GALASSIA

Voci dell'Anarchia

pubblicazione a cura dell'Associazione Culturale Anarchica (Via Torricelli 19 Milano tel/fax 02 8321155).


Presentazione

Con queste otto pagine vogliamo ricordare i 30 anni che sono trascorsi dalla strage di stato ad oggi.
Anni che hanno visto inchieste, denunce, documenti inediti, anni che hanno visto impegnato il movimento anarchico in prima persona ribadire che gli anarchici non c'entrano, che la strage è di stato, e Pinelli è stato ASSASSINATO. Vogliamo RICORDARE quei momenti non con un'analisi di oggi, ma vogliamo ricordarlo con articoli di allora, articoli tratti da Umanità Nova, l'Internazionale e Rivista Anarchica di allora.
Un modo questo, per capire il Movimento di allora rileggendo quello che è stato scritto


I mostruosi attentati di Milano e di Roma, come quelli che quotidianamente vengono perpetrati contro le sedi ed uomini dei movimenti di sinistra, non possono essere opera di anarchici, ma solo di agenti provocatori al soldo dei centri organizzativi di un colpa di destra.
Coloro che hanno degli anarchici, della loro storia, della loro dirittura morale e della loro passione nella lotta di ogni giorno per la liberazione dell'uomo dallo sfruttamento e da ogni forma d'autoritarismo, una sia pur minima conoscenza, sanno che noi respingiamo con forza ogni atto di violenza fredda e calcolata che ricordi da vicino gli orrori e le stragi compiute dai fascisti durante il loro ventennale regime tirannico e dai nazisti nelle cento "Marzabotto" d'Europa.
La Federazione Anarchica Italiana, nel mentre afferma la sua fiducia che presto piena luce verrà fatta soprattutto sui mandanti della strage di Milano da ricercare in una palese congiura provocatoria delle destre fasciste - le sole a poter trarre profitto dalla tensione creata artificiosamente nel Paese - e su cui le indagini della magistratura e della polizia mostrano di avere "strane" esitazioni, respinge fermamente ogni riferimento, sia pure semplicemente allusivo, implicante responsabilità sia pure indirette del movimento anarchico, dei suoi uomini e della sua ideologia, avanzato dalla stampa reazionaria o sedicente "indipendente" che , troppo precipitosamente accoglie e qualche volta anticipa le versioni contraddittorie della polizia.
Il linciaggio morale degli anarchici non verrà consentito a nessuno, come nessuno potrà mai impedirci di essere noi stessi accusatori di un sistema che tollera la sopraffazione e volutamente ignora - quando non favorisce - i quotidiani attentati alla vita e alla libertà dei cittadini.
Circa il presunto "suicidio" del nostro compagno Giuseppe Pinelli, "gettatosi" dal quarto piano del palazzo della questura milanesi dopo quattro giorni di interrogatori senza sosta - testimoni "credibili" solo i quattro poliziotti interroganti - ci rifiutiamo di credere all'interessata versione poliziesca. Alibi incontestati e passato di militante anarchico del nostro compagno, escludono nel modo piu' assoluto che il povero Pinelli fosse spinto da un qualsiasi motivo al suicidio.
La Federazione Anarchica Italiana, nel mentre rinnova il suo orrore e raccapriccio per l'assurda e bestiale strage di Milano, reclama piena luce anche sul dramma che ha causato la morte del nostro compagno - episodio del tutto simile a quelli che avvengono nelle sentine dei paesi fascisti - affinché sia data valida risposta agli atroci dubbi che tormentano l'opinione pubblica e noi.

Savona 20 Dicembre 1969
Commissione di Corrispondenza Federazione Anarchica Italiana


 

TUTTO IL MOVIMENTO ANARCHICO RESPINGE CON SDEGNO
E FERMEZZA LE PROVOCAZIONI REAZIONARIE


I fatti sono noti. Delle bombe sono state fatte esplodere in istituti bancari, a Roma e a Milano.
In quest'ultima città, l'esplosione ha provocato 14 morti e parecchie decine di feriti. Una strage, una strage che nessun uomo dotato di mente e di cuore ha saputo spiegarsi, che nessun anarchico, uomo di cuore e di mente per eccellenza, può spiegarsi.
Eppure la strage c'è stata. Eppure qualcuno, pazzo o avventuriero al soldo di qualche potente e misteriosa organizzazione che si prefigge scopi in ogni caso disumani, ha distrutto tanti innocenti vite, ha gettato nel dolore tante famiglie, ha improvvisamente provocato uno stato di sgomento e di ira in tutto il paese.
Come può essere avvenuto tutto questo? Chi può aver armato la mano a individui la cui mente e il cui cuore sono chiusi ad ogni sentimento di umana pietà? Quali scopi si volevano prefiggere i mandanti?
Sono questi gli interrogativi del momento, gli interrogativi che tutti si pongono e che finora, qualunque cosa si scriva o si dica, non hanno avuto alcuna risposta persuasiva. Eppure si e' cercato, si è voluto da più parti dare una risposta a quegli interrogativi, una risposta che oltre a non soddisfare la gente comune, l'uomo della strada, contiene in sè tutti gli elementi per distorcere la realtà o, quanto meno, per darle un colore e un significato che la logica si rifiuta di accettare, malgrado le forzature di alcuni particolari del resto ancora da chiarire e che noi, purtroppo, dubitiamo vengano chiariti nella maniera più completa e assoluta.
La risposta che si è voluto dare da più parti vorrebbe colpirci più direttamente. Vorrebbe colpirci nelle nostre idee, nei nostri propositi, nella nostra vita di militanti votati ad una sola causa: la causa, come diceva il nostro Malatesta, della libertà e della giustizia per tutti. Ebbene, noi la respingiamo questa risposta, la respingiamo con sdegno unito a una grande amarezza.
La strage di Milano non ha, non può avere il marchio dell'Anarchia.
Noi non sapemmo, non potremmo costruire la società armoniosa e libera per la quale ci siamo sempre battuti, infierendo disumanamente sulla povera gente. Se così facessimo, rinnegheremmo i più elementari prìncipi che sono alla base delle nostre convinzioni. Come siamo convinti che alla libertà bisogna andare con mezzi di libertà, così siamo convinti che ad una umanità nuova bisogna andare con mezzi umanitari.
Non siamo, è vero, pacifisti alla maniera di tanta "brava gente" timorata di dio e del padrone. Alla violenza dei potenti, abbiamo sempre fatto scudo colla nostra irrinunciabile, legittima difesa.
Noi vogliamo combattere, come abbiamo sempre combattuto, le cause di tutti i nostri mali sociali. Per questo siamo rivoluzionari, per questo rigettiamo i compromessi, i dialoghi, le alleanze con chi vuole difendere e conservare le iniquità che caratterizzano questa società. Per questo tanti nostri compagni sono morti, per questo abbiamo affrontato le persecuzioni le più odiose e disumane dei governi e delle polizie di tutto il mondo. Per questo, con disagi inenarrabili, con gravi sacrifici personali e familiari, abbiamo portato avanti la nostra umana battaglia.
Ora, con inaudita, mostruosa provocazione, si vorrebbe farci apparire per uomini diversi da come realmente siamo, si vorrebbe farci apparire per uomini sognanti stragi e vendette, assetati soltanto di sangue umano! No! la nostra coscienza di uomini onesti, di uomini votati ad una idea di fratellanza fra le genti, si ribella fra le genti, si ribella ad un disegno così mostruoso.
Tutto il movimento anarchico respinge con sdegno e fermezza questa vile e reazionaria provocazione e chiama a testimoni della sua coerente e umana battaglia i lavoratori, gli antifascisti, i partigiani d'Italia.

Luciano Farinelli


LA DICIASSETTESIMA VITTIMA


Pinelli è morto. Pinelli non è più. Invano le piccole Claudia e Silvia attenderanno il suo ritorno, cercheranno il suo volto fra le mura della modesta casa di operai. Inutilmente andranno alla ricerca della sua voce. Della cara voce del loro papà, spezzata per sempre in quell'ultimo grido lanciato nell'orrenda caduta dal quarto piano della questura di Milano.
Le dolci ore di una calda intimità sono finite. Distrutte per sempre. Ora restano soltanto i ricordi. Gli affettuosi ricordi di un tempo, di quando il "Pino" vi prendeva in braccio, delle allegre risate, del suo sguardo che si posava teneramente sui vostri volti. Uno sguardo pieno di intenso amore.
E' così che dovrete ricordarlo. Forte e ridente, mentre tenendovi per mano vi portava incontro alla vita. Poichè egli amava intensamente la vita con le sue gioie e con i suoi dolori e credeva fermamente nell'avvenire di un mondo migliore fatto di libertà e di uguaglianza sociale. Non vi crucciate se hanno tentato di macchiare il suo nome.
Il male dell'uomo è antico e non si risparmia neanche la memoria dei morti. Ma verrà un giorno in cui il volto del vostro papà risplenderà come un raggio du sole nel caldo mattino di una meravigliosa primavera. Per adesso, a coloro che vi domanderanno chi era, rispondete semplicemente: era un uomo libero.
Noi che siamo rimasti a continuare la sua lotta, la lotta per un'umanità di giustizia e di amore, difenderemo ad ogni costo il suo nome, in attesa della verità.
Il ricordo del "Pino" ci guiderà nel duro cammino per abbattere le cruente barriere dell'egoismo e dell'odio. finchè un'era di pace fraterna risplenderà sulla terra.
Per questa lotta contro il privilegio e la diseguaglianza sociale ci batteremo fino in fondo. E sia ben chiaro: anche se amiamo disperatamente la vita, non abbiamo paura della morte.

Renzo


"Malgrado" polizia e magistratura, una qualche luce sul terrorismo "strategico"

BOMBE DELLA DESTRA RICERCATE A SINISTRA


Noi non chiediamo l'incriminazione di nessuno. Poniamo semplicemente delle domande - che sono poi le stesse che si pone una larga parte dell'opinione pubblica - alle varie autorità inquirenti che si occupano in particolare della multiforme serie di attentati che hanno scosso il paese della primavera dello scorso anno, con le bombe alla Fiera e alla Stazione di Milano (25 aprile), con quelle sui treni dell'agosto, per finire con l'orribile strage di Milano ed i feriti di Roma del 12 dicembre.
Non passa settimana - potremmo dire giorni - senza che la stampa pubblichi interviste, documentazioni, rivelazioni su personaggi che, direttamente o meno, hanno avuto a che fare con azioni terroristiche. Ma si tratta di uomini ed ambienti di destra, di sicari fascisti, di provocatori, di spie: polizia e autorità giudiziaria non hanno nulla da dire, nessuna inchiesta da fare. Oppure, si ricercano gli indiziati quando si è ben certi che essi sono ormai in luogo sicuro o morti ammazzati, come il pittore nostalgico Walter Criminati, fatto sparire dopo la tragica esplosione di piazza Fontana ed un breve soggiorno a San Vittore. Forse sapeva troppe cose dei suoi amici fascisti.
Cominciamo dai due attentati del 25 aprile, alla Fiera e alla Stazione di Milano, indubbia la matrice fascista di queste azioni terroristiche: per la scelta della data (annuale della Resistenza antifascista), dei luoghi affollati di gente ignara; per le rivelazioni della stampa inglese circa i piani violentemente eversivi predisposti nel nostro paese da agenti dei colonnelli greci ( vedere il famoso rapporto Kottakis).
Non risulta che l'autorità inquirente abbia dato il minimo rilievo al cumulo di indizi riuniti dalle inchieste di stampa nei confronti di ambienti di destra, nazionali ed internazionali. In materia di "indizi" (ed i detenuti di Milano, in carcere da dieci mesi sono soltanto degli indiziati) la magistratura dimostra di aver fatto due scelte: elementi di colpevolezza se si tratta di anarchici o uomini di sinistra; assolutoria ove siano in causa uomini di destra. Tutto fa credere che, all'autorità inquirente - quasi seguendo un preciso indirizzo politico imposto dall'alto - prema dimostrare che atti di terrorismo anonimo e frutto di una determinata "strategia della tensione", debbano essere ad ogni costo addossati a degli anarchici. Con essi in gioco, la controrivoluzione delle destre economiche e politiche non entra in causa, è "coperta" e può "lavorare" al sicuro, inserendosi in un vasto piano repressivo che vediamo svolgersi in questi giorni in campo operaio e di libertà di pensiero, forse anche con agganci con crisi di governo e dei partiti governativi, come assicura la rivista "Panorama", complici gli organi di polizia e certa magistratura.
Copertura per altri attentati, magari. Per esempio, quelli dell'agosto scorso sui treni, non apertamente dichiarati "anarchici", ma che hanno dato luogo a incursioni poliziesche quasi esclusivamente in sedi e abitazioni di anarchici, con interrogatori anche notturni, perquisizioni vessatorie, ecc. Uomini e ambienti fascisti, invece, lasciati indisturbati. Come i personaggi che segnala Maurizio Chierici nel "Giorno" del 26 febbraio: i fascisti Giorgio Chiesa, Serafino Di Luia (opportunamente lasciati allontanare dall'Italia , come dei Liggio qualsiasi) e Antonio Sottosanti, detto "Nino il fascista".
Ad illustrare la figura di questi personaggi, riportiamo alcuni passi dell'inchiesta giornalistica di Chierici (l'autorità inquirente non ha mosso un dito se non in direzione di anarchici o sedicenti tali).
"I nomi di due personaggi che escono dalla estrema destra, figurano da mesi nei taccuini dalla polizia. Sono sicuramente tra gli autori della "notte dei fuochi" che infiammò i treni dell'agosto scorso. Non solo: la loro presenza (e quella di altri amici legati da una comune, esasperata matrice politica) rivelano una infiltrazione, programmata e pilotata da lontano, dagli "ultras" di destra nei circoli "anarchici" alla vigilia dello scoppio di piazza Fontana.
"I loro nomi: Giorgio Chiesa, di Parma, ex mercenario in Congo. Denunciato per aver lanciato bombe molotov (un anno fa) contro sedi dei partigiani cristiani, del PSIUP e la Camera del lavoro di Parma. Serafino Di Luia, di Roma. E' stato per lungo tempo, col fratello, il capomanipolo più scatenato dell'università. Era lui ad animare la zuffa il giorno in cui morì in modo misterioso Paolo Rossi. Chiesa e Di Luia sono spariti poco prima degli attentati ai treni. Da allora più nessuno è riuscito a scovarli ...".
Nel racconto entra in scena anche il mancato Killer del giallo di Parma, Gianluigi Fappanni (dove è implicato l'industriale Bormioli e la miss Italia Tamara), intervistato anche da "Panorama". Un individuo dal passato di avventuriero, di fascista, confidente, vive nello stesso ambiente dei Chiesa, dei Di Luia, dei Sottosanti, tutti legati ad organizzazioni fasciste e che , ad un dato momento, si scoprono insospettatamente simpatie per gli anarchici.
Il Fappanni conosce il Chiesa a Milano, nei primi giorni dell'estate "Chiesa fa il misterioso ma qualcosa mi lascia capire. Parla di "un avvocato", ma non me ne fa mai il nome. Dice :"Quelli di Rimini pagano bene se buttiamo le bombe nei posti giusti, se spaventiamo la gente, se facciamo saltare il governo".
Chiesa, sempre senza un soldo, al suo secondo ritorno in Romagna, ha il portafoglio gonfio. Si preparano le bombe per i treni ... La polizia ignora tutto questo gruppo di dinamitardi fascisti. Interessa solo la caccia agli anarchici.
Spariti il Chiesa e il Di Luia: posto fuori causa il Fappanni, rimane l'ambigua posizione del Sottosanti, uno dei tanti "sosia" di Valpreda (ne è affiorato un altro tutto nuovo in questi giorni, scomparso anche lui, un certo Pio Auria, fascista di "Europa e civiltà, amico di Mario Merlino, frequentatore - in missione - del circolo XXII Marzo di Roma: sembra che il 12 dicembre, giorno della carneficina di Milano, si trovasse anche lui nella capitale lombarda come il suo collega Sottosanti), misteriosamente sparito anche lui, come i suoi amici Chiesa e Di Luia, una settimana prima della serie di attentati ai treni.
Ma anche per queste azioni terroristiche, come per altre, nel silenzio dell'autorità inquirente, la disinformata opinione pubblica continuerà ritenervi implicati gli anarchici e a considerare l'anarchismo di conseguenza, una dottrina di violenza fine a se stessa e di terrore.
La situazione dell'unico indiziato per la strage del 12 dicembre a Milano, Pietro Valpreda, rimane immutata. Contro di lui, sostanzialmente, non esistono che le contrastate "prove" dovute al cosiddetto riconoscimento del tassista milanese.
A tale proposito, il Comitato di difesa e di lotta contro la repressione recentemente costituito a Milano da avvocati e giuristi, fa le seguenti le seguenti considerazioni in un suo comunicato stampa: "La caratteristica essenziale dell'istruttoria Valpreda sta nel dare al processo una chiara impostazione accusatoria, cioè nel cercare di provare la colpevolezza prima di accertare la verità. Il comunicato continua rilevando il lungo isolamento a cui è stato sottoposto l'accusato e la pratica estromissione della difesa dall'istruttoria, e aggiunge: "Il principale indizio a carico di Valpreda deriva da una ricognizione che è stata preceduta dall'esibizione al testimone della sola fotografia dell'imputato..."
Per Valpreda come per i giovani coimputati di Roma, oltre il già ripetutamente detto - e cioè il vuoto assoluto di un'inchiesta giudiziaria che si muove esclusivamente sulla base del riconoscimento fasullo da parte del tassista milanese - vi è da aggiungere ora la catena delle rivelazioni di stampa circa il "giro" dei molti personaggi inviati in missione provocatoria presso certi gruppi di colorazione libertaria di Roma, di Milano e forse d'altrove.
Vi è da tenere nel dovuto conto la denuncia del democristiano prof. Lorenzon di Treviso contro il suo ex amico fascista dinamitardo Ventura. Denuncia registrata, consegnata al procuratore della repubblica. Vi si accenna agli attentati dell'agosto sui treni: "Li ho organizzati io, finanziandoli insieme ad altri due compagni... Ho ingaggiato io nove persone, gli ho pagato la cena e il biglietto ferroviario... Ogni ordigno è costato sulle centomila lire ...". Vi si parla anche di altre confidenze del Ventura al professor Lorenzon. Il 13 dicembre: "Ieri ero a Roma, non a Milano, come ho detto all'impiegato. Sai, era difficile mettere la bomba alla Banca del Lavoro..."
Roma, Milano: che importanza può avere, per i camerati del Ventura che sognano regimi di forza, il fatto che vi siano delle vittime innocenti, che la violenza abbia solo il volto della malvagità, della ferocia, dell'aggressione selvaggia senza giustificazione?
Ventura e i suoi amici erano sempre in libertà. Eppure, una vera e propria messe di "indizi" vi sarebbe da mietere in un campo fascista. Ai molti indizi che offrono le destre nazionali ed internazionali, l'autorità inquirente preferisce il vuoto delle sue indagini, dei rapporti polizieschi, una impostazione accusatoria dell'istruttoria contro gli anarchici, l'assenza di indizi validi per mantenere in piedi un castello di carte che, presto o tardi, un soffio di vento basterà a far crollare.
Si pensi, invece, a render giustizia alla memoria di Giuseppe Pinelli, il "suicidato" dalla questura milanese. Circolano insistenti le voci dell'archiviazione dell'inchiesta sulla sua morte. Su questo punto, ridiamo ancora la parola al comunicato del Comitato contro la repressione già citato: "Per quanto riguarda l'istruttoria Pinelli, sono ancora in corso le indagini preliminari: 80 giorni non sono neppure sufficienti per decidere se si debba aprire o meno l'istruttoria sulla morte di Pinelli. Eppure, è sempre più diffusa la sensazione che l'ipotesi del suicidio sia inverosimile. La magistratura non ha fretta e la polizia ha bisogno di tempo per far dimenticare. I poliziotti implicati nella morte di Pinelli sono sempre ai loro posti, benché la stessa presenza di Pinelli negli uffici della questura, privato illegalmente della libertà personale da tre giorni "sottoposto a continui interrogatori, dovrebbe bastare ad accusarli".
Noi abbiamo fiducia, malgrado tutto, nell'avvenire. Un giorno sarà resa giustizia, con i poveri morti di Piazza Fontana, anche all'anarchico Pinelli, ucciso da una stessa e bruta violenza, estranea ad ogni umanità, nemica dichiarata della ideologia e della pratica anarchica.

Mario Mantovani
 


PERCHE' L'ASSASSINIO DI PINELLI È LEGATO ALLA STRAGE DI STATO


Il processo a Valpreda e compagni avrà luogo quando l'archiviazione 'fascista' del caso Pinelli disposta da Amati sarà confermata da quella 'democratica' che chiuderà l'inchiesta in corso. Accertato che le prove sono distrutte la magistratura consente la perizia sulla salma

Nessun dubbio, le eventuali prove del delitto che la polizia non fosse riuscita in due anni a distruggere, sono state definitivamente cancellate dal naturale processo di decomposizione. Solo ora la magistratura può agire nel pieno rispetto della legge, procedere, senza timore di imbattersi nella verità, con tutte le garanzie 'democratiche'. Il 21 corrente si procederà alla riesumazione della salma di Pinelli ed un gruppo di periti altamente qualificati si metteranno al lavoro per dirci quello che già sappiamo: sarebbe stato giusto, sensato, legale se tutti questo fosse stato fatto il 17 o 18 dicembre '69 od almeno sei mesi fa, nel corso del processo Baldelli-Calabresi.
Ora, a due anni di distanza, la perizia ha lo stesso significato del ridicolo provvedimento di far sorvegliare da tre giorni la tomba di Pinelli da un agente della guardia di finanza: dimostrare che nulla è stato trascurato; che tutte le misure possibili sono state prese perché nessun dubbio possa sorgere sull'operato della magistratura.
Qualsiasi risultato scaturirà dall'inchiesta in corso, anche nel caso assurdo che essa pervenga all'accertamento delle responsabilità per l'uccisione del compagno Pinelli, per noi tutto questo è una farsa, una stupida e macabra farsa e dello stesso parere è Lucia Pinelli che ha rifiutato di assistere all'esumazione del cadavere per effettuare il riconoscimento di pino in quel mucchio di ossa che troveranno nella bara perché, ha detto: "lo ritengo inutile, dopo due anni non capisco proprio che cosa potrei riconoscere".
Che dopo due anni non ci sia più nulla da riconoscere lo hanno capito anche loro: i magistrati, gli assassini, l'avvocato della polizia. Ecco perché, dopo aver fatto passare il tempo necessario, dopo aver distrutto tutte le altre prove, dopo aver cancellato ogni indizio e subornato chi sa quanti testimoni, hanno dato via libera alla perizia.
Si dirà che gli errori commessi, la superficialità e le omissioni in cui si è incorsi con le prime indagini furono assolutamente involontari, dovuti alla eccezionalità del caso. Ma è fin troppo evidente che, proprio perché ci si trovava di fronte un caso eccezionale, proprio perché l'opinione pubblica avverti' immediatamente che si era trattato di un omicidio volontario, si doveva procedere subito con estrema correttezza, nel rispetto formale della legge.
Invece si è fatto esattamente il contrario e lo si è fatto scientemente, opponendosi alle legittime richieste dei familiari ed alle giustissime pressioni popolari. A motivare la nostra denuncia di complicità con gli assassini è sufficiente anche un solo episodio tra tanti, anche se marginale, quello della distruzione degli abiti prima che fosse conclusa da Amati la sua farsesca inchiesta e dopo che si era rifiutato di consegnarli alla mamma di Pinelli affermando che erano a disposizione del magistrato e pertanto occorreva una autorizzazione dell'autorità giudiziaria. Pinelli è stato ucciso, questa è la sola verità emersa finora da tutta la vicenda degli attentati e giustamente Riccardo Lombardi, nella prefazione al libro 'Pinelli, un suicidio di stato' di Marco Sassano, osserva: "...la sola questione non ancora risolta non è se sia stato ucciso, ma sul come lo sia stato". Noi aggiungiamo 'e perché'. A nostro avviso è molto più importante stabilire perché la notte tra il 14 e il 15 dicembre "69 qualcuno decise che Pinelli doveva morire, che scoprire chi fu l'esecutore materiale dell'omicidio di stato e come riuscì, se non a tradimento, a colpire alle spalle un uomo così sano, robusto, tanto attaccato alla vita. Chi lo conosceva bene sa che Pinelli era sempre al corrente di quello che avveniva intorno a lui nel ginepraio politico della grande Milano, aveva un fiuto particolare ed un intuito sicuro per avvertire i raggiri, gli intrighi e le manovre di tutti i grippi e gruppetti politici, doti che aveva acquisito dalla lotta partigiana alla quale partecipò giovanissimo e perfezionato in tanti anni di incessante militanza anarchica.
La questura di Milano non lo perdeva mai di vista e soprattutto gli ultimi tempi lo assillava con frequenti 'inviti'.
Siamo certi che Pinelli aveva elementi sufficienti che, collegati a quanto dovettero dirgli i poliziotti nel corso delle 78 ore di continuo interrogatorio, gli permisero di capire cosa stava accadendo, chi aveva eseguito e chi aveva voluto la strage. La decisione di eliminarlo deve avere un movente estremamente grave e questo non può che essere ravvisato nella assoluta necessita' di sbarazzarsi di un testimonio pericoloso per i complici dei dinamitardi.
Non è possibile escogitare e sostenere una diversa versione ed infatti Riccardo Lombardi, nella già citata presentazione del libro di Sassano, sia pure con qualche cautela, scrive: "Ogni società politica, per quanto brillante possa essere la sua facciata, riposa nell'esercizio oscuro e feroce, in anfratti appartati, della violenza repressiva. Condizione di salvezza per un sistema è l'occultazione di questi recessi. Quando Giuseppe Pinelli venne ucciso, tutti gli ingranaggi del sistema avvertirono la minaccia che pesava su di essi se la verità fosse stata conosciuta: la verità su Pinelli, la verità sui 16 morti di piazza Fontana, la verità sulla responsabilità dell'eccidio". Il che significa che la responsabilità dell'eccidio, direttamente od indirettamente, per effettiva partecipazione ai criminali attentati o per completa complicità, investe'gli ingranaggi del sistema' e la verità sulla morte di Pinelli, se fosse stata conosciuta, avrebbe rivelati la verità sulla strage.
Ed è quello che andiamo ripetendo da due anni: far luce sui motivi che indussero Calabresi e soci ad uccidere Pinelli, significa scoprire i veri responsabili della strage.
Questo spiega tutti gli scandalos icomportamenti della polizia, del ministero degli interni, e della magistratura che altrimenti non avrebbero alcuna giustificazione né logica né giuridica. Questo spiega perché l'apparato dello stato sia stato costretto ad assumere vergognosamente la difesa degli assassini, mantenerli in servizio e pagar loro avvocati tanto famosi quanto costosi come Lener, Delitala e Crespi.
Quando il processo per la strage?

Le richieste di inchieste parlamentari per la strage e sulle e sulle oscure indagini prefabbricate che portano alla ignobile incriminazione di un gruppo di predestinati a pagare per i delitti voluti dai padroni ed effettuati dallo stato, sono da anni accantonate e non ci risulta che ci sia in corso una qualche iniziativa per avviarle.
Si è trattato di pure e semplici speculazioni elettorali, di strumentalizzazioni politiche, di demagogici appelli alla giustizia, destinati in partenza alla sterilità, oppure dobbiamo dar credito alla giustizia trapelata da diverse ed attendibilissime fonti, che la manovra giudiziaria per salvare a tutti i costi gli assassini di Pinelli prima di decidere qualcosa sul processo per la strage è stata concordata a Roma, il 26 agosto, in una riunione segreta indetta dal ministro Restivo con la partecipazione dei delegati di tutti i partiti.
La notizia circola sempre più insistente e trova conferma proprio nell'atteggiamento di attesa e di rinuncia ad aprire un dibattito parlamentare su tutta la vicenda e nelle indiscrezioni di ambienti governativi sull'iter giuridico che dovrà concludere il caso Pinelli per i primi di gennaio con un archiviazione 'democratica' che confermi sostanzialmente l'archiviazione 'fascista' di Amati. Tutto questo è talmente mostruoso che vorremmo venisse smentito non da dichiarazioni ufficiali ma da fatti, prese di posizione concrete. Purtroppo quel poco che si muove per la nuova inchiesta sulla morte di Pinelli, anche se rafforza sempre più la certezza che è stato ucciso per eliminare un testimone pericoloso per gli autori della strage, conferma in pieno le ciniche, beffarde ed autorevoli indiscrezioni dei canali governativi. L'apparato avrebbe deciso non solo di salvare la testa di Calabresi e correi, non solo di lasciare impunita l'uccisione di Pinelli e di non permettere che si conoscano i motivi per i quali è stato ucciso, ma anche di risolvere con un compromesso infame sulla pelle degli attuali imputati il caso della strage.
È indubbiamente urgente, viste le loro condizioni di salute, che Gargamelli, Valpreda, Emilio Borghese possano al più presto dimostrare in un pubblico dibattimento la loro innocenza, ma perché ciò sia possibile, perché lo stato possa essere schiacciato dalle sue responsabilità per la strage, è necessario far emergere la verità sulla morte di Pinelli e pertanto non accetteremo che si archivi il caso, continueremo a divulgare la sentenza già emessa: Pinelli è stato assassinato perché non denunciasse
gli autori ed i mandanti della strage.


GIUSEPPE PINELLI: UN ANARCHICO


Nasce a Milano nel 1928, nel quartiere popolare di Porta Ticinese. Finite le elementari deve andare a lavorare, prima come garzone, poi come magazziniere (appassionato autodidatta leggerà centinaia e centinaia di libri, colmando le lacune della mancata istruzione ufficiale). Nel 1944-45 partecipa alla Resistenza, come staffetta partigiana, in un gruppo di anarchici che operano a Milano. In quel periodo (17-18 anni) diventa anarchico e tale rimarrà attivamente per tutta la vita: uno dei pochi giovani rimasti nel movimento anarchico dopo il riflusso dell'ondata rivoluzionaria post bellica. Nel 1954 si sposa (dal matrimonio nasceranno 2 bambine).
Nel 1963 si unisce ai giovani anarchici della Gioventù Libertaria che stanno ridando fiato al movimento anarchico milanese. Pure mantiene i contatti con i vecchi anarchici: egli, uno dei pochi della generazione di mezzo (35 anni) cerca di mediare il vecchio movimento con i nuovi militanti. Nel 1965 è uno dei fondatori del circolo "Sacco e Vanzetti" di viale Murillo 1, la prima sede di anarchici a Milano dopo 10 anni.
Nel 1968, dopo lo sfratto di viale Murillo, partecipa alla fondazione del circolo Ponte della Ghisolfa di Piazzale Lugano 31, poi nel 1969 all'apertura del circolo di via Scaldasole 5.
Attivissimo militante , ha ricoperto spesso incarichi di responsabilità nei circoli, nei gruppi, nella sezione di Bovisa dell'U.S.I. (anarco-sindacalisti), nella Crocenera Anarchica. Nel 1969 s'era occupato in modo particolare del collegamento con i comitati operai di base e poi, dal maggio, con l'intensificarsi della manovra provocatoria-repressiva anti anarchica, s'era dedicato quasi esclusivamente all'opera della Crocenera Anarchica, di denuncia e di assistenza. Il 12 dicembre 1969 viene fermato da alcuni sbirri dell'Ufficio Politico. Il 15 dicembre 1969 viene gettato dal quarto piano della Questura e muore senza aver ripreso conoscenza.
Nonostante il pesante clima di intimidazione poliziesca, un corteo di tremila persone, preceduto dalle nere bandiere anarchiche, segui il funerale del "Pino".


PERCHE' LE BOMBE


Il 12 dicembre 1969 le forze di sinistra "scoprono" che in Italia c'è la repressione.
E' infatti da quella data che i cortei e le manifestazioni gridano lo slogan tardivo "la repressione non passerà" mentre purtroppo era già passata e le bombe ne erano l'apice.
La repressione era già iniziata in modo chiaro, inequivocabile, ma i sedicenti rivoluzionari delle varie chiesuole marxiste-leniniste erano troppo intenti ad analizzare i pensieri del "libretto rosso" e non si curavano di quanto accadeva in Italia.
Gli anarchici, colpiti per primi dalle manovre reazionarie con gli arresti dei compagni incarcerati per gli attentati del 25 aprile 1969, avevano capito cosa stava accadendo.
Già nel giugno 1969 sul n. 1 del bollettino dell'organismo assistenziale per le vittime politiche "Crocenera anarchica" scrivevano che lo scopo delle bombe fasciste camuffate da anarchiche era di: "1) suscitarte la psicosi dell'attentato sovversivo per giustificare la repressione poliziesca e l'involuzione autoritaria; 2) gettare discredito sugli anarchici (e, per estensione, sulle forze di sinistra). Essenziale per ottenere il secondo risultato e utile anche per il primo è di fare qualche ferito innocente o meglio ancora (ma più pericoloso) qualche morto".
Nel numero di agosto, approfondendo l'analisi, la Crocenera si domandava: Dove vige un regime autoritario, alla vigilia della visita di qualche importante uomo di stato vengono effettuati dei particolari controlli, teste calde, sediziosi ed anarchici vengono trattenuti dalla polizia chi per accertamenti, chi per pretesi crimini.
Ci si domanda allora, in questo terribile 1969 chi diavolo sta arrivando in Italia?"
La risposta era una sola: "Non ragioniamo certo come coloro che pensano (e spargono la voce) ad un colpo militare alla greca. I sostenitori di questa teoria, apologeti dello stato di fatto, paiono non temere e non prendere in considerazione con più modestia cose ed avvenimenti che chiariscono come in Italia il "colpo di stato" è già stato attuato in maniera più italiana e consona allo stato delle cose."
Ma il discorso si spingeva più a fondo e coerentemente all'analisi sviluppata coglieva, purtroppo, nel segno indicando l'unica alternativa che restava alla classe dominante: ".. creare la situazione d'emergenza, la situazione intollerabile e lo stato di necessità in cui qualsiasi nefandezza è legale; creare la disperazione che faccia salutare come liberazione la perdita della libertà".
Queste parole si persero però nell'indifferenza e sempre sul bollettino della Crocenera anarchica, subito dopo le bombe, gli anarchici scrivevano "La strage di Piazza Fontana non ci è giunta del tutto inattesa. Da molto tempo prevedavamo e temevamo un attentato sanguinario. Era la logica dei fatti. Era la logica dell'escalation provocatoria iniziata il 25 aprile. Per giustificare la repressione, per seminare la giusta dose di panico, per motivare la diffamazione giornalistica e scatenare l'esacrazione pubblica ci voleva del sangue. E il sangue c'è stato."
Purtroppo, come avevamo previsto, la repressione mascherata da democratica tutela dell'ordine contro gli opposti estremismi ha continuato la sua marcia. Solo noi anarchici sembravamo accorgecene.
Per mesi abbiamo gridato nelle piazze, scritto sui muri, sui manifesti, nei volantini, ripetuto nei nostri giornali che era solo l'inizio. E sulle piazze ci ritrovavamo soli, manganellati, fermati, denunciati e per di più ignorati dai marxisti-leninisti, dal M.S. e dagli altri neo-rivoluzionari, i quali ritenevano di avere cose più importanti di cui occuparsi, ben lieti in fondo che polizia e magistratura se la prendessero con gli anarchici. Poi, come avevamo previsto, la repressione si è estesa, con migliaia di denunce ad operai, centinaia di fermi, perquisizioni, ecc. Per la prima volta a Milano è stato violentemente impedito un corteo del movimento studentesco (quelli anarchici erano sempre stati dispersi brutalmente)... Anche un cieco avrebbe potuto capire cosa stava succedendo e sembrava che anche i giovani dilettanti della rivoluzione marx-leninista cominciassero finalmente a capire. E invece no.
Eccoli a gridare - facendo coro con la sinistra parlamentare, ben altrimenti interessata - che la repressione non passerà. Come se la repressione non fosse già passata, come se fosse normale routine democratica tutto quello che da qualche mese stava succedendo, come se fosse normale routine democratica che i fermati dalla polizia cadano dal 4° piano della questura e diecimila operai vengano denunciati e decine di militanti di gruppi extraparlamentari vengano incriminati rispolverando i famigerati articoli 270-71-72 del codice fascista... Come se fosse normale routine democratica che per gli attentati scopertamente reazionari vengano immediatamente accusati gli anarchici (cfr. dichiarazione del poliziotto Dr Calabresi) e fermati, interrogati, perquisiti 588 (cinquecentoottantotto!) militanti della sinistra extra-parlamentare e 12 fascisti (rilasciati per primi dopo essere stati trattati con ogni riguardo)... A quanto pare i nostri scientificissimi "cugini" marxisti riconoscono la repressione e il fascismo solo quando porta il fez (e solo, naturalmente, quando li colpisce direttamente).
Le bombe avevano quindi "gelato" l'autunno caldo, la lotta per il predominio tra la nuova classe tecnoburocratica in ascesa verso il potere e la classe capitalistica più reazionaria era entrata nella fase cruciale, la grande industria oligopolistica accettava di vedersi frenare temporaneamente il processo di razionalizzazione economica in atto pur di far rientrare gli "scioperi selvaggi", permettendo alla piccola e media industria di riprendere fiato e di continuare ancora la sua funzione sfruttatrice fino a momenti più favorevoli.
E' infatti in questo quadro (ed è stato ormai ripetuto in tutte le salse) che si colloca questo ennesimo crimine dei padroni a danni degli sfruttati di sempre.


L'ARCHIVIAZIONE DI STATO


Per un questore non costituisce reato affermare il falso, diffamare la memoria di un morto e accettare ( o concordare) la versione di "suicidio" fornitagli dai poliziotti interroganti senza la minima riserva di accertamenti sulla natura della disgrazia. Anzi, sicuro dell'impunità garantita dall'autorità inquirente, si affretta ad allungare alibi tali ai suoi funzionari, spettatori del suicidio, per cui anche l'opinione pubblica, secondo lui, dovrebbe ritenersi assolutamente soddisfatta.
"Pinelli si è visto perduto dopo che i suoi alibi erano crollati", afferma il questore di Milano Guida in una improvvisata conferenza stampa tenuta a poche ore dalla disgrazia. "Il suo suicidio costituisce un'autoaccusa", aggiunge.
Il questore Guida, già direttore dell'isola di confino politico di Ventotene, agli ordini del regime fascista, sapeva che, per secolare tradizione borbonico-savoiarda, ogni inchiesta sulla morte dell'anarchico Pinelli sarebbe finita come tutte le altre: nell'omertà del potere politico-giudiziario. L'omertà, in questo caso, a differenza della terminologia usata negli ambienti mafiosi, si chiama archiviazione. Dizione più pulita e dignitosa perché c'è di mezzo il prestigio dello Stato.
Infatti, il Guida non si sbagliava. S'è trovato, disponibile e recidivo, un sostituto procuratore della repubblica, Caizzi, il quale, qualche tempo fa, aveva chiesto e ottenuto una prima archiviazione, quella dell'inchiesta sulla morte di Pinelli conclusa con la formula rituale usata per gli assassini di Stato: ".. perché il fato non costituisce reato".
O che c'era forse da attendersi una diversa versione di un delitto di Stato? Oltre alla conseguente incriminazione dei personaggi implicati nella vicenda, tutta l'istruttoria sugli attentati del 12 dicembre ne sarebbe stata rivoluzionata. Sarebbe caduta la tesi fraudolenta sostenuta dal Calabresi e da Guida fin dall'inizio sul terrorismo anarchico, dover indirizzare altrove le ricerche e giungere ai veri responsabili tanto validamente individuati nel libro "La strage di Stato". Se ne riparlerà, di questo, al processo di "Lotta Continua", e non certo per merito della magistratura.
Siamo dunque alla nuova archiviazione, richiesta dall'immarcescibile dott. Caizzi: la denuncia contro il questore Guida per diffamazione e falso, presentata fin dal dicembre scorso dalla vedova Pinelli. A poche ore dalla tragica morte del nostro compagno, sosteneva la denuncia, "il dott. Guida, abusando delle pubbliche funzioni da lui ricoperte, aveva dichiarato che gli alibi di Pinelli erano caduti e che questi si era tolto la vita quando ha visto che la legge lo aveva preso ...".
Come tutti ormai sanno, gli alibi erano provatissimi ed incontestati, e non poteva quindi trovare la minima giustificazione un atto tanto disperato quale un suicidio. Questo, indipendentemente da tutti gli elementi tecnici e testimonianze che provano come la disgrazia si sia verificata in circostanze di tutta evidenza colpose.
Le menzogne del dottor Guida per restare al personaggio, sono indiscutibilmente diffamatorie. Fosse stato lui ad essere stato scaraventato dal quarto piano ed avessimo poi affermato, noi, che si era suicidato perché era stata raggiunta la prova che si trattava di un confesso malversatore del pubblico denaro o uno spacciatore di droghe, nessun dubbio che saremmo stati perseguiti come diffamatori di un onesto uomo e, chissà, forse indiziati quali complici della sua morte...
Invece, no. Il questore Guida è vivo e non trasferito. Potrà continuare a diffamare i vivi e i morti (che non siano fascisti). Il magistrato Caizzi ha chiesto per lui il "non luogo a procedere perché il fatto non costituisce reato".
Tutto si svolge secondo i piani prestabiliti. La giustizia di Stato assolve chi spara sui lavoratori, premia i generali che ordinano di uccidere e onora i diffamatori che rivestono una divisa. Che ricopre una camicia nera ...


 

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