1430

Valerio Verbano

 

 

Giornale radio.

Questa è la notizia: Valerio è stato assassinato

 

Valerio Verbano, 19 anni, un compagno, ucciso dai fascisti. Tutta la stampa ha cercato di sovrapporre su di lui varie figure: dall'autonomo allo studente desideroso di cambiare e di ritirarsi dalla politica, hanno anche detto che era un compagno organizzato nei collettivi di via dei Volsci, ma questo non è vero, anche se per noi cambia davvero poco. Parlare invece di Valerio è parlare dell'agire quotidiano antagonista, della sua presenza nelle lotte prima nella scuola e poi nel territorio. Se era noto alla polizia per questo suo agire, ancora di più era conosciuto dai fascisti della zona. La sua pratica militante lo aveva messo nella lista. Lettere minatorie dei Nar, minacce aperte, precauzioni prese per la sua difesa. Tra le altre cose proprio sui fascisti la sua attenzione si era soffermata. Nella zona Talenti e Trieste Salario sono le basi del sottobosco nero. La controinformazione militante era riuscita a trovare i collegamenti tra i vecchi mazzieri del Msi e i fascistelli di III Posizione. A questo grosso lavoro di controinformazione Valerio aveva dato e dava sempre un grosso contributo. Ma quando un compagno viene ucciso è fuoriluogo fare la retorica o la storia. Rimane la rabbia e la determinazione dei compagni per farla pagare cara. Seguire tutto ciò che è avvenuto dopo l'assassinio di Valerio è forse il modo migliore per fare analisi e tracciare indicazioni politiche che altrimenti rimarrebbero astratte. Appena dopo la notizia, la mobilitazione è stata immediata e grossa. La figura del compagno, la tecnica dell'agguato identica a quella fatta un anno prima a un compagno della zona, è stato abbastanza per dire che erano stati i fascisti, (la sede del Msi di Montesacro era andata distrutta per l'ennesima volta giorni prima). L'indicazione è di una manifestazione di massa e politica. Mentre si attendeva l'autorizzazione i carabinieri della locale tenenza insieme a altri del Nucleo operativo, prelevano da casa un compagno che era stato arrestato a suo tempo con Valerio. L'interrogatorio dura parecchie ore tutto indirizzato nel sapere nomi, riferimenti dei compagni del movimento di zona e in particolare sui compagni dell'Autonomia. I carabinieri infatti ventilano minacce, fanno allusioni su piste alla "Alceste Campanile". Il corteo nel frattempo arriva a Montesacro, il comizio dà l'indicazione della mobilitazione per l'indomani. In serata arriva la rivendicazione dei Nar. Il giorno dopo mentre la stampa di regime mette in evidenza la pista del regolamento di conti con un delatore e mentre le prime pagine mettono insieme Alibrandi junior e Valerio migliaia di compagni riempono l'università. Si dicono poche cose e parte il corteo grosso, combattivo. La cronaca dei giornali riferirà che è saltata come sempre Via Pavia, sede del Fuan, la polizia ha caricato, il corteo ha tentato di arrivare a Via Livorno. A Piazzale Clodio mentre parte l'inchiesta, sparisce il dossier sui fascisti che era stato sequestrato a Valerio quando era stato arrestato, non è che dirà molto ma farà sorgere parecchi dubbi sui vecchi legami, mai sciolti, tra settori reazionari della procura e fascisti e che questi legami abbiamo dato una indicazione per l'assassinio. Nel Pomeriggio manifestazione cittadina del movimento nella zona est. Mentre Petroselli parla a 1500 persone dicendo che un giovane di destra, o di sinistra che sia è colpito dalla stessa mano che attacca la democrazia, il corteo del movimento parte per Montesacro. Non meno di 6/7000 compagni lo riempono di slogans e il padre di Valerio è alla manifestazione del Pci nella mancanza di certezza di autorizzazione mentre sarebbe venuto volentieri a quella dei compagni. L'indicazione anche qui è di una grossa mobilitazione come mai si era vista, ciò darà spunto per farci chiamare becchini dalle Br alcuni giorni dopo in un volantino tanto opportunista quanto ridicolo. La democrazia blindata dello stato fa il suo exploit il giorno dei funerali. Appena Petroselli se ne va partono le cariche contro i compagni fin dentro il Verano con lacrimogeni e raffiche di mitra. Il bilancio è di tre arresti poi assolti con formula piena nel processo. In tribunale i genitori di Valerio si costituiscono parte civile. Ricompare come d'incanto il dossier di Valerio. I misteri del palazzo continuano. Un manifesto stampato del movimento dice che non basteranno 100 carogne nere ma la domanda va più in là, è sul perché di questo attacco e perché nella zona est di Roma. Questo attacco si inserisce in quello più generale contro l'antagonismo organizzato, contro l'Autonomia. Dove non riescono galere, delatori, brigatisti pentiti, giudici cervellotici e piccisti, dove non riesce la campagna di linciaggio politico gestita dal potere, preparata e avvallata dal Pci, si arriva all'eliminazione fisica dei compagni. Dire che queste squadre parallele agiscano in combutta con lo stato sarebbe affrettato, certo è che fa comodo allo stato qualcuno che si muova con la sua stessa volontà omicida. Nella zona est perché si blateri di riflusso (ossia riflessione), magari stasi: è ancora una zona dove le lotte, l'aggregazione dei compagni non si è fermata, dove l'Autonomia ha sedimentato da anni livelli reali di organizzazione di massa e di radicamento sociale. La retorica come dicevamo è fuoriluogo. Ma i rivoluzionari hanno memoria e pazienza, i conti non sono chiusi non solo con i fascisti ma anche e soprattutto con lo stato.

 

 


Le voci

di quelli che lo

conoscevano

 

"Per me Valerio era un militante comunista, un compagno che ha pagato con la sua vita la sua lotta contro lo Stato e contro i fascisti". "In tre mesi che l'ho frequentato, non ho mai conosciuto altri che mi trattassero da amici come lui".

"Appena l'ho conosciuto, ho sentito sotto la scorza di "duro" una persona dolcissima, sensibilissima"

"Per me Valerio rimane quello che era ed era un antifascista. Avevo pochi rapporti personali con lui, ma conoscevo la sua figura di compagno nella scuola. Mi riconosco in tutto ciò che gli altri compagni hanno detto di lui. Mi trovavo unito a lui nei temi dell'antifascismo e del comunismo, ma lui era un rivoluzionario e io sono un riformista".

"Valerio mi stava bene come persona, ma non condividevo pienamente la sua scelta politica. Un compagno, un amico".

"Esprimere in poche parole ciò che significava per Valerio essere comunista, è impossibile. Una scelta che viveva ogni giorno. La consapevolezza di non cedere mai"


 

 

Un delitto maturato

"in ambienti particolari"

 

La morale di stato, come una ragnatela paralizzante, ci ha sommerso, in questi ultimi tempi, di cordoglio esemplare. I funerali delle vittime di attentati terroristici sono stati una grottesca esibizione di alti prelati della politica. Sono stati funerali politici, celebrazioni della liturgia dei mass-media, apologia della "pietà" dello Stato. Anche i funerali di Valerio sono stati politici. Politica è stata la volontà di impedire la socializzazione della rabbia e del dolore, politica la volontà di ostentare la potenza dello Stato. Ma perchè tutto questo? Perché svelare con tanta chiarezza un'impietosità, una durezza che rivela agli occhi anche meno smaliziati la mistificazione di una morale di Stato tanto cinica quanto impreziosita di lacrime presidenziali? Certo, l'odio degli apparati repressivi nei confronti dei compagni è tanto, e sparare dalla finestra di un commissariato contro chi piange un compagno morto ne è un esempio probante. Ma non di questo solo si tratta, non è solo per odio che lo Stato ha cercato di impedire in ogni modo, senza riuscirvi, di rispondere collettivamente all'assassinio di Valerio. La potenza repressiva dello Stato è stata invece un elemento complementare dell'assassinio e della logica che lo ha prodotto. Come i compagni hanno fin da subito messo in evidenza infatti i fascisti hanno colpito dopo che la repressione degli ultimi mesi aveva loro spianato la strada. Ma non basta. Ciò che è avvenuto dopo l'uccisione di Valerio, sia sulla stampa di regime che nelle piazze, ha infatti dimostrato che non solo ai fascisti era stato suggerito e permesso di riprendere l'iniziativa, ma che l'assassinio stesso di Valerio veniva gestito dallo Stato come un ammonimento per tutti i compagni. Non c'era nemmeno l'ombra, sui grandi mezzi di comunicazione, della commossa retorica delle grandi occasioni. Eppure Valerio era stato ucciso, inerme, dentro casa sua, davanti ai genitori. Gli ingredienti insomma c'erano tutti per i nostri "maitres a pleurer". Ma stavolta niente. In realtà, ciò che premeva far rilevare è che quello che gli era capitato, Valerio, se lo doveva aspettare. Non era forse un autonomo? Non era un antifascista? Non era conosciuto come un compagno attivo? E allora, in fondo, gli stava pure bene. Certo la violenza è una gran brutta cosa ma come per certi delitti di second'ordine, anche questo era maturato in "ambienti particolari". Ammonire. Di più, cercare di terrorizzare tutti quelli che cercano di lottare, di vivere non da clandestini. Senza cioè nascondersi, o nascondere i desideri e la voglia di soddisfarli. Valerio, cosi come Antonio, che scambia per fascista un carabiniere nazista e si becca non solo una pallottola in pancia, ma anche una pesante incriminazione, devono servire da esempio a tutti. Ai funerali di Valerio l'esempio va ribadito, anche a costo di perdere un pò la faccia, lì, ad inseguire i compagni tra i loculi del cimitero, mentre piangono un pò di dolore, un pò di rabbia e un pò per il fumo dei lacrimogeni. Ma quando a rifiutare i divieti i compagni, malgrado tutto, sono ancora tanti, quando l'assassinio di uno fa esplodere la rabbia di molti, quando la complementarità di fascisti e apparati dello Stato si ribalta nella consapevolezza di un nemico comune, nella consapevolezza che ad armare la mano dei fascisti sono gli stessi che quotidianamente parlano e scrivono contro la violenza, allora possiamo, forse, ancora dire che la durezza della repressione è un segno di debolezza.

 

 

Il giorno dei funerali di Valerio i poliziotti sparano dalle finestre del commissariato San Lorenzo

 

 


Un comunicato

dell'Archimede:

a tutti gli opportunisti diciamo...

 

Compagni, crediamo sinceramente che non serva a niente fare polemiche intorno alla morte di un compagno, ma è opportuno non dare spazio a tutti i tentativi opportunisti, da qualsiasi parte vengano. Pensiamo che alla morte di Valerio, i compagni sapranno rispondere nella loro pratica quotidiana dall'antifascismo militante alla capacità di articolare il progetto comunista attraverso un processo di lotte e di organizzazione verificate internamente alla classe ed ai suoi bisogni. Il Pci, ha provato sporcamente a mistificare la figura del compagno Valerio: non si può commemorare un comunista, per di più autonomo, senza cercare di trasformarlo in un compagno pentito che si stava ritirando dalla politica. Al pari di tutti gli altri organi di informazione ha da prima cercato di intorbidare le acque circa la chiara rivendicazione fascista dell'assassinio, poi è arrivato addirittura a spostare il percorso del funerale per impedire a migliaia di compagni di mostrare la propria rabbia in corteo. Ma di costoro non ci meravigliamo certamente, sono anni che svolgono diligenternente il loro ruolo antiproletario al servizio degli interessi di questo stato. Adesso è arrivato puntuale anche il volantino delle B.R., che non esita a diffondere dal Cielo della politica in cui risiedono pesanti, a dir poco, giudizi nei confronti delle migliaia di compagni che hanno partecipato al cortei dopo la morte di Valerio. Vorremmo ricordarvi Signori delle Br che il giudizio negativo sullo sccndere in piazza, data la pesantezza della repressione di Stato, è stata sempre la pratica dei settori più opportunisti e soprattutto attraverso ciò si articola il tentativo da parte dello Stato di spezzare il grosso livello di massa antiistituzionale che si è andato radicando nel paese in questi ultimi anni. Noi crediamo che la difesa dei livelli di piazza, di cui l'Autonomia Operaia organizzata si è fatta carico con forza, anche nei momenti più difficili, rappresenti un terreno ancora vivo nella coscienza dei compagni e dei proletari. Sappiamo benissimo che lo Stato è sempre più blindato e che il processo di criminalizzazione non è reversibile nel medio periodo, ma non saremo certo noi a consegnare su un piatto d'argento le nostre forme di organizzazione e di lotta, magari per far contento chi dal suo nucleo d'acciaio predice livelli a breve scadenza di guerra civile? Noi vi diciamo Signori delle Br di scendere dal vostro piedistallo, definire becchini migliaia di compagni solo perché si ritrovano insieme per mostrare la propria rabbia dimostra chiaramente quanto viviate lontano dai veri livelli di coscienza del movimento. Quel che è certo è che state puntualmente dando delle grosse virate ai vostri livelli di analisi, adesso riscoprite l'antifascismo (magari riproponendolo in termini più duri), ma, con il vostro permesso vi assicuriamo che su questo terreno il movimento di lotta, in particolare a Roma, non ha niente da imparare, certamente da voi. Sappiamo che quando scendiamo in piazza rischiamo di essere arrestati, ma siamo pronti "in maniera sempre più organizzata" a correre questo rischio perchè non vogliamo difendere il nostro orticello ma perché riteniamo importante per un movimento rivoluzionario difendere i propri spazi e verificare internamente alla classe, i processi successivi di lotta ed organizzazione la capacità del movimento di disperdersi e di organizzarsi nel territorio, dimostra come i compagni abbiano saputo adeguarsi a livelli di scontro. Certo, ancora molto è da costruire, ma una cosa è certa: i nostri livelli di organizzazione della forza li vogliamo praticare rispetto ai livelli della realtà sociale. La rivoluzione, lo sappiamo anche noi, non è un pranzo di gala, ma certamente i diversi gradini del processo rivoluzionario, li vogliamo percorrere parallelamente alla forza di penetrazione che la proposta comunista di stravolgimento dell'attuale assetto sociale ha nei livelli di coscienza della classe.

Collettivo Autonomo Archimede


 

 

Manifestazione per la morte di Valerio

 

 

 

Back