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Speciale Fiat.
Dibattito sul pianeta Mirafiori.
Intervengono:
un operaio, un caposquadra,
un operaio piccì, Adalberto Minucci,
compagni dell' Autonomia, il sindacato
e un marziano con le sembianze di Giorgio Amendola.
Conclude il pretore di Torino.
Martedi 9 ottobre la Fiat dopo aver preventivamente informato il sindacato, licenzia 61 operai in maggioranza alla testa delle lotte per difendere gli interessi operai dalla intensificazione dello sfruttamento che la coogestione della ristrutturazione fra Fiat e sindacato andava realizzando. Al caso Fiat sono succeduti a ruota licenziamenti disciplinari, per assenteismo e scarso rendimento in altre grandi fabbriche (Alfa, Magneti Marelli) ma altri casi si registrano anche in fabbriche piccole e medie. Si tratta del più pesante attacco frontale alla classe operaia in questi ultimi anni. Perché? Questo è il primo punto da chiarire. L'attacco padronale non è certo semplicemente diretto ai giovani ai ribelli ai turbolenti ai lazzaroni ma a tutta la classe operaia e ai suoi attuali livelli di resistenza allo sfruttamento attraverso la repressione. L'obiettivo dell'attacco nascosto ma non troppo dalle cortine fumogene sulla eliminazione dei violenti è quello di ristabilire la governabilità della fabbrica per imporre l'aumento della produttività e in diversi settori licenziamenti di massa come alla Olivetti e nel settore fibre. La guerra commerciale, l'agguerrita concorrenza sui mercati mondiali, impone che la ristrutturazione per essere più competitivi avvenga subito e senza intralci.
Un operaio delle carrozzerie Mirafiori: Compagni, quello che oggi il padronato ci contesta, con l'avallo del Pci e del sindacato, visto che questi licenziamenti sono stati preventivamente trattati con il sindacato, è il fatto di essere comunisti, il fatto di andare a costruire sul posto di lavoro momenti organizzaativi, alternativi al sindacato, che partono dai nostri bisogni reali. Io penso che questo tipo di attacco si ricollega all'attacco che padroni e magistratura dal 7 Aprile hanno cominciato a portare verso questi settori del movimento, verso i settori dell'autonomia operaia organizzata. Questo oggi è il 7 Aprile portato all'interno della fabbrica. Oggi ci viene negato il nostro diritto di essere comunisti, oggi è reato rilanciare la lotta sul nostri bisogni in fabbrica e nel territorio. Qua ci contestano di avere diffuso il rifiuto del lavoro, di aver intimidito i capi, di aver rifiutato, condannato l'ordine costituito all'interno della fabbrica; è vero, come compagni dei collettivi abbiamo sostenuto questa linea. ...Io penso che è possibile ricucire in fabbrica e nel territorio un tessuto proletario, un tessuto di lotta; rilanciare con tutta la nostra rabbia e la nostra violenza, giusta, perché ce la fanno mangiare tutti i giorni, in piazza e in tutti i posti le nostre esigenze, i nostri obiettivi.
Un caposquadra: Faccio l'interesse dell'azienda che mi paga. Non è una mia pretesa: è una necessità. In un'altra epoca avrei detto: è il mio dovere. Le aziende stanno in piedi solo se il lavoro è fatto bene, e tutta la baracca, sì. Il paese, si regge se le aziende funzionano. Questo ho imparato in venti anni di lavoro. In Fiat ho imparato tutto e la Fiat è stata la mia prima famiglia. Il loro nemico è il primo capo che hanno sottomano, il caposquadra. E' lui il centro del bersaglio, quasi fosse la controfigura dell'Agnelli. Tu insisti per fare andare avanti il lavoro, per ottenere la quantità e la qualità necessarie. E loro, soprattutto quelli giovani, gli ultimi assunti, goccia dopo goccia, riempiono il tuo vaso. Capo, non rompere, o ti facciamo sciopero. Capo, vaffanculo. Capo, sei un bastardo, guarda che ti conosco, so dove stai e ti prendo fuori di qui. Capo sei un fascista, ti faremo camminare in carrozzella. Capo, non fare rapporto in direzione, altrimenti... Bisogna subire. C'è chi subisce piegandosi a gesti meschini. Qualche volta è capitato anche a me. (da una intervista di Giampaolo Pansa).
A. Minucci (Segretario di federazione del Pci di Torino): E' il fondo del barile.
La Fiat: le contestiamo i seguenti comportamenti che costituiscono trasgressione agli obblighi contrattuali e di legge: avere arbitrariamente abbandonato il posto di lavoro, improvvisando plateali proteste che disturbavano il lavoro dei colleghi; avere in più occasioni iniziato in ritardo il lavoro causando disorganizzazione della produzione e cioè in particolare del periodo luglio-settembre del 79 avere più volte tenuto comportamenti minacciosi ed intimidatori nei confronti dei superiori e dei compagni di lavoro ed in particolare, come successivamente emesso in data 17 maggio 79, avere invaso con altri il 3 settembre gli uffici della direzione, scardinando la porta d'accesso, proferendo frasi ingiuriose e minacciose nei confronti dei rappresentanti dell'azienda, costringendo successivamente gli impiegati ad abbandonare il posto di lavoro; avere in più occasioni invitato gli operai alla lotta dura in spregio agli accordi sindacali, scrivendo a tale scopo con il gesso anche frasi sulle scocche. (dalla prima lettera di licenziamento)
Sindacato: Per avere diritto ad esser difesi dal nostro collegio di difesa i licenziati devono sottoscrivere una dichiarazione in cui tra l'altro, si dice: "Attesto che il sottoscritto dichiara di accettare i valori fondamentali ai quali il sindacato ispira la propria azione ed in particolare di condividere la condanna senza sfumature non solo del terrorismo ma anche di ogni pratica di sopraffazione e di intimidazione per la buona ragione che non appartengono alla scelta di valori alle convinzioni ai patrimoni di lotte del sindacato stesso consolidate da una lunga pratica di varie forme di lotta e di difesa del diritto di sciopero, così come risulta dal documento conclusivo del coordinamento nazionale Fiat approvato all'unanimità a Torino l' 11/10/79 dai membri del coordinamento stesso".
Un compagno del Coll. operaio delle Meccaniche Mirafiori. Oltre ad essere un compagno dei collettivi sono uno di quelli che ha costituito il collegio di difesa alternativo al sindacato, uno di quei pochi 10 ed intendo fare chiarezza su alcune cose, primo: ci si dice da più parti, e l'ha ripreso il compagno poco fa, ci stanno criminalizzando dentro la fabbrica e ci vietano di essere comunisti, di lottare contro il padrone; penso che chi ha cominciato a fare politica in fabbrica, chi la fa fuori, se aveva l'illusione che quando si andava ad intaccare veramente l'interesse dei padroni non ci avrebbero criminalizzato, aveva solo delle illusioni. Oggi stanno venendo fuori le cose nella massima chiarezza e questo ci pone dei problemi, non è che noi rivendichiamo il diritto di essere comunisti, noi rivendichiamo il diritto di lottare, noi rivendichiamo un bel cazzo di niente, noi le cose le facciamo, ci organizziamo, ci diamo delle strutture per farlo, dopodiché loro tenteranno di licenziarci, di metterci in galera; però bisogna anche farci chiari discorsi. E vediamo i fatti: la Fiat oggi manda queste lettere di licenziamento centrando un punto, che il collegio alternativo al sindacato aveva chiarito il primo giorno; nel nostro documento infatti noi dicevamo: non firmiamo il documento sindacale perché questo vuol dire dare il coltello dalla parte del manico al padrone perché attaccasse tutte le forme che i proletari si sono dati, che non sono cose che ci siamo inventati noi in questi ultimi 10 anni... Oggi in fabbrica abbiamo problemi fondamentali quali innanzitutto la ristrutturazione; ma l'abbiamo capito bene cosa vuol dire ristrutturazione, quando si dice che il problema centrale non è quello della fabbrica ma è quello sociale, abbiamo capito che cosa è il decentramento produttivo, il lavoro nero, l'espulsione di forza-lavoro? Allora se dobbiamo dire delle cose a questi che fanno il lavoro nero, il doppio lavoro, lo andiamo a dire in quel modo? Se non abbiamo un minimo di rapporto con la fabbrica, un minimo di proposta organizzativa in fabbrica, nella grossa fabbrica, compagni diamo i numeri... ...Oggi la proposta organizzativa di essere contro il padrone va fatta in termini concreti, allora la grossa fabbrica, la Fiat, che si da momenti di organizzazione e discussione su problemi che abbiamo sempre visto che è l'egualitarismo economico, e Amendola ci si scaglia contro, vuol dire che avevamo ragione, perché dire che l'egualitarismo economico portato agli estremi punisce quelli che vogliono salti della professionalità... nelle catene siamo tutti uguali, non esistono categorie o meno, quindi contrattiamo, lottiamo per l'egualitarismo economico, perchè vengano diminuiti i carichi di lavoro, perché le condizioni di lavoro, migliorino, questo però non vuol dire che questi siano gli ultimi nostri obiettivi. Esiste una crisi che non è solo crisi economica della borghesia, c'è anche una nostra crisi perché non si riesce a parlare più la stessa lingua, allora come ci possiamo rapportare a questi dati? Gli spazi democratici ce li lasciano perché ci possano schedare, perché ci possano conoscere, perché sappiano chi siamo, perché ci possano controllare, non sono altro. La repressione, comunque, non si batte evocando gli spazi democratici e facendo discorsi.
Giorgio Amendola (da Rinascita del 9/11/79): Il punto di partenza centrale per comprendere la lezione della Fiat è quello della scelta delle forme di lotta violente. L'errore iniziale compiuto dal sindacato è stato quello di non denunciare immediatamente il primo atto di violenza teppistica compiuto in fabbrica, come quello compiuto nelle scuole. L'errore dei comunisti è quello di non aver criticato apertamente fin dal primo momento questo comportamento, per un'accettazione supina della autonomia sindacale e per non estraniarsi dai cosiddetti movimenti, abdicando così alla funzione che è propria del Pci di diventare forza egemone della classe operaia e del popolo... La conquista dello statuto dei lavoratori ha creato un nuovo e più avanzato terreno di lotta tra padroni ed operai, ha spezzato nelle mani dei padroni molte armi di repressione ma ha nello stesso tempo, creato per i lavoratori nuovi doveri. Lo statuto dei lavoratori non può essere interpretato a senso unico.
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Minucci:La Fiat ha raschiato il fondo del barile. (da una intervista alla Stampa)
La Fiat: (dalla 2a lettera di licenziamento): "...Le contestiamo di aver l'abitudine di abbandonare arbitrariamente il posto di lavoro fornendo una prestazione lavorativa scadente con particolare riferimento agli ultimi mesi; aver tenuto d'abitudine in termini particolarmente evidenti, nei mesi da luglio a settembre, atteggiamenti intimidatori nei confronti della gerarchia; aver fatto parte di un gruppo che propagandava con volantini e manifesti affissi all'interno delle officine nel corso del 79, come successivamente accertato, il rifiuto del lavoro e la diffusione della violenza all'interno della fabbrica".
Un compagno dei collettivi politici di Padova: Sui licenziamenti Fiat c'è un dato grosso. Gran parte dei licenziati sono compagni dei collettivi operai di fabbrica, per cui non si può strumentalizzare il ricatto del sindacato, rispetto al quale, gli stessi livelli di autonomia nella grande fabbrica, hanno difficoltà a rapportarsi. Su questo tema bisogna aprire il dibattito, anche per evitare che si creino confusioni e distorsioni. Tutto il patrimonio delle lotte sviluppate in questo ambito è un patrimonio di una composizione di classe. Si è parlato di operaio sociale, si è parlato della figura politica che si è determinata dentro la trasformazione dei rapporti di forza all'interno della classe e dentro il processo di ristrutturazione che è andato avanti. Su questo argomento nella grande fabbrica c'è stata una non comprensione, un terreno asettico di dibattito politico attorno a questa nuova composizione di classe che emerge. Il problema ancora oggi si ripropone in termini macroscopici. Dal punto di vista della fabbrica vorrei citare l'esempio dell'Alfa Romeo Milano, dove contro il ripristino dei sabati lavorativi, all'aumento degli straordinari, un intero tessuto di classe ha risposto con la sua iniziativa.
Operaio specializzato Fiat: Mirafiori è come Porta Portese si vende di tutto, tranne le locomotive ma soltanto perché, non possono essere introdotte in fabbrica. Tabacco di contrabbando, collant, biro, cravatte, viveri. Conosco uno che al turno del mattino entra con trenta brioches e nella pausa va in giro a venderle. E tra i licenziati c'è uno che alle Presse faceva da mangiare: la mensa alternativa la chiamava, a duemila lire il pasto. Certo, ci sono anche quelli che scopano. Adesso di donne in fabbrica ce n'è un mucchio. E quando la paglia sta accanto al fuoco... Per esempio, uno delle linee si prende i quaranta minuti di sosta tutti assieme, si cerca una purilla, una ragazza e... Bene, i giovani entrano in un posto così e a volte non sanno nemmeno perché ci vengono. Molti ci entrano per caso. Tanti dopo un pò se ne vanno. Ce ne sono di diligentissimi, ma altri che sono assenteisti nati. Io ne conosco uno che fa tante assenze. Gli ho detto: guarda che rischi di farti cacciare. Sa che cosa mi ha risposto? Con questo salario di merda, che lavori o non lavori, di soldi non ne hai mai; forse è meglio andare a rapinare. Viviamo in un'epoca di disaffezione generale dal lavoro. Ha colpito anche noi anziani. Me no. Però io sono un tipo particolare. Io a cinquantasei anni mi realizzo ancora nella fabbrica. Sono attaccato alla famiglia e poi ho la mia sezione del Pci. (da una intervista di Giampaolo Pansa).
Un compagno dei collettivi politici padovani: Sui licenziarnenti, a partire dal 7 aprile, si ripropone un terreno di debolezza politica complessiva dentro tutti i comportamenti autonomi e non solo dentro quella che viene comunemente chiamata autonomia operaia organizzata. Su questo interi settori autonomi si sono riproposti in termini antagonistici, ma hanno scontato limiti politici, non hanno saputo darsi una continuità organizzativa, non hanno posto il terreno dell'allargamento del dibattito, non hanno posto un terreno reale su cui andarsi a misurare con tutta la composizione di classe. Il terreno sia della produzione, sia della riproduzione dei servizi e di tutti gli altri settori. Quindi il problema principale dentro l'autonomia operaia è quello di andare a riprendere questo tema di iniziativa, perché proprio a partire dalla esperienza delle lotte autonome lo stato si è modificato, lo stato ha imparato a misurarsi con i comportamenti autonomi. Lo stato è un'entità organizzata ed efficiente, contro questa realtà non si possono ripercorrere momenti autonomi o gestire momenti di debolezza attraverso o comitati o rivendicando l'autonomia sociale o il comportamento spontaneo delle masse, ma bisogna riprendere in termini marxisti il rapporto dialettico tra il patrimonio organizzato dell'autonomia operaia e il livello di massa che questa autonomia operaia è riuscita ad imporre. Su questo punto bisogna riprendere il dibattito in tutti gli spezzoni di classe, al di là di ogni polemica. Oggi uno stato ristrutturato, uno stato militare repressivo, che non usa solo il terreno repressivo puro e semplice ma che usa un terreno di ristrutturazione dentro e fuori la fabbrica andando a ripercorrere tutta la composizione che in questi anni ha saputo dimostrare il suo antagonismo. Non c'è differenza tra il 7 aprile e i licenziamenti alla Fiat, non c'è differenza tra 7 aprile e legge quadro nel pubblico impiego. Non c'è differenza dentro i comportamenti autonomi di classe.
Il Pretore di Torino, osserva: ...le Organizzazioni sindacali lamentavano, se ben si è compreso, avere i provvedimenti, specie per il modo della loro attuazione, integrato gli estremi di un atteggiamento complessivamente diretto a colpire il sindacato, per aver fatto equivocamente apparire le lotte dallo stesso portate avanti come mediatamente produttrici di un clima favorevole allo sviluppo di fenomeni terroristici e per aver impedito l'esercizio del diritto di difesa in favore dei lavoratori colpiti da contestazioni e provvedimenti disciplinari. ...Non appare consentito, passando ad esaminare il primo aspetto della controversia, ignorare come in ricorso le Organizzazioni sindacali si siano diffusamente curate di indicare le modalità con cui la Fiat Auto ebbe a procedere ai licenziamenti, la forma e le circostanze con cui delle proprie decisioni diede notizia alla stampa, le asserite finalità recondite del provvedimento, mentre nulla le stesse abbiano detto sui fatti contestati ai licenziati con le seconde lettere salvo, in sostanza, che si sarebbe trattato talora di fatti superati e talora difatti ancora generici. Ma, non appare possibile ignorare, soprattutto con riferimento a questo primo aspetto di deduzioni, come non sia espressamente stata avanzata la richiesta di reintegrazione dei lavoratori interessati nel posto di lavoro. La cosa non può essere considerata come una dimenticanza, nè ad emendarla possono ritenersi utili i cenni verbalmente fatti in sede di discussione, attesa la loro inidoneità a modificare la materia del contendere. Poiché, invero, la richiesta di reintegrazione è la regola nei procedimenti ex art. 28... non può il Pretore non trarre la logica deduzione che essa non sia tra le cose realmente volute o, comunque, giuridicamente richieste. Tale convinzione assume poi concreta conferma una volta che si ponga mente ai documenti prodotti dalla società resistente. In alcuni di essi si fa riferimento a movimenti operai di base (comitato di lotta lavoratori Lancia; Organizzazioni di Contropotere operaio) con ideologie nettamente contrapposte a quelle del sindacato. Ora essendo diversi licenziati indicati dalla convenuta come appartenenti a detti movimenti, se la cosa fosse vera diventerebbe evidente e comprovata l'assenza di interesse delle Organizzazioni procedenti alla loro esistenza in fabbrica. ...Tutto ciò porta con sé la conclusione che il sindacato non ha, per non averlo detto con la dovuta chiarezza, denunciato nella realtà come antisindacale l'avvenuta estromissione dalle officine dei 61 lavoratori bensì l'insieme degli atteggiamenti e dei comportamenti dall'azienda tenuti con riferimento alle estromissioni stesse. Non si dice, infatti, che sono state allontanate dalle fabbriche persone non responsabili dei fatti addebitati ovvero che i fatti stessi non sono sicuramente tali da integrare gli estremi della giusta causa: al riguardo vi è qualche generico cenno meramente formale, ma nulla più. Sul piano della valutazione delle prove, infatti, nel contrasto tra la deposizione di chi afferma essere avvenuti determinati episodi e di chi asserisce non constargli gli episodi stessi, è alla prima che va data prevalenza. Ma, a parte ciò, che pur corrisponde a un criterio valutativo di carattere generale, nel caso di specie vi è di più. Vi è, da un lato, il supporto che emerge dalla lettura di dichiarazioni rese da illustri esponenti del mondo politico, appartenenti ad un'area che non può certo ritenersi sospetta di collaborazione col padronato (Giorgio Amendola, interrogativi sul "caso" Fiat, in Rinascita n. 43/1979 e Adalberto Minucci, v. Nella Fiat complici delle Br. contro sindacato e produzione, intervista su La Stampa 13 ottobre 1979) ed anche del mondo sindacale (Luciano Lama, "contro la Fiat e la paura, così Agnelli aiuta i violenti", intervista su La Repubblica 17 ottobre 1979), senza parlare di numerose descrizioni di cronaca quotidiana. Tutti furono chiarissimi nel descrivere, dandoli per scontati, alcuni, fra i più gravi, dei comportamenti sopra descritti. Essi ebbero a presentarli come fenomeni censurabili e pregiudizievoli per lo stesso movimento operaio. Non solo, ma il fatto che soprattutto Giorgio Amendola abbia sentito il bisogno di citarli, in un articolo estremamente importante perchè costituente una analisi della attuale condizione del movimento operaio, dimostra la fase critica che si era raggiunta. V'è d'altro lato quella "excusatio non petita" che è costituita dalla formula, del tutto singolare, pretesa dal collegio di difesa di 50 dei "61" nel mandato alle liti loro conferito per i ricorsi. Con essa ciascun singolo firmatario è stato invitato a sottoscrivere una, in sè commendevole, dichiarazione di ripulsa della violenza che appare, per altro, quasi suggerita da una sorta di sfiducia nei confronti della parte, come notoriamente avvertito da dieci degli interessati.
A proposito
dell'assemblea operaia di Torino...
A nostro avviso in questa assemblea di Torino si sono perse di vista alcune cose importanti in virtù del fatto che ancora una volta, si è voluto trasformare un dibattito che doveva avere concreti sbocchi operativi, in un confronto se non generico, sicuramente logoro, rischiando di offuscare uno dei dati più salienti del movimento dell'autonomia operaia dopo il 1977, e cioè la riconquista del terreno dell'organizzazione autonoma da parte di non trascurabili strati di operai di una grande fabbrica come la Fiat. Coloro che hanno sostenuto la proposta di uno specifico comitato nazionale contro i licenziamenti hanno denunciato diversi fatti e precisamente: che in passato si è teorizzato l'abbandono del lavoro politico nelle fabbriche, con le conseguenze che conosciamo, che in alcune situazioni di lavoro dove pure esistono molti compagni sinceramente rivoluzionari, il lavoro politico è rimasto bloccato dalla mancata risoluzione della questione inerente il rapporto tra lotta legale e iniziativa che si muove sul terreno della illegalità ed infine il fatto che persino alla Fiat vari compagni licenziati pur facendo riferimento ai collettivi autonomi operai hanno finito per cedere al ricatto sindacale e sottoscrivere quell'ignobile documento. Orbene a questi dati di fatto seppur esposti in modo improvvisato, vanno date risposte precise. E' vero che fra i compagni che fanno riferimento all'autonomia operaia, soprattutto al nord, ce ne sono molti che portano la responsabilità di un sostanziale indebolimento della rete organizzativa autonoma all'interno della fabbrica, ma questo non tanto a causa di astruse teorizzazioni, che giustamente vengono identificate con il sociologismo più evidente, quanto a causa della mancata acquisizione del metodo e della concezione della Organizzazione che è propria dell'autonomia operaia. E ciò, a partire dalla semplice considerazione che in un paese a capitalismo maturo, non esiste alcuno strato proletario che possa considerarsi in sé trainante e risolutivo per il processo rivoluzionario. La concezione dell'organizzazione dell'autonomia operaia non si riassume nella strumentalità della organizzazione soggettiva, il partito, ma contiene un determinante aspetto di organizzazione sociale e politica "oggettiva", che mette costantemente in relazione la tattica quotidiana con la prospettiva strategica del comunismo, senza la quale l'autonomia operaia non sussiste. In un assemblea che parte da un fatto così preciso come i 61 licenziamenti della Fiat e che comporta implicazioni così ampie sia sul piano politico, sia su quello concreto della ristrutturazione, non si può venire a proprorre astrattamente nè il partito nè il sindacato, ma si devono esaminare iniziative concrete, mobilitazioni ulteriori da proporre, obbiettivi da agitare sia in fabbrica che nel territorio, che comunque debbono essere possibili e praticabili. Questa possibilità e questa praticabilità possono esistere solo e per quanto le esperienze di lotta precedenti hanno sedimentato organizzazione; viceversa non ci sarà partito o sindacato teoricamente proposto o invocato che possa farle vivere. I compagni della Fiat con un anno di buon lavoro hanno dimostrato che il terreno della fabbrica grande, o meno grande, è pienamente recuperabile e questa va fatto da tutti. A meno che non vogliamo lasciare nelle mani del sindacalismo giallo le enormi falle che il collaborazionismo del sindacato ufficiale, di stato, apre continuamente nella base operaia, sia nelle fabbriche che nei servizi; si tratta cioè una volta per tutte, di riconoscere i ritardi esistenti e impegnarsi definitivamente a superarli. La riposta adeguata ai licenziamenti oltre che nella specifica mobilitazione su questo tema, come per esempio si è fatto a Roma a partire dal 23 ottobre con la proclamazione di scioperi e scadenze autonome in diverse situazioni di fabbrica e di servizi, sta nella capacità che bisogna avere, anche a partire dalle lotte aziendali che ci sono in questo momento, di rimontare i contenuti antiegualitari fatti passare nei contratti; contrastare il taglio dei tempi di produzione, delle pause, così come ad esempio ha indicato la lotta dei cabinisti Fiat, in ogni caso di saper porre definitivamente la questione dell'orario di lavoro, proprio quando i padroni si preparano a recuperare il sabato alla produzione. C'è inoltre da impattare una battaglia generale sulla questione della mobilità, del precariato, del decentramento, che se non può ovviamente riguardare esclusivamente il pasto di lavoro in quanto tale, ha bisogno di punti di riferimento politici e organizzativi certi, dentro la "produzione ufficiale", senza i quali, rischiano di perdere senso tutti i possibili e immaginabili attacchi ai covi del lavoro nero, tenendo presente che dopo l'inserimento dentro i contratti delle liste regionali di mobilità, la ventilata riforma del collocamento e quella della cassa integrazione, la riforma della formazione professionale, il tentativo di far sopravvivere la 285, costituiscono un unico blocco di argomenti che punta a stabilizzare la piena sottomissione della forza lavoro alla dittatura totalizzante del capitale. Quando bisogna aspettare che venga un compagno da Catania a ricordare che nel territorio da anni e anni si esprime un antagonismo proletario diffuso che si organizza autonomamente sui propri bisogni, e quando si vive una situazione per cui risulta che l'autoriduzione delle bollette elettriche continua ad essere praticata solamente nell'area romana, o che la battaglia contro la rapina delle tariffe telefoniche rimanga confinata sul piano della contestazione penale e amministrativa, che tutta la complessa vicenda della casa, degli sfratti di massa alla questione dei fitti, a quella dei canoni Iacp, viene da qualcuno considerata quasi come una "questione meridionale", dicevamo in queste condizioni agitare la tematica dell'operaio sociale e la grande trovata secondo la quale le lotte sociali senza partito sono fallimentari, significa produrre solo grandi e fuorvianti astrazioni. Se è vero che ci sono settori di compagni dentro le fabbriche e fuori immobilizzati da un presunto mancato scioglimento del rapporto che deve intercorrere tra la lotta "legale" e l'iniziativa cosiddetta illegale, i compagni di Padova non contribuiscono a risolvere questo eventuale nodo quando sostengono che non si può immolare sul terreno della ricomposizione il progetto di contropotere e l'iniziativa militante e che comunque il ripiegamento sull'unità alla base costituisce un tornare indietro di dieci anni. Essi mostrano di dimenticare che l'esercizio del contropotere proletario è proprio l'espressione dei successivi livelli di ricomposizione politica verificata dai diversi strati proletari, la misura del grado di resistenza raggiunta dai settori sociali antagonisti ai piani di stabilizzazione del potere, l'espressione, appunto, dell'irriducibile insubordinazione dei proletari, e non la espressione di un dato organizzato, del partito, come corpo separato. E questo discorso vale tanto più oggi, quando il nemico, compatto, deciso e ristrutturato presume di poter mettere "fuorilegge" una autonomia operaia che come rappresentazione soggettiva separata non esiste: fornirgliene un'immagine comunque rapportabile al suo modo di concepire costituirebbe, a nostro avviso, un tragico errore.
A proposito
del teorema Amendola lotte = violenza = terrorismo...
L'articolo di Amendola (Rinascita, 9 nov.) arrivò, a suo tempo, come una velina ministeriale passata a tutti i giornali italiani. Una velina arrivata al momento giusto, quando la stretta antioperaia del governo Cossiga e il fiato del garantismo forcaiolo non lasciavano più spazio ad alcuna manipolazione dell'informazione. Ma vediamo in breve quali sono i punti dell'articolo e del successivo intervento di Amendola al comitato centrale del Pci. Essi sono: le lotte degli anni '70 hanno portato ad un "esagerato egualitarismo"; i salari sono cresciuti più della produttività, con danno per le imprese; noi non ce ne siamo accorti, ma "in molte regioni italiane, nella maggior parte del paese, si è realizzato un pieno impiego"; si è lasciato funzionare, sbagliando, la scala mobile che consente il recupero di salario contro l'inflazione; non si è fatto niente per convincere i disoccupati del sud ad accettare qualsisi lavoro e non lasciarlo agli immigrati turchi, greci, libici, polacchi; i giovani cercano solo e sempre un impiego pubblico perché è sicuro e non faticoso; le maggiori entrate dovute alla presenza di più occupati in uno stesso nucleo familiare hanno consentito il prolungamento degli studi di una massa crescente di giovani, "una massa di studenti permanenti, sempre più inquieti, frustrati e pronti, malgrado le proteste verbali, a subire il gioco clientelare della DC, a diventare come per il fascismo e per il nazismo, la massa di manovra di tentativi reazionari". Come si vede non esiste in tutto questo neppure il più piccolo tentativo di una analisi di classe di quanto sta avvenendo nella società italiana. Si tratta, invece, della presentazione più sfacciata che il Pci potesse fare delle proprie credenziali per un ingresso definitivo nell'area di governo con la Dc. Amendola crede di rafforzare questa credenziale rifacendo una rapida storia del movimento operaio in Italia dal '45 ad oggi come storia di una classe operaia che ha sempre rifiutato la violenza ed ha sempre guardato al bene della patria: "non riesce a comprendere l'esistenza di una distinzione, anche soltanto accennata, tra l'obiettivo del socialismo e la salvezza della Patria". L'abilità di Amendola è consentita nel prendere a pretesto i licenziamenti Fiat, la centralità della fabbrica Fiat rispetto a tutto il movimento operaio e la violenza proletaria dentro la fabbrica (non il terrorismo in sé come erroneamente, dice Amendola, fanno giornalisti e politici che dimenticano così di sottolineare la continuità oggi costituitasi e da spezzare tra lotte e terrorismo). Il tentativo costante di Amendola è di sovrapporre la propria storia e la propria ideologia riformista e borghese alla storia vera delle lotte operaie di questi anni, e l'inganno maggiore di tutto il suo discorso sta nella riduzione di tutta la complessità dei processi in atto nella società italiana e di tutta la ricchezza espressa dalle lotte operaie, all'unico tema della "scelta delle forme di lotta violente" contro cui fin dall'inizio degli anni '70 nè il sindacato nè il Pci si sono opposti decisamente. Amendola non dice che questa "scelta delle forme di lotta violente" è stata una scelta autonoma degli operai e dei proletari che ha coinciso con la fine dell'illusione riformista del centro sinistra prima e delle riforme di struttura su cui hanno giocato per anni sindacato e sinistra storica. Anche ad Amendola fa comodo presentare la pratica della lotta violenta dentro la fabbrica e sul territorio come una deviazione recente dalla linea di evoluzione del movimento operaio italiano. Ed è anche da questa falsificazione dei fatti che è derivata la fortuna delle affermazioni di Amendola, perché esse restituiscono una immagine di partito travagliato, ma vivo e leale con i propri alleati e con i propri iscritti (dire la verità agli operai, anche quando è amara: presunzione di vecchio liberista autoritario cresciuto dentro il partito e lontano dalle lotte). La società dello spettacolo - quella che sceneggia il quotidiano e accredita la tragedia della violenza del sistema come quotidiano - sembra oramai coincidere con la società dei politici, dell'istituzione. Tutti i mezzi di comunicazione presentano oramai le lotte delle donne, dei proletari, degli operai come espressione di una violenza aperta o latente contro lo stato, contro la democrazia, e la classe politica - tutta - riduce i propri compiti alla lotta al terrorismo. La vita parallela di società dello spettacolo e società dei politici è assicurata dovunque dalla repressione, cioè dalla eliminazione reale, materiale di ogni manifestazione di volontà e di potere diversi da quelli istituzionali. E' chiaro, quindi, che il discorso non è - come invece vorrebbe dare ad intendere Amendola - sulla democrazia dentro e fuori il partito, sui rapporti di forza e di guida del partito e del sindacato coi propri iscritti e coi propri quadri, sulla violenza proletaria e quella delle br. I 61 licenziati Fiat per Amendola come per Agnelli hanno le qualità adatte per essere usati per esperimento di questa saldatura tra repressione e ristrutturazione. Essi, infatti, sono operai assenteisti, sono - dicono Amendola e Agnelli - violenti e, forse, simpatizzanti del partito armato. La scelta della fabbrica e del momento per colpire rispondono ad una tradizione sia del movimento operaio che ha guardato sempre alla Fiat come al suo polo più importante, sia del capitale in Italia che ha sempre lasciato la prima mossa ad Agnelli. In questo gioco dell'esperienza e della memoria storiche rifatte a proprio uso e consumo dal Pci e dal padrone, il partito armato è delineato e definito secondo lo schema del nemico del popolo, aberrante, ma non estraneo alla realtà: la repressione deve essere plausibile per diventare aperta e "legale". A quattro mesi di distanza Chiaromonte, numero due del Pci, e Mandelli, presidente della Federmeccanica, rendono tremendamente concreta l'ideologia Amendoliana. Il primo, dalle colonne di Rinascita, parlando a nome del Pci, striglia per bene il sindacato perché: chiede ancora troppi soldi (le recenti piattaforme aziendali), non favorisce abbastanza la ripresa della produttività, sembra talvolta troppo legato alle esigenze "corporative" dei lavoratori, non controlla abbastanza, come federazione, le diverse categorie e fra queste in particolare l'Flm, non è abbastanza forcaiolo in alcune sue componenti (vedi il documento Fim di cui pubblichiamo alcuni stralci". E per rendere operativa la sua strigliata spara sull'unità sindacale e sprona al tesseramento. Il secondo, di concerto, afferma che: "Lo slogan lavorare meno, guadagnare di più" è alle ultime battute. Certo le fasi finali possono anche durare anni e perderemo ancora qualche battaglia. Ma saranno sconfitte tattiche. E' importante che oggi si parli di produttività. Dieci anni fa, nel '68, era di moda criminalizzarla. L'inversione di rotta richiederà ugualmente tempo: oggi nelle fabbriche la base chiede soldi che il sindacato non vuole dare... Ma non è facile rovesciare convinzioni e comportamenti radicati in dieci quindici anni. E' forse per questo che, secondo Mandelli, i vertici sindacali "oggi rappresentano poco più che se stessi, anche se questa mancanza di delega della base può essere un fatto solo temporaneo".
Comunicato
del Comitato di lotta Alitalia.
Giannetti è nostro e guai a chi lo tocca
Questo lavoratore è "colpevole" di aver usato la discrezionalità affidatagli dall'Alitalia, per quanto riguarda la possibilità di modificare il servizio. Questo avveniva sul DC 9/S 120 posti, da tempo anche usato sulle tratte internazionali, con aberranti strutture mobili a bordo per essere adibite a servizio pasto, dietro l'imposizione arbitraria dell'Alitalia e l'opportunistica latitanza del Sindacato, pregiudicando la qualità del servizio (igiene), l'ambiente e i carichi di lavoro. L'Alitalia conscia della debolezza di una simile contestazione si richiama "per rafforzarla" a precedenti provvedimenti disciplinari, semplicemente contestatigli e mai inflitti, quali:
- partecipazione ad uno sciopero su Palermo Punta Raisi indetto dalla CGIL.
- rifiuto di partire in sotto impiego come da precedenti disposizioni sindacali.
- presunta assenza ingiustificata (per malessere) di circa un'ora durante un corso di addestramento
- rifiuto di partire in un giorno di riposo!
E queste, sarebbero le gravi mancanze che l'Alitalia vorrebbe utilizzare per i licenziamenti! Questa evidente debolezza non è altro che la ormai manifesta e dichiarata volontà dei padroni e dei sindacati nel colpire chi oggi si oppone all'arroganza del potere. Un potere aziendale e sindacale che attacca quella parte della categoria determinatasi all'interno di 40 giorni di lotta che non intende assoggettarsi all'imposizione violenta del contratti bidone, elemento cardine del processo di ristrutturazione. Questo attacco, ha visto la sua continuità all'interno di una campagna discriminatoria di punizioni e provocazioni di massa, quali:
- Rifiuto di soste
- Rifiuto di passaggi di settore
- Rifiuto di concessioni di viaggio
- Rifiuto delle richieste (ferie, giorni di riposo etc...)
- Discriminazione sull'impiego di lavoro
- Interpretazione unilaterale e arbitraria del contratto, proposte a mezzo ufficio turni
- Introduzione generalizzata, a prescindere della qualifica, di spie a bordo, direttamente contattate dall'Alitalia, tramite M. Bianchi e Martinelli (diario di bordo, delazioni varie ecc.).
- Autorizzazione ai Responsabili "disposti" a creare clima di tensione e violenza a bordo a puro scopo provocatorio nei confronti dei lavoratori
- Convocazioni in Azienda a scopo intimidatorio (per i motivi più pretestuosi)
- Richiami e contestazioni inesistenti (malattie, visite di controllo fiscali, ufficio turni, ecc.) come campagna terroristica psicologica di massa.
- Appesantimento costante e intimidatorio di provvedimenti disciplinari.
I tentativi di reprimere i lavoratori nella normalizzazione sono chiari e tesi alla costruzione del "consenso" ripercorrendo la strada storicamente provata, dal licenziamento discriminatorio e politico. E' necessario quindi andare ad una prima scadenza di lotta che apra una fase di mobilitazione immediata investendo inizialmente l'intero Trasporto Aereo, rispetto al significato politico del licenziamento di Remigio Giannetti, con tutti i lavoratori che a partire da interessi comuni, intendono esprimere opposizione alla logica dello sfruttamento e della repressione.
All'Alitalia il padrone licenzia.
Dopo un anno
cerca di chiudere i conti
con la lotta degli assistenti di volo
Il 14 febbraio 1979 gli Assistenti di Volo Alitalia -Ati scesero in sciopero per 40 giorni, ponendosi contro tutti. L'occasione fu una vertenza contrattuale che si trascinava da 18 mesi, su obiettivi che accettavano la riorganizzazione complessiva del lavoro per gli anni '80. Con l'avallo del sindacato, l'Alitalia chiedeva l'allungamento della giornata lavorativa (compimento linea), l'aumento delle ore di volo e di servizio, la ristrutturazione del salario con la crescita della parte legata alla produttività e alla presenza (cottimo). La nascita del Comitato di Lotta fu quindi la risposta politica, autonoma, di una intera categoria all'arroganza di un padrone avviato verso un'ottica di concorrenza multinazionale, supportata da una linea di scontro senza mediazioni. Inoltre fu una risposta ancora più cosciente nei confronti del sindacato, già da tempo vassallo fedele di tale linea. Lo scontro ad oltranza duro e compatto, impegnato sulla risoluzione di bisogni qualitativi e di classe, nulla potè contro l'imposizione d'ufficio di un contratto capestro firmato Lama-Macario-Benvenuto, ultima scena di uno sporco spettacolo che aveva visto protagonisti uniti come non mai, padronato, governo, partiti, sindacato, mezzi di comunicazione di massa. La linea repressiva inaugurata dalla Fiat, tesa al recupero delle conquiste della classe operaia, trova oggi ad un anno di distanza, continuità nel Trasporto Aereo, nel tentativo di Nordio di presentare il conto al Comitato di Lotta, con la minaccia di licenziamento a Remigio Giannetti, assistente di volo e avanguardia nella lotta dei 40 giorni. Le motivazioni naturalmente pretestuose, riguardano il suo rifiuto di prestare il servizio di bordo ai passeggeri in condizioni totalmente contrarie all'igiene e alla normativa inerente l'ambiente e i carichi di lavoro. L'azione repressiva è presto smascherata: l'Alitalia dopo un anno di intimidazione costante, generalizzata, passa tramite il licenziamento politico, all'eliminazione fisica dal posto di lavoro di tutta un'area d'opposizione che non intendende assoggettarsi all'imposizione violenta del contratto-bidone, non rinuncia ad esprimere attraverso comportamenti antagonistici, la propria soggettività. Il 21 febbraio il Comitato di Lotta indice 12 ore di sciopero in risposta a questo attacco, ed è proprio a partire dal carattere qualitativamente diverso della nuova lotta, rispetto a quella dello scorso anno, e da alcuni elementi politici che qui si sono venuti determinando, che è necessario portare avanti alcune valutazioni e considerazioni. Il processo di ristrutturazione che cerca di imporsi oggi dalle fabbriche ai servizi, pur nelle sue diverse articolazioni, poggia su due aspetti fondamentali. Da una parte, la ristrutturazione del salario, rapinato dell'ultimo suo elemento di rigidità quale i riflessi della contingenza sugli scatti d'anzianità, più gli irrisori aumenti del salario nella linea di recupero delle quote di profitto. Dall'altra le aziende e il sindacato di comune accordo, attuano il progetto di divisione e corporativizzazione di interi settori produttivi attraverso un intervento di normalizzazione e controllo, teso a stroncare e criminalizzare ogni elemento di conflittualità che rappresenti o tenda a formare un'area d'opposizione in fabbrica e nella società. Ed il licenziamento di Giannetti ed i casi interni della categoria diventano emblematici di questa fase. Difatti lo sciopero politico del 21/2 ha fatto emergere una profonda spaccatura fra i lavoratori Assistenti di volo. Viene fuori così, una fascia sociale totalmente riassorbita, attraverso i meccanismi incentivanti, nell'area del consenso e dell'indifferenza e di contro, una vasta area di lavoratori consapevoli della consistenza dell'attacco politico generale partito dallo Stato e da tutte le sue articolazioni. Nonostante il tentativo dell'apparato militaresco chiamato dai padroni vecchi e nuovi, di far fallire lo sciopero attraverso il dispiegamento massiccio di uomini e armamenti, questo è esploso con grande consistenza politica. Assieme agli Assistenti di volo del Comitato di Lotta sono scesi in sciopero 150 lavoratori degli Aereoporti di Roma, parecchi compagni impiegati, lavoratori dell'Enel e del Policlinico. Il nuovo referente politico venutosi a determinare nel Trasporto Aereo, in concomitanza ad altre realtà produttive, si è connotato di un ampio segno di classe, superando così i limiti settoriali e di isolamento che avevano caratterizzato il movimento dei "40 giorni". Dalle realtà presenti a Fiumicino è stata espressa l'esigenza ormai indilazionabile di aprire un fronte unitario di lotta che abbia la capacità di smascherare i piani padronali e che sappia opporsi alla linea sindacale stabilizzatrice dell'attuale apparato produttivo. Soltanto ricostruendo il tessuto di collegamento tra chi, partendo da interessi comuni, intenda opporsi alla logica dello sfruttamento e della repressione, sarà infatti possibile uscire dalla difensiva, in cui lo stato borghese ed il Pci vogliono confinare l'opposizione di classe, e riaffermare la volontà dei lavoratori di portare avanti lotte antagoniste ed autogestite.