1915

 

 

Onda libera. 2 febbraio

La piazza al Movimento. Il salario ai precari 285

 

Manifestazione Nazionale a Roma dei precari della 285 e della scuola. La manifestazione si è svolta partendo da Piazza Esedra ed è terminata a Piazza SS. Apostoli dove poi si è svolto un comizio. Il dato essenziale e forse nuovo è stato comunque il fatto che insieme ai compagni precari della 285 e della scuola, è sceso in piazza il movimento con parole d'ordine comuni con i compagni precari, cioè per un salario garantito, contro il lavoro nero, contro il Governo Cossiga, contro le leggi speciali, per la libertà di stampa, la libertà dei compagni e la riapertura di Onda Rossa. Nei giorni precedenti alla manifestazione nel corso di riunioni e di un'assemblea svolta all'Università (e guarda caso non vietata) si era molto discusso sulla partecipazione del Movimento a questa scadenza, che certe forze neosindacaliste (vedi O.P.R.) tendevano a trasformare come una scadenza da svolgersi esclusivamente nello specifico, tendendo a fare di questa giornata non un momento di lotta complessivo, ma quasi una forma burocratica e settoriale del problema dei precari. Questi compagni forse ignorano che il movimento rivoluzionario ha sempre rivendicato la necessità e l'opportunità di una lotta per il salario garantito certamente non scollegato dalle altre tematiche che gli sono proprie. Tra l'altro è da ricordare che oramai da tre anni la piazza viene vietata a livello nazionale e che si tende a chiudere ogni forma di informazione vietando assemblee, chiudendo le radio di movimento e estendendo la militarizzazione nei territori. Altra cosa importante, troppo spesso dimenticata da altri compagni, è il significato che la giornata del 2 febbraio riveste. Da anni si dice che il movimento non deve andare a ruota delle scadenze quasi che ci fosse un trascinarsi e una ripetitività in certe giornate specifiche. Certamente non è un discorso che riguarda la scadenza di sabato scorso. Tutti i compagni ricordano il 2/2/77 quando agli albori di un movimento che stava nascendo e organizzandosi, un corteo antifascista partito dall'Università (ricordiamo che nei giorni precedenti era stato ferito gravemente dai fascisti il compagno Bellachioma) colpiva il noto covo fascista di Via Sommacampagna. Durante quell'episodio ci fu l'utilizzo in situazioni di piazza, dei poliziotti delle squadre speciali che spararono contro il corteo a raffiche di mitra. In quella occasione furono feriti ed arrestati i compagni Paolo Tommasini e Leonardo Fortuna colpevoli solo di aver tentato di difendersi, e oggi, a distanza di tre anni con il continuo inasprirsi della repressione anche la scadenza nazionale proposta dai compagni di Lc per il comunismo convocata a Milano contro le leggi speciali veniva vietata. Proprio per questo la manifestazione a Roma dei precari assumeva il valore di una risposta complessiva a questo stato di cose: non a caso i compagni hanno partecipato in massa perchè evidentemente non hanno dimenticato la situazione generale, la montatura del 7 aprile, i 61 licenziamenti alla Fiat la chiusura di Onda Rossa, la sentenza contro i compagni del Policlinico, tutte articolazioni di un attacco che lo Stato e il capitale cercano di portare al movimento rivoluzionario, all'opposizione di classe, all'autonomia operaia.

 

 


15 gennaio.

Carica alla baionetta fra le bancarelle

del mercato di S. Lorenzo

 

Per i sindacati è una manifestazione farsa, scarna e senza entusiasmo, una pura dimostrazione, da parte del Pci agli altri "potenti" di come si costruisce il consenso, di come si getta fumo negli occhi di operai e proletariato, con misurati sofismi a cui l'intera classe revisionista è ben abituata: "Si sciopera un pò (poco) contro le scelte economiche del governo, tanto contro il terrorismo e per nulla affatto contro il governo Cossiga!". "Opposizione istituzionalizzata". Gran bella parola ma i fatti stanno invece nel grido unanime di morte al proletariato lanciato con le leggi speciali e dall'altra parte, nella sofferta ricerca dell'espressione politica di una ribellione sentita, che serpeggia all'interno dell'intera classe, oggi. Il 15 gennaio, per i compagni e i proletari costruire una manifestazione significa invece esprimere la quotidianità del dissenso di classe, delle istanze di comunismo più o meno organizzate, dell'opposizione alla repressione sociale sui bisogni e a quella puntuale, militare sulle avanguardie. Questo parallelismo di programmi repressivi (lo stato non può oggi tralasciare) perché è uno dei nodi centrali della ristrutturazione padronale. E cosi il 15 è vietato manifestare contro il caro vita e per chi si ribella cariche e fermi. La giornata incomincia a P. Vittorio, la polizia schierata impedisce il concentramento con l'abituale arroganza, allora i compagni dei collettivi operai, degli attivi di zona, delle scuole formano un corteo a S. Lorenzo; 500 m. e c'è "l'incontro" con la polizia; il commissario, nuovo della zona, ordina una carica disordinata: i celerini inciampano, precipitandosi fuori dal blindato, non trovano i lacrimogeni... pazienza, sarà una carica alla baionetta. Inizia la caccia al "manifestante" tra le bancarelle del mercato di largo degli Osci ma i proletari non hanno alcuna voglia di farsi travolgere dalla polizia e continuano a camminare tranquilli, i "bancarellari" continuano a vendere... si ha forse l'impressione che siano aumentati numero. Nonostante la solidarietà otto compagni vengono riconosciuti, fermati e denunciati. La manifestazione d'apparato dei sindacati rimane una richiesta di partecipazione più diretta al potere statale in cambio della quale il Pci crede di offrire masse addomesticate, consenzienti allo sfruttamento e ai sacrifici. Ma solo corrotti revisionisti e cieche formazioni clandestine possono illudersi che la classe operaia e più interamente il proletariato accettino qualsiasi forma di delega. La giornata del 15, cosi com'è stata costruita dai compagni e vissuta in un quartiere proletario, anche se taciuta o mistificata dai giornali, rimane indicativa non solo di come si lotta a partire dai propri bisogni o si tenta di riacquistare spazi rosi dalla repressione ma anche di qual'è la dimensione comunista del rapporto avanguardia-massa stravolto oggi dalle organizzazioni clandestine.


 

 

Vogliamo dire di Marcello,

un "monnezzaro" come noi

 

I lavoratori della Nu, fanno appello a tutti i dipendenti del Comune, ai sindacati, alle forze politiche democratiche, ai lavoratori romani, ai collettivi politici e studenteschi, alla cittadinanza, per la scarcerazione del nostro collega di lavoro Marcello Blasi, arrestato il 23 gennaio con l'imputazione di blocco stradale, adunata sediziosa e detenzione di materiale esplodente. Questo appello vuole rafforzare la richiesta di scarcerazione inoltrata dai difensori, avv.ti M. Causarano e D. Servello, per mancanza di indizi contro il nostro collega. Infatti l'arresto di Marcello non è avvenuto nella zona Prenestina, dove era in corso la manifestazione di protesta per la chiusura di radio "Onda Rossa", bensì in altra zona, S. Lorenzo. L'arresto è avvenuto in seguito ad una segnalazione (?!?) di un'auto "simile" a quella di Marcello, che era stata vista nella zona incriminata, Prenestino. Per l'accusa di materiale esplodente facciamo notare che nella sua auto è stato rinvenuto un tubo di gomma e una suoneria per macchina del gas, Marcello ha sostenuto, di fronte ai magistrati, di averla trovata in un sacco d'immondizie. Non è Marcello il primo "monnezzaro" che trova, durante l'operazione di raccolta dei rifiuti, suonerie da cucina, condensatori, alimentatori di lavatrici, frigoriferi ecc, che lungi dall'essere considerati "timer".. dai netturbini vengono utilizzati per banali (ma economiche) riparazioni casalinghe. E' importante precisare che per Marcello Blasi, già delegato sindacale, iscritto alla Cgil, questo provvedimento giudiziario fa seguito a troppi altri subiti in precedenza. Clamoroso fu quello della proposta al confino, e risoltosi, come gli altri proceditnenti a suo carico, con l'assoluzione. Assoluzione con formula piena che, inoltre, riconosceva Marcello vittima di ingiustificate persecuzioni giudiziarie. Denunciamo che anche questo ulteriore arresto si inquadra nella manovra politica di repressione che fa di ognuno che lotta per una alternativa a questo iniquo sistema il "terrorista". E così che le certezze diventano dubbi (personaggio tranquillo = a terrorista) e i dubbi certezze (Magistratura democratica = fiancheggiatori dei terroristi) fino a colpire direttamente chi terrorista non può esserlo: la classe operaia, le masse giovanili e popolari. Il gioco riesce se si fa leva, come questo governo, sui tragici fatti che stanno sconvolgendo il nostro paese. Come lavoratori condanniamo quegli atti di violenza estranei alla pratica e volontà politica delle masse lavoratrici, ed altrettanto fermamente condanniamo questo crescente clima politico di "caccia alle streghe". E' evidente il disegno di criminalizzare le lotte operaie e studentesche dal '68 ad oggi: si arresta e licenzia nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri; sono questi i "covi" dei "terroristi" che bisogna debellare?

Roma 30 gennaio '80

 

Dopo dieci giorni di detenzione il compagno Marcello Blasi è stato posto in libertà provvisoria, ed il processo rinviato a nuovo ruolo.

 

 

 

 


Marcello da Rebibbia:

in questa società di merda

fare il netturbino è uno dei lavori socialmente più utili

 

Avrete saputo certamente del mio arresto dai giornali, addirittura uno di questi, mi ha detto mio fratello al colloquio, mi ha definito "uno dei capi storici di via dei Volsci". Rifiuto questa nomina, perché mi batto per un mondo in cui non ci siano nè capi-storici, nè capizona, nè capi di partito o di sindacato, e perché sono semplicemente un comunista qualunque, che, stanco di militare in uno dei tanti partiti, diversi di nome, ma tutti uguali nell'avere capi e nel difendere uno Stato che si regge sullo sfruttamento e sui blindati della polizia, ha preferito essere un compagno tra tanti che sperano e lottano per un mondo migliore, unica speranza e unico comportamento per cui ritengo la mia vita degna di essere vissuta. Non mi va di parlare del mio arresto, se ne parlerà al processo, dico solo che credo che chiunque altro fosse stato fermato al mio posto, a chilometri di distanza dagli incidenti e con una 128 verde, quando la macchina ricercata era una 128 grigia, sarebbe stato subito rilasciato. Ma non mi va di parlare di questo, vorrei invece parlare della ultima assemblea che abbiamo avuto sul posto di lavoro. In quella occasione il mio intervento fu, lo riconosco un intervento provocatorio, ma credo che io sia in effetti un "provocatore", in quanto mi piace provocare la gente, provocare discussioni, a volte anche provocare litigi, lo sapete già. Ho attaccato sul mio armadietto l'adesivo con scritto "Marijuana grazie si", oltre che perché ogni tanto mi piace fumarla, anche per provocare discussioni; faccio molte assenze, oltre che per starmene a casa a riposare, anche per discutere se sia giusto o no. Insomma sono, e mi piace esserlo, un "provocatore"; non solo ma ritengo che un 'idea politica debba essere totale, vale a dire abbracciare anche cose come la marijuana e le assenze. Detto questo, ritorno all'ultima assemblea, dove, provocatoriamente, me ne sono andato prima che finisse. Ebbene in quella assemblea, abbiamo permesso (dico abbiamo perché anch'io non sono riuscito a impedirlo) che una squadretta, tutti in impermeabile bianco, di sindacalisti, venisse a far passare come una nostra vittoria, quella che in realtà è una nostra grossa sconfitta e come operai e come padri, o fratelli maggiori, o nonni di attuali e futuri disoccupati. Abbiamo permesso in cambio di una manciata di lenticchie (pochi soldi in più al mese, già rimangiati dagli ultimi aumenti della benzina, dei riscaldamenti, dell'Enel, e della Sip) che passasse una meccanizzazione che per noi comporterà nove giorni in meno di vacanza all'anno, aumento del carico di lavoro (caricheremo tutta la monnezza settimanale del giro) e quello che è più grave, abbiamo permesso e l'introduzione dei turni e la diminuzione effettiva del personale (serviranno meno cambi e, quelli che avanzeranno, non crediate che li manderanno alla scopa, perché tra spazzatrici, aspiratrici e squadre di pulizia intensiva, ognuno di noi sarà costretto a fare tutto, e con la legge sulla mobilità, ci sbatteranno, cominciando dai più giovani e dagli ultimi assunti, dove gli pare). Non crediate che questi siano miei sogni o allucinazioni sono ben sveglio e lucido anche al settimo giorno d'isolamento. Del resto non è una cosa che riguarda solo la Nu, andate a vedere le statistiche sull'occupazione, in Italia, in Europa e nel mondo intero, dovunque sono state introdotte le macchine, è aumentata la disoccupazione. Io non sono contro le macchine, contro il progresso, anzi sono un futurista, sono per una società futura dove le macchine svolgeranno il 90% del lavoro, a cominciare dai più sgradevoli, come ad esempio il nostro (badate che io sono orgoglioso di essere un netturbino, perché in questa società di merda è sicuramente uno dei lavori socialmente più dignitosi e più utili). Però sono per un progresso e una meccanizazione che non comportino disoccupazione e miseria. L'unico progresso, le uniche macchine che servono a noi, operai, a noi proletariato sono quelle che portano da una riduzione dell'orario di lavoro, perché tutti possano lavorare e avere uno stipendio e perché è giusto lavorare sempre meno tempo mano a mano che la scienza e il progresso avanzano. Spesso con alcuni di voi ho parlato degli indiani d'America o di altri popoli che noi "civili" definiamo selvaggi. Ebbene in nome del progresso e della civiltà, noi bianchi li abbiamo spogliati dei loro averi e persino dei loro territori, quindi persino del diritto di avere una patria; quando tutti i giorni ci riempiamo la bocca con questa parola, patria. Ma non è la sola parola con cui i nostri governanti si riempiono la bocca, parlano anche di pace ed è forse per questo che l'Italia è uno dei maggiori produttori ed esportatori di armi; parlando di libertà, l'unico settore edilizio in espansione è quello delle carceri; parlano di classe operaia e nessuno di loro sa cosa significhi lavorare; parlano di sacrifici e nessuno di loro sa cosa significhi vivere con 400.000 lire al mese, parlano di giustizia e l'unica giustizia che conoscono è quella delle manette, delle carceri e della fame. Dicevo gli indiani d'America, forse lo volevano il progresso ma non per questo dovevano essere costretti a rinunciare ai loro costumi, alle loro case, addirittura alla loro lingua. Ma come sono stati sconfitti? Forse in guerra? Forse combattendo? No cosi avrebbero perso la guerra ma avrebbero conservato (e in parte ci sono riusciti) la loro essenza di popolo diverso. Sono stati sconfitti a forza di trattati falsi e ingannevoli portati avanti dai loro falsi amici. E qui il discorso torna sui sindacati; fosse venuta la controparte a propagandarci questa nuova organizzazione del lavoro, saremmo stati più attenti, avremmo avuto più possibilità di capire che era una fregatura; e invece sono venuti i sindacati, quella squadretta di sindacalisti in impermeabile a doppiopetto bianco, quella squadretta di ex-operai, ora tutti o quasi capisquadra o capizona, quella squadretta che ha imparato a parlare piano, una parola ogni mezz'ora, forse perché hanno visto alla televisione che le persone importanti parlano così, o forse perché ci debbono mettere tanto a dire le loro due cazzate così poi resta poco tempo agli operai per dire la loro. Comunque basta così, a loro il loro mestiere, a me il mio, che spero tra poco di riprendere con voi. Qualcuno di voi quando parlavamo mi diceva: hai ragione, ma che vuoi, come facciamo, ti votiamo sindacalista. Niente di tutto ciò, io credo nell'organizzazione autonoma (dai partiti e dai sindacati) e dal basso dei lavoratori, zona per zona, servizio per servizio, fabbrica per fabbrica, e credo che solamente con il collegamento fra tutte queste strutture, si possa costruire una organizzazione dei lavoratori che difenda i loro interessi e che conquisti per essi stessi e per le prossime generazioni un mondo più giusto e più umano. Con la speranza di essere tra brevissimo fuori con voi vi saluto fraternamente

L'operaio Blasi Marcello

 

 

Paolo e Daddo.

E' la vendetta contro il Movimento del 77

 

"E' incredibile, a Paolo e Daddo hanno dato 14 anni! E' la sentenza più efferata degli ultimi anni, la vendetta più spietata contro il Movimento del '77. Non dobbiamo dimenticarli questi compagni, non dobbiamo darci per vinti! Loro hanno confessato di aver sparato quel giorno a Piazza Indipendenza, perché credevano che quei ceffi in borghese, quelli delle allora ancora sconosciute squadre speciali, fossero in realtà dei fascisti, degni compari di quelli che il giorno prima avevano sparato all'Università per ammazzare il compagno Guido Bellachioma. Tutti questi anni di condanna per permettere ad altri fascisti di armarsi, di entrare in casa di Valerio Verbano e di ammazzarlo sotto gli occhi dei genitori, come facevano una volta i nazisti. Poi si sono divertiti con le rivendicazioni, per confondere la gente, per continuare sull'onda infamante scatenata da Fioroni contro la storia del movimento, per mettere a profitto l'assurdo assassinio di Waccher da parte di Prima Linea. Secondo me dentro questo sporco gioco delle rivendicazioni ci sono sia i fascisti che i corpi separati. Adesso vorrei tornare a Paolo e Daddo, per dire che se non ci assumiamo complessivamente la questione di tutti i compagni detenuti, se non avviamo su questo un grande movimento di lotta e di massa, saranno troppi i compagni dentro sui quali non potremo far altro che roderci il fegato. Spero che voi, insieme ad altri, vi diate da fare per iniziare i primi passi di questa campagna".

 

 

Vorrei dire qualcosa

sulla manifestazione di sabato 22.

Chi ha bruciato l'autobus per le olimpiadi di Mosca?

 

Che vi fossero diecimila compagni alla manifestazione di sabato 22 è un fatto assodato da chiunque, tanto più assodato da quegli addetti ai lavori, i pennaioli, che da sempre hanno zigzagato tra le cosiddette cifre politiche. Probabilmente non meno erano i compagni presenti lunedì 24 ai funerali di Valerio. Diecimila compagni li possiamo considerare un movimento, seppure col beneficio della disomogeneità, che, dopotutto, è una caratteristica implicita in tutti i sacrosanti Movimenti di questo globo. Non si può dire che si tratti di un Movimentone quali eravano abituati a vederli nel '77, bensi di un movimento sufficientemente di massa. Certamente qualcosa in più dei cinquecento presenti alla commemorazione di Walter Rossi; o di tante altre occasioni soffocate sul nascere dai blindati. Ricordate quegli autobus bruciacchiati?... Quelle auto messe di traverso sulle quali Lotta Continua (giornale) ha sempre fatto delle ottime battute di spirito?... Proprio quelle. Be', non temete; da romani caciaroni quali siamo sempre stati, accogliamo di buon grado l'umorismo, anzi, là dove la drammaticità del momento non ce lo impedisce siamo i primi a farlo. Del resto quando leggevamo sulla cartaccia quotidiana in circolazione che a combinare quei microcasini urbani erano sempre gli stessi trenta esagitati (concetto divenuto norma giuridica nel caso di Marcello Blasi arrestato tre ore dopo la manifestazione e a distanza di dieci chilometri perché aveva in macchina un tubo che odorava di benzina) non proponevamo forse, in sede dei nostri attivi (?) di costituire una squadra di atleti olimpionici e partire per Mosca con discrete possibilità di successo?... Ahinoi, le sventure del Socialimperialismo ci hanno fatto desistere anche da ciò, sicché, in attesa che in qualche dannatissima parte della terra venga su qualcosa di più decentemente simile al comunismo, niente Olimpiadi... Peccato... Ci eravamo allenati tanto per bene. Quest'anno gli esercizi ginnici li avevamo iniziati presto. Anzi, non li avevamo interrotti nemmeno d'estate. Infatti, per mettere a dura prova la resistenza del nostro fisico e sputare le tossine, abbiamo galoppato per tutto il mese d'agosto su è giù tra l'Italsider di Taranto, l'Anic di Pisticci e i campi di fragole della Trisaia per convincere, più di quanto già lo fossero, le genti di laggiù a lottare contro le centrali nucleari. E' finita che in cinquemila poi ci siamo recati a passo di marcia lungo la Basentana: è stato difficile nei giorni successivi trovare sui giornali la notizia di questo fatto. Tuttavia, ricominciato l'anno scolastico, ci siamo subito schierati al nastro di partenza del Caro Libri. Una gara che ci seccava terribilmente perdere e; dovete crederci, eravamo sempre i soliti trenta, belli freschi. In seguito ci siamo presentati anche alla gara indetta per quartieri, e li è stata veramente dura. Nostri avversari più diretti erano: la squadra politica, la Poli-sportiva Gramsci e i blindati... Che inseguimenti... Voi non potete immaginare cosa significhi oggi affiggere un manifesto o distribuire un volantino con su scritto di fare l'Autoriduzione. Ma i proletari, questi imprevedibili, invece di dare retta a noi andavano in massa a pigliarsi la roba dentro ai supermercati, ed anche lì, a sentire certi, eravamo sempre gli stessi. Pensate che una volta gareggiammo con certi atleti dell'Opr in un incontro di boxe, ma quella fu un'amichevole e l'equivoco venne presto risolto. Venne risolto, per cosi dire, nel corso della manifestazione dei precari della 285 e della scuola. In quell'occasione si disse che i soliti trenta esagitati volevano partecipare al corteo per fare i "casini". Strano visto che di "casini" quei trenta ne avevano combinati a sazietà. Fa niente, qualcuno si slogò un dito a forza di contare i cordoni di compagni che sfilavano al grido di: "Autonomia Operaia, ecc., ecc." Qualcunaltro in seguito si slogò il polso contando i cordoni dei compagni che parteciparono al corteo contro i Decreti Delegati e Valitutti. Stavolta erano talmente tanti che qualcuno, di sicuro uno zombie, ebbe il coraggio di esclamare: "Uh, sono resuscitati!". Eppure anche quella volta accaddero cose inspiegabili. Come si fa a dire, sono resuscitati, a coloro che in occasione della estradizione di Piperno, della condanna ai compagni del Policlinico, della chiusura della di tutti Radio Onda Rossa, avevano comunque sfidato la repressione ed erano scesi in piazza? Già, ma eravamo sempre gli stessi... Eh, no. La sola idea di partecipare a due delle iniziative su elencate è di per sé stressante... No, troppa fatica. Non eravamo sempre gli stessi. Lo eravamo forse per coloro che pensano che dietro un autobus bruciato ci sia solo un autobus bruciato. Ma gli autobus si sono sempre bruciati. Cosa fareste voi di fronte alla cieca carica di un ottuso blindato? Cosa ha sempre fatto il movimento rivoluzionario dalla Comune di Parigi in poi per proteggersi dalla violenza degli sbirri? Una volta caricavano con i cavalli e si ribaltavano i carretti. Oggi caricano con i blindati, dunque si ribaltano i pullmans... o no? Tornando alla manifestazione contro Valitutti c'è da ricordare che in quell'occasione i Dippini, si dissero: "Quelli, approfittano del corteo per inserirsi e fare i "casini". Qui ci vuole un bel servizio d'ordine". Facciamo una manifestazione contro il terrorismo e le leggi speciali, dicono, ma poiché terrorismo significa tutto o niente, pensano: "non diamo la parola a quelli di Onda Rossa". Ma... hanno chiuso la radio e... - replicano gli ascoltatori di Onda Rossa. La macchina con le trombe per il comizio fugge, i cavi penzoloni, prima ancora che gli autonomi si facciano minacciosi e travolgano il servizio d'ordine di Dp. Avevano negato la parola ai ben tre quarti dell'intero corteo. Ora, prima che il discorso diventa un terno al lotto, piantiamola con questi numeri e neghiamo con procedura hegeliana la parola eravamo, usata fin qui per comodità di discorso. Magari solleviamo qualche sano dubbio. Ad esempio: non potevamo pensare che i soliti trenta in realtà non fossero altro che un movimento in gestazione, articolato, che aveva scelto di dirottare le proprie forze su un necessario decentramento atto a collegare realtà di lotta in via di sviluppo? (ricordiamo che gli studenti venivano ricacciati giorno per giorno nelle scuole a suon di cariche di blindati e colpi di pistola). Perché credere alle panzane della stampa e compiacersi dell'idea che l'autonomia di classe, presi i suoi "capi" o eletti tali dalla logica del potere, fosse un' "animale ferito a morte" (Tolstoj "Guerra e Pace") incapace di risollevarsi? Perché non pensare che l'insieme di quegli episodi fosse come una creatura che a capocciate esce fuori, si raddrizza e impara a camminare. Una creatura o un Movimento. Così si ritorna alla giornata di sabato, e a quella di lunedì o a quella di oggi dove, ma guarda un altro autobus s'è incendiato. Perché tanto isterismo nel profanare barbaramente i funerali di Valerio? E di nuovo i blindati, le squadre speciali, i poliziotti che sparano dalle finestre. Poi i blocchi, le auto messe sottosopra a mani nude, le sassate (non c'era l'ombra di una "boccia" quel giorno, solo bandiere con l'asta di plastica, quella con cui da piccoli facevamo le cerbottane). Togliamo dunque la parola eravamo e trasferiamoci nella concretezza di uno dei termini di per sé più astratti: volevamo. Volevamo, abbiamo sempre voluto che fosse così: cioè che l'ultimo degli studentelli, il più timido tra gli operai, la più sfruttata delle donne, si ribellasse alla violenza cieca del potere. Volevamo ciò come vogliamo che la natura stessa delle cose si esprima, come anche quando piove sia perché è giusto che piova. Volevamo, e se siamo organizzati è in funzione di ciò, che questo movimento stretto oggi attorno alla bara di Valerio, il quale non saprà mai che tra i suoi amici quel giorno c'erano anche quelli di Dp, esprimesse la propria natura opposta ad ogni forma di repressione, siano essi i blindati o gli sbirri speciali. Sul numero 30 di Lc del 20 febbraio era pubblicato un inserto con un intervista a Paul Mattich, il quale narrava d'aver visto, durante i moti Spartachisti nel '20 in Germania, una donna levarsi lo spillone dai capelli e ficcarlo con forza nelle chiappe del cavallo di un gendarme che pestava i manifestanti... Tutto lì quello che è successo al Verano. E' emersa, al di là dei desideri di chi è più o meno organizzato, l'irriducibilità, perciò anche la violenza; di un settore di classe, di un movimento, dei compagni, dei comunisti, chiamateli come accidenti vi pare, ma imparate a riconoscere la differenza tra essi ed i giornalistici "soliti trenta". In tal caso vi sarebbero assai meno cattive interpretazioni della realtà. I blindati avevano messo un pò paura a tutti, ma quel giorno sono stati fronteggiati... Per poco si sa, ma sempre qualche minuto in più di ieri o, peggio. dell'altro ieri. Non è fantastico chiedersi come sarà domani? Ed ora, avviandoci alla conclusione, riferiamo un fatto che sta tra l'ironico e il patetico. Ricordate su La Repubblica di domenica 23 l'articolo che trattava della derubricazione, realizzata in massa, della sede del Fuan? In quell'articolo il cronista, su diecimila persone (ma tu guarda), è riuscito a pizzicare proprio l'unico nostalgico del '68. Il quale lamentava appunto il vuoto esistente tra la scelta clandestina e chissachè d'altro. Meglio sarebbe stato pizzicare qualche nostalgico del '77. Perché? Non ce ne sono? Suvvia, siamo onesti. Eravamo in parecchi ad esserlo ieri, o l'altro ieri. Diciamo la verità che tutta questa propaganda armata che c'è in giro pareva averci messi col culo a terra (i nostalgici del '77). Se', detto fra noi, in questi tre giorni abbiamo rubato ai clandestini la prima pagina dei giornali, e lunedi, nonostante quella mirabolante rapina, essi sono scivolati in terza pagina... Grave per loro che hanno il problema di strabiliare il "pubblico". Andiamo; noi che non crediamo nelle guerre per bande, nei superguerriglieri, non possiamo non far notare, "noi" nostalgici del '77 ai nostalgici del '68, che lì in mezzo a quel banale dualismo passa lo sferragliante convoglio dell'Autonomia Operaia, non i Volsci eh? per i quali i sottoscritti spudoratamente parteggiano, ma l'Autonomia Operaia in ciò che è. L'ultimo degli studentelli che ruba la prima pagina al superguerrigliero, le lancette marciano nel senso giusto.

 

 

8 marzo.

La nostra coscienza e la nostra

lotta contro gli sfruttatori, contro i protettori,

gli oppressori e i fiancheggiatori

 

Per quelle che

hanno detto che il nostro corteo è stato divisionista; per quelle che hanno detto "ecco il corteo delle cattive" siamo scese in piazza in migliaia per sottolineare, ancora una volta che le differenze all'interno del movimento femminista ci sono e non basta una scadenza a compattare in modo falso e strumentale un fronte che compatto non è. La scelta di scendere in piazza in modo autonomo e antagonista è stato per noi il coerente epilogo di assemblee e riunioni tenute non solo in vista dell'otto, ma già da molto tempo a questa parte. Crediamo infatti, che il movimento delle donne si è espresso in modo antistituzionale e che proprio per il nostro vissuto siamo sempre state protagoniste dirette di momenti di organizzazione; abbiamo respinto con molta chiarezza i tentativi di farci fare le comparse in uno scenario non nostro; questa legge contro la violenza sulle donne, è, il frutto di un accurato lavoro che Udi-Mld e partiti hanno fatto per recuperare quel credito che da molto tempo hanno perduto. Noi crediamo che questo governo, questo Stato, basato sulla violenza e sullo sfruttamento non potranno mai garantirci nulla, e che solo la nostra coscienza e quindi la nostra lotta potranno liberarci da tutte le violenze e tutte le oppressioni anche quelle sessuali; è impensabile delegare proprio a chi sottilmente ci propone modelli e simboli di una sessualità distorta, a chi ogni giorno nei tribunali ci riviolenta sadicamente, la protezione del nostro corpo. Proprio su questi contenuti è nata l'esigenza di un corteo che esprimesse l'antagonismo e l'antistituzionalità delle nostre lotte, e un no deciso a un ricompattamento sulla parola d'ordine "ogni donna una voce di pace", ma quale pace? La pace sociale garanzia di produttività, negazione di un percorso autonomo della nostra vita. Non possiamo credere che le compagne che hanno appoggiato la proposta siano complici di questo Stato, o che siano cadute nella trappola del "meglio questo di niente" accettazione passiva di una realtà che neppure la forza organizzata delle donne, può intaccare. Abbiamo detto, ancora una volta, che soltanto l'affermazione organizzata dei nostri bisogni può garantirci una nuova qualità della vita e che i nostri bisogni sono diversi da quelli di altre donne, alle quali la strada dell'emancipazione (fiancheggiamento di questo Stato) è stata aperta da tempo. Il nostro 8 marzo ha voluto essere una giornata di lotta e non la coreografica sfilata che i padroni guardano compiaciuti, e il corteo è stato un momento di sintesi di molte realtà di donne: dalle casalinghe alle disoccupate organizzate, dalle compagne dei quartieri e dei consultori autogestiti alle studentesse e da tutte è nata l'esigenza di ricucire quelle realtà di compagne che si organizzano nel territorio per ricostruire momenti di dibattito che l'attacco repressivo agli spazi di agibilità politica e all'informazione di classe in questi mesi ha rallentato. Non ci interessano i commenti della stampa e la manipolazione dell'informazione, sappiamo che i nostri contenuti sono nelle lotte di tutti i giorni, e che non basta ai padroni tentare di recuperare un giorno per fermare tutto questo.

 

 

 

 

Siamo donne, vogliamo parlare della violenza.

Hai visto? Hanno bruciato i cinema dalle luci rosse...

 

Circa tre mesi fa è stato rivendicato dalle "compagne organizzate per il contropotere femminista" l'incendio scoppiato all'interno di alcuni cinema romani "a luci rosse", cine in cui si proiettano films pornografici. Il dibattito suscitato nel movimento femminista da questo episodio e che ancora va avanti sulle colonne di "Quotidiano donna" ci stimola ad intervenire sull'argomento. Ancora una volta quello che accende la discussione è il problema della violenza. Compagne che sostengono che non è nella pratica politica femminista l'uso di strumenti per definizione maschili arrivando in nome di ciò a negare la realtà che fa "effe" che decide con logica cristiana che poiché le donne non sono violente ai cinema ha dato fuoco la mafia (sic). Compagne che ricordano come costantemente il potere a tutti i livelli usa violenza sulle donne costantemente provocando risposte violente che sono difesa ed attacco, spesso sono anonime e spontanee a volte e sempre di più organizzate; sempre comunque interne e strutturalmente indivisibili dal processo rivoluzionario di liberazione. Ora a parte questo discorso che credo ormai sia maturato dentro il movimento, producendo le rotture necessarie, quello che forse interessa di più in questo momento le compagne è fermarsi un attimo sul "merito" di quell'episodio da cui è partito il nostro discorso. Un episodio tra l'altro non isolato ma interno a tutta una serie di momenti che hanno visto le donne esprimere il rifiuto viscerale per ogni forma di strumentalizzazione e mercificazione del corpo femminile. Ricordiamo la "pulizia" dei tabelloni pubblicitari con l'esposizione insieme al prodotto da vendere dell'altra merce appetibile, il corpo femminile, la rottura delle vetrine di cinema a programmazione porno durante i cortei ecc.

 

 

Ma scusa, non sono i reazionari a scandalizzarsi?

 

Io penso che il rifiuto viscerale di cui parlava la compagna nasca dalla coscienza di due aspetti-motivazioni che nell'industria pornografica vivono: da una parte il messaggio ideologico di cui certa roba è portatrice; un messaggio di subalternità femminile, riprodotto attraverso immagini di donne-cose su cui si esercita la potenza sessuale maschile ed attraverso la comunicazione di un modello di sessualità sado-masochista in cui si riproduce la logica di rapporti sociali antagonisti e violenti. Dall'altra la strumentalizzazione di paure, frustrazioni, tabù! Per alimentare profitti enormi, basti pensare al fatto che certe pellicole di soldatesse e pon pon stanno in cima alle classifiche degli incassi, perlomeno in provincia e che buona parte delle pubblicazioni vendute in edicola consiste in fumetti pomo. Senti, sono naturalmente d'accordo che la pornografia è una fonte enorme di sporchi profitti (fra l'altro fatti anche ingannando e sfruttando i cosiddetti attori di quella roba; vi ricordate la vicenda di quel ragazzo suicidatosi dopo essere stato indotto ad interpretare filmetti per visioni private?) ma negare la legittimazione ad esistere ad un certo tipo di produzione non può diventare un discorso pericoloso? In fondo non sono proprio i qualunquisti, i reazionari, i censori della morale che si scandalizzano per primi di certe cose, che invocano la censura sulla base del vecchio discorso che certe immagini inducono all'imitazione come se fosse di certo cinema o di certa stampa la responsabilità della violenza sulle donne, degli stupri ecc.?

 

 

La pornografia

sta nell'organizzazione sociale del lavoro

 

Certo la tua è un'obiezione legittima ma vorrei rispondenti che innanzitutto noi rifiutiamo qualsiasi tipo di censura intesa questa come delega al "padre" della nostra difesa tanto è vero che siamo contro (ad es.) la proposta di legge contro la violenza alle donne e saremmo altrettanto contrarie a qualsiasi giuria che in nome nostro si arrogasse il diritto di scegliere, censurare ecc. Le donne il loro punto di vista, i loro bisogni li esprimono direttamente contando sulle loro forze. Ma a parte questo io sono d'accorto con te che non sono certo filmetti e giornaletti a determinare un costume o tanto meno dei rapporti sociali. La subalternità femminile, la mercificazione del corpo femminile sono cose ben più vecchie del cinema e affondano le loro radici nell'organizzazione sociale del lavoro, nella famiglia, in un ruolo imposto di produzione e riproduzione di forza lavoro e di forza lavoro essa stessa sussidiaria e di riserva. E' proprio questo ruolo, garantito dalla negazione della sua autonomia e quindi della sua sessualità che partorisce l'altra donna, immagine speculare di questa, l'oggetto erotico da qui il binomio inscindibile di famiglia-prostituzione. Questo tra l'altro dimostra quanto contraddittorio ed ipocrita sia l'atteggiamento del reazionario moralista. Non è data una donna, madre, madonna, asessuata, rigidamente controllata nella famiglia col carico di divieti, di tabù, di violenza che questo comporta senza la valvola sfogo, desiderata e demonizzata della donna-sesso, la prostituta, la protagonista delle immagini-porno. Si certo, questo sembra scontato, eppure quello che lascia dubbiose è il fatto che proprio ora che un certo ruolo della donna dentro la famiglia è in crisi, che le donne non sono più le madonnine della nostra tradizione cattolica, che hanno conquistato certi diritti paritari compreso quello ad una propria sessualità che assistiamo invece ad un rifiorire della pornografia, vedi la nascita dei cinema a luci rosse e il proliferare di giornali e giornaletti, vedi anche la crescita della prostituzione giovanile, la richiesta da più parti di riaprire i casini, e in ogni caso il rilancio di un'immagine della donna che sembra non conciliarsi più con l'altra immagine pure essa reclamizzata e auspicata della donna moderna colta, emancipata la donna che lavora e che fa politica, che accetta e rispetta la sua sessualità.

 

 

La repressione sessuale controlla e disarma

 

Evidentemente bisogna analizzare bene quello che sta succedendo e saper anche distinguere. Innanzitutto non è vero che ci sia una crisi della famiglia. Essa anzi oggi più che mai deve riacquistare un suo ruolo di garanzia di un processo ristrutturativo di decentramento produttivo, di taglio della spesa pubblica, di mobilità della forza lavoro e pertanto fondamentale ridiventa oggi per il capitale ristabilire il controllo sulle donne; un controllo che fa i conti con la necessità di razionalizzazione dei suoi strumenti e con una acquisita nuova coscienza delle masse femminili e pertanto un controllo che si articola, che distingue e divide. In questo quadro rientra la legge di parità con la liberalizzazione formale degli accessi a qualsiasi tipo di lavoro e carriera, il nuovo diritto di famiglia, la legge per il divorzio e l'aborto. Ed in ogni caso un' "evoluzione culturale" che riconosce e richiede alla donna intelligenza, istruzione, partecipazione alle strutture decentrate del potere. Pertanto il controllo-famiglia si fa meno ottuso e borbonico ma più pericoloso e coinvolgente, per la gran massa delle donne proletarie cui in cambio di un'emancipazione superficiale e formale si richiede una responsabilizzazione coatta alla politica della produttività e dei sacrifici. Ed è questa necessità che richiede oggi ancora quello strumento potente di controllo e di disarmo che è la repressione sessuale. Niente togliendo questo al fatto che ad una aristocrazia di donne culturalmente ed economicamente emancipate si aprano le porte dei "privilegi maschili" compreso quello di vivere una sessualità padrona. E del resto anche questo messaggio convive dentro la nuova pornografia perché il discorso che in fondo deve passare al di là dei ruoli che i due sessi possono giocare è quello della competizione, della gerarchia, della cosificazione e strumentalizzazione dei rapporti umani, della loro astrazione da una dimensione collettiva e sociale. Un discorso quindi profondamente pericoloso, conservatore ed attuale.


 

 

 

 

 

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