di settembre o i primi di ottobre. Quando arrivammo da lui lo trovammo assieme a un suo amico, un certo Roberto, che si presento' come un ex camerata, convertitosi all'anarchia. Disse che aveva un'edicola all'EUR. Dopo un breve preambolo Merlino ci propose la costituzione di un commando terroristico, dicendo che una persona a lui molto vicina era in possesso di materiale informativo sulla fabbricazione di ordigni esplosivi. Il suo amico aggiunse che lui era in grado di procurarsi del "materiale". Merlino ci invito' a casa sua due volte. la prima volta ci propose una azione di sabotaggio alla FIAT di Viale Manzoni, organizzata in questo modo: alcne auto avrebbero bloccato le vie adiacenti per ostacolare l'arrivo della polizia, mentre gli altri compagni sarebbero penetrati all'interno e, dopo aver tagliato con dei coltelli i tubi dei distributori, avrebbero appiccato fuoco alla benzina fuoriuscita. Cosi- disse- sarebbe saltato tutto in aria.
La volta successiva ci propose di assaltare una caserma situata nei pressi di casa sua, della quale diceva di avere una mappa dettagliata, per portare via armi e munizioni. In questa occasione era presente alla riunione un'altro suo amico , che noi non conoscevamo, il quale ci disse di essere in possesso delle piante dei vari trealicci della televisione che si potevano fare saltare. Aggiunse che se le era procurate quando era disegnatore, presso l'ingegnere che aveva realizzato il traliccio TV di Viareggio. Noi, comunque, lasciammo cadere queste proposte perche' contrarie al nostro concetto di "azione esemplare".
Infatti, l'unica azione esemplare che il gruppo di anarchici realizzo'. e' la costruzione, eseguita nottetempo, di un muro di mattoni in mezzo a un cortile di un caseggiato popolare i cui inquilini erano stati sfrattati a scopo speculativo (13).
Il 23 ottobre 1969, per l'anniversario della battaglia di El Alamein e' previsto a Roma il raduno nazionale di paracadutisti e i fascisti si mobilitano per dare un tono nostalgico alla manifestazione.
Gli "arrabbiati" del Bakunin decidono di diffondere un volantino di protesta e Mario Merlino si offre di estenderne il testo. Quando le copie sono gia' stampate e pronte per essere distribuite, vengono bloccate da alcuni anarchici che giudicano il contenuto politicamente scorretto e provocatorio, e impongono che sia tolta la firma " Circolo Bakunin"
Il nuovo episodio esaspera la polemica all'interno del Bakunin. Negli stessi giorni esce nella rivista "Ciao 2001" un'inchiesta sui gruppi minoritari di destra e fra essi e' citato il "gruppo anarco-fascista XXII Marzo, fondato da Mario Merlino". Si tratta di un'inesattezza, nel senso che il gruppo non esiste piu' da oltre un anno, ma e' un'altra occasione (prefabbricata?) per aggravare i dissensi all'interno del circolo. Merlino fa l'indignato e cerca di coinvolgere altri nella sua protesta, sostenendo che e' giunto il momento di dare forma consistente al loro dissenso. Inoltre, dice, c'e' la prospettiva di chiedere, una smentita e un risarcimento danni alla rivista che lo ha "diffamato". "Ciao 2001", per evitare noie, pubblica un nuovo articolo, consistente in un'intervista collettiva ai dissidenti del bakunin con relative fotografie in cui abbondano i pugni chiusi e i medaglioni con la A cerchiata. Il tutto viene ricompensato con 40.000 lire.
I soldi seviranno per pagare il primo affitto di una sede e il circolo creato dagli scissionisti del Bakunin si chiamera' 22 Marzo, dove i numeri arabi sostituiscono quelli romani del vecchio gruppo fondato da Merlino nella primavera del 1968. Con lui se ne vanno Pietro Valpreda, Emilio Bagnoli, Roberto Gargamelli, Emilio Borghese e un'altra quindicina di giovanissimi. In attesa di trovare una sede decidono di riunirsi nel negozietto di lampade liberty in via del Boschetto che l'anarchico Ivo De Savia, rifugiato all'estero renitente alla leva, ha lasciato al suo amico Pietro Valpreda.
Mario Merlino prima delle bombe
Tra il 9 e il 10 novembre 1969 Mario Merlino parte per il nord, dice cha va a Modena e poi a Venezia per partecipare ai lavori di coordinamento del gruppo di sinistra Lotta Continua. Ma e' falso, la sua presenza a Venezia e' esclusa. Il 18 novembre alla viglia dello sciopero generale per la casa (Merlino e' tornato a Rom,a da due giorni) gli anarchici del nuovo 22 Marzo tengono due riunioni. La prima, allargata, per discutere i modi di partecipazione al corteo autonomo organizzato dal movimento studentesco, la seconda, ristretta. alla quale inervengono solo Merlino ed altri due.
TESTIMONIANZA N.6
"Merlino ci rivelo' che, da fonti sicure, aveva appreso di una provocazione che i fascisti stavano organiggando contro il corteo. Bisognava prepararsi a respingerla, disse. Propose di preparare delle molotof da tenere a disposizione, durante il corteo, in caso di necessita'. Ci lasciammo dandoci appuntamento la mattina successiva alle oto davanti al negozio di Via del Boschetto, dove dovevano trovarsi anche gli altri."
Il mattino del 19 all'appuntamento in Via del Boschetto ci sono tutti, mrno Mario Merlino che anche questa volta, guarda caso, non si e' svegliato in tempo. Arriva, al suo posto, la polizia, che perquisisce il negozio e ferma tutti i presenti. In Questura, durante l'interrogatorio, agli anarchici viene contestata l'intenzione di aver voluto compiere attentati con bottiglie molotov (14).
Il 22 novembre Merlino si presenta nella sede del circolo in Via del Governo Vecchio, appena inaugurata, con un nuovo personaggio. Si chiama Pio D'auria, ha 24 anni, fa il venditore ambulante di libri per la casa editrice Rizzoli, e' fascista. Fisicamente ha una certa somiglianza con Pietro Valpreda (15 e 15bis). Merlino lo presenta come "un ex camerata in crisi che guarda con simpatia all'anarchia". Il nuovo comincia a frequentare le riunioni del 22 Marzo, ma si tiene in disparte, non partecipa alle discussioni.
Si avvicina il giorno del grande raduno nazionale dei metalmeccanici: centomila operai sfilano per le vie di Roma. E' un momento di estrema tensione politica per l'Italia: i sindacati gestiscono le lotte contrattuali, ma gli slogans delle avanguardie rivoluzionarie sono stati fatti propri da migliaia di operai.
TESTIMONIANZA N. 7
"Il giorno dello sciopero nazionale dei metalmeccanici, il 28 novembre 1969, era assieme agli altri al corteo sindacale quando Merlino propose di andare a pranzo ai Castelli Romani. Partimmo con la mia macchina: Merlino, Pio D'Auria, Emilio Borghese e io. Merlino propose di andare a Frascati. Li giunti, telefono' a un suo amico. Dopo la telefonata ci disse di asdpetarlo perche' doveva andare a parlagli (16). Stette via una mezz'ora. Quando torno' andammo a mangiare in una trattoria e quindi ripartimmo per Roma. Durante il viaggio di ritorno Merlino ci propose: "e' l'occasione giusta per scatenare un gran casino; fermiamoci a un distributore di benzina, facciamo il pieno, prepariamo quattro molotof e confondiamoci trra la folla del comizio (dei metalmeccanici in Piazza del Popolo. n.d.r.) Appena capita l'occasione giusta, le tiriamo addosso a qualche camionetta della polizia" Pio D'Auria mi sembro particolarmente entusiasta dell'idea. Io e Borghese rifiutammo giacche' l'idea ci parve assolutamente improduttiva dal punto di vista politico. Fummo comunque ostacolati dal traffico e quando arrivammo la manifestazione era finita."
Da quel giorno Merlino non si fa piu' vedere al circolo: strano, e' sempre stato un frequentatore molto assiduo. Il 2 dicembre telefona a Emilio Bagnoli dicendogli di essere malato: pero' rifiuta, ringraziando, ogni visita dei compagni. Questi, preoccupati della sua salute, sei giorni dopo vanno ugualmente a casa sua. Lo trovano in piedi, sanissimo. Sono appena guarito, dice Merlino, e si fa finalmente vivo, il pomeriggio di mercoledi' 10 dicembre, nella sede di Via del Governo Vecchio che e' ancora in fase di allestimento. I compagni gli rinfacciano, scherzando, di essersi dato malato per non lavorare con loro.. Merlino lascia 3000 lire come contributo al circolo e se ne va dicendo che ancora per qualche giorno non si fara' vedere perche' si sta' "lavorando" alcuni cattolici che dovrebbero dare dei soldi. Chiede anche notizie di Valpreda e gli rispondono che il Pierto e' in partenza per Milano dove e' stato convocato dal giudice per un certo processo, una vecchia storia. Siamo alla vigilia della strage del 12 dicembre.
Mario Merlino delatore
Roma, verso le 9,30 di giovedi'sera 11 dicembre 1969. Alla fermata di Viale Manzoni, vicino a Via Liberiana,un ragazzo magro con i capelli lunghi e gli ochiali, infagottato in un eskimo color verde, aspetta il tram che porta verso Via Tuscolana. Quando sale a bordo, tre passeggeri, giovani come lui, lo guardano incuriositi: a ogniuno quella faccia sembra nota, ma sul momento non riescono a identificarla. Infine uno dei tre si ricorda. "Aho', ma quello e' Merlino". I tre lo chiamano e il ragazzo coll'eskimo si avvicina. Ma appare imbarazzato, nervoso, e al loro tentativo di fare conversazione, risponde ogni volta in modo da far cadere il discorso.
E' strano: Mario Merlino, che di solito e' cosi' loquace, questa sera non parla, quasi fosse infastidito per incontro imprevisto, "beh, come va il 22 Marzo?", gli chiedono, "E' in periodaccio, non si combina nulla", risponde, "Nio scendiamo. Tu che fai, dove vai?", "Niente, vado a trovare alcuni amici miei." I tre ragazzi scendono e il tram prosegue la sua corsa verso Via Tuscolana con a bordo Mario Merlino.
Dove sta andando? Chi sono gli "amici" con cui si deve incontrare? Dato che si tratta di stabilire comed uno degli imputati ha trascorso la sera precedente agli attentati, sarebbe logico supporre che chi svolge le indagini abbia rivolto a Mario Merlino domande del genere. invece, dal verbale di interrogatorio resi non risulta che gli sia stato chiesto nulla in proposito. Gli inquirenti,, mentre sono stati molto scrupolosi nel porre a Merlino domande su episodi e circostanze che riguardano gli altri cinque inquisiti (Valpreda,Mander, Bagnoli, Borghese e Gargamelli), lo sono stati molto meno nel chiedere sia ai cinque che a lui delle testimonianze sulla sua persona e sulla sua attivita' (17).
Sino dal primo momento quando, la sera del 12 dicembre, viene fermato e interrogato dalla polizia, Merlino svolge la parte del delatore, parla e parla, e sara' sopratutto grazie alle sue "confessioni" che si aarrivera' a incastrare gli altri ragazzi del circolo 22 Marzo. Ma perche' non si e' cercato di scoprire fino in fondo chi e' Merlino? Perche' non si e' andati a indagare nemmeno su cosa egli puo' aver fatto quella sera di giovedi' 11 dicembre, dopo che e' stato visto sul tram che porta in Via Tuscolana? Chi pu' aver incontrato in quella zona di Roma?
Presumibilmente la sua meta avrebbe anche potuto essere una di queste tre:
Primo: Via di Tor Caldara, che e' nei pressi della Via Tuscolana, dove abita Pio D'Auria, il suo amico fascista che e' stato indicato come uno dei possibili sosia di Piestro Valpreda.
Secondo: Via Tommaso da Celano che e' sempre nei pressi di via Tuscolana, dove al numero civico 119, risiede Stefano Delle Chiaie, il piu' noto boss del neofascismo della capitale, anch'egli molto legato a Mario Merlino.
Terzo: Via Tuscolana N. 572, dove c'e' l'abitazione di Leda Minetti. Lo stesso posto dove egli dira' di essersi recato il pomeriggio del giorno dopo, onde avere un alibi per il momento degli attentati, fornito dai due figli Minetti e dalla stessa donna (18). Se anche il giovedi' sera Merlino e' venuto qui, puo' benissimo essersi incontrato con Stefano Delle Chiaie che da dieci anni e' amico della Minetti e ne frequenta abitualmente la casa (19).
Insistere su questa possibilita' ha un significato preciso. Vuol dire che, se le indagini su Merlino fossero state piu' approfondite, sarebbe per forza venuta alla luce, spuntando da sotto la superficiale crosta dell' "anarchia", la sua vera figura di fascista e percio' di provocatore infiltrato con uno scopo ben preciso nell'ambiente del 22 Marzo. E a questo punto automaticamente, l'inchiesta non avrebbe potuto non tener conto della necessita' di estendersi anche agli ambienti e ai personaggi del neofascismo della capitale.
I fascisti ma chi sono questi fascisti romani del dicembre 1969? Per capirlo bisogna fare un pò di storia, partendo dalla primavera del 1969 come dalla data che segna la crisi di un certo tipo di fascismo, quello squadrista tout cour , manganellattore, prepotente e dichiarato, e che apre una fase del tutto inedita, durante la quale esso continua a svolgere il ruolo storico di mazziere della borghesia, ma adottando nuove tattiche. Dove l'impressione e' che tutte queste novita' che vedremo non rispondono solo a nuove esigenze di aggiornamento politico ma anche a un piano preciso, studiato e deciso sopra le teste dei fascisti, attuato grazie anche alla loro presenza e complicità.
III Capitolo
La crisi del fascismo squadrista
Nella primavera del 1968 il neofascismo romano è in crisi, battuto nel proprio feudo nazionale: l'universita'. il 15 marzo, nella facolta' di lettere occupata, l'assemblea permanente del Movimento Studentesco, discute il programma per l'indomani, che prevede un incontro con le delegazioni delle altre sedi universitarie, gli studenti medi e alcuni rappresentanti della UNEF parigina, del SDS tedesco e del Black Power americano.
A qualche centinaio di metri anche la facolta' di legge e' occupata, ma dagli studenti fascisti di Caravella e i Pacciardini di Primula Goliardica. Anche li si discute di "lotte contro il sistema", di "nuove strategie rivoluzionarie".
Nel pomeriggio un vicequestore, responsabile dell'ordine nella citta' universitaria, si presenta per avvertirli che "i comunisti stanno preparando un'attacco per domani". Gli studenti neofascisti non lo stanno nemmeno ad ascoltare, lo scherniscono. Lo stesso succede a Stefano Delle Chiaie che piu' tardi cerca di convincerli dell'assalto imminente dei "rossi". Qualcuno addirittura lo insulta, lui, il capo riconosciuto dell'estrema destra extraparlamentare, gridandogli "servo dei padroni" e "cane da guardia del capitale".
Durante la notte nello scantinato della facolta' scoppia una bomba che distrugge il locale delle caldaie e provoca un'incendio. Ma neppure questo attentato serve a creare una spicosi dell'attacco comunista trA i giovani di Caravella e Primula Goliardica. Ci si aspettava una loro reazione, chi ha bisogno di incidenti tra "opposti estremismi" per spazzare via la marea nascente della contestazione studentesca di sinistra, non ha tenuto conto della profonda crisi che travaglia anche i seguaci del "Credere Obbedire Combattere".
A provocare i necessari incidenti provvederanno, allora, gli squadristi di pelo vecchio. Il giorno dopo una colonna di circa 200 uomini giudata da Giorgio Almirante, Giulio Caradonna e Liugi Turchi marciano verso il Piazzale della Minerva gia' affollato di migliaia di militanti del Movimento Studentesco. Caradonna ha fatto le cose in grande: per l'occasione le sue squadre di picchiatori sono arrivate da tutte le parti d'Italia e sono armate di spranghe di ferro, bastoni e catene (1). Lungo la strada la colonna fa una sosta alla facolta' di legge per cacciare fuori gli studenti irresoluti, i camerati rammolliti, e convincerli a partecipare all'azione. Ma sono pochi quelli che si accodano. Lo scontro nel Piazzale della Minerva e' violentissimo. Superato il momento di sorpresa il Movimento Studentesco reagisce, caccia e insegue i fascisti che per la ritirata scelgono la facolta' di legge. Assediati da qualche migliaio di studenti esasperati, gli uomini di Caradonna lanciano dalle finestre tutto quanto hanno sotto mano, perfino scrivanie. e feriscono molti degli assedianti. Nonostante i lanci le porte stanno per cedere e i fascisti farebbero la fine che si meritano se non intervenisse provvidenzialmente la polizia a disperdere gli studenti (2). I fascisti fermati, che vengono scortati uno ad uno sino ai cellulari, sono 162. Fra essi ci sono anche Mario Merlino, Stefano Delle Chiaie e una decina di Bulgari reclutati nel campo profughi di Latina, i quali non saranno portati in Questura: la polizia li lascia andare in una zona tranquilla lontano dall'universita', All'onta di essere stati sconfitti, e salvati dalla polizia, i fascisti debbono aaggiungere l'amara sorpresa di aver visto tra gli studenti che li assediavano molti dei "camerati" di legge che essi erani venuti a "salvare dai rossi".
Battuto militarmente, isolato politicamente, con una base giovanile profondamente disorientata, pre il fascismo romano e' arrivato il momento di elaborare una nuova strategia., sia per sopravvivere, sia per continuare a fornire i servizi richiesti da chi lo paga.
Vita e opere di Stefano Delle Chiaie
Sino alla primavera del 1968, e a partire dagli inizi degli anni sessanta, le caratteristiche del fascismo romano, il piu' importante e organizzato a livello nazionale, erano state ben diverse. E' possibile, e utile, ripercorrere le tappe fondamentali della sua storia seguendo la vita e l'opera di uno dei suoi piu' importanti leader, Stefano Delle Chiaie, detto il caccola (che a Roma vuol dire basso di statura.) 34 anni, studente fallito di scienze politiche, ufficialmente di professione assicuratore.
Ex segretario della sezione missina del quartiere Appio dal '56 al '58. quell'anno il Caccola aderisce all'organizzazione neonazista Ordine Nuovo il cui fondatore a Roma e' il giornalista del quotidiano "Il Tempo" Pino Rauti, noto per aver coniato la definizione "La democrazia e' l'infezione dello spirito"
Nato ufficialmente su posizioni di dissenzo dalla linea parlamentaristica del Movimento Sociale, Ordine Nuovo -come del resto tutti gli gruppi e gruppetti frazionisti dal MSI- ha in realta' il doppio compito di ancorare ideologicamente i fascisti "puri" e piu' scatenati al controllo indiretto del partito e nello stesso tempo di assicurare al MSI la copertura necessaria per le sue attivita' a livello propagandistico-squadrista (3). Ma questo tipo di servizi non e' necessario solo al Movimento Sociale. Quando nel 1960 Stefano Delle Chiaie fonda i GAR (Gruppi di Azione Rivoluzionaria), viene contattato, per tramite di un deputato missino, da un funzionario del Ministero degli Interni: siamo ai giorni del governo Tambroni che si regge in Parlamento sui voti dell'estrema destra, ed e' utile che i GAR, i quali sino ad allora si sono limitati ad azioni squadristiche all'interno dell'Universita', programmino un'attivita' clandestina di appoggio allo stesso governo e alle forze politiche ed economiche che lo sostengono, in previsione dei mesi caldi e dei violenti scontri di piazza che stanno per arrivaare. Nel luglio Tambroni e' costretto a dimettersi ma la breve esperienza ha convinto molti dell'importante funzione che possono svolgere la squadre fasciste organizzate nei prevedibili futuri momenti di tensione e di tentativi reazionari.
Avanguardia Nazionale
Nel 1962 Stefano Delle Chiaie fonda Avanguardia Nazionale, forse il piu' importante, dopo Ordine Nuovo, dei gruppi dell'estrema destra extra parlamentare degli anni sessanta.
I reclutati provengono per la maggior parte dalla piccola e media borghesia, sono figli del ceto impiegatizio tradizionamente nostalgico, dei commercianti e dei nuovi imprenditori nati col boom economico,piu' alcune frange di sottoproletariato di borgata. I personaggi di maggior rilievo sono i fratelli Bruno e Serafino Di Luia, i fratelli Cataldo e Attilio Strippoli, i fratelli Coltellacci, Flavio Campo e l'allora giovanissimo Mario Merlino.
I finananziamenti sono consistenti: 300.000 lire al mese sono assicurate da un noto cementiere lombardo, altri soldi arrivano da alcuni notabili della capitale, e da ex gerarchi del regime fascista.
In pochi mesi Avanguardia Nazionale apre sezioni in Via Michele Amari, Via del Pantheon, Via delle Murate, Via Gallia, e al Quadraro, che diventa il covo principale dei picchiatori.
L'organizzazione di Delle Chiaie svolge bene i compiti per la quale e' stata creatwa, e che sono di tipo assai diverso. Nonostante sia ufficialmente in polemica col Movimento Sociale, per le elezioni dei 1962 Avanguardia Nazionale viene "affiliata" al candidato missino Ernesto Brivio meglio noto come "l'ultima raffica di Salo' ", ex brigatista nero ed ex uomo di fiducia del dittatore cubano Fulgencio Batista. L'anno seguente il gruppo fascista entra in contatto coi monarchici che stanno organizzando l'associazione paramilitare delle Camicie Azzurre.
Durante il congresso del MSI, che vede lo scontro tra i "duri" di Giorgio Almirante, ex direttore della "Difesa della Razza" e i "molli" del rag. Arturo Michelini, Avanguardia Nazionale si schiera coi primi, che dispongono di notevoli mezzi finanziari (4) e nel corso della campagna elettorale per le "politiche" mettono a si disposizione di Pino Romualdi, Luigi Turchi e Giulio Caradonna.
Ma per capire chi sta dietro Avanguardia Nazionale, oltre ai missini e ai soldi della Confindustria, succede sempre nel 1963, un'altro episodio significativo. A Roma, in visita al Papa arriva Ciombe', l'assassino di Patrice Lumumba, e a caricare gli studenti di sinistra che manifestano la loro protesta in Piazza Colonna, ci sono accanto dei poliziotti e delle S.S. (le squadre speciali di agenti in borghese agli ordini del commissario Santillo), i fascisti di Avanguardia Nazionale che per l'occasione sono armati degli stessi manganelli neri usati dalla polizia. Presente anche questa volta Mario Merlino che con il suo capo Stefano Delle Chiaie e' attivissimo nell'indicare agli agenti quali sono gli studenti piu in vista da inseguire e picchiare (5).
I precedenti del luglio '64
Agli inizi del 1964 Delle Chiaie ricomincia a teorizzare, come gia' ha fatto nel 1960, la necessita' di organizzarsi clandestinamente. Vanta certi contatti con ufficiali del SIFAR, sostiene che sta per succedere qualcosa di grosso e che bisogna prepararsi (6). In primavera, in diverse sezioni di Avanguardia Nazionale, si svolgono dei corsi teorico-pratici sulla tecnioca di fabbricazione degli ordigni esplosivi a miccia e a tempo. Le lezioni sono impartite dallo "scienziato", uno studente di ingegneria, meridionale, che e' anche l'autore dei manifesti del gruppo. Vi prendono parte un po' tutti i fedelissimi di Stefano Delle Chiaie, e in piu' Saverio Giacci, Paolo Pecoriello e Pio D'Auria. Non manca, naturalmente, Mario Merlino.
TESTIMONIANZA N. 8
"Mario Merlino mi disse che lui, Delle Chiaie e altri due erano stati avvicinati da un ufficiale dei carabinieri e da un sottufficiale, tale Pizzichemi o pizzichemini, non ricordo il nome, i quali gli avevano proposto di nascondere dell'esplosivo in alcune sezioni del PCI, che loro poi avrebbero provveduto a perquisire. Aggiunse che gli suggerirono,, come obbiettivi ideali degli attentati, la sede romana della DC, della Confindustria in Piazza Venezia e quella della RAI."
La provocazione contro il PCI non riesce perche' i tre fascisti che avevano cercato di infiltrarsi in una sezione comunista vengono riconosciuti e cacciati. Ma le bombe alla RAI e alla sede della Democrazia Cristiana scoppiano davvero. Per questi arrestati e condannati i fratelli Strippoli, Nerio Leonori, Antonioi Insàbato a Carmerlo Palladino, tutti di Avanguardia Nazionale.
Quando dopo qualche mese escono di prigione, i cinque accusano Stefano Delle Chiaie di averli traditi, perche' gli aveva garantito una "copertura" che in realta' non c'e' stata.
Nonostante abbiano molto da fare, i fascisti di Avanguardia Nazionale non trascurano quello che resta il loro territorio di caccia preferito, cioe' l'ambiente universitario. Il 25 aprile 1964, durante le celebrazioni della resistenza, assaltano gli studenti di sinistra, sotto gli occhi dei poliziotti impassibili, e nella notte del 26 giudati da Serafino Di Luia, irrompono nella Casa dello studente per farsi consegnare tre "sinistri", ne feriscono gravemente due e se ne vanno indisturbati cantando in faccia ai poliziotti che non sono intervenuti "il 25 aprile e' nata una puttana e gli hanno messo nome repubblica italiana". Il mattino dopo occupano la sede dell' ORUR, organismo rapprsentativo studentesco, ed espongono una bandiera con la svastica. Qualcuno protesta e i fascisti fanno una sortita, colpiscono a colpi di martello degli studenti tra i quali c'e' il figlio del professor Pasquale Saraceno, che riporta delle fratture guaribili in due mesi. La polizia si rifiuta sempre dio intervenire, cosi' come il rettore Ugo Papi al quale si sono rivolti alcuni docenti democratici, Gli studenti aggrediti ormai non sporgono neppure denuncia, anche perche' chi si decide a farlo viene minacciato personalmente di piu' gravi rappresaglie. E' in questo clima che il gruppo univeritario fascita Caravella ottiene la maggioranza assoluta nelle elezioni universitarie.
All'inizio del 1965 Avanguardia Nazionale accorre sollecita al richiamo di Giorgio Almirante che si appresta a scatenare un'altra offensiva contro la gestione "molle" del segretario Arturo Michelini al congresso del MSI di Pescara. I lavori si trasformano in una gigantesca rissa. Dopo essersi scannati in pubblico Michelini e Almirante si accordano in privato: il primo conservera' la segreteria del parito, al secondo andra' la carica di presidente del gruppo parlamentare missino alla camera. Alcuni delegati al congresso scrivono delusi: "Il MSI e' un porcaio in cui alcune migliaia di imbecilli fanno la coda per avere l'onore di riempire la greppia a quattro ruminanti. Ma Stefano Delle Chiaie non si scandalizza. Promuove l'unita' dei gruppi universitari di destra, sempre divisi sul problema del controllo dei fondi dell'organismo rappresentativo. Avanguardia Nazionale, Caravella, Ordine Nuovo, i pacciardiani di Primula Goliardica, uniti danno il via a una nuova sereie di violenze. Il 12 aprile 1965 arrivano al punto di interrompere la lezione che Ferruccio Parri sta tenendo all'istituto di Storia Moderna. Inneggiando al fascismo, lanciano candelotti lacrimogeni nell'aula, picchiano degli studenti e insultano e prendono a spintoni lo stesso Parri (7), il rettore Papi non interviene. La polizia ferma e identifica gli studenti aggrediti, lasca che gli aggressori si allontanino indisturbati. Sono gli stessi che in quei giorni, aizzati da una campagna razzista condotta dal "Tempo" e dal "Messaggero", danno la caccia ai "capelloni" di Piazza di Spagna.
Alla vigilia del congresso nazionale del PCI, nel'inverno del 1965, apaiono sui muri di Roma migliaia di fassi manifesti stalinisti volti a fomentare la scissione del partito: trai vari "committenti" di Avanguardia Nazionale non potevano mancare i Comitati Civici.
L'entrismo
Improvvisamente, nel 1966, Avanguardia Nazionale si scioglie per rendere operatica la nuova politica "entrista" che Stefano Delle Chiaie ha elaborato. Il programma si articola grosso modo in tre punti:
1) I camerati piu' "duri" come Flavio Campo, Serafino Di Luia, Saverio Ghiacci, devono scomparire per qualche tempo dalla circolazione onde rifarsi una verginita' politica in previsione di nuovi e piu' impegnativi compiti;
2) Altri camerati rientreranno nel MSI per occuparvi posti chiave. Cataldo Strippoli diviene dirigente nazionale giovanile, suo fratello Attilio segretario provinciale del partito, Coltellacci, Perri, Di Giovanni ed altri entrano nel gruppo universitario Caravella. Mario Merlino, grazie ai suoi buoni rapporti con Gilio Caradonna, sara' il nuovo segretario provinciale della Giovane Italia che raggruppa gli studenti medi;
3) Stefano Delle Chiaie il capo, resta invece nell'ombra con funzioni di coordinatore. Gli rimangono al fianco Nerio Leonori e Carmelo Palladino, noti "bombaroli".
Si tratta in realta' di una scissione simulata perche' il gruppo di Avanguardia Nazionale continuera' a frequentarsi. Anche la sua sede piu' importante, quella di Via del Phanteon, rimane aperta.
In quel periodo Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino si fanno vedere spesso in giro con un tele Jean, un francese dell' OAS che essi presentano ai camerati come istruttore militare ed esperto in esplosivi. Assieme al francese, secondo quanto dira' un giorno Merlino, depongono una notte un ordigno esplosivo presso l'Ambasciata del Vietnam del sud, "per far ricadere la responsasbilita' sulla sinistra." I contatti di Avanguardia Nazionale con elementi del'estrema destra internazionale non sono nuovi.Uomino dell'OAS entrati clandestinamente in Italia sono stati aiutati da loro, uno e' stato ospite per diverso tempo nella casa di Sertafini Di Luia in Via Gallipoli. Stefano Delle Chiaie compie frequenti viaggi in Spagna, Austria, Germania, e nel 1962 ha partecipato, a Londra, al congresso per la costituzione dell' Internazionale Nera promosso da Colin Jordan, capo del Partito Nazionalsocialista inglese.
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