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"Pronto? Onda Rossa? Ma insomma da che parte state?" Vogliono sapere se siamo già alla guerra civile, se ormai non resta che imbracciare il fucile perchè non ti puoi muovere altrimenti, se le nostre critiche alle formazioni clandestine non servano che a pararci il culo, ed anche se non siamo come loro perchè non rifiutiamo la violenza, se....
Gli interrogativi di carattere cosmico, per la gente comune che non "conta", sono molto spesso ridicoli o angosciosi; soprattutto oggi che sapere "con chi stai" è diventato prioritario rispetto a "cosa fai", quasi a dimostrare che la logica degli schieramenti abbia superato quella della ragione. Rivolgendoci in particolare a quel settore di classe da cui, e per cui, è nata l'esperienza di questo giornale, cercheremo di fornire in queste pagine alcuni elementi di riflessione sui principali nodi che molti compagni si trovano ad affrontare più da vicino, e che riguardano lo Stato, il movimento, le formazioni clandestine.
1) Esiste uno Stato sempre meno credibile nelle sue funzioni di sovranità e di consenso, corroso internamente dagli stessi suoi organi principali che hanno fatto scempio delle pur minime garanzie enunciate dalla Costituzione circa le libertà individuali e collettive dei cittadini: attacco alla libertà di stampa e al diritto di sciopero, carcerazione preventiva e fermo di polizia.
2) Le formazioni clandestine, cosiddette combattenti, risolute a misurarsi con lo Stato esclusivamente sul piano militare a prescindere da qualsiasi valutazione politica di fase ed anzi in contrasto con ogni possibilità di espressione autonoma dei conflitti di classe.
3) L'Autonomia Operaia, volutamente rinchiusa dallo Stato, oltre che nelle galere, in una immagine di fiancheggiamento dei gruppi clandestini fine a sé stessa, che mira ad annullare il significato e la esperienza di opposizione alternativa allo Stato e ai gruppi clandestini rappresentata proprio dall'autonomia operaia.
4) Un momento di classe attaccato sul piano delle conquiste economiche e sociali da un padronato più che mai aggressivo che, forte dell'appoggio dei partiti e dei sindacati, mira ad aumentare ancora il profitto d'impresa e a recuperare posizioni di comando sulla forza lavoro.
Il quadro che ne viene fuori può certo fare una bruttissima impressione se, come diciamo anche in un altro articolo, l'emotività è tale da indurre a semplificazioni affrettate. Innanzitutto allora occorre ribadire un concetto generale che abbiamo affermato e scritto più volte: in presenza di un tessuto sociale lacerato che vive una continua perdita di identità nel sistema dei partiti e nei sindacati, ma che però non ha ancora trovato la forza e la coscienza di darsi stabilmente nuove istanze di lotta e di organizzazione, lo Stato ne approfitta per tramutare la sua debolezza e la sua "incredibilità" in un elemento di forza che, lungi dal risolvere le sue disfunzioni strutturali, punta soprattutto a vanificare ogni sforzo compiuto dal movimento di classe per innestare il processo della sua liberazione. E ciò avviene sia perché lo stato scarica le sue contraddizioni interne sul tessuto sociale chiamando tutti a difendere le istituzioni comunque esse siano, sia perché la sua forza repressiva si è fatta smisuratamente più grande (e per di più legittimata da tutti i partiti e dalle forze sociali) della fiducia che il movimento di classe ripone nelle sue intrinseche capacità di risposta. In questo quadro l'azione dei gruppi clandestini non fa altro che aumentare le contraddizioni interne del movimento di classe nella stessa misura di quanto ne diminuisce quelle presenti nello stato e nei partiti. La genesi di questa situazione sta nella valutazione della fase storica data dai gruppi clandestini fin dalla loro nascita, centrata sulla fascistizzazione della società e sviluppata coerentemente all'assurda ipotesi di importare in Italia un modello guerrigliero preesistente in altri paesi.
Chi annienta chi
Ma proprio la recente "campagna di annientamento" dovrebbe aver reso chiaro che l'Italia non è il sud America o una provincia basca, non solo perché là si ammazzano più poliziotti che da noi, ma soprattutto perché in quei paesi, in quella realtà sociale e politica, non si è mai verificato che gli operai scioperassero a seguito dell'uccisione di un poliziotto o di un dirigente di azienda. Che vuole significare allora lo sciopero di Mestre e di Genova dove addirittura uno degli uccisi era un colonnello dei carabinieri? Ci si può lavarne le mani dicendo che quegli operai sono dei fottuti rincoglioniti se, come mostrano di volere le formazioni clandestine, lo scopo di queste azioni non è di acquisire una base sociale, ma dimostrare, costi quel che costi anche in termini politici, che lo Stato è di nuovo fascista, che non c'è più spazio per una lotta alla luce del sole e che se un giovane deve prendersi 2 o 3 anni di galera per lanciare una molotov durante un corteo, tanto vale che rischi 20 o 30 per ammazzare un poliziotto. Il che sul piano politico può significare due cose: che la lotta per il comunismo si riduce, per le formazioni clandestine, ad una questione di assottigliamento fisico-numerico dei nemici di classe (per cui prima si comincia secondo la teoria dell'annientamento e prima si finisce) da risolvere solo con le armi; o che la cosiddetta maturità del comunismo, cioè la coscienza e la capacità di vivere secondo criteri comunisti, è già talmente diffusa nel proletariato che ormai basta solo togliere di mezzo chi vi si oppone. In un caso o nell'altro si agisce secondo la più classica teoria dei due tempi o della "doppiezza". Nella prima ipotesi infatti si afferma, su tutto e su tutti, il concetto di rivoluzione strutturale-militare che prescindendo dalla dialettica sociale interna al proletariato, rinvia al dopo rivoluzione, o meglio al dopo-guerra civile, i nodi sociali e politici che la trasformazione radicale di una società comporta comunque; nella seconda ipotesi questi elementi dovrebbero essere dati già per acquisiti visto che la lotta è finalizzata a sconfiggere i controrivoluzionari di una rivoluzione, secondo loro già fatta (almeno sul piano sociale), ma a cui hanno partecipato veramente in pochi. Linea doppia dunque, propria dei revisionisti nostrani che hanno sempre anteposto le funzioni di partito alle esigenze di classe ricorrendo, per lunghi anni ancora dopo la resistenza perfino all'inganno verso i propri militanti e simpatizzanti ai quali sussurravano in un orecchio che l'obiettivo della democrazia progressiva agitato pubblicamente da Togliatti era in realtà una copertura per preparare meglio la rivoluzione: stessero tranquilli dunque che quando questa fosse arrivata sarebbero stati chiamati, ma nel frattempo lasciassero fare al partito che, come si sa, ha sempre ragione!
Quelli che vengono da lontano
E' cosi che, di doppiezza in doppiezza, il Pci arriva oggi a difendere la Nato e condannare l'Urss per l'invasione dell'Afghanistan beccandosi però le rampogne della propria base che, memore dei suoi insegnamenti, gli ha rinfacciato che Mosca ha sempre ragione; la stessa base, magari, che si è risentita con Amendola quando costui gli ha detto che si è imborghesita e che deve fare ancora maggiori sacrifici, essendo lui però il più strenuo difensore dell'invasione sovietica in Afghanistan. Siamo alla nemesi storica di una intera generazione che ha subito delusioni e sconfitte, dal '45 in poi, con assoluta devozione al partito, ai suoi dogmi, ai suoi vescovi-leaders e che oggi, di fronte alla reiterata doppiezza dei dirigenti del Pci si aggrappa al santino dell'armata rossa senza riuscire a capire in base a quale logica Amendola e Berlinguer dicono che Curcio non è un compagno mentre Breznev sì, anche se per Berlinguer è diventato "un compagno che sbaglia". E' su questo indirizzo confessionale della lotta di classe, su questo essere acriticamente da una parte che le formazioni clandestine fondano la loro strategia tentando di riannodare il filo della "resistenza tradita" e di Baffone-castigamatti come se niente fosse accaduto dopo il '45 e, peggio, come se tutto fosse andato bene anche prima. L'attacco ai berlingueriani, la forzatura militare della fase politica per costringere le esperienze e le avanguardie autonome della lotta di classe nello schematismo clandestino - o con me o con lo stato - lascia intendere che la odierna autocandidatura del partito comunista combattente a rappresentante unico del movimento rivoluzionario, punta a raccogliere tutti i resti delle tendenze insurrezionaliste presenti nel nostro paese: è già successo con buona parte dei gruppi extraparlamentari, potrebbe succedere, quando il "limone del Pci sarà definitivamente spremuto", anche con i non berglingueriani presenti nel Pci. Da questo punto di vista, e con le doverose differenze storiche, la formulazione del partito comunista combattente ripete piattamente lo schema propositivo e funzionale del Centro esterno del Pci che sotto il fascismo guidava le azioni di propaganda armata in preparazione dello sbocco insurrezionale fidando, in prospettiva, anche sull'intervento militare sovietico. Ma a parte Yalta, a parte vent'anni di guerra fredda con le sue Budapest, Praga, Varsavia e l'ulteriore aggressività mostrata dall'imperialismo sovietico, la storia delle classi subalterne in Italia, che non è il Sudamerica nè, tantomeno, la Manciuria, non può essere irreggimentata in modelli preesistenti, o peggio, in esperienze già vissute solo perché questo "legittima" l'esistenza e l'operato di una organizzazione politica; la storia di classe degli ultimi dieci anni semmai dimostra proprio il contrario: la fine dell'esperienza organizzativa dei gruppi, la fine della "politica separata", l'affermazione della istanza autonoma la sola che permette la partecipazione diretta e personale agli avvenimenti. Proporre oggi addirittura una "guerra separata" può giovare solo allo stato e al sistema dei partiti a cui fa comodo riconoscersi in guerra per ricreare nuovi consensi intorno a loro.
...e quelli che
Fioroni è dentro di noi
Per altro verso l'operazione di recupero del consenso istituzionale è stata favorita anche dagli atteggiamenti mistificatori assunti dai gruppi extraparlamenti durante la loro lenta agonia. Nel giro di due o tre anni, ad esempio, si è passati dall'apologia della violenza vista come liberazione, alla maledizione della violenza in quanto oppressione, senza distinzione di segno o fine, quasi che essa fosse un valore assoluto, positivo o negativo, da scegliere quindi aprioristicamente come il bene o il male. Come precedentemente infatti si era fatta una scelta di parte della violenza - parte rivoluzionaria = violenza rivoluzionaria - in seguito è stata fatta la scelta della non violenza o del suo rifiuto in quanto fu stabilito (?!) che essa non era più rivoluzionaria o era addirittura controrivoluzionaria, contribuendo in questo modo ad avallare il falso storico che la democrazia, ad esempio, non ammette violenza e che quindi chi è democratico la rifiuta o, peggio ancora, che solo chi la rifiuta è democratico. Così facendo i gruppi hanno inteso rimuovere il fallimento della propria esperienza organizzativa col risultato di colpevolizzare l'intera generazione uscita dal '68 che si è trovata in numerosi casi di fronte a questo dramma personale: se non rifiutava la violenza assolvendo sè stesso e il suo passato, aveva buone probabilità di collocarsi e di essere collocato in un area "armata" e poi clandestina; se la rifiutava, ripudiando tutto, confessava le sue "colpe" fino al punto di addossarsi anche quelle dell'intera società in un desiderio assoluto di espiazione. Lo stato attraverso gli operatori culturali, i massmedia, gli stessi partiti, ha preso la palla al balzo, puntando a fare dei "ragazzi del '68" una generazione di pentiti che devono addossarsi ogni tipo di mostruosità e distorsioni presenti nel nostro paese: lo sfascio della cosa pubblica (scuole, ospedali, ecc.), la mancata attuazione delle riforme e, ovviamente, il terrorismo soprattutto nei suoi aspetti più infami come quello di sentirsi tutti assassini o traditori dei propri compagni di strada. In questo clima il potere costruisce i Fioroni, simbolo vivente della "degenerazione" del '68 che ha ritrovato la "diritta via" nella linea del Pci, con l'aiuto di una legge dello stato che non si applica certo ai reati di terrorismo istituzionale, perché ladri e assassini di stato in galera, o non ci vanno, o ne escono con i caratteristici mezzi del potere come gli insabbiamenti, vizi di forma, fughe ed evasioni incredibili, assoluzioni sfacciate: per questo non hanno alcun motivo di pentirsi. Si tratta dunque di imparare da loro, facendo nostri questi "costumi"? No, ma proprio perché certe ferite è bene che sia la storia a rimarginarle come dice Bocca (anche se lui si pone fuori del dramma sull' asettica poltrona dello storico), non ci si può improvvisamente scordare che le ferite imposte dalla classe al potere durano da oltre trent'anni e sanguinano enormente di più di quella, che negli ultimi cinque anni si vorrebbero addebitare a chi questo potere ha inteso combattere. Fioroni è noto anche per questo, al contrario di Pisciotta che, per questo, fu ucciso trent'anni fa: perché ogni parola di Fioroni risuoni come un' accusa per chi si è voluto ribellare e serva di assoluzione a chi, da Portella delle Ginestre in poi, ha seminato stragi, oppressione e soprusi stando dalla parte della democrazia.
Comunicato
dei Comitati Autonomi Operai.
Così Lama è tornato all'Università
17 Febbraio 1977: il Movimento caccia Lama dall'Università. La polizia carica un'intera giornata prima di poter rientrare nell'ateneo.
12 Febbraio 1980: Lama ritorna all'Università, scortato dalla polizia. Questa volta sono le Br a riciclarlo. A tre anni di distanza da quel 17 febbraio 77, che segnò una data fondamentale nella crescita rivoluzionaria di massa, le Br hanno creduto bene, con l'uccisione di Bachelet, di proporsi unilateralmente come fautori della fine di ogni resistenza e riorganizzazione all'interno dell'università, terreno questo caparbiamente difeso dai compagni dell'università. Dove lo Stato, la Polizia, il ministro Valitutti, il rettore Ruberti, il Pci faticavano, oggi, grazie alla soggettività revisionista targata Br, riuscivano d'un sol fiato. Risultato: migliaia di studenti sequestrati nell'università ai quali addirittura veniva sequestrata la carta d'identità, mentre Lama, scortato dai mezzi blindati della polizia, poteva finalmente rientrare. E' l'occasione che Lama stesso aspettava per potersi vendicare, per prendersi una rivincita, per tentare di rimarginare una ferita, mai chiusa, che il Movimento del 77 inferse indelebilmente alla sua carriera di burocrate, cacciandolo con tutto il Servizio d'ordine del Pci fuori dall'ateneo. Mentre appare chiaro che assisteremo ad una ennesima pantomima di Stato, con i Pertini in "prima linea" con i piccisti in abito antiterrorista, tutti specializzatesi in funerali, con altrettanta chiarezza si conferma la volontà del revisionismo armato delle Br andare a braccetto con il revisionismo del Pci, per togliere qualsiasi spazio all'opposizione rivoluzionaria di classe, e affidando alle masse un ruolo di spettatrici passive da strumentalizzare e soggiogare. Ma questo progetto socialdemocratico repressivo, verso cui tutti costoro, ognuno per la sua parte, sembrano follemente lanciati, con le tensioni sociali non risolte, con i bisogni proletari a cui è vano rispondere attraverso leggi speciali, e con la battaglia politica che l'Autonomia Operaia condurrà fino in fondo. In questi giorni si apre il Congresso della Dc, quel partito che da decenni reprime le aspirazioni di migliaia di sfruttati, giovani, donne, che ha partorito solo disoccupazione e terrorismo di Stato. Non saranno certo polveroni di regime e funerali svolti sotto l'egida della democrazia blindata, a nascondere agli occhi delle masse le responsabilità di questo partito. Così come si è smascherata la funzione del Pci, che pur di arrivare al governo, si scatena contro i rivoluzionari, applaude al governo Cossiga e ai Blitz di Dalla Chiesa. Il consolidamento delle posizioni di classe, la ripresa della iniziativa di massa sui reali bisogni proletari, non può oggi prescindere da una ferrea battaglia politica contro il revisionismo armato, che soggettivamente, addizionando una sull'altra le attività di mera propaganda con le armi, crede di aver inaugurato la guerra di classe, ma che in realtà sortisce solo terrorismo. E il terrorismo, è oggi, come si è già verificato in altre occasioni storiche, totalmente arretrato rispetto al livello dello scontro in atto, ed anzi più se ne allontana, più costituisce un ostacolo e una negazione per lo sviluppo di un nuovo ciclo di lotte.
Comitati Autonomi Operai
Via dei Volsci
Roma, 12.2.1980
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Dai compagni del Policlinico:
certi elementi, ovvero i clandestini...
Compagni lavoratori, c'è arrivata voce che sono stati ritrovati alcuni volantini Br dentro l'ospedale... vere o non vere queste voci, ci interessa chiarire... visto che il terrorismo... è un tema di gran moda... cosa ne pensiamo noi!!! Dato per scontato che per noi terrorismo è quello che fa tutti i giorni lo Stato non dandoci un lavoro, una casa, dei servizi decenti, e permettendo le varie tangenti, lo smercio di droga, il malcostume generalizzato, c'è da aggiungere come certi elementi, ovvero i clandestini, stanno riuscendo a facilitare i livelli repressivi del potere portando avanti le sue identiche finalità, anche se da due poli opposti: distruggere qualsiasi dissenso, annientare ogni lotta, far entrare, chi proprio non si fa mettere paura dalla galera e dalla morte, in clandestinità! Ecco fatto... lo Stato così crede di aver levato di mezzo tutti quelli che come noi dentro i posti di lavoro, i quartieri e le scuole si rifiutano di farsi annientare; e loro, i clandestini, credono così di poter arricchire le loro file con chi di noi viene ricercato e perseguitato da polizia e magistratura per le nostre giuste lotte di massa!!! Di fatto oggi lo stato con la scusa del terrorismo vuole colpire soltanto quelli che lottano alla luce del sole e che gli danno più fastidio perché sedimentano coscienza di classe, e tutte le sue leggi speciali, i suoi continui abusi, la sua non libertà per i proletari, la chiusura delle radio libere, la galera per tanti e tanti compagni, gli servono solo contro noi proletari che abbiamo ancora il coraggio di ribellarci. Loro, i super furbi clandestini, infatti, continuano indisturbati ad agire, permettendosi addirittura di criticare chi lotta perché sono "legalitari, borghesi, garantisti" e dando tutte e due le mani allo Stato per farlo riabilitare agli occhi della gente, che in un momento come questo ha solamente paura di essere bersaglio delle loro pallottole o di quelle dei poliziotti. Ma cosa ancora più assurda, pretendono di farsi eleggere non si sa bene da chi come "braccio armato dei proletari" ed agiscono senza un minimo di collegamento con i bisogni reali delle masse e con una strategia ed una tattica fuori da qualsiasi logica e buon senso!!! La stessa mentalità di delega fottuta dei sindacati, che con essa si sono sempre garantiti gli accordi coi padroni al nostri danni!!! E' pazzesco... E' insopportabile... noi con la massima fermezza avvertiamo proprio tutti che nessun potere come nessun clandestino ci potrà levare la nostra chiarezza, la nostra volontà di lotta, la nostra presenza reale fra le masse, e quindi, invitiamo i tutti di prima... a cercarsi spazio dove non esiste l'autonomia operaia che è veramente l'unica garanzia della concretizzazione di un reale comunismo.
Pronto, compagni? Qua non si campa più, aumenta tutto pure la repressione e invece di essere tutti uniti mi sembra che anche voi contribuite a fare casino all'interno della sinistra...
Se non sì può ricorrere sempre alla considerazione MAO-Negri secondo cui grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è quindi eccellente, tuttavia non ci si può abbandonare a prese di posizione ispirate dalla paura, dalla sfiducia e dominate dalla più negativa valutazione sullo sviluppo del movimento di massa. E' indubbio che si è instaurato un rapporto di forza tra stato, padroni e movimento di lotta che non è favorevole a quest'ultimo, ma prima di far scaturire semplificazioni fuorvianti occorre riflettere. E' un dato di fatto che la presenza dei corpi armati dello stato e di tutto il suo apparato logistico, tribunali e carceri speciali nonché la rete informativa che ormai comprende a pieno titolo il Pci, ha assunto dimensioni preoccupanti. Va inoltre sottolineato come settori di corporazioni alle quali fino a ieri era affidato semplicemente il compito di garantire il consenso al regime, oggi svolgano un ruolo di diretta gestione del tribunale speciale e delle sue articolazioni. Ci riferiamo ad una parte di giornalisti, avvocati, funzionari politici, strutture sindacali, ma anche ultime propaggini dei partitini post-sessantotteschi. I divieti alle manifestazioni di movimento sono divenuti normalità anche se è pur vero che questo non accade da oggi. Sono divenuti norma per esempio a Roma dal Marzo '77, da allora si sono estesi su tutto il territorio nazionale. Abbiamo contato a Roma nell'ultimo periodo più di 10 divieti prima di riuscire a scendere in piazza con una relativa tranquillità in occasione della manifestazione nazionale dei precari il 2 febbraio. Ormai questo non è solo storia di Roma o Padova, ma è comune a Milano, Torino, Bologna, etc. Si è verificata inoltre una vera e propria escalation nel tentativo di eliminare ogni possibilità di circolazione delle esperienze, del confronto politico e dello sviluppo del dibattito del movimento, è divenuto molto complesso addirittura fare assemblee, molto spesso le assemblee sono state sciolte con l'intervento della polizia. Continua infine la chiusura di sedi di movimento, e anche questo è un discorso che dura da tempo per lo meno dal 7/11/77 quando fu chiusa la sede dei Comitati Autonomi Operai di Roma: ora si è passati alla eliminizione delle radio di movimento. Nel caso della chiusura di Onda Rossa si giunge alla finezza legale più entusiasmante: non c'è alcun appiglio strumentale, non ci sono manifestazioni in corso, la radio come è già accaduto, non può essere accusata di dare indicazioni alla "piazza", non ci sono convegni sul carcere a cui hanno il "difetto" di partecipare parenti di brigatisti, non ci sono armi nè proprie nè improprie. La radio viene chiusa semplicemente perché trasmette, ma è chiaro che con l'operazione di Ror lo stato, la DC il Pci e molti altri vogliono prendere più piccioni con mezza fava bacata. Infatti dei 7 mandati di cattura ben 4 sono destinati a compagni del Comitato Politico Enel, una delle strutture più radicate dell'autonomia operaia. I mandati sono firmati da Priore, portaborse di Achille Gallucci, uomo di fiducia della Dc su proposta, o comunque con ausilio, del Pm De Nicola elemento vicino al Pci. La chiusura e gli arresti precedono di pochi giorni la condanna ai compagni Daniele, Giorgio e Luciano. E chiaro a questo punto che il potere punta alla eliminazione del presunto gruppo dirigente dell'autonomia operaia romana. E per fare questo non si preoccupa molto delle forme. Si tratta di mettere in carcere i compagni per un motivo qualunque, poi si vedrà come tenerli. Tutto questo avviene sullo sfondo degli ulteriori sviluppi del 7 Aprile, i blitz si susseguono uno dopo l'altro dopo il 21 dicembre, ancora altri 10 arresti il 24 Gennaio, 10 arresti a Napoli e il rosario continua. Aggiungendo il pauroso bottino portato a casa da Cossiga con il varo delle leggi speciali, il quadro non può apparire affatto ottimistico e potrebbe portare ad esprimere una valutazione di fase basata unicamente sull'involuzione autoritaria generale del sistema commettendo a nostro avviso un grave errore. Ciò in quanto si compirebbe una drastica semplificazione che finisce per non cogliere un processo più complesso e di diversa sostanza.
Il gioco delle parti
Qui non si tratta solo di ricordare che il Pci e il sindacato cogestiscono in prima persona la ristrutturazione o che in questo specifico momento il problema centrale di cui si dibatte rispetto al quadro politico è appunto la partecipazione formalizzata e diretta del Pci al comitato d'affari della borghesia o del governo come lo si vuol chiamare. Dobbiamo cogliere invece come il tentativo sia ancora più ambizioso. Si cerca cioè una chiusura totalizzante di un sistema che contenga al proprio interno una dialettica cortocircuitata e coincidente che si propone, aldilà della carcerazione delle avanguardie di lotta, l'obiettivo impossibile di stritolare l'antagonismo sociale. Così si assiste ad uno spaventevole gioco delle parti per cui per esempio il sindacato dopo aver firmato i contratti della ristrutturazione antioperaia del salario, della mobilità garantita ai padroni, dopo aver gestito tre anni di politica dell'Eur che ha avuto come effetto non secondario il rilancio da parte padronale degli incentivi individuali, oltre che la ripresa accelerata della produttività capitalistica, questo stesso sindacato si trova oggi a criticare i successivi decreti con i quali il governo non fa altro che ratificare la disponibilità strategica del sindacato. L'esempio più evidente di questo andazzo è rappresentato a convocazione dello sciopero generale del 15 Gennaio. Dopo 4 mesi di trattative con il sindacato su tariffe, pensioni, defiscalizzazione dei salari, assegni familiari, il governo arriva a decretare con tutta tranquillità aumenti spaventosi di benzina, tariffe, prodotti energetici, oltre alla pratica riconferma della Stammati bis sulla gestione dei bilanci degli enti locali, tagliando di un sol colpo almeno 30.000 lire mensili dal salario medio, senza contare gli effetti di trascinamento di questi provvedimenti. Ma la cosa più simpatica è il fatto che nel decreto par le tariffe Enel e Sip il governo non ha fatto altro che riportare quanto già concordato con il sindacato. Ebbene come se non avesse alcuna responsabilità di quanto deciso, il sindacato convoca uno sciopero generale di dimensioni tali da farci tornare indietro di 10 anni. Per i contenuti però lo sciopero è modernissimo, è convocato con la prima parola d'ordine del rilancio della produttività e l'ultima lotta al terrorismo, passando per una flebile contestazione delle "scelte inflazionistiche del governo". Naturalmente dopo lo sciopero nessuna conseguenza, ed anzi il sindacato riprende i contatti con il governo come se niente fosse. Nessuna vergogna, nessuno spavento, sembra quasi di assistere all'apologo di Menenio Agrippa, dove braccia e gambe vogliono far credere di fare la fronda allo stomaco che le alimenta. Infatti è il sindacato che, come articolazione dello stato e del sistema di produzione, si presenta come unica parvenza di opposizione possibile (perchè in fondo uno sciopero generale è sempre tale), ad un proletariato a cui si vuole affidare il compito di buscarle e di tacere, anzi di partecipare convinto al proprio massacro sociale, economico, politico. Quelli che abboccano in fondo non sono pochi. Non sono solo gli abbacchietti di D.p., forse giulivi per la formalizzazione della terza corrente dentro la Cgil. Si parla invece di quegli ampi settori di movimento che appaiono disorientati dalla ristrutturazione repressiva dello stato; dalla scomposta e astratta linea dei gruppi combattenti sempre più incaponiti a perseguire la strada del più drastico revisionismo armato senza capire come una battaglia di resistenza del movimento oggi non può rinunciare neanche per un momento a muoversi sul terreno della costruzione della alternativa generale, progetto assolutamente non praticabile dalla clandestinità, tanto più in assenza di una solida base sociale. Il risultato di questa combinazione sembra essere, per alcuni settori di movimento, quello di adottare una linea rinunciataria e miope quando, rispetto a scadenze come quella del 5 gennaio, non si fa niente per rappresentare una qualsiasi alternativa alle pagliacciate sindacali. Certo oggi per il movimento si tratta di sciogliere il nodo non semplice di trovare il modo di continuare a perseguire una linea di massa, di organizzazione politica di ampi settori sociali, in presenza di un processo di criminalizzazione che può contare su un sostanziale e rigido coprifuoco.
Tenere la piazza
Per tenere la piazza dovremo comunque mettere in conto, anche sul terreno dei bisogni immediati e su rivendicazioni di settori sociali parziali, e forse per un periodo non breve, le cariche della polizia, gli arresti e la galera per molti? Può essere un prezzo che si potrebbe anche pagare, se però finalmente dentro il movimento si riuscirà ad imporre una linea di condotta che faccia giustizia di ogni atteggiamento malato di minoritarismo che finisce per riprodurre la delega e lo schematismo di interpretazioni, atteggiamenti che stanno a monte del rifiuto dell'organizzazione dei settori sociali antagonisti. E' chiaro infatti che il problema non è solo quello delle "scadenze", anzi se vogliamo questo è solo un corollario che diverrebbe asfittico, se non fosse strettamente correlato con la quotidiana capacità dei proletari vecchi e giovani, di garantire la propria insubordinazione. Il nemico di classe, la socialdemocrazia repressiva persegue in questo momento l'obiettivo di cancellare lo spettro della lotta di classe, in questo essendo omogeneo con le varianti possibili della dittatura borghese dal liberalismo storico al fascismo, ma il fronte di classe proletario deve sapere fare i conti con una situazione non riconducibile a queste categorie, appunto il liberalismo o il fascismo. Dobbiamo misurarci con un sistema produttivo e di controllo che cerca una mediazione tra il liberismo riconquistato: la centralità dell'impresa la elasticizzazione più ampia dell'uso della forza lavoro e quindi la mobilità, il lavoro nero, il precariato, ed una programmazione di stato che garantisca e in qualche modo disciplini il processo di accumulazione. Così accanto al crudo ristabilimento del comando suila produzione, marciano o cominciano a marciare le varie leggi sulla riconversione, sulla casa (dall'equo canone alla 513, alla legge Bucalossi), magari depurate dagli intoppi giudicati insopportabili dai padroni, le riforme della sanità, della scuola, per non citare quella bestiale del carcere, gli enti locali costretti a gestire una politica del territorio che non sia solo mafiosa e banditesca, ma che sia di ausilio efficace alla accumulazione e alla produttività generale del sistema, i piani energetici prendono corpo minacciando di macinare i movimenti popolari di opposizione. E' questa complessità che non è assolutamente riconducibile alla pura attenzione alla repressione e al totalitarismo del sistema, è sul complesso di questi temi che va dimostrata la forza vincente, dell'autonomia operaia. Capendo una volta per tutte che non c'è scissione tra scontro generale e pratica sociale quotidiana, che in una fase come l'attuale assecondare l'isteria del potere equivale a perdere la dimensione della strategia comunista, dell'autodeterminazione proletaria. Cortocircuitare questa complessità dello scontro di classe puramente o principalmente sul terreno dello scontro militare, vuol dire non solo offrirsi alla mannaia del boia, ma dimenticare che la forza della rivoluzione comunista sta nella capacità costante di fare concretamente vivere l'irriducibilità dei bisogni proletari dentro i programmi della conservazione capitalistica. Si finisce poi per non comprendere neanche che solo sul terreno della diffusione, del decentramento radicato e socializzato la repressione, il terrorismo dello stato tornano ad essere una tigre di carta.
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Questo è il documento della Fim Cisl sulla violenza politica.
Il direttivo provinciale della FIM CISL di Padova, unitamente alla segreteria regionale ed alle segreterie provinciali della FIM del Veneto, ha ampliamente dibattuto il tema della violenza politica, con particolare riferimento alla situazione Veneta e padovana. La decisione in esso presa, di assumere una posizione pubblica su questa questione, nasce dal fatto che alcuni militanti dell'organizzazione e l'organizzazione stessa vengono accusate di "ambiguità" nei confronti di "Autonomia"; e ciò per il solo fatto che la FIM ed i suoi militanti si rifiutano di unirsi al coro delle condanne di maniera, ai perbenismi interessati di quelli che si illudono sia possibile sconfiggere il terrorismo e la violenza politica semplicemente demonizzando, criminalizzando e incarcerando. Mentre riteniamo del tutto superfluo dimostrare la pretestuosità di queste insinuazioni, affermiamo la necessità di interrogarci seriamente in questa fase sulle radici della violenza politica, rifiutando la colpevole scelta di chi tende a semplificare i termini del problema, arrivando per questa via a proporre soluzioni che, lungi dal risolverlo, possono contribuire concretamente ad aggravarle. Una organizzazione di lavoratori come la nostra non può limitarsi ad assumere valutazioni e linee di intervento elaborate al di fuori del sindacato. Ha bisogno di farsi un'idea propria, discussa con la gente, a partire dalla propria specifica esperienza, e non può fare questo se non si riconosce a tutti, lavoratori e militanti, il diritto ad esprimere le proprie opinioni su questo problema, qualsiasi esse siano. E' questa la condizione per ritrovare nuove sintesi unitarie nella FLM e nella Federazione Cgil cisl uil, per la definizione delle quali questo documento vuole essere un contributo attivo. Di fronte all'estensione, alla complessità ed anche al radicamento che il fenomeno della violenza politica assume nel nostro paese appare innanzitutto fuorviante continuare a ragionare come se ci si trovasse di fronte a un "complotto" elaborato in chissà quali sperduti "santuari". La "teoria" del complotto annulla ogni nostra capacità di analisi rispetto alla società, alle sue strutture, al fatto che una certa configurazione del potere, un certo modo di organizzare la vita sociale che producono esse stesse violenza. Solo se si abbandona questa inutile teoria ci si può finalmente porre la domanda che appare ogni giorno più urgente: perché un giovane decide di imbracciare il fucile? Perché decide di pestare selvaggiamente un insegnante? Perché l'ipotesi della violenza politica anche armata, ancor prima di essere una scelta, è una delle possibili alternative aperte nell'esistenza di parti significative delle giovani generazioni? L'esplosione della violenza politica - fatto che, pur essendo tipico di tutte le società industriali avanzate, assume nel nostro paese una particolare gravità - va ricondotta, in ultima analisi, al modo come sono organizzate queste società, alla gravità con cui la crisi ha colpito la società italiana e da ultimo - ma è forse ciò che maggiormente caratterizza la nostra realtà nazionale - alla chiusura del sistema politico, cioè alla permanente incapacità da esso dimostrata di dare risposte alle domande di cambiamento che in questo decennio si sono espresse con forza nel nostro paese. Dietro allo svilupparsi della violenza politica sta anche un'altra crisi, quella dei movimenti e delle lotte sociali di massa che avevano tentato di affrontare, in forme diverse, ciascuno a partire dalla propria specificità, i problemi posti dalla crisi della società italiana. Le domande che hanno sollevato hanno incontrato l'ostilità dei governi chiusi nella difesa degli interessi dominati ed essi sono così rifluiti. Nella scomparsa della speranza di soluzioni collettive ha così preso piede da un lato la ricerca di soluzioni individuali e dall'altra il fenomeno della violenza politica. Abbandonare la teoria del complotto significa anche saper cogliere le differenze esistenti dentro l'area di chi pratica la violenza politica. Mentre riteniamo grandi le responsabilità politiche e morali di "Autonomia", sia per talune azioni squadristiche, sia perché in alcuni casi è stato proprio l'intervento prevaricatore di Autonomia che ha impedito la crescita di movimenti di massa e ne ha approfondito la crisi, non riusciamo a capire come sia possibile identificare le Brigate Rosse e Autonomia. Diversa è la teorizzazione, diversa - fino a che non si dimostra il contrario con prove credibili - è la pratica, diverse sono anche le responsabilità politiche. Per quanto netto possa essere il nostro rifiuto della teoria e della pratica di Autonomia non si può non vedere come essa cerchi - a differenza delle BR - un radicamento di massa, come essa sia riuscita a coinvolgere settori di giovani, tentati dalla strada della violenza armata, che appaiono assai lontani dalla efficenza militare dimostrata dalle BR, come diversi siano stati i suoi obiettivi, come meno drammatici siano stati gli effetti della sua azione sulle persone, come da ultimo essa si muova dentro un'area sociale complessa, dalle reazioni imprevedibili, che può facilmente passare il guado della violenza armata in seguito alle scelte compiute dallo stato, dalle forze politiche ed anche forse da noi stessi. Per questo riteniamo la via della militarizzazione del conflitto sbagliata ed inefficace. Tale via, seguita ormai con determinazione dopo i provvedimenti governativi sull'ordine pubblico : gli spostamenti decisi nellle alte sfere dei servizi di pubblica sicurezza, sta già ampiamente riducendo i margini di libertà per tutti, ma per essere efficace - ammesso che lo sia - avrebbe bisogno di essere perseguita fino in fondo, facendoci pagare costi elevatissimi e che non intendiamo pagare. Tale via potrebbe anche significare indurre alla scelta della violenza armata molti di quelli che finora non avevano scelto. Abbiamo la sensazione purtroppo che ciò stia già avvenendo. I due fronti di lotta si alimenterebbero a vicenda, com'è già accaduto, in una spirale di cui non è dato prevedere gli esiti. E' contro questa situazione, che toglie ogni spazio al libero manifestarsi di movimenti sociali; è per l'allargamento delle conquiste di democrazia e di partecipazione che lo scontro praticato dalla Fim con Autonomia è di natura politica e non di natura militare. E' alla ricerca di soluzioni politiche che deve orientarsi l'azione di tutti, forze politiche, poteri dello Stato, ma soprattutto movimento sindacale. Affermare ciò non vuol dire che non vanno perseguiti gli autori di atti criminosi, ma vuol dire che anche ad essi vanno riconosciute tutte le garanzie del diritto. Che occorre distinguere fra "condanna politica", rispetto alla quale si opera con strumenti politici, e "condanna penale", che deve fondarsi su prove concrete di atti criminosi compiuti. Senza di ciò il processo agli arrestati del 7 aprile e del 21 dicembre si trasforma in un processo "politico", ed esso diventa - come sta già avvenendo - lo strumento attraverso il quale si sovverte lo spirito e la lettera della costituzione, liberando così la strada ad un uso antidemocratico delle leggi che colpirebbe la stessa lotta dei lavoratori. Per il sindacato, e per la Fim in particolare ricercare soluzioni politiche significa lavorare per lo meno in queste direzioni:
a) Interrogarci sulla natura del sindacato oggi. E' necessario che esso ridiventi un posto dove la gente, i lavoratori, possano ritrovarsi a lottare per il cambiamento. Perciò è prioritario uscire dall'appiattimento in cui il sindacato, sempre più, annullato e confuso fra le altre istanze istituzionali, versa; ritrovare la nostra capacità di elaborazione autonoma rispetto ai partiti ed al quadro politico; essere soggetto chiaramente distinguibile, per il modo diverso in cui agisce, dalle logiche contorte con cui si muove il sistema politico, in modo che ci sia possibile diventare interpreti anche di bisogni e domande sociali non rappresentati. E ciò non in astratto ma in concreto, a partire dalle specifiche situazioni locali costruendo - per quel che ci riguarda ,in primo luogo -un progetto per questa regione, per il Veneto.
b) La lotta per la difesa ed il rafforzamento della democrazia come asse strategico della nostra azione. Tale lotta va intesa nel senso più ampio, utopico, non come semplice difesa delle leggi esistenti ma come battaglia contro ogni forma di oppressione, come affermazione del diritto per ogni uomo di progettare il proprio futuro, la propria vita. E' per questa nostra convinzione che la Fim vuole uscire dal generale silenzio sui provvedimenti emanati dal Governo, si dice per combattere il terrorismo. Quando si mettono in campo norme o leggi che, riconoscendo il fermo di polizia a 48 ore ed allungando i termini di carcerazione preventiva fino a 12 anni (!), modificano la democrazia il sindacato deve esprimersi, e deve esprimersi contro. Questi provvedimenti, mentre si dimostrano inefficaci a colpire le organizzazioni terroristiche che operano nella clandestinità (è nota l'abitudine da parte di costoro a dichiararsi prigionieri politici), appaiono tali da costituire una vera e propria vittoria politica delle BR, che vedono cosi riconosciuto il terreno di confronto con lo Stato che esse si sono scelte. Negato loro il riconoscimento politico durante la vicenda Moro si finisce per riconoscere la loro potenza militre adeguandosi alla loro strategia che, da sempre, mira a far terra bruciata fra il partito armato e lo Stato, per togliere spazio alle lotte sociali di massa, come all'opposizione democratica, e trovare quindi sempre nuovi addetti per la lotta armata. Queste misure, tanto più se viste assieme al continuo susseguirsi di nomine ai vertici delle istituzioni preposte alla tutela dell'ordine pubblico, ci preoccupano anche per un altro motivo. Non possiamo dimenticare come, all' inizio degli anni '70 e per lungo tempo, vi siano stati episodi di terrorismo nero (Piazza Fontana, Brescia, Italicus, ecc.) rispetto ai quali frange dell'apparato statale (nei servizi segreti e nelle stesse forze di polizia) sono apparse in qualche misura coinvolte. Su queste connivenze non è mai stata fatta piena luce, i corpi separati dello Stato non si sono rinnovati e quando si è cercato di farlo dal basso, istituendo un sindacato di polizia, a ciò ci si è opposti con determinazione. E' quella stessa classe dirigente che ha su di sé la responsabilità di non aver chiarito, di non aver rinnovato, ma anzi di essersi opposta al rinnovamento, che oggi si assume la paternità di queste leggi liberticide. E a tale classe dirigente tale libertà va negata.
c) Ci sono obiettivi e contenuti sui quali Autonomia si è qualificata che possono e debbono essere assunti all'interno dell'iniziativa del sindacato. Esistono infatti aspetti della cultura delle giovani generazioni che finora sono rimaste esterne alla cultura ed alla linea del sindacato e che sono state invece assunti, sia pure deformate, dall'area di Autonomia. Togliere questi contenuti ad Autonomia, ovviamente non riproponendoli schematicamente, ma rielaborandoli all'interno di uno sforzo nuovo di lettura di ciò che le giovani generazioni esprimono, è un modo, forse quello decisivo, per togliere spazio politico ad Autonomia.
d) L'intensità con cui è scoppiata la violenza politica in questi ultimi anni ci induce da ultimo a riconsiderare un dibattito che molti di noi avevano ritenuto chiuso, quello sulla violenza. La Fim esprime non da oggi, una scelta ideale per metodi non violenti di trasformazione sociale e tuttavia ci rendiamo conto che la violenza non è stata del tutto assente dalla nostra azione, nè a quella di tutto il movimento sindacale. Sarebbe forse ingenuo pensare che essa possa essere totalmente assente da chi vuole cambiare una società che, al di là delle apparenze, rimane violenta come la nostra. Quando si valuta la violenza praticata da altri occorre evitare l'errore di condannarla solo perché sono "altri" a compierla e non noi. Anche per questo quando ci si trova di fronte a soggetti che praticano e teorizzano la violenza non per questo ogni possibilità di rapporto con essi deve essere preclusa. L'uso della violenza è stato teorizzato ed in qualche caso praticato da organizzazioni politiche grandi e piccole nel nostro paese in questo dopoguerra ed in questi ultimi dieci anni (anche perché era diffusa la preoccupazione di un colpo di stato) e ciò non ha impedito che si sviluppassero rapporti fra organizzazioni che esprimevano valutazioni diverse, rapporti che hanno contribuito a far evolvere positivamente la situazione. Anche per questo rifuggiamo da un atteggiamento troppo preoccupato di demonizzare gli avversari, come avviene a Padova, e riteniamo necessario riaprire la discussione su noi stessi e sulle nostre scelte.
Direttivo Prov. Fim Cisl Padova
Segreteria Regionale Fim Cisl
Padova 3/1/80
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Pronto? Sono in onda? Ma qui c'è la guerra in Afganistan, nel mondo, in Italia e voi parlate dell'equo canone! Qui si ammazza la gente a decine e voi parlate di rivoluzione sociale, di alternativa allo Stato e alle Br...
Non faremo certo una cosa nuova rielencando qui la somma e l'intreccio di ragioni che ci hanno sempre radicalmente separato dalle teorie e dalle pratiche dei gruppi armati clandestini. Con questi gruppi non abbiamo mai avuto alcun punto di contatto, non abbiamo con essi diviso mai alcun limite o confine di ambiguità, nè ci sono state zone d'ombra dietro cui confondere noi stessi e confondere gli altri. La violenza conflittuale che ha investito come protagonisti larghi settori proletari nella città di Roma è stata sempre sotto gli occhi di tutti. Essa ha riguardato, sul territorio, la lotta per la casa e contro il carovita; per il salario e contro la ristrutturazione sui posti di lavoro; su tutti i temi della condizione giovanile nelle scuole; per i movimenti di liberazione, nella militanza antifascista ed antimperialista, contro lo Stato di polizia e la militarizzazione del territorio, nelle piazze. Non sono, queste, semplici affermazioni propagandiste, ma elementi essenziali di una verità politica che hanno caratterizzato tutta la storia della nostra organizzazione fin dal suo nascere, ed ancora prima, fin dalla nostra militanza nei partiti di sinistra; nel sindacato o nei gruppi. Nel corso di questa vicenda, che ha piantato ormai solide radici di classe nella città, i nostri compagni, i nostri organismi sono stati sempre colpiti dalla repressione, ma non per questo il nostro sviluppo è stato fermato. Oggi, con altri compagni di altre città, ci troviamo al centro di una delle più grosse ondate repressive, che ricorda direttamente quella degli anni '50. La premessa sulla nostra identità politica non è dunque finalizzata ad una tardiva presa di distanza dal fenomeno armato clandestino, ma alla chiarezza politica tra i proletari e dentro il movimento rivoluzionario. Per quello che ci riguarda come organizzazione, noi non abbiamo infatti alcuna necessità di prendere a priori le distanze dal fenomeno armato clandestino, costituendo la nostra teoria e la nostra prassi, la nostra storia e le nostre radici marxiste, l'unica vera e totale critica alle posizioni combattentistiche. Al confronto la più veemente delle condanne di stampo borghese e revisionista è soltanto un rivoltante ed ipocrita rito cabalistico, perché incapace di risalire alle origini del proprio terrorismo, e perché nutre il fine odioso della sconfitta proletaria e della conservazione, costi quel che costi, del potere capitalistico. Soltanto chi ha in cuore ed in mente, e si adopera quotidianamente, senza tentennamenti ideologici ed opportunismi pratici, per un progetto di radicale trasformazione sociale; soltanto chi ha ben chiaro che questo può avvenire unicamente attraverso un movimento reale delle coscenze proletarie sui propri bisogni di classe; soltanto chi vive ed interpreta profondamente questo passaggio, può veramente capire, giudicare, criticare, rimuovere l'ostacolo e la negazione che di questo processo vengono a rappresentare le pratiche combattentistiche. Dobbiamo rivendicare la superiorità e la globalità della nostra critica, di fronte alla meschinità propagandistica e liberticida della più ringhiosa invettiva farisea. Questo soprattutto nei momenti di confusione e di sbandamento come l'attuale, in cui la snervante ripetizione dell'azione clandestina, ha portato settori operai e di massa a riempire le piazze, ad applaudire e a dare un sostegno ai proclami antiproletari di Stato. Dobbiamo rivendicare questa superiorità anche di fronte ai clandestini, non perché le nostre parole abbiano la possibilià di sortire un effetto presso chi da tempo ha scelto il sanfedismo integralista della propria soggettività, ma perché, nella battaglia che dobbiamo impegnare contro le loro posizioni, va enunciato chiaramente il principio che i mezzi che si usano per raggiungere il fine rivoluzionario non sono avulsi da questo fine, ma anzi lo predeterminano nella sua qualità, come nella natura dei nuovi rapporti sociali che si vogliono costruire. Qualsiasi concezione che si fondi sulla cosidetta "autonomia del politico", cioè del primato dell'azione di partito (sia esso armato o non), dei suoi mezzi, dei suoi tempi, su quella delle masse, non può che contenere in sè l'embrione di una prospettiva politica che non va sicuramente in direzione di una rivoluzione sociale e culturale delle masse. Può andare in direzione di una rivoluzione politica e militare, ma mentre la storia ci deve ancora fornire esempi vittoriosi di rivoluzione proletaria in questo senso, ce ne fornisce invece molti e notevoli di involuzione revisionista ed autoritaria lungo questa china. E questo lo diciamo ancora una volta a priori, senza avere la necessità di ricorrere all'ombra di quella dietrologia che traccia una connessione ideologica e politica tra socialimperialismo sovietico ed alcune formazioni clandestine. Tutto ciò che realmente esiste non ha alla lunga alcuna possibilità di essere mistificato. Quello che a noi è già ora sufficiente e d'avanzo è l'osservazione marxista di un fenomeno che snatura profondamente il percorso e la qualità di una rivoluzione sociale del proletariato.
Ancora attorno a Moro
La partita delle Br contro lo Stato, quella dello Stato contro le Br, quella di entrambi contro il movimento rivoluzionario di classe, si gioca ancora attorno al cadavere di Aldo Moro. Le Br rapirono il presidente democristiano nel marzo del 1978, dopo che per un anno il movimento del '77 aveva, con la sua radicalità di massa, svuotato di qualsiasi senso la necessità dell'azione clandestina. Le Br vollero in questo senso pesantemente riaffermare il primato della loro organizzazione, del loro partito combattente, sia sullo sviluppo del movimento, sia sulla strategia di scontro con lo Stato. Il tentativo egemonico che le Br, relativamente a questi due aspetti, giocarono con l'operazione Moro, nasceva dunque già in un'ottica di netta contrapposizione al movimento di massa. L'Autonomia Operaia svolse allora una dura battaglia contro questa operazione, e contro l'incredibile conclusione che le Br minacciavano ed a cui puntualmente arrivarono, due mesi dopo, con l'uccisione del loro prigioniero. Questa battaglia interpretava profondamente il senso e le aspirazioni del Movimento del '77, e perciò essa fu fatta propria da larghi settori di massa. Ma ancora una volta, le Br, che vedono così radicalmente rigettato il loro tentativo egemonico, decidono di accentuare la loro contapposizione, agendo lucidamente contro le indicazioni politiche del Movimento. Infatti alle Br quel movimento non solo non tornava utile, ma le intralciava nella propria guerra, creando anche contraddizioni al loro interno. Alla stessa stregua lo Stato ed i due suoi superpartiti non tennero in alcuna considerazione le voci di campo borghese favorevoli ad una trattativa, e tutto fu fatto e non fu fatto per giungere inesorabilmente a quella conclusione. Come scrivemmo nel nostro comunicato di allora, se da una parte le Br si erano ormai chiaramente messe al di fuori di qualsiasi dialettica e strategia rivoluzionaria, dall'altra il cadavere di Moro sarebbe stato cinicamente utilizzato per un lungo periodo contro l'opposizione di classe. Oggi, a due anni da quella uccisione, questo cadavere è al centro di tutte le inchieste giudiziarie, le operazioni repressive, le delazioni, le campagne di stampa attraverso le quali si vogliono processare ed infamare dieci anni di lotta di classe nel nostro paese. Sull'acquitrino processuale, sulla giungla giudiziaria rigogliosamente fiorita attorno al caso Moro, e dentro cui lo Stato cerca di impantanare il movimento di classe, la stella delle Br osserva dall'alto il bel capolavoro di devastazione compiuto: moltiplica i suoi mille fuochi sfavillanti, accelera il suo moto ascensionale, per diventare l'unico punto di riferimento contro il moloch repressivo in questa "oscura e tempestosa" notte d'inverno. Se in Potere Operaio è potuta crescere una serpe velenosa come Fioroni, nelle ditte clandestine c'è il marchio di garanzia, i Waccher vengono prontamente eliminati! Così come in ogni guerra che si rispetti, anche in quella che le Br (oggi in unità tattica con le altre formazioni), credono di aver dichiarato, gli schieramenti debbono essere rappresentati in tutta la loro sacrale ufficialità, in mezzo non deve trovarsi nessuno, anzi va fatto il vuoto... Là dove l'Autonomia Operaia lavora per svuotare la base di classe che sopporta le vecchie istituzioni, per dislocarla verso l'originale creazione di nuovi organismi sociali di contropotere, le Br tendono invece a ricompattare nella loro più aggressiva rappresentazione tutte le contraddittorie e scollate articolazioni del dominio borghese. Tutto lo Stato, con tutta la sua brutale involuzione, contro i nuovi reparti combattenti, contro la nuova fulgida resistenza armata! In questa radiosa strategia del sol dell'avvenir anche "i berlingueriani" devono prendere ufficialmente posto nel governo borghese, e non c'è dubbio che "l'ondata terroristica e la campagna d'ordine" sia oggi l'unica corrente ascensionale che il Pci può sfruttare per avvicinarsi a questo obbiettivo. Ma ci troviamo qui di fronte ad una vecchia illusione, niente affatto rivoluzionaria, che ha mietuto numerose vittime in un'intera generazione di militanti dei gruppi extraparlamentari. Spingere il Pci al governo, per fargli cadere la maschera davanti alle masse, per essere spremuto, come un limone dall'imperialismo, prima di essere gettato nella pattumiera della storia. Berlinguer come Kerensky nel voto rosso di Potere Operaio; governo delle sinistre e "cosiencia y fucil" in Lotta Continua: se al voto sostituiamo le armi, cambia lo smalto del fascino, non la ruggine del risultato. Scrivevamo sul n. 3 de "I Volsci" (Aprile '78): "Il passaggio rivoluzionario nella crisi, che alla stessa stregua le Br non vedono, è che gettare nella pattumiera della storia il Pci è un compito che il proletariato deve sottrarre all'imperialismo. In caso contrario spremere il limone revisionista da parte del capitale multinazionale avrà un senso ed un risultato preciso: quello di gettare nella pattumiera l'intera rivoluzione proletaria, perché essa non è stata capace di liberarsi del proprio nemico interno".
Sulla guerriglia
Una delle leggi fondamentali che governano lo sviluppo della guerriglia, è che essa, partendo da evidenti condizioni di inferiorità militare, sia in grado di allargare continuamente il fronte combattente, e che dalla fase di propaganda armata si dispieghi via via in guerra aperta, con il coinvolgimento diretto o di supporto di larghe fasce popolari. Perché questo coinvolgimento avvenga la guerriglia deve radicarsi e farsi carico dei bisogni proletari, e contemporaneamente che la lotta per il soddisfacimento di questi bisogni non possa avvenire altro che in forma di guerra. In mancanza di queste condizioni la guerriglia permane, anche per un lungo periodo, soltanto come fenomeno di irriducibile endemicità, che se da una parte è il riflesso speculare degli aspetti più brutali del dominio in atto, dall'altra non è assolutamente in grado di minarne le basi economiche e politiche. La superiorità militare del nemico e l'affinamento delle tecniche antiguerriglia permettono di contenere costantemente questa endemicità dentro le sue dimensioni "fisiologiche", mentre il meccanismo di "guerra interna" che si innesca favorisce la tendenza verso una legislazione eccezionale, in grado di colpire l'opposizione e di restringere la dialettica conflittuale. Ora a noi sembra che l'azione svolta dai gruppi clandestini in tutti questi anni non abbia mai decollato dalla fase di propaganda armata, e non abbia mai fatto nessun significativo passo in avanti, se non nel senso che la specializzazione e l'efficacia militare raggiunta nel colpire gli obbiettivi, risieda proprio nella dilatata e parossistica reiterazione di questa fase propagandistica. Dal punto di vista del fronte combattente, esso è stato soltanto in grado di riprodursi, compensando così le notevoli perdite causate dall'azione antiguerriglia dello Stato, e dando peraltro origine al fiorire di nuove micro-formazioni, dalle incerte dimensioni, durata e chiarezza politica, la cui polverizzazione e differenziazione non ha mai consentito un reale processo di centralizzazione. Non c'è dubbio che l'attuale ondata repressiva abbia consentito un allargamento di questo fronte, un maggiore coordinamento operativo tra i vari gruppi, un accrescimento numerico delle azioni, che è però ancora un fenomeno assolutamente non in grado di raggiungere le dimensioni di un consolidato sviluppo strategico. Se a tutto questo aggiungiamo che la strategia fin qui delineata non configura mai alcun legame con i bisogni proletari, ma soltanto con le proprie necessità politiche, viene seriamente da domandarsi se queste formazioni perseguano un reale obbiettivo di sviluppo della guerriglia, o se invece si limitano ad uno scontro di vertice all'interno di una visione di crescente destabilizzazione nei rapporti del quadro capitalistico internazionale.
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Linea di massa
contro il "partito della guerra fredda"
Se abbiamo ben chiaro quale è il processo dialettico, di lotte e di liberazione della coscienza di massa, come unica e vera possibilità di costruire fin da oggi i presupposti per una società alternativa, non possiamo in nessun caso venir meno a questa nostra linea rivoluzionaria. Se questa linea venisse ogni volta snaturata dalle contingenze della fase, verrebbe meno tutta la fondamentale innovazione della concenzione politica che l'Autonomia Operaia ha segnato in alternativa a tutte le varianti del pesante retaggio terzinternazionalista. Occorre vivere apertamente tutta la contraddittorietà che caratterizza ogni fase politica, proprio perché la nostra linea strategica punta su quella maturità delle masse e delle avanguardie, che può scaturire soltanto dal superamento, e non dalla rimozione di queste contraddizioni. Riprendiamo ancora una volta gli strumenti dell'analisi. Il terreno della crisi antioperaia è un terreno che mette a durissima prova la resistenza e la coscienza di massa, ma è anche l'unico su cui progredisce inesorabilmente la crisi dei padroni. Per dominare questo processo lo Stato tenta un'evoluzione nell'uso di questa crisi, improntando i rapporti sociali ad un clima di guerra fredda, che ben si attanaglia con lo sfondo internazionale attuale. La guerra fredda negli anni '50 significò la chiusura netta, militare, da parte del potere, di qualsiasi dialettica conflittuale. La differenza con l'oggi è che anche il revisionismo è artefice e cogestore (con alcune contraddizioni) di questa neo-guerra fredda, ma questa prima differenza non deve far commettere ai rivoluzionari l'errore di ricompattare loro, l'organizzazione del revisionismo con l'area del suo consenso, che è oggi in molta parte disorientata e fluttuante. L'attacco, ieri come oggi, è al movimento della lotta di classe, l'ulteriore novità dell'oggi è che il filone armato clandestino è interno ed interessato a questo attacco. Il compito attuale del partito della guerra fredda è quello di ricondurre, con le buone o con le cattive, tutte le istituzioni, quelle dello Stato (Magistratura, giornali, intellettuali, ecc.), quelle sindacali e anche della sinistra operaista alle dirette dipendenze e alla rinnovata subalternità all'esecutivo, e all'area della governabilità. Sono sintomatiche in questo senso le varie operazioni che a più riprese avvengono all'interno ed attorno al sindacato. Il partito della guerra fredda sa, che non tutto il sindacato è ancora normalizzato, e che continuamente si riflette al suo interno la spinta di una conflittualità operaia sempre pronta a ripresentare i conti lasciati in sospeso. La linea dell'Eur, la panzerpolitik di Amendola non è passata, è stata respinta nelle fabbriche, e non solo alla base. Proprio alla vigilia delle vertenze aziendali la Fiat passa all'attacco nella maniera più dura e sfacciata, richiamando il sindacato, come nel '50 a farsi carico della ricostruzione del massimo profitto; niente soldi e più produttività. Il partito della guerra fredda impone le sue direttive anche al Pci "occidentalizzato" di ripristinare rigidamente la cinghia di trasmissione del sindacato. Il Pci, ormai totalmente impelagato nei vertici "automobilistici", fa il suo dovere, e dove ha fallito il destro Amendola, ci riprova Chiaromonte (il sinistro di cui è segretario Tronti), entrambi uniti nell'attaccare quella funzione storica conflittuale che garantisce la forza lavoro. Per il Pci degli anni '80 è il lasciapassare pubblico per essere ammessi oltre che al partito della guerra fredda, anche a quello della governabilità. Il problema dei comunisti rivoluzionari, il problema centrale di questa fase, aperta due anni fa attorno all'operazione Moro, è di lottare con tutti i mezzi per aprire gli spazi alla lotta di classe, ed è cieco chi, anche in questa situazione, vede definitivamente chiuso ogni spazio. La nostra linea di massa deve ed ha la possibilità di inserirsi in tutte le contraddizioni che il partito della guerra fredda apre nella sua strategia di annientamento. In questo senso il nostro punto di riferimento rimane la conflittualità di classe, e la dialettica con tutte quelle forze sociali che al suo interno agiscono (anche in direzioni diverse dalle nostre) per garantire sempre maggiori spazi di movimento. Il nostro fronte di scontro è all'interno dì questo processo, il nostro retroterra più sicuro e più ricco è nei legami sociali che abbiamo conquistato. Il compito dell'Autonomia Operaia è stato e rimane quello di agire come fattore di accellerazione, di chiarezza, di aggregazione in avanti dentro tutti gli altri fattori della dinamica sociale, per determinare nella coscienza di massa la necessità di uno sbocco di potere all'insorgenza dei bisogni proletari. Dentro questa linea sapremo adeguare le funzioni e i modi della nostra organizzazione, per metterla in grado di operare nonostante gli attacchi di ogni tipo di cui è fatta bersaglio nella sua attuale forma, con l'obbiettivo di ricreare quelle grandi capacità di movimento, che ha dimostrato di essere l'Autonomia Operaia. Chi, da una parte e dall'altra, ha pensato di sbaragliare sbrigativamente il campo, non ha fatto bene i suoi conti con questa capacità dei comunisti di saper ritessere caparbiamente il loro disegno nell'azione militante e di massa. La forza degli eventi porta con sè anche il segno di una maggiore chiarezza (per l'ambiguità, per chi l'ha teorizzata e praticata non c'è più spazio). L'Autonomia Operaia, nella nitidezza delle sue premesse d'identità, deve affrontare a livello nazionale un grande dibattito politico: non è assolutamente in gioco la sua mera preservazione o sopravvivenza, ma la maturità della sua strategia di classe.
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Fumettone
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