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Speciale Medi.

Se ti va bene puoi anche scegliere:

disoccupazione subito e sfruttamento dopo.

 

Nell'ambito della ristrutturazione capitalistica, inventata dai padroni per risolvere la crisi sulla pelle dei proletari, assume un significato sempre più importante il fenomeno della disoccupazione (giovanile e non) come dato ormai strutturale di questa nuova fase dello sviluppo, e la crescita di un'economia marginale fondata sul lavoro nero e precario e sulle lavorazioni a domicilio. Tutto ciò rende sempre più chiaro agli studenti proletari che alternative alla "costrizione" della scuola non ce ne sono. L'unica alternativa è tra disoccupazione subito e sfruttamento dopo (nel migliore dei casi). Se a questo si aggiunge l'estraneità della scuola a tutti i processi reali che avvengono nella società, la sua velleitaria pretesa di trasmettere nozioni utili ed informazioni che, non corrispondendo più ad alcun grado di qualificazione reale, sono soltanto la forma, arcaica e coercitiva, in cui si trasmettono le ideologie della classe dominante; dicevamo, se si aggiunge anche questo, ci si riesce a spiegare la nuova figura dello studente proletario, costretto ad andare a scuola perché è ingabbiato tra disoccupazione subito e sfruttamento dopo, e comunque estraneo ed ostile alla scuola stessa. Ben altro è il discorso per chi la scuola la fa funzionare, per chi, cioè, utilizza l'istituzione scolastica quale momento di stratificazione sociale oltre che di trasmissione di ideologia, funzionale alle nuove esigenze dello sviluppo. Che sono quelle di creare una enorme massa di emarginati, dequalificati oltre che "mediamente istruiti", da convogliare verso quell'economia marginale di cui s'è detto; e nello stesso tempo, operando controllo sociale e selezione, utilizzarla come momento di qualificazione professionale e di avviamento al lavoro per quei fortunati, e sono pochi, destinati all'inserimento nel mercato del lavoro in qualità di tecnici, operai specializzati, etc. Da quanto detto sopra emerge che tra la scuola e il mercato del lavoro esiste uno stretto legame, che rende importante la necessità di controllare questo delicatissimo momento della formazione della merce-uomo. Risulta quindi chiaro che, nonostante lo sfascio e la apparente "inutilità" della scuola, essa viene gestita in questo modo perché è in questo modo che più si adatta alle esigenze attuali dello sviluppo capitalistico. E, per controllare che tutto vada secondo i piani prestabiliti, gli strumenti non mancano. La repressione dei comportamenti antagonisti degli studenti proletari, che esprimono la loro estraneità ed ostilità a questa scuola e a questo sviluppo, insieme alla selezione, usata come arma di discriminzione sociale e come criterio per decidere chi deve essere emarginato e chi no, sono solo due degli aspetti che rendono praticabile un tale controllo. Venuto a cadere il mito della scuola come privilegio sociale, come strumento per essere "diversi dagli operai"; mancando qualsiasi giustificazione di tipo "professionale" in una struttura che non fornisce nè qualificazione nè cultura; costretti, per giunta, a pagare anche dei costi non indifferenti per la propria - mancata - formazione, gli studenti proletari vivono la scuola come coercizione, come istituzione totale del tipo esercito, carcere o manicomio, senza peraltro riuscire a trovare una giustificazione logica alle gerarchie, ai regolamenti, alla disciplina che vengono loro imposti, e scoprono quotidianamente il reale antagonismo esistente tra una tale istituzione ed i loro bisogni. Se questa dunque è la nostra "sorte", lunghi anni rinchiusi "senza colpa e senza scampo" in un luogo che poco ha del Purgatorio, ma è molto simile all'Inferno; se, d'altra parte, una fuga individuale dalla scuola non cambierebbe la prospettiva di migliala di studenti, nè tanto meno la nostra; allora non rimane che lottare. E non è poco. Per cominciare vogliamo affermare, da subito e per tutto il tempo che saremo costretti nella scuola, l'irriducibilità dei nostri bisogni. E ne vogliamo imporre la realizzazione. Ci accorgeremo allora che, essendo le nostre esigenze incompatibili con quelle proprie di questa scuola, la loro soddisfazione avrà la forza di inceppare anche il funzionamento di questa e, dunque, le sue previste finalità. Questo vuol dire, in altre parole, mettere in discussione il modello stesso di sviluppo capitalistico, opporsi non soltanto al ruolo subalterno che ci vien fatto vivere nella scuola, ma rifiutare anche la qualità della vita, per la verità assai scadente, che è stata prevista per noi. E' bene essere molto chiari. E ora di finirla di pensare che gli studenti siano tutti uguali. Esiste una divaricazione profonda, all'interno della massa studentesca, tra gli interessi materiali degli strati disponibili allo studio a tempo pieno e legati alla prospettiva di inserimento, attraverso un aumento di qualificazione, nel mercato del lavoro, e gli interessi materiali degli strati proletarizzati, costretti al lavoro nero e precario e quindi naturalmente dediti all'assenteismo e colpiti dalla selezione. Anche i bisogni di queste due componenti sono del tutto opposti. Per gli studenti proletari c'è l'esigenza di non pagare i costi sociali della scuola, di rifiutare le forme di controllo e di subordinazione quali la selezione e la repressione, per inceppare il meccanismo che li vuole far riprodurre come sfruttati, di distruggere l'ideologia e la cultura borghesi che vengono trasmesse nella scuola e che rendono accettabile l'attuale stato di cose. Quello stesso stato di cose da cui, invece, gli studenti legati a prospettive di inserimento nel mondo del lavoro hanno tutto da guadagnare; ed anzi sentono il bisogno di salvaguardare quegli strumenti che meglio riescono a perpetuarlo. Si tratta dunque di interessi antagonisti. Lottare vuole dire anche far emergere nelle lotte la direzione politica degli strati proletari, ed imporre nella scuola la pratica dei reali bisogni di classe. Concretamente, portare avanti il discorso sugli obiettivi materiali e contro i costi sociali della scuola non significa allora rivendicare la "scuola gratuita", come nelle affermazioni riformiste del "diritto allo studio, diritto al lavoro". Si tratta di intendere questa lotta come conquista diretta, come pratica di appropriazione, come prendersi qui ed ora certe cose per scardinare alcuni meccanismi di divisione all'interno della scuola, come rifiuto di pagare la qualificazione della propria forza lavoro. In quest'ottica acquistano un preciso significato strategico anche la lotta alla selezione, che diventa strumento di controllo proletario contro la pianificazione capitalistica del mercato del lavoro, e la lotta contro la repressione. Quest'ultima deve essere intesa non soltanto come difesa degli spazi politici conquistati dagli studenti, ma anche come reale momento di contropotere nella scuola, che riaffermi la "necessità storica" e, al tempo stesso la insopprimibilità dei comportamenti antagonisti degli studenti proletari verso l'istituzione scolastica. La costruzione del contropotere nella scuola può realizzarsi soltanto sconfiggendo la pratica delle rivendicazioni mediate e contrattate con la controparte attraverso organismi delegati, e imponendo la ratifica dei propri obiettivi a partire dai reali rapporti di forza esistenti tra lo strato proletarizzato degli studenti e gli organi di gestione e di potere della scuola.

 

 


Comunicato dal De Amicis.

Libertà subito per i compagni Giorgio e Alberto

 

I due compagni Giorgio e Alberto sono stati fermati e successivamente arrestati venerdi 25 gennaio per un corteo interno avvenuto nella scuola due giorni prima contro la presenza della polizia, per l'immediata riapertura del portone che il preside aveva deciso di chiudere durante le ore di lezione, e per la difesa dell'agibilità politica conquistata nella scuola a prezzo di dure lotte. Ai due compagni sono stati accollati poi ben 16 capi d'accusa, che si riferiscono a tutti gli atti di insubordinazione al comando avvenuti nella scuola dall'inizio dell'anno, con la precisa volontà di farne dei capri espiatori dell'antagonismo sociale che in una scuola ad alta composizione proletaria come il "De Amicis" ha trovato possibilità e capacità di espressione, vedendo partecipe una larga parte di studenti ai momenti di scontro con l'istituzione scolastica per l'instaurazione di un reale contropotere nella scuola e per l'affermazione della insopprimibilità dei bisogni proletari. Giorgio e Alberto sono conosciuti da tutti i compagni e gli studenti per la loro capacità di iniziativa politica e per il loro contributo determinante alla costruzione di un'organizzazione politica stabile all'interno della scuola e nella zona. Sono stati incriminati non certo per quello che è successo nella scuola dall'inizio dell'anno, ma perché sono due compagni, e dei più impegnati, del Comitato Politico; e sono, per giunta, molto conosciuti all'interno della scuola per cui è anche facile "riconoscerli" al momento opportuno. Sono stati messi in mezzo perchè qualcuno ancora pensa (anzi si illude) che la lotta di classe si può arrestare con le denunce, gli arresti e la repressione; e che i problemi reali si possono occultare dietro il falso paravento della ritrovata unità dei democratici contro la "violenza eversiva". Con le nuove leggi sull'ordine pubblico e l'uso apertamente repressivo che ne vien fatto, risulta sempre più diffusa la tendenza, da parte dello stato e delle sue articolazioni, a spostare su un piano giudiziario e militare i problemi che non si sanno risolvere a livello politico. Si assiste cosi alla criminalizzazione di qualsiasi forma di dissenso politico e al tentativo di annientamento dell'opposizione di classe in tutte le sue forme organizzate. Di fronte a questa realtà sì rende indispensabile che ogni tentativo di riduzione degli spazi politici conquistati sia trasformata in una capacità di riappropriazione dell'iniziativa che riesca a sviluppare e diffondere l'antagonismo sociale in tutte le sue espressioni.

Comitato politico de Amicis


 

 

Ci sono anche

dei "cattivi soggetti" sociali

 

Da almeno sette anni, e cioè dai "primi fuochi" del 1972-73 al Genovesi, le lotte degli studenti medi romani contro i costi sociali della scuola hanno espresso una capacità offensiva praticamente ininterrotta, anche se all'interno della ciclicità caratteristica del movimento dei medi. L'illegalità di massa e l'attacco al comando sono i terreni su cui si è andata definendo, fin da prima del movimento del 77, la nitida figura di un soggetto sociale emergente, lo studente proletario proveniente dai quartieri-ghetto del territorio metropolitano ed inserito, di fatto o tendenzialmente, nel mercato del lavoro nero e precario. La particolare composizione di classe del proletariato romano, le caratteristiche fortemente terziarizzate e polverizzate della "fabbrica diffusa", la capacità del movimento di utilizzare fino in fondo gli istituti tecnici e professionali come luogo di aggregazione e di organizzazione proletaria, hanno trasformato lo studente proletario in un soggetto politico tutt'altro che marginale: ormai rappresenta in modo stabile uno dei poli fondamentali cui è sostanzialmente affidata la tenuta dei livelli generali di movimento. In modo contraddittorio, e mai come tendenza compiutamente dispiegata, è venuto alla luce un nodo decisivo nel processo di ricomposizione politica tra questo ben definito soggetto sociale e gli altri strati di classe: e cioè l'esigenza di determinare, nei processi di organizzazione proletaria prodotti dalle lotte degli studenti medi, una capacità espansiva in termini di organizzazione territoriale. Ora che la "centralità" del movimento del 77 è definitivamente venuta meno, ora che è necessario andare oltre e ripartire dalla forza organizzata del movimento di classe nelle specifiche situazioni di lavoro e di territorio, esistono le condizioni per approfondire una discussione concreta sulle dinamiche e sugli strumenti dell'organizzazione proletaria territoriale. Occorre non solo far leva sull'esperienza accumulata dalle lotte degli studenti proletari sul terreno dell'appropriazione, ma più in generale occorre individuare tutte le potenzialità di ricomposizione territoriale emergenti dai processi di organizzazione dell'autonomia di classe nelle diverse sezioni di proletariato. Un percorso di organizzazione territoriale consente allo studente proletario, partendo dalla propria capacità di lotta massificata e di aggregazione politica sul terreno specifico della scuola, di esplicitare e dispiegare compiutamente la ricchezza tendenziale della propria figura. Rifiuto della didattica e della professionalità, riappropriazione del reddito, inserimento conflittuale nel mercato del lavoro nero, autovalorizzazione, illegalità proletaria: attraverso l'organizzazione territoriale la contraddittorietà sociale dello studente proletario viene coscientemente ribaltata in fattore di ricomposizione politica, di riunificazione dei terreni su cui si sviluppa il contropotere proletario.

 

 

 

 

Fuori dalle scuole

 

Le lotte di questi mesi nelle scuole, dalle "spese proletarie" effettuate in quattro zone della città con la distribuzione dei libri agli studenti, ai cortei interni per il rimborso di libri e trasporti, dalle mobilitazioni contro presidi e professori reazionari alla conquista della piena agibilità politica nella scuola, sono state un importante momento di ricomposizione politica, su contenuti profondamente antagonisti con l'istituzione scolastica, di quegli strati proletari non più disposti ad accettare passivamente la pianificazione del loro sfruttamento. E' emersa, come direzione politica di queste lotte, la nuova figura dello studente proletario, già inserito nel mercato del lavoro nero e precario e insofferente alle gerarchie e al comando. Si è posta con forza la richiesta di reddito, di salario, insita nella lotta contro i costi della scuola. Si sono affermati dei primi momenti di contropotere all'interno della scuola, come le occupazioni in massa di alcune presidenze per imporre la ratifica degli obiettivi o il fermo ridimensionamento di alcune figure (tra insegnanti e bidelli) che consapevolmente svolgono una funzione di controllo e di delazione all'interno della scuola. Ma si è scatenata anche, in tutta la sua violenza, la reazione di presidi, Consigli d'Istituto e polizia per cercare di normalizzare quelle situazioni che con più forza e chiarezza si erano poste su un terreno di scontro politico con l'istituzione scolastica. Quest'attacco, lungi dall'essere vincente sul lungo periodo, ha avuto però la capacità di incidere sulla continuità delle lotte, sull'agibilità politica nelle scuole, e sulle stesse persone fisiche dei compagni: alcuni di essi, avanguardie di lotta nelle scuole, sono in galera accusati di atti di insubordinazione al comando e di violenza. La capacità di costruire organizzazione sulle lotte dentro le scuole; la capacità di far emergere l'interesse materiale di classe antagonista a questa società, a questa scuola, e su di esso mettere in moto delle iniziative d'attacco, passano necessariamente attraverso il superamento di quelle forme organizzative legate alla ciclicità e spontaneità delle lotte. La lotta contro i costi sociali della scuola, contro la selezione e la repressione, per la distruzione della scuola come luogo sociale di formazione di forza lavoro e di divisione di classe, non può essere distinta dalle strutture politiche e organizzative che su questo programma gli studenti proletari devono darsi. Scindere la questione, e sottovalutare l'importanza politica dell'organizzazione, significherebbe perdere di vista il contenuto strategico di queste proposte e nello stesso tempo disperdere le enormi potenzialità che la continua esplosione di lotte proletarie nella scuola e contro di essa sta facendo emergere con molta chiarezza. Oggi si tratta di individuare i passaggi concreti di lotta vincente sulla materialità degli interessi proletari. La ciclicità delle lotte deve essere superata a partire dall'esatta individuazione dei meccanismi di comando, dalla definizione del rapporto tra lotte ed organizzazione, dalla configurazione, cioè, del Comitato Politico come organismo di contropotere, continuamente misurato sulla capacità di attacco vincente alle istituzioni e alle strutture che emanano, dirigono e trasmettono il comando dello studio e del ricatto sul reddito. Sarebbe un errore pensare a queste strutture come a un qualcosa di puramente interno alle mura scolastiche. Oggi va individuato l'interesse dello studente proletario dentro e fuori la scuola, sul quartiere, sul territorio, proprio perché a partire dalla mancanza di salario, dal falso miraggio della qualifica come "alto tenore di vita" (futuro ma inesistente), la scuola ha senso di esistere con la sua squallida selezione, con le sue burattinate sui voti e sulla cultura. E' il ricatto del salario che induce lo studente ad accettare, alla lunga, per sopravvivere, la nuova ideologia dello studio, vale a dire il rinnovato assenso vero la promozione sociale e la stratificazione, verso l'autocrumiraggio. Ecco perché si spiega il permanere della selezione nella scuola, perché nonostante le lotte siano riuscite a strappare qualche tessera o qualche libro gratis, esse non si sono misurate fino in fondo col ricatto tutto politico del reddito. E dove su questo terreno le lotte sono partite, esse non hanno saputo legare l'obiettivo alla pratica vincente di lotta, non hanno saputo cioè sviluppare la risposta proletaria alla violenza delle istituzioni. E' necessario che l'intervento politico nella scuola faccia un salto di qualità. Occorre legare il programma della promozione garantita, la lotta contro la selezione, con la riappropriazione materiale di salario, con la lotta contro i costi sociali. Si tratta di fare dell'appropriazione l'arma della nostra lotta e costruire sulla completa omogeneità dei compagni la direzione di queste lotte.

 

 


Non vorrei

che dimenticaste la guerra

privata del prof. Valitutti...

 

Come tutti sanno, i decreti antiterrorismo non devono affatto servire, nell'intento di quanti li hanno proposti e imposti, ad eliminare il terrorismo, ma possono funzionare ottimamente a mettere fuori gioco, cioè a far tacere per sempre, tutta la molesta area di opposizione al terrorismo dello stato; area, come si sa, sempre più popolata di "fiancheggiatori di terroristi", "fiancheggiatori di fiancheggiatori di terroristi" e così di seguito. L'on. Valitutti (per chi non lo sapesse ministro della Pubblica Istruzione) non ha voluto esser da meno del collega Kossiga ed ha perciò pensato di dare il suo personale contributo ad una causa così degna. Sembrandogli che detti decreti, per quaflto efficaci, trascurassero uno dei più fertili terreni dove la mala pianta della opposizione può germogliare, cioè la scuola, ha messo a punto un suo personale piano per la cattura di altri pericolosi per quanto mascherati fiancheggiatori. Con circolare n. 264 del 25 ottobre del 1979, Valitutti ha affrontato il grave problema del modo di insegnar latino nei licei scientifici e ha scoperto, guarda caso solo adesso, quello che ogni insegnante di buon senso ha sempre fatto da almeno dieci anni, in attesa di una fantomatica "riforma della scuola secondaria superiore" e che chiunque abbia un minimo di familiarità con questa fatiscente istituzione ha sempre saputo: si trascurano, ohibò, le esercitazioni di traduzione, si leggono poco i classici, si sottrae tempo alla "cultura classica", magari nientemeno che a favore di altre materie e, quel che è più grave, non si boccia. E chi può fare scelte cosi degeneri - si è detto il Ministro - se non chi ha una natura almeno da fiancheggiatore? Nella circolare vengono quindi preannunciate ispezioni, che non hanno tardato a mettersi in moto, previo, naturalmente, segnalazioni dei sigg. presidi, cioè a dire "a seguito di opportuni contatti", che non consistono in altro che nella compilazione di liste di proscrizione con nome e cognome di chi, in tempi lontani e vicini, si è mosso in questa direzione. Ecco quindi approntato, con metodo indolore, un altro strumento di criminalizzazione, nelle cui maglie, ovviamente, non cadranno quanti non sanno o non vogliono insegnar latino, purché siano deferenti e ossequiosi, ma quanti hanno per anni faticosamente costruito una qualche forma di opposizione all'escalation autoritaria dello stato, altrimenti detta "democrazia". Se i provvedimenti per la scuola secondaria sono operativi, quelli per l'Università sono invece preventivi, perché il primo tipo di intervento è già stato attuato a largo raggio con le inchieste 7 aprile, 21 dicembre e via discorrendo. Valitutti ha infatti recentemente presentato un disegno di legge, già approvato dal consiglio dei Ministri, in cui si stabilisce che potranno entrare nella università solo i docenti e gli studenti regolarmente iscritti e frequentanti, nonché muniti di apposito tesserino o "pass" da esibire agli ingressi. Inoltre, i pochi aventi diritto all'accesso non potranno più riunirsi in assemblea; le assemblee potranno essere indette solo da organismi istituzionali, previa autorizzazione del rettore, con la indicazione dei contenuti e dei possibili fruitori dei locali. Di fronte al concreto progetto di estendere la militarizzazione anche alle Università, progetto che fa impallidire persino le storiche chiusure di istituti universitari nella Francia restaurata post-rivoluzionaria, risulta che qualche oltranzista dell'ottimismo si sia rivolto a forze politiche e sindacali perché prendano posizione. Ma l'unica risposta, fino a questo momento è stata un mutismo pressoché totale, anche se molto loquace.


 

S'avanza

uno strano studente...

Fatti e misfatti del movimento dei medi

 

12 Ottobre: in quattro zone della città vengono effettuate contemporaneamente "spese proletarie" ai danni di alcune librerie scolastiche. I libri vengono distribuiti davanti alle scuole della zona. Un compagno del "Fermi", Marcello Du Bois, viene arrestato con l'accusa di rapina. Successivamente l'ampia mobilitazione seguita nelle scuole per la sua liberazione fa si che venga posto in libertà provvisoria. Questi episodi di riappropriazione suscitano molta attenzione dibattito all'interno dei medi. A muoversi sono in prima fila gli istituti tecnici e professionali.

15 Ottobre: all'istituto professionale "E. De Amicis" un corteo interno di oltre 200 persone porta fino in presidenza la richiesta di rimborso dei libri e delle tessere ATAC. All'ottuso rifiuto del preside viene devastata la presidenza. Partono successivamente due denunce nei confronti di Giorgio Du Bois e Alberto Fiasca, ma fortunatamente a piede libero. I risultati politici di quest'azione non tardano a manifestarsi: dentro la scuola i compagni hanno la piena agibilità politica e vengono stanziati dal Consiglio d'Istituto 50 milioni per il capitolo "diritto allo studio". Parallelamente si tenta, da parte dei riformisti, un'azione di "recupero" nei confronti delle forme di lotta e delle richieste degli studenti, attraverso la proposta di un "confronto", che gli studenti, però, non accettano.

Ai primi di Novembre: molte scuole sono in subbuglio; sono partite le lotte sui costi sociali e contro presidi e professori reazionari. All'istituto d'arte di S. Paolo il preside viene mandato via dagli studenti che bloccano la didattica accusandolo tra l'altro di essere stato l'artefice di ben otto denunce contro altrettanti compagni che lo scorso anno avevano partecipato all'occupazione della scuola. La stessa fine tocca al preside dell' Orazio che dimostrava troppa dimestichezza con le armi da fuoco e per di più dentro la scuola.

15 Novembre: al "De Amicis" un episodio di antifascismo militante avvenuto nella scuola qualche giorno prima sfocia in un'assemblea per condannare la violenza, organizzata da piccisti e Punto Rosso (che li fiancheggia). La condanna non passa, mentre l'assemblea si tramuta in una rissa. Nei giorni seguenti vari altri fascisti si fanno male.

17 Novembre: sull'onda delle lotte sviluppatesi in molti punti della città nelle varie scuole e del fermento esistente tra gli studenti, viene convocata un'assemblea generale dei medi all'università. La partecipazione è massiccia. Più di tremila studenti riempiono l'aula del rettorato. C'e molta attenzione, ma presto l'assemblea si spacca e nasce una rissa provocata da alcune frange neoriformiste, scortate da un ingente servizio d'ordine, che con una manovra di tipo militare cercano di impedire l'espressione delle varie situazioni e di far passare contenuti del tipo: "lotta per una scuola gratuita e di massa", con l'aggiunta di qualche idiozia sulla cultura alternativa.

30 Novembre: assemblea delle scuole della zona ovest al "De Amicis" con una grossa partecipazione di studenti. Nella mozione finale viene denunciata la militarizzazione del territorio intorno alla scuola e si pongono precisi criteri per la gestione dei 50 milioni stanziati dal Consiglio d'Istituto di quella scuola, intravvedendo il pericolo di un recupero da parte dell'istituzione se tali criteri non passeranno.

1 Dicembre: Sciopero e mobilitazione cittadina degli studenti medi. Vengono effettuate diverse assemblee nelle varie zone. Lo sciopero riesce nonostate arrivi puntuale il divieto di qualsiasi manifestazione da parte della questura. Un corteo viene fatto ugualmente, dopo l'assemblea di zona ovest tenuta all'Armellini, con un megafonaggio e volantinaggio per le vie del quartiere e davanti al mercato. Nelle altre zone si svolgono assemblee che, nelle mozioni finali, ribadiscono i contenuti espressi dalle lotte, iniziando a porre il problema del controllo sulla selezione quadrimestrale.

12 Dicembre: in occasione dell' anniversario della "strage di stato" ogni manifestazione viene vietata dalla questura. Il coordinamento cittadino dei medi indice ugualmente lo sciopero e la mobilitazione nelle scuole. Al "Fermi", un corteo che si dirigeva verso la sezione fascista di via Assarotti, viene caricato dalla polizia. Gli studenti, rientrati nella scuola e barricatisi dentro, rispondono al lancio di lacrimogeni con il lancio di banchi, sedie e bottiglie molotov. Viene distrutta la sala dei professori e la presidenza. Quando la polizia riesce ad entrare nella scuola, però, non trova più nessuno. Gli studenti sono riusciti a scappare da un'uscita secondaria. In altre scuole la provocazione della polizia è altrettanto pesante. Al "De Amicis" viene vietato ogni assembramento e gli studenti che facevano i picchetti costretti ad entrare nella scuola. Carabinieri armati di fucili assediano la scuola per parecchio tempo, fermando un compagno che stazionava davanti al portone.

 

 

 

 

 

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