2030

 

 

Speciale contratti.

Agli operai chimici abbiamo domandato

che effetto fa, una volta applicato,

un contratto già rifiutato dai lavoratori

 

Assumiamo (e la cosa è abbastanza scontata) che l'obiettivo del cervello capitalistico in questi anni è un "vasto e sotterraneo "lavoro" della ristrutturazione che mira, non da oggi, a ridisegnare la composizione operaia dei prossimi anni" e insieme che passaggio fondamentale in questo progetto è l'attacco "a quell'insieme di "indicizzazioni" che hanno fin qui irrigidito, con forti caratteristiche egualitarie, in maniera difficilmente aggirabile, la struttura salariale della classe operaia centrale" (L. Ferrari Bravo, "Sme: strumento della ristrutturazione della composizione di classe", in Magazzino n. 2, maggio l979, p. 40; la sottolineatura è nostra per far risaltare come invece, e purtroppo, in pochi mesi l'articolo di F-B è stato scritto a cavallo fra '78 e '79 - questo aggiramento comincia a diventare effettuale, come vedremo dettagliatamente più avanti). Assumiamo anche che i contratti nazionali firmati in luglio (metalmeccanici, edili, tessili, e chimici) costituiscono un punto fermo di decisiva importanza su questa strada e che con la loro chiusura si apre una nuova fase dell'attacco alla composizione di classe, dotato di una strumentazione specifica. Analizziamo, a dimostrazione degli assunti, principalmente il contratto nazionale del settore chimico-farmaceutico per tre motivi.

1) Sulla bozza di piattaforma di questa categoria, più chiaro che per le altre è stato il dissenso di massa operaio e, insieme, questa bozza esprimeva con la massima nitidezza obiettivi di ristrutturazione capitalistica (più, ad esempio, di quella dei metalmeccanici, dove la cagnara sulla riduzione dell'orario di lavoro ha fatto da velo).

2) I risultati ottenuti, per esplicita ammissione degli stessi sindacalisti (nazionali e funzionari in assemblea) davanti agli operai, sono, per la parte operaia, tra i più insoddisfacenti di tutta la stagione contrattuale.

3) Infine, proprio sulla firma di questo contratto, pur nella "mancanza di alternative", si è esercitato compattamente il rifiuto operaio: nonostante le assemblee di ratifica siano state convocate (non a caso...) ai primi di agosto, il contratto è stato bocciato, in una sequenza di inequivocabile significato, al Petrolchimico di Porto Marghera, all'Anic di Ravenna, a Ottana e a Porto Torres. Vale a dire nei punti di maggior concentrazione di forza lavoro dell'industria chimica in Italia. Naturalmente, la Fulc ha liquidato questa "bocciatura" unanime, riaffermando che il contratto era ormai irrevocabilmente finito e che quelle assemblee rappresentavano una "netta minoranza" (sic) della classe operaia chimica, ma questi sono cazzi del sindacato: a noi interessa piuttosto tener presente la questione quando si tratterà di valutare la possibilità di sviluppo future di questo rifiuto operaio. La prima parte del contratto (quella riguardante gli investimenti e l'occupazione) viene vantata dal sindacato come la più importante dal punto di vista politico e insieme come quella su cui si è ottenuto il più significativo risultato di tutta la lotta. In effetti, tutto quanto è stato chiesto, è stato ottenuto. Ma cosa? il padronato ha concesso l'informazione sugli investimenti disaggregata ai vari livelli (nazionale, regionale e provinciale) e nient'altro. Vale a dire che ha concesso un riconoscimento formale al sindacato, svuotato però di ogni strumento decisionale o di contrattazione. Da questo punto di vista non si fa un passo avanti rispetto al contratto del 1976; dove già l'informazione era ottenuta, anche se non disaggregata. Non pare che quella "conquista" abbia rappresentato un valido strumento di "controllo" sulle ristrutturazioni (la vicenda del settore fibre insegna), nè si vede come la conquistata disaggregazione dei dati sugli investimenti e delle loro conseguenze possa aumentare la capacità di incidenza sulle grandi scelte macroeconomiche nel settore. L'unico risultato di queste conquiste sembra essere l'accentuazione della tendenza a fare dei funzionari sindacali una sorta di sottoqualificato personale, affiancato in modo subalterno ai manager del capitale. Del resto, come poteva essere diversamente, dal momento che la semplice conoscenza dei livelli di investimento non dà certo strumenti sufficienti alla comprensione del trend produttivo e delle sue necessità, come invece la quotidianeità nella produzione permette di fare ai dirigenti. E' insomma tutta la concezione riformista del "controllo operaio della produzione" (protervamente rilanciata da Berlinguer, nel suo famoso saggio pubblicato da Rinascita il 23.8.79) che espone qui, in questi articoli del contratto, le proprie miserie e impotenze... Ma, e questo è ben più grave, in cambio del riconoscimento formale al sindacato, il padronato ha chiesto e ottenuto quanto da anni non gli era ancora riuscito, con le grandi manovre sull'occupazione (cassa integrazione utilizzata a livelli record; smantellamento di molte fabbriche; blocco del turn-over): vale a dire la possibilità di regolare con strumenti istituzionali e normativi finalmente adeguati, la mobilità del lavoro su base consensuale e a livello coordinato territoriale.

 

 

La mobilità

 

Prima di analizzare nel dettaglio questa parte del contratto, apriamo una parentesi. La bozza di piattaforma non prevedeva nessuna ipotesi sulla mobilità. E' stata questa una vera e propria contropiattaforma del padronato (pensiamo per la prima volta nella storia recente della contrattazione per i grandi contratti) e presentata (e accettata) per tutte le grandi categorie industriali (i primi a firmarla sono stati i metalmeccanici). Inoltre, essa si presenta come un vero e proprio codicillo alla legge 20.5.1975, n. 164 e alla legge 675 del 1977, detta della riconversione industriale: un altro modo (dopo il travaso della famigerata leggina Scotti dal Parlamento direttamente nei contratti di lavoro) per avvicinare sempre di più una regolazione statuale della conflittualità di lavoro (un fronte che ha già visto recentemente l'introduzione della precettazione per i trasporti, l'utilizzo dei militari negli ospedali, durante le lotte extraistituzionali del personale parasanitario). In sintesi, l'accordo prevede che in caso di necessità per riconversione, ristrutturazione o crisi, si possano mettere in una sorta di Cassa Integrazione speciale i lavoratori coinvolti, per un massimo di due anni. Detti lavoratori saranno posti in una lista unica su base regionale, per fasce di professionalità e con punteggio rapportato all'anzianità di cassa integrazione guadagni (Cig). "Il lavoratore che non accetti una offerta di impiego avente caratteristiche di equivalenza professionale in azienda operante in una area compresa entro 50 km dal comune di residenza - salvo che la particolare localizzazione dell'azienda (anche con riferimento ai servizi di trasporto e al tempo di percorrenza necessario) consigli un esame specifico in sede territoriale - decade dal diritto delle erogazioni della Cig al termine del periodo per il quale era stata autorizzata, nonché da qualsiasi erogazione a carico dell'azienda". "Nei confronti del lavoratore in mobilità che senza giustificato impedimento rifiuti di frequentare o frequenti in modo irregolare i corsi di formazione, si produrranno le conseguenze previste per il lavoratore che rifiuti una adeguata offerta di lavoro, cosi come definita al punto precedente" (le sottolineature sono ovviamente nostre). Come hanno giustificato i sindacati l'accettazione di un simile accordo? Affermando che, tutto sommato, esso garantisce comunque due anni di Cig e il reinserimento, una volta scaduto il termine e se il lavoratore non ha trovato nuova occupazione, dentro la vecchia azienda. E' stato obiettato da alcuni (Beppe Casucci, su Lotta Continua a commento della firma dell'accordo) che questa "garanzia" di ritorno è fasulla, perché non prende in considerazione l'eventualità che l'azienda chiuda, nei due anni. Tuttavia, nè questo, nè l'altro aspetto (l'obbligatorietà cioè del trasferimento entro 50 km) dell'accordo sono il fatto più grave. In realtà, ciò che è di gravità politica senza precedenti è il senso complessivo dell'operazione. Perché è proprio vero che, come dice il sindacato, si garantiscono comunque due anni di salario garantito, ma ad un costo preciso: dissinnescare ogni eventuale conflittualità nascente dai processi di ristrutturazione e mobilità. Certo, nessuno (e non lo faremo davvero noi) può mancare di sottolineare come nella quasi totalità dei casi le lotte per l'occupazione sono state sconfitte e laddove si è salvata l'occupazione si è dovuto rinunciare a troppe conquiste. E tuttavia stavolta si tratta di guardare la faccenda dall'altra parte del cannocchiale e constatare che il sindacato accetta la mobilità non certo per garantire più reddito per meno lavoro, ma per offrire al padronato un controllo non conflittuale ma consensualmente regolato sulla forza lavoro. Certo, da questa ipotesi di accordo alla sua applicazione pratica ci corre ancora molto, soprattutto manca la strumentazione esecutiva (uffici regionali per il controllo dell'occupazione, ecc.). E, in più, siamo convinti che le incrinature e contraddizioni (dunque occasioni di conflitto) si apriranno certamente nell'applicazione del contratto. E tuttavia ci preme sottolineare ancora come questa parte di contratto sveli (certo, molto più che non la parte intitolata "investimenti e occupazione") la qualità vera del tanto vantato salto di qualità politico del sindacato: altro che direzione operaia dello sviluppo. Infine, per chiudere per ora su questa parte del contratto, un'ultima osservazione: questo strumento offerto al capitale va inquadrato in un'ottica dinamica e territoriale, espansiva. Sarebbe probabilmente errato intendere questo accordo (con un'ispirazione catastrofica) come un incentivo ad una accentuazione drammatica dei licenziamenti. In realtà è questo lo strumento ideale delle ristrutturazioni per il decentramento produttivo, per l'allargamento della fabbrica sociale.

 

 

L'inquadramento

 

Durante le assemblee preparatorie del contratto, il sindacato aveva presentato come punto qualificante della piattaforma (assieme alla parte "investimenti e occupazione") l'istituzione di livelli, attraverso una riforma categoriale nota sotto la definizione di "riparametrazione". In una precedente occasione ("Chiudere subito per non chiudere affatto", I Volsci 9) avevamo notato come i criteri ispiratori della riparametrazione fossero l'abbandono dell'egualitarismo da un lato (ridifferenziando la scala parametrale dai reali 100/176 a 100/250), è una complessiva svalorizzazione del corpo grosso della forza lavoro (la gran parte delle qualifiche operaie e basso-impiegatizie ammucchiate su parametri ben distanti dalle prime categorie impiegatizie). La chiusura del contratto accentua la tendenza. Anzitutto, i livelli, di contro alla proposta sindacale, sono anziché sette (otto effettivi; essendo il primo di semplice parcheggio per i primi sei mesi di assunzione). Dunque, tutto ciò che con i metalmeccanici ha costituito materia di resistenza (l'istituzione di un ottavo livello impiegatizio per offrire al padronato un margine di manovra sulle categorie) nel contratto dei chimici è passato senza colpo (polemico) ferire. Certo, sembrerebbe andare in senso contrario il risultato finale della forbice parametrale attestata ai livelli 100/205, invece dei 100/250 della bozza iniziale. Ma, a meno di non scoprire che l'egualitarismo è ora rivalutato dal padronato (cosa francamente improbabile), ciò si spiega con la volontà da parte padronale di disporre, al di là del parametro, della possibilità di manovrare sui superminimi, mantenendo (ed anzi accentuando) la svalorizzazione generale della forza lavoro. A riprova di ciò, la Cs (ex 1° super operaia) altrove (vedi i metalmeccanici) inquadrata al 5° livello, è qui assestata al 3°, con qualche possibilità (però tutta da conquistare - e dunque ancora da pagare - durante la durata del contratto) di passaggio al 4° livello. Il cosiddetto splafonamento, vale a dire la possibilità di passare a livelli impiegatizi anche per operai di alta specializzazione, è categoricamente negato (e ciò contraddice alla tendenza in atto in numerose aziende del settore).

 

 

La riparametrazione

 

Inutile dire che, come da bozza, la riparametrazione verrà effettuata pressoché a costo zero (mediante l'assorbimento di parte degli scatti di anzianità). Con il capitolo della riforma del meccanismo degli scatti di anzianità siamo davvero al cuore del contratto (e al cuore del problema). L'abolizione della rivalutazione degli scatti di anzianità rappresenta senza dubbio il più grosso risultato fin qui ottenuto dal capitale nella sua ormai quinquennale battaglia per l'abbassamento del costo del lavoro, attaccando gli automatismi salariali. Questo risultato è molto più grave del blocco della contingenza sull'indennità di anzianità, per almeno due buoni motivi. Anzitutto, in cifre assolute, riguardando gli scatti la maggioranza dei lavoratori del settore e tenendo conto che, per chi ha già maturato tutti e cinque gli scatti di anzianità, la perdita ammonterà, per il solo 1980 a circa 400 mila lire. In secondo luogo, per la prima volta si è sfondato il muro della contingenza sul salario immediato. E di questa vittoria strategica ben si sono resi conto i funzionari del capitale, che non a caso hanno tentato immediatamente di rilanciarlo scatenando una campagna-stampa sulla riforma della scala mobile centrale. Su questi temi (della costante svalutazione del costo della forza lavoro) conviene tornare, data la complessità della questione, più ampiamente altrove. Qui interesserà solo un dato contabile: ai lavoratori con una anzianità decennale per il 1979 sono spettate 23.000 lire circa di rivalutazione degli scatti di anzianità, in rapporto ai punti di contingenza maturati l'anno scorso (20) e alla messa in paga base dell'Edr (elemento distinto della retribuzione). A partire dal 1° gennaio 1980 a questi stessi lavoratori sarebbero spettate più di 17.000 lire di rivalutazione per la sola contingenza maturata quest'anno (28 punti). Se a questo aggiungiamo che è stata abolita anche la rivalutazione dell'indennità di nocività (10.000 lire per i livelli di nocività più alti), ne risulta che queste due mancate rivalutazioni costeranno a questi lavoratori quasi come l'intera conquista contrattuale (30 mila lire in tre anni), considerando solo il 1980. Ma naturalmente il meccanismo manifesterà appieno i suoi effetti devastatori col progredire degli anni. Infatti alla rivalutazione annuale secondo la contingenza sono stati sostituiti cinque scatti in cifra fissa, da attribuire a tutti, sia a chi ne ha già maturati 5, sia ai nuovi assunti. In termini teorici estremi, ciò significa che un operaio di 3° livello (ex l° super) con 10 anni di anzianità (e dunque cinque scatti "vecchi") può acquisire ancora 5 scatti biennali di 24.500 lire l'uno per un totale, a fine carriera, di 122.500 lire (oltre a quelli già maturati a tutt'oggi). Perde invece fino a 25 rivalutazioni annuali, di cui già la prima (quella per il 1980) superiore al singolo scatto biennale. Come si può ben vedere il divario è pesantissimo.

 

 

L'organizzazione del lavoro

 

Anche il capitolo del contratto intitolato alla organizzazione del lavoro meriterebbe una trattazione più specifica di quanto non sia qui possibile fare, perchè riguarda un aspetto dell'assetto produttivo su cui in questi anni di piena ristrutturazione lo scontro in fabbrica è pressoché quotidiano. Attraverso ciò passano infatti il cumulo delle mansioni, la mobilità inter reparti, in una parola una flessibilità d'uso della manodopera sul ciclo produttivo, oggi rivendicata dalle aziende come condizione irrinunciabile. Basta qui annotare una sola osservazione: le esigenze di mercato dell'azienda vengono talmente tenute in considerazione dai sindacati, da concedere che "... le parti a livello nazionale, esamineranno anche eventuali casi particolari, in rapporto alla situazione di mercato e alle caratteristiche tecnologiche e organizzative e occupazionali delle aziende con particolare riferimento a quelle dislocate nel mezzogiorno, al fine di accertare le possibilità di conseguire una maggior produttività tecnico-economica combinando una maggior durata nel periodo settimanale di utilizzo degli impianti con diversi regimi dell' orario di lavoro del personale addettovi. Tali regimi saranno ricavabili ricorrendo alla utilizzazione, in aggiunta a quelli previsti per il personale giornaliero (6 giornate) di ulteriori giornate di riposo, fino a raggiungere l'orario dei turnisti a ciclo continui". Una simile disponibilità viene subito dopo la "conquista" di una riduzione, per i turnisti "semicontinui" di due (sic!) giorni di riposo supplementari all'anno, "conquista" che è stata rivendicata ampiamente dai funzionari in assemblea. Tutto ciò rende ragione dell'accusa fatta alla campagna sulla riduzione dell'orario di lavoro, come velleitaria e insieme mistificatoria. In effetti, il presupposto della richiesta di riduzione d'orario non era che, stante l'attuale produttività e utilizzazione degli impianti, è possibile inserire nuove squadre, riducendo le ore lavorate per ciascun operaio a parità di salario, ma, a rovescio, che presupposto per una ipotetica riduzione d'orario (comunque nella sostanza dilazionata del tempo almeno fino alla metà degli anni Ottanta) è un aumento dell'utilizzazione degli impianti, fino all'ampliamento del turno continuo anche laddove esso non è attualmente indispensabile per motivi tecnico-produttivi. Dall'ideologia alle "dure necessità dell'economia": come si vede il rovesciamento non poteva essere più completo.

 

 

Conclusioni

 

A conclusione di questa lunga e puntigliosa analisi di un contratto guida (fermo restando che differenze anche notevoli esistono fra i vari contratti collettivi nazionali delle più grandi categorie industriali - ma questo meriterebbe un discorso a parte), occorre tornare un attimo, a mò di chiusura, sugli assunti da cui siamo partiti. Se è vero che oggi la battaglia principale condotta dal padronato è quella del ridimensionamento del costo del lavoro (e quindi dell'attacco a quell'insieme di garanzie che determinano in una qualche misura una certa rigidità verso il basso del salario medio operaio - scala mobile e indicizzazioni connesse), tuttavia lo scontro non si esaurisce qui. Anzi, insieme alla ristrutturazione del salario, il capitale sta approntando una pluralità di strumenti, la cui efficace utilizzazione promette, nei prossimi anni, di modificare non solo profondamente la geografia della composizione di classe (cosa già in atto da diverso tempo), ma di definire una configurazione nuova e di una certa stabilità. Insomma, attraverso alcune "riforme di struttura" nel governo della forza lavoro, quel che si tenta oggi di definire è un'articolazione della composizione di classe operaia che possa permettere una progettualità di sviluppo capitalistico meno precaria di quanto non lo sia stata nell'ultimo decennio. Gli strumenti per un governo consensuale della forza lavoro si sono di molto affinati nella recente stagione contrattuale. Che poi si sappia tradurli dalla carta alla attuazione pratica in modo lineare, questo è ovviamente tutto da dimostrare, come le vicende Fiat insegnano.

 

 

Speciale contratti. Abbiamo chiesto agli ospedalieri, quelli che nel '78 lottarono anche contro il sindacato, di parlarci di come, col nuovo contratto, non perdono nè il pelo nè il vizio

 

La lotta degli ospedalieri dell'ottobre del '78 ha aperto una fase nuova nello scontro di classe. La vertenza dello scorso contratto ha presentato caratteristiche sostanzialmente e qualitativamente diverse, rispetto alle rivendicazioni dei precedenti contratti. Diverse dal punto di vista degli obbiettivi che non si proponevano solo miglioramenti o spinte in avanti rispetto alle richieste sindacali, ma che hanno cominciato ad introdurre tematiche socialmente innovative (anche se ancora in modo abbozzato) e che presuppongono un radicale cambiamento dell'attuale assetto economico e sociale:

- il salario secondo i bisogni, rilanciando la tematica egualitaria contro il discorso sindacale che vuole legare di nuovo il salario alle capacità professionali e che si pone sullo stesso piano di quello padronale degli aumenti di merito.

- La riduzione dell'orario e dei carichi di lavoro.

- La lotta contro le forme di comando e l'organizzazione gerarchica del lavoro, gerarchia rappresentata non solo dalla corporazione dei "baroni" della medicina, ma anche dagli apparati democratici dello Stato sociale, primi fra tutti partiti politici e sindacati.

- La lotta per la salute e contro la "Macchina Medica" come apparato preposto alla manutenzione della forzalavoro (cioè preposto al suo ripristino funzionale alle esigenze del meccanismo di accumulazione e non al "bisogno di vita" come fatto autonomo dal processo produttivo).

Diverse dal punto di vista della conduzione della lotta e dell'organizzazione:

negli ospedali il rifiuto del sindacato non si è caratterizzato come indifferenza operaia, o come antagonismo minoritario, o in forme di ingabbiamento di sinistra sindacale. Si è espresso, invece, in livelli conflittuali altissimi, sia per estensione che per qualità, dando corpo ad una organizzazione di base della lotta, che si è caratterizzata per il livello di massa autonomo. Per queste ragioni crediamo che riaffrontare oggi un discorso sull'apertura del nuovo contratto non significhi rincorrere il solito appuntamento contrattuale, ma anzi pensiamo che sia indispensabile proprio per andare oltre il contratto, per dare continuità alla lotta aperta ai processi di ristrutturazione, per l'organizzazione di base dei lavoratori sui propri reali bisogni.

 

1) Sulla legge quadro

Nell'ambito del progetto padronale si inserisce a pennello la legge-quadro come garanzia di realizzazione dei piani di ristrutturazione. L'intento del sindacato, attraverso la gestione del discorso della professionalità è quello da una parte di ridurre il personale attraverso il cumulo delle mansioni imponendo quindi maggiori carichi di lavoro, dall'altra legando gli aumenti salariali alla professionalità e quindi alla disponibilità del lavoratore a fare anni di scuola, si vuole creare uno strato privilegiato che funzioni come controllo più diretto sul resto dei lavoratori, proprio perché più diretto è il suo rapporto, e quindi si ponga come intermediazione del potere. Ciò che si vuole ottenere è di annullare il più possibile ogni fonte di conflittualità reale. Si vorrebbe trasformare in competizione formalmente pacifica lo scontro tra le classi.

Non più di sindacato come forma di mediazione, né solo del sindacato "traditore" o collaborazionista si può parlare ma va identificato come diretta appendice del sistema dei partiti che oggi si pone direttamente la gestione della crisi, la ricacciata indietro della capacità, della forza proletaria che con le lotte in questi anni è stato in grado di determinare incrinature sempre più insanabili nel sistema di produzione, nella pianificazione sociale.

 

3) Sulla riforma sanitaria

Nell'ambito dell'assistenza la Riforma Sanitaria prevede la creazione di figure polivalenti estremamente mobili dalla struttura ospedaliera al territorio, di figure professionali altamente specializzate e riqualificate. Scopre poi che negli ospedali ci sono troppi ricoveri, spesso ingiustificati, magari che i vecchietti e i bambini guariscono (o più spesso muoiono...) meglio in ambienti psicologicamente più adatti, proponendo quindi la massima deospedalizzazione. Leggiamo invece questa tendenza nella chiave interpretativa più reale: l'obiettivo concreto finale è senz'altro quello della diminuzione della spesa pubblica e quindi: taglio radicale dei servizi, realizzando ospedali più selezionati e specializzati, con l'utilizzo di tecnologie avanzate e affidando il resto, la maggioranza, dell'assistenza al territorio (salvo poi scoprire che sul territorio le strutture sono inesistenti).

Tutto questo in soldoni si traduce in:

- minori costi di gestione e quindi finanziamenti convogliati verso la grossa impresa privata e pubblica;

- minore e peggiore assistenza per gli ammalati;

- maggiori carichi di lavoro e maggior sfruttamento dei lavoratori della assistenza.

Il terreno per l'applicazione della Riforma Sanitaria (o di quanto gli interessa applicare) lo stanno preparando, e lo verifichiamo, con l'accelerazione della ristrutturazione interna agli ospedali.

Drastica riduzione dei posti letto, chiusura di interi reparti e introduzione di moderne tecnologie, razionalizzazione complessiva del servizio, adeguamento dell'organizzazione del lavoro, eliminazione di spazi morti, tutto ciò rappresenta per noi minori assunzioni di personale, incremento dei ritmi di lavoro, cumulo di mansioni, mobilità selvaggia, eliminazione di pause e riposi, turni massacranti.

 

4) Lotta e salute, nostro intervento sull'utilizzo della medicina e della scienza

Noi produciamo (o dovremmo produrre) salute. Riteniamo necessario per questo, come lavoratori dell'assistenza, aprire un dibattito sull'utilizzo che viene fatto della scienza medica, su quale è il rapporto tra salute e proletari, noi e proletari utenti del servizio. La risposta alla richiesta di salute oggi in Italia viene data dalla "Macchina Medica" in rapporto alle esigenze di produzione. Il medico come divinità, la medicina come tabù, la scienza come potere sui proletari espropriati del sapere, della conoscenza del proprio essere, della possibilità di determinare la propria salute, la propria vita. È questo rapporto che permette un ricatto nei confronti dei proletari, che stabilisce la malattia come controllo, selezione, e fonte di profitto. In linea di massima è solo per il recupero della salute della forza lavoro occupata che il capitale può avere degli interessi sia pure contingenti. E comunque anche in questo caso si tratta sempre di una "rimessa in sesto" ai fini produttivi. Gli ospedali, le strutture sanitarie, lo sappiamo bene noi che ci lavoriamo dentro, rispondono proprio a questo. Si potrebbero definire "officine di riparazione" dove il malato è un pezzo, un ingranaggio da riassestare; senza mai risalire alle cause della malattia (quasi sempre legate al lavoro, all'ambiente nocivo, alla vita stressante) e quindi non affrontando o mistificando un discorso di prevenzione. Contemporaneamente diventa, la struttura sanitaria stessa, grossa fonte di speculazione sulla pelle dei proletari. Su questo terreno fioriscono e si incrementano interessi e profitti di baroni, case farmaceutiche e complessivamente di tutta la "multinazionale della medicina".

 

Proposta di piattaforma di lotta per il contratto '79 . Sblocco ed ampiamento delle piante organiche. Dopo l'analisi fatta rispetto la ristrutturazione ed i maggiori carichi di lavoro stabiliti in questo contratto dalle richieste sindacali e padronali, è indispensabile impostare la nostra lotta sulla richiesta di immediate nuove assunzioni sia per sbloccare che per ampliare le insufficienti piante organiche degli ospedali. Questo obiettivo è fondamentale per noi lavoratori sia per difenderci contro lo sfruttamento, sia per collegarci a tutti coloro che lottano per la garanzia di un salario, sia per trasformare il nostro rapporto con i malati che di fatto oggi è stressante a causa dei turni e dei carichi di lavoro.

 

Orario di lavoro. Riduzione di orario per tutti i lavoratori dalle attuali 40 ore a 36 ore pagate 40

 

Nocività. Riteniamo che l'ospedale vada riconosciuto come nocivo per il particolare tipo di lavoro che vi si svolge. Quindi per la difesa della nostra salute la riduzione dell'orario di lavoro è di fatto una diminuzione della probabilità di contrarre malattie. Inoltre imporre che a tutti i lavoratori a contatto con gli ambienti di degenza vengano dati 15 giorni di ferie in più (come avviene oggi per il solo personale di radiologia) ed il riconoscimento come malattie professionali di tutte le malattie che si possono contrarre in ambito ospedaliero, significa articolare una nostra reale difesa contro la nocività. Poiché oggi il rischio viene considerato solo uno strumento di monetizzazione, noi chiediamo, come per tutte le incentivazioni che questo (lire 30.000) venga messo in paga base per tutti i lavoratori inoltre per tutti coloro che lavorano in radiologia dove la nocività è accentuata dai particolari strumenti usati, chiediamo i massimi mezzi di sicurezza, ben sapendo che la riduzione di orario resta l'unico sttumento reale.

 

Indennità festive: rimane invariata rispetto al contratto '77-'79 affinché non diventi un incentivo agli straordinari.

 

Festività: tutte da recuperare come riposo.

 

Indennità notturna: proprio perché crediamo che questa indennità come le altre possa rappresentare un incentivo a fare più straordinari notturni, ma nello stesso tempo questo turno sia di fatto un pesante carico di lavoro per chi, come noi, è costretto a stare in ospedale nell'arco di tutte le 24 ore, stabiliamo un tetto massimo di 70 notti annuali e per questo proponiamo l'indennità a lire 5.000 da rivalutare in rapporto alla contingenza e al costo della vita. Resta però chiaro che il nostro obiettivo è quello di ridurre il numero delle attuali notti nell'applicazione dei nuovi turni di lavoro.

 

Salario. Per determinare quantitativamente gli aumenti di salario da rivendicare con i prossimi contratti occorre adottare tre criteri fondamentali:

1) come criterio base noi proponiamo che il calcolo degli aumenti si faccia non in base alle compatibilità economiche ma alle reali esigenze dei lavoratori. Occorre garantire a tutti i livelli un salario minimo che recuperi l'inflazione degli anni passati (solo in parte recuperata dalla contingenza) e che tenga conto della durata del contratto;

2) omogeneizzare i livelli fra le categorie sia nel settore pubblico che privato, alle condizioni di miglior favore, e tenendo conto quindi della differenza di contingenza che nell'industria supera lire 63.000 mensili la nostra (a causa della differenza del punto di contingenza che si è avuta dal '75 al '78);

3) ridurre le differenze tra i livelli, perché una reale sperequazione contribuisca nei fatti alla maggiore unità dei lavoratori come classe.

 

Passaggi automatici di livello. I lavoratori del I, II, III livello da noi proposto scattano una sola volta nella carriera, dopo due anni di anzianità, al livello immediatamente successivo. Questo avviene solo a livello economico e non per quanto riguarda le mansioni e la qualifica. Introdurre il passaggio automatico di livello significa contrapporci alle discriminatorie proposte sindacali sulla professionalità, che tendono a dare più incentivi (e quindi più soldi) a chi è disposto a proprie spese a qualificarsi. Attraverso il passaggio automatico di livello l'ausiliario ha diritto a prendere lo stipendio di un generico senza cambiare la sua qualifica ed il suo lavoro, un generico quello del professionale senza dovere ricorrere a corsi di riqualificazione perché non cambiano le mansioni, il professionale quello del coadiutore amministrativo pur continuando a svolgere le sue funzioni all'interno del reparto. Le tre figure restano quindi chiaramente distinte a livello di mansionario usufruendo tutte e tre di questo aumento salariale dopo due anni di anzianità.

 

Liquidazione e progressione economica. Liquidazione quindi come nell'industria, cioè un mese per ogni anno lavorato. Inoltre disponibilità di usufruire di anticipi a discrezione del lavoratore. Progressione economica: riconosciamo che tale sistema introduce divisioni fra lavoratori che svolgono le stesse mansioni; d'altra parte riteniamo che in periodo di "crisi" dei salari, non si possono abolire meccanismi automatici di recupero come la progressione economica. E' necessario però ridurre il più possibile quei meccanismi di premio della anzianità che rappresentano un freno alle richieste salariali vere e proprie. Ci sembrano utili, a questo scopo, le classi fisse uguali per tutti, contro l'introduzione delle percentuali, che vanno ad allargare i ventagli salariali. Quindi abolizione degli scatti biennali con l'introduzione di classi fisse uguali per tutti distribuiti nei primi nove anni di lavoro e con la ricostruzione della carriera per tutto il personale già in servizio sulla base dei nuovi livelli e della nuova progressione economica da noi proposti.

 

Mansionario. E' fondamentale ribadire che come lavoratori pretendiamo che i nostri mansionari vengano rigidamente mantenuti sia come strumento di difesa contro il cumulo delle mansioni, sia per distruggere le due nuove figure introdotte dalla R.S. dell'infermiere unico e dell'operatore sociosanitario:

- operatore socio sanitario: ausiliario qualificato che dentro l'ospedale e sul territorio svolge mansioni di assistenza diretta ed indiretta ai malati.

- Infermiere unico: generico, dopo 3 anni di corso professionale disponibile all'interno dei reparti a fare tutte le mansioni necessarie ora svolte dalle tre figure differenti dell'ausiliario, del generico, del professionale.

 

Sanatoria. E' importante introdurre la richiesta di una sanatoria per il riconoscimento delle mansioni superiori a tutti quei lavoratori che le svolgono da più di due anni, per arrivare ad eliminare all'interno di tutti gli ospedali quella miriade di figure ibride di lavoratori che pur inquadrati in una qualifica svolgono mansioni sempre superiori.

 

Scuole e qualificazione professionale

Per gli esterni:

- riapertura dei corsi da generici con il pagamento di un presalario equiparato ad un salario mensile di un ausiliario (livello da noi proposto) finanziato dalla Regione;

- corso da professionali: durante il primo anno come per i generici.

Per gli interni:

tutti i corsi richiesti dai lavoratori esclusi per la loro breve carriera dalla Sanatoria, al 100 per cento nell'orario di servizio e con il distacco, durante tutta la scuola, del loro attuale posto in un organico di reparto.

 

Mobilità. Fin dalla lotta di ottobre è stato posato come punto centrale della piattaforma il rifiuto della mobilità visto non come volere mantenere posti di privilegio (come ci accusava il sindacato), ma come rifiuto dei lavoratori di pagare la crisi. Infatti la mobilità (anche se contrattata) è il cavallo di battaglia per aumentare la produttività dei servizi attraverso la intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro.

 

Contingenza. Parificazione da subito della contingenza a quella dell'industria e tutta in paga base sia come tempi (trimestralità), sia come valore complessivo (recupero della differenza di lire 63.000 mensili).

Tredicesima come nelle industrie, comprensiva dell'intera contingenza.

Quattordicesima uguale per tutti, pari alla tredicesima del I livello.

Pensioni noi proponiamo la riunificazione dei versamenti fatti in lavori precedenti, senza dovere riscattare a proprie spese la differenza; la riunificazione va fatta alle condizioni di miglior favore (in genere Inadel) e l'integrativo deve essere a carico dell'Ente. Chiediamo poi la garanzia della pensione in caso di infortunio o in caso di morte per i superstiti.

 

Servizi sociali. E' importante ribadire che per riprenderci il nostro tempo libero secondo le nostre esigenze sia fondamentale scaricare sullo Stato tutti quei carichi di lavoro che fino ad ora hanno pesato direttamente sulla famiglia, ottenendo: l'attuazione di asili nido fino a 6 anni, aperti anche ai bambini del quartiere; mense, bar, spacci all'interno dell'ospedale per i lavoratori e i malati e i loro parenti. Quindi un nostro intervento e collegamento territoriale partendo dall'ospedale vista l'attuale carenza, o meglio assenza dei servizi nei quartieri. Pagamento del salario al 100 per cento alle lavoratrici madri che, entro l'anno di vita del bambino, per motivi di salute richiedono fino a 6 mesi di apettativa; e salario all'80 per cento fino ai tre anni del bambino per aspettativa richiesta sempre per motivi di salute.

 

Medici e dirigenza. Sarebbe quasi inutile fare un discorso rispetto a queste categorie se pensassimo così di fare loro capire qualche cosa della problematica di classe, diventa invece utile chiarire cosa vogliamo noi contro tutti i loro privilegi ed il potere che questi "signori" continuano a tenersi ben stretto. Infatti il medico in quanto tale deve diventare soltanto un tecnico, facendo i turni in ospedale 24 ore su 24, come facciamo noi, abolendo la sua libera professione e quindi il suo ladrocinio legalizzato, il medico deve essere pagato con uno stipendio proporzionale alla realtà ed ai bisogni di tutti i lavoratori. La stessa cosa vale per i dirigenti che non sono altro che burocrati completamente scollegati con le realtà oggettive degli ospedali. Quindi abolizione di tutte le lore indennità (e non metterle in paga base come propone il sindacato!) congelamento dei loro stipendi come recupero dei costi del nostro contratto (i medici hanno già chiesto addirittura lire 400.000 di aumento mensile perché non hanno avuto ad ottobre le 20.000 lire che hanno dato a noi!?!), riorganizzazione dei loro turni in rapporto alle esigenze dei malati e dei reparti.

 

Il contratto deve valere anche per tutte le case di cura private. Queste proposte escono dal confronto tra i lavoratori di molte situazioni a livello nazionale. Come Coordinamento Nazionale abbiamo cercato di sintetizzarle e di porle alla discussione di tutti i lavoratori. Pensiamo che questo dibattito sia importante soprattutto a partire dalle tematiche che introducono elementi assolutamente nuovi: riduzione dell'orario di lavoro, introduzione della automaticità dei passaggi di livello salariali come recupero di salario sganciato da professionalità e qualsiasi forma di merito, assunzione e allargamento degli organici e comunque nostro intervento come lavoratori su tutto ciò che riguarda la sanità. Il rifiuto del sindacato l'abbiamo dimostrato già con le lotte del '78, ora si tratta di darci una organizzazione di base e di massa che sappia produrre la lotta alla ristrutturazione e per sempre maggiori conquiste.

 

Italia del New Deal. Giochi di ragazzi

 

 

 

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