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Concluso il processo di Chieti.

28 anni, come già deciso da tempo.

 

Sette anni di carcere ai compagni Giorgio Baumgartner, Luciano Nieri, Daniele Pifano e al giordano Saleh Abu; sette anni alla solidarietà militante e all'internazionalismo proletario. Questa la sentenza emessa dal tribunale di Chieti dopo che la quarta udienza del processo per il trasporto dei lanciamissili aveva registrato una lucida e avvincente arringa degli avvocati difensori. Le eccezioni sulle perizie tecniche volte a dimostrare l'inefficienza dei missili, le argomentazioni logiche fornite dagli avvocati e definitivamente chiarite nella lettera del Fplp inviata al presidente del tribunale di Chieti, avrebbero dovuto spostare radicalmente l'indirizzo del processo: caduta l'introduzione e soprattutto smontate le fantasiose ipotesi della stampa e del potere, sull'utilizzo dei missili lo stesso Pubblico Ministero Abbrugiati avrebbe dovuto far proprie molte delle eccezioni presentate, visto che i suoi interventi si richiamavano ripetutamente all'accertamento della "verità". Ma già nella mattinata il Pm aveva ampiamente dimostrato a che tipo di verità era interessato allorquando aveva formalizzato la richiesta di 10 anni di reclusione per tutti gli imputati. La sentenza della corte negava l'esistenza del reato di introduzione di armi da guerra nel territorio nazionale, concedeva le attenuanti generiche, ma dava il massimo della pena per i restanti reati: sette anni per detenzione e trasporto. Come ha detto in aula il compagno Daniele dopo la lettura della sentenza: "Avevate deciso tutto prima!".

 

 


Torna "il romanzo d'appendice"

sulle prime pagine dei giornali

 

La cattura

La prima scena di questa tragedia mancata è in piazza della Vittoria, a Ortona. Mancano pochi minuti all'una di giovedi 8 novembre. Proprio sotto il cartello che indica l'imbarco per le isole Tremiti, a pochi passi dalla filiale di una banca, è ferma una "500" celestina, un pò sgangherata. La notano alcuni spazzini e un metronotte, "Romanuccio", che deve appunto controllare l'istituto di credito. Nella zona ci sono stati dei furti, il giorno prima una rapina a Pescara. "Serve qualcosa?", chiede il metronotte al guidatore, un tipo aitante, barbone e sguardo truce. "A me quel barbone non me la racconta giusta", pensa tra sè il vigile notturno. "Quale week-end se siamo a giovedi? E poi fosse 'sto gran signore... Io avverto i carabinieri". I tre stanno parlottando tra loro. Mostrano tranquillamente i documenti ai carabinieri, ma uno di loro non li ha. "Beh, allora andiamo un momento in caserma. Veniteci dietro, vi facciamo strada". Ci vogliono 40 minuti per controllare nominativi e targhe degli automezzi. Tutto in regola. Resta il problema del terzo, occhiale e baffetti, quello senza documenti. Telefonata al capitano. Vincenzo Coppola. E' a Ortona da 27 giorni: figlio, nipote e fratello di carabinieri. Al nome di Pifano li ho sentiti gridare: "Fermatelo! Perquisitelo da cima a fondo, rivoltatelo come un calzino!". Allora ho detto al dottore, Giorgio Baumgartner, quello senza documenti: "Su, andiamo a dare insieme un'occhiata a 'sto pulmino". Trasversalmente, subito dietro il motore e i sedili, ricoperta in modo da sembrare una specie di balzo della carrozzeria, c'era una cassa. "L'abbiamo trovata in autostrada...", ha detto lui. Abbiamo faticato un bel po' per aprirla. "Ma questi sono bazooka!", ho esclamato subito. "Può darsi", ha risposto lui tranquillissimo. Li ho fatti ammanettare ed ho avvertito subito il comando generale e il magistrato".

L 'Europeo del 22/11/79

 

Le cattive intenzioni

Aeroporto di Ciampino, mezzogiorno di domenica 11 novembre. Il "Dc 9", con le insegne militari punta diritto verso l'alto, prende quota e compie un'ampia virata verso nord. E' diretto a Parigi, a bordo c'è il presidente del consiglio Francesco Cossiga e tutto il suo seguito. E in programma una visita ufficiale a Giscard. "Buttarlo giù, con uno di quei missili, sarebbe stato uno scherzo. Vengono i brividi a pensarci. Immagini lei quello che sarebbe successo". L'ufficiale del Sismi si passa la mano sulla fronte: "Un colpo di fortuna, un incredibile, sfacciato colpo di fortuna. Se Baumgartner, uno dei tre autonomi, si il dottore, avesse avuto con sé un documento, il furgone non sarebbe stato perquisito, i missili sarebbero giunti a destinazione. E adesso quel puntino lassù che è l'arco con Cossiga sarebbe un ammasso di cadaveri e lamiere".

L 'Europeo del 22/11/79

 

Intanto almeno una parte della vicenda sarebbe stata chiarita. I carabinieri del nucleo speciale di Dalla Chiesa avrebbero raggiunto la conclusione che l'obiettivo dei terroristi era il Presidente del Consiglio dei ministri Francesco Cossiga. I due missili a raggi infrarossi - a quanto si pensa - avrebbero dovuto essere adoperati per colpire l'auto del presidente del Consiglio dei ministri, blindata in modo speciale: tuttavia non si esclude del tutto l'ipotesi di uno spaventoso piano per abbattere addirittura l'aereo su cui viaggia il capo del governo. Nel caso di un attacco a terra, contro l'auto blindata, dicono gli esperti balistici, la potenza dei missili sarebbe stata ridotta del 60 per cento, agevolando un tiro ravvicinato.

Unità del 14/12/79

 

I figli dello sceicco

Gli inquirenti hanno fornito la loro versione per quanto riguarda la consegna e il trasporto dei missili. I fatti si sarebbero svolti così: nel pomeriggio di mercoledì scorso la nave libanese "Sidon" attracca al porto di Ortona per caricare a bordo un quantitativo di blue-jeans spedita dalla Cion Spid di Bologna. Un membro dell'equipaggio, chiama dall'agenzia "Fratino" di Ortona Saih Abu Anzek e gli inquirenti ritengono che questa telefonata serviva per avvertire che i missili erano arrivati. Saih si mette subito in viaggio, ma la sua Mercedes ha delle noie e si ferma più volte lungo il tragitto tra Bologna e Ortona. A questo punto, non potendo arrivare in tempo all'appuntamento, telefona a Roma a suo fratello. Entrambi sono figli di uno sceicco e si spacciano per procacciatori d'affari.

La Repubblica del 15/11/79

 

La parola d'ordine

In merito a questa si è appresa oggi un'importante notizia: tra le carte sequestrate a Luciano Nieri, oltre al numero di telefono di Abu Anzek Saleh, i carabinieri hanno trovato una frase alla quale viene attribuita molta importanza. Secondo gli inquirenti sarebbe quella utilizzata dagli autonomi romani per farsi riconoscere prima di concludere "l'operazione missili". Il testo non è stato reso noto; evidentemente vi è qualche riferimento veramente importante.

Il Tempo del 29/11/79

 

Le analisi politiche

L'arresto di Daniele Pifano, leader di Autonomia, con due lanciamissili, ha confermato una previsione che da tempo, rivela Cossiga, i servizi segreti avevano formulato: l'evoluzione di Autonomia sarebbe sfociata nell'adesione alla lotta armata. C'è poi l'accusa durissima ai vari collettivi, come quello di via dei Volsci a Roma e altri, "costituiti in centri urbani dalle problematiche sociali maggiormente complesse, si configurano ormai come centri elaboratori di piani eversivi - ha scritto Cossiga - ed elementi coagulanti in cui aree culturali, operaie e del sottosviluppo si fondano, si identificano, per dar vita ad azioni di lotta violenta e a conflittualità permanenti indiscriminate".

Paese Sera del 22/11/79

 

Nel gennaio '78 (due mesi prima del sequestro Moro) l'ala "anarcosindacalista" dell'Autonomia romana (Filo rosso, Organizzazione proletaria rivoluzionaria e altri collettivi) fece circolare un "volantone" a stampi, in quattro pagine fitte. In esso si accusava senza mezzi termini il collettivo di via dei Volsci di essere "filosovietico" e di sostenere, per questo motivo, la linea della contrapposizione frontale con lo Stato. I militanti dei Volsci, furibondi, sottoposero a un lancio di monetine, in un'aula dell'università, gli autori del volantone al grido di: "Ecco i rubli sovietici!..."

L'Europeo del 22/11/79

 

Pochi giorni dopo è arrivato l'arresto di Daniele Pifano, e dei suoi due compagni, con l'insolito carico di due missili terra-aria di fabbricazione sovietica (e di provenienza araba, si presume). "Questo arresto è un'iperbole dell'Autonomia", ha commentato Lotta continua, attirandosi gli insulti isterici di Riccardo Tavani, dell'Autonomia romana. "L'autonomo col bazooka sembra uno scherzo. Ma sappiamo da tre giorni che purtroppo scherzo non è. Al contrario è un fatto estremamente grave", ha commentato Eugenio Scalfari sulla Repubblica. Che dire? E' indubbio che da alcuni mesi grandi sommovimenti stanno avvenendo nelle formazioni del terrorismo, da una parte, e nell'area dell'Autonomia, dall'altra. Nei gruppi armati è in corso una guerra intestina, sorda, cinica, senza esclusione di colpi. E' sufficiente tutto questo per dire che ormai Autonomia e terrorismo coincidono? No. La realtà dell'Autonomia è ancora molto più complessa, anche se Riccardo Tavani vaneggia di missili che si inseriscono "nella tradizione dell'internazionalismo operaio".

Marco Boato su Panorama del 26/11/79

 

Inizia il processo

Alla fine anche la gran folla dei chietini che per ore era rimasta fuori dal Palazzo di Giustizia per seguire da vicino le "grandi manovre" delle forze dell'ordine e dei mezzi blindati, in attesa che succedesse qualcosa, non è rimasta "delusa". Lo "spettacolo" c'è stato. Hanno penato ad assicurarlo gruppi di autonomi giunti da Roma, anche se con ritardo, a bordo di un autobus. Un secondo s'era perso per strada dopo che ai vari caselli dell'autostrada da Roma-Pescara le forze dell'ordine avevano provveduto a sottoporre gli occupanti dei due pullman ad una serie di perquisizioni. La buriana è scoppiata all'uscita del "leader" del collettivo del Policlinico, Pifano, dal Palazzo di Giustizia dove poco prima la Corte, accogliendo le richieste della difesa, aveva rinviato il processo al 10 gennaio. Gli autonomi hanno cinto d'assedio il mezzo blindato che stava riconducendo in carcere il loro "capo" ed hanno preso a battere con i pugni sulle lamiere. Immediato è stato l'intervento dei carabinieri e degli agenti di Ps, con il questore D'Alessandro in testa, e gli autonomi sono stati respinti contro i giardinetti del monumento ai Caduti per la guerra di Liberazione. Sono volati pugni, schiaffi e calci ma nel giro di qualche minuto la situazione è tornata tranquilla. Sono stati visti autonomi, uomini e donne, che incitavano i loro bambini, portati dietro come in una scampagnata, ad "andare a rompere le scatole" agli agenti di Ps dei reparti mobili. C'è stato un momento di grave tensione i carabinieri avevano già impugnato i fucili al rovescio, trattenendoli con la cinghia, per usarli a mò di sfollagente, altri si erano tolte le bandoliere, pronti al corpo a corpo. Alla fine di eclatante non è successo niente, ma c'è mancato poco.

dal Tempo di Abruzzo del 18/12/79

 

La verità

Ed ecco l'intervista con Bassam Abu Sherif, che spiega la parte avuta dalla sua organizzazione nella vicenda.

- Perché i due missili di cui il Fronte ha rivendicato la proprietà si trovano nelle mani di tre "autonomi"?

"I missili erano in transito, ed erano destinati a essere spediti altrove per nave. Non è la prima volta che imbarchiamo armi attravero l'Italia che per la sua posizione geografica, il sisterna sviluppato di trasporti e l'abbondanza di porti, rappresenta una comoda via di passaggio. Ora, per la prima volta, è accaduto un incidente: le nostre armi sono state scoperte e sequestrate. Ma quello che voglio chiarire definitivamente, che i missili non erano destinati a essere utilizzati In Italia. Abbiamo già cercato di chiarire la nostra posizione inviando una lettera all'avvocato dei tre detenuti italiani. E in precedenza avevamo informato persone che riteniamo siano interessate al fatto che i missili sono di proprietà del Fronte popolare, e che si trovavano in Italia per essere spediti. Devo aggiungere che desideriamo che ci siano restituiti".

- Signor Abu Sherif, che cosa intende dire quando afferma di aver informato persone che ritiene "siano interessate"?

"In Libano l'ambasciata italiana rappresenta ufficialmente il governo italiano. E poiché il governo italiano, dopo la scoperta dei missili, è interessato a questa vicenda, abbiamo passato l'informazione a chi di dovere".

- Questo è avvenuto dopo la scoperta dei missili. lei vuole dire che il governo italiano non era stato informato dei passaggi di armi?

"No, il governo italiano non era stato informato, nè questa volta nè le altre volte".

- E' vero che i missili non sono in grado di funzionare?

"Si' è vero. E probabilmente sono rimasti danneggiati nel corso dei vari traslochi da un porto all'altro".

- Lei esclude che i rapporti tra il Fronte popolare e i gruppi della sinistra, anche quelli che fanno uso della violenza, comprendano per esempio la fornitura a questi gruppi di armi che potrebbero essere utilizzate in Italia?

"I gruppi della sinistra appoggiano la resistenza palestinese e cercano di aiutare i palestinesi nella loro lotta: questo è il tipo di rapporto che abbiamo, mentre è fuori questione che la resistenza possa fornire loro armi. Noi abbiamo bisogno di tutte le nostre armi per la nostra lotta. I missili sono destinati ad essere usati contro il nemico israeliano, per proteggere i nostri campi di rifugiati contro i bombardamenti aerei. La nostra operazione con i gruppi della sinistra occidentale è incentrata sulla nostra lotta politica contro l'imperialismo e non ha niente a che fare con i rifornimenti di armi ai gruppi che ci appoggiano. La propaganda sionista e imperialista ha cercato di far credere che i palestinesi sono compromessi in attività terroristica, come il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, e, altri atti del genere. Intendiamo ribadire che la resistenza palestinese non ha e non avrà niente a che vedere con azioni simili. Il nostro obiettivo principale è la lotta contro il sionismo, contro il nemico israeliano, e contro l'imperialismo".

- Quale risultato vi aspettate da questa pubblica assunzione di responsabilità da parte del Fronte Popolare sulla vicenda dei missili?

"Noi vogliamo che i nostri missili ci siano restituiti. Per quanto riguarda i tre detenuti, deve essere chiaro che questi compagni stavano soltanto cercando di aiutarci, senza sapere che cosa contenesse la cassa che stavano trasportando. Quindi non riteniamo che debbano essere considerati colpevoli. D'altra parte, abbiamo ritenuto di doverci assumere pubblicamente la responsabilità di quanto é avvenuto nell'interesse della giustizia, e anche perché riteniamo che i compagni italiani, i quali ci appoggiano e ci aiutano, debbano essere riconosciuti innocenti".

- Il Fronte popolare è pronto a fornire altre prove, ed eventualmente a testimoniare al processo?

"Non posso rispondere ora a questa domanda. Ritengo che quanto abbiamo rivelato finora debba servire a chiarire ogni dubbio".

- Ma considerando l'eventualità che i giudici non siano convinti, lei ritiene che il Fronte popolare potrebbe prendere in considerazione l'eventualita di una reazione violenta?

"No, nessuna violenza da parte nostra in Italia".

- Signor Abu Sherif, vi servite normalmente di intermediari italiani scelti tra coloro che vi appoggiano politicamaente per questo tipo di operazioni, come il trasporto di armi?

"No, assolutamente no. L'appoggio che gli italiani e altri gruppi europei e in genere occidentali ci forniscono, è esclusivamente di tipo umanitario e politico. Per esempio, il dott. Baumgartner negli anni passati ha fatto molto per organizzare aiuti sanitari alle popolazioni dei campi dei rifugiati".

- É vero che il fronte ha fornito addestramento militare a membri di gruppi estremisti europei e italiani?

"Si, abbiamo addestrato dei militanti per aiutarli nella loro lotta. Ma escludo che tra essi vi siano stati degli italiani".

Paese Sera del 12/1/80

 

Le accorte ammissioni del governo

Il governo respinge l'ipotesi avanzata sia dai parlamentari radicali in una interpellanza, sia da un'autorevole rivista economica inglese, secondo cui il governo avrebbe chiesto la smobilitazione degli arsenali palestinesi in Italia e addirittura permesso che contributi andassero nelle casse dei movimenti di liberazione per la Palestina in cambio di una "tranquillità" interna. Ma il comunicato prosegue con alcune importanti ammissioni: i nostri Servizi di sicurezza, attivati dopo il ritrovamente dei lanciamissili hanno accertato che questi ordigni apparterrebbero al Fplp "organizzazione diversa e distinta dall'Olp, con cui il governo italiano non intrattiene rapporti" e "sarebbero stati affidati a elementi di 'autonomia' per il transito in Italia". Quindi: "Parte delle informazioni raccolte coincide con il contenuto della lettera inviata dal Fplp". La voce del governo rientra in una serie di accorte ammissioni non sempre collimanti fra di loro.

La Stampa del 12/1/80

 

La sentenza

"Il tribunale ha dato più di quanto io avevo chiesto". Così il Pm Abrigiati ha commentato la sentenza che i giudici di Chieti hanno emesso nei confronti di Pifano, Baumgartner, Nieri e Abu Saleh. In effetti, se è vero che, al termine della sua requisitoria, il Pm aveva chiesto 10 anni di reclusione per ogni imputato, è anche vero che la richiesta era commisurata ai due reati contestati a Pifano e compagni: introduzione nel territorio nazionale e detenzione di armi da guerra. Ma, per il primo reato - che è il più grave - gli imputati sono stati assolti, sia pure per insufficienza di prove; da qui la convinzione di molti (e anche del Pm, dunque) che la condanna sarebbe stata inferiore ai cinque anni. Inoltre il Pm aveva chiesto che non venissero concesse le attenuanti generiche mentre invece il tribumale le ha riconosciute. Insomma, una sentenza contraddittoria e che ha provocato qualche polemica anche negli ambienti giudiziari. "Se si esdude l'introduzione come hanno fatto i giudici - ha detto ancora Abrugiati al termine della lettura della sentenza - diventa discutibile anche il discorso del trasporto illegale". Il Pm in ogni modo non interporrà appello. Cosa che invece hanno già annunciato di fare i difensori degli imputati: entro tre-quattro mesi, se non ci saranno intoppi, Pifano e gli altri potrebbero comparire davanti al giudici della Corte d'appello dell'Aquila. Al termine del processo, venerdì sera, a Chieti, Abrugiati era apparso ai cronisti molto teso. "Ma non ero contrariato per la sentenza come alcuni hanno ipotizzato - ha detto - ero solo turbato perché la lettura di una sentenza di condanna ha per me ancora un effetto traumatico". Intanto per il procedimento di banda armata - sempre relativo all'episodio di Ortona - avviato nei confronti dei tre autonomi romani sia dalla Procura di Roma che da quella di Chieti, quest'ultima sembra aver rinunciato. E tutti gli atti relativi, infatti, sono già stati trasferiti negli uffici della procura romana. Difficilmente, insomma, Pifano, Baumgartner e Nieri torneranno nell'aula del tribunale chietino.

Messaggero del 27/1/8O


 

Franklin Delano Roosvelt New Deal Americano: Al Capone La Grande Crisi Americana: Henry Ford Sandro Pertini ai funerali di Guido Rossa

 

 

La verità è rivoluzionaria,

sbattetela in galera

 

La verità sul processo di Chieti è venuta fuori: Giorgio, Luciano e Daniele hanno modificato in aula la loro versione dei fatti, hanno raccontato come e perché trasportavano due lanciamissili a Ortona e... si sono visti condannare a 7 anni di galera ciascuno. E se la verità non fosse saltata fuori, quanti anni gli avrebbero dato? Gli stessi o poco più, visto che il governo era al corrente di tutto subito dopo l'arresto dei tre compagni, come afferma la lettera del Fplp, niente affatto smentita. Dunque se uno racconta che ha trovato una cassa con due strani aggeggi che sembrano cannocchiali, la giustizia dice che la si vuol prende in giro, se uno dice come si sono svolti i fatti realmente, che quella cassa non era sua, che usciva e non entrava (differenza notevole) dall'Italia, che quei missili non dovevano essere usati nel nostro paese etc. etc., si becca 7 anni di galera. Ma allora quale verità bisogna raccontare? Quale versione dei fatti sarebbe piaciuta a "lor signori" della giustizia, del governo e dei giornali per non infierire sui tre compagni? Nessuna, perché per tutti costoro la verità non ha valore nè giuridico, nè politico; loro giudicano per quello che si è, non per quello che si fa: Giorgio, Daniele e Luciano sono tre autonomi di Via dei Volsci e per questo vanno condannati. Di più essi sono tre lavoratori (con l'aggravante di essere ospedalieri) e non sia mai che i lavoratori si mettano pure ad agire o riflettere sulla necessità di estendere la lotta di classe sul piano internazionale; già non si sopporta che lottino dentro e fuori l'ospedale per la salute loro e degli altri, figuriamoci se si può tollerare che si adoperino anche per la "salute" dei Palestinesi! Stavolta poi la posta in gioco era troppo grossa perché il potere la lasciasse passare sotto gamba: da una parte si erano messe le mani su tre compagni di Via dei Volsci, tra cui Pifano, in possesso addirittura di due lanciamissili; dall'altra tutta la faccenda, vista le implicazioni internazionali, poteva prendere una brutta piega per la già critica posizione del governo. Kossiga evidentemente non si aspettava, quando dichiarò alla camera che Via dei Volsci era passata all'area della lotta armata e clandestina, di essere smentito ufficialmente (e sul piano internazionale) dalla resistenza palestinese e quindi dagli stessi Comitati Autonomi Operai che informarono tutti i gruppi parlamentari, esclusi i fascisti, dell'uso personale dei servizi segreti fatto da Kossiga e delle sue devianti e allarmanti dichiarazioni. Anche per questo Giorgio, Luciano e Daniele "dovevano" essere condannati: perché nel paese dei Crociani, Tanassi, Caltagirone-Vitalone, tutti liberi e tutti bugiardi o ladri, un Pifano che va in galera per aver detto la verità ci sta bene. Si perché se ci si chiama monsignor Capucci, oppure se si è sindacalisti della Uil, si può anche essere pescati a guidare un autotreno carico di armi o mettere bombe per riscuotere tangenti, basta far funzionare i meccanismi giusti del potere e allora nessuno ha niente da dire, anzi, si passa per benemeriti (loro si) della causa internazionale, sia essa il Cile o la Palestina, purché si stia zitti o si racconti una mezza verità. Ciò che non è ammesso invece è di dichiararsi e operare apertamente per l'internazionalismo proletario, cioè lottare, aiutare concretamente i movimenti rivoluzionari dei popoli oppressi e soprattutto dichiararlo pubblicamente, svelarlo alla luce del sole in coerenza con la propria militanza politica e con la propria attività di lavoratore che lotta per la liberazione della classe a cui appartiene. E quando non basta l'ipocrisia del potere, che al limite tollera che queste cose vengano fatte da parecchi partiti, purché nascoste nelle pieghe dei compromessi e dell'omertà di regime, ecco che viene fuori il sarcasmo e la stizza di quelli che fanno l'internazionalismo leggendo "Le monde": sarcasmo quando all'inizio i compagni "liberi" avallano la versione dei cannocchiali trovati casualmente, data dai compagni in galera; stizza quando il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina rivendica la solidarietà dei compagni riconoscendola (cosa mai verificatasi) sul piano internazionale della lotta di classe. Poveri stronzi! Tanto meschini nell'insinuare la presenza di Mosca in mezzo a Via dei Volsci, quanto presuntuosi nel considerare l'orizzonte politico della lotta di classe col metro corto e parolaio della loro falsa coscienza che gli faceva strillare a squarciagola - viva la lotta armata del Vietnam dell'Ira e della Palestina - guardandosi bene però dal mettere in pratica neanche un centesimo della loro solidarietà verbale. La solidarietà, così come la modestia e l'abnegazione, arriva il momento che bisogna misurarla con i fatti: Giorgio, Daniele e Luciano ne hanno dato un esempio a tutto il movimento rivoluzionario, a tutti i lavoratori che credono che la lotta di classe non ha confini nazionali, a tutti coloro che nel proprio paese lottano tutt' ora per la libertà del loro popolo contro l'imperialismo di ogni colore. E questo lo hanno fatto nello stesso modo con cui da dieci anni lottano fra e per i lavoratori, rischiando in prima persona senza ambiguità di ruoli e alla luce del sole, come sempre hanno fatto tutti i compagni dei Comitati Autonomi Operai. A questi tre lavoratori del Policlinico, a questi tre comunisti autonomi di Via dei Volsci va data la stessa solidarietà da loro dimostrata ai compagni Palestinesi con la promessa di non smettere mai di lottare per la loro liberazione.

 

 

La lettera del Fplp.

Vi abbiamo chiarito tutto e subito

 

Al Dr. Pizzuti, Presidente del Tribunale di Chieti Italia

Per mezzo dell'avvocato Mauro Mellini, deputato del P.R. al Parlamento.

1. Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ha avuto informazioni dalle Agenzie e dalle Autorità italiane che 4 persone sono state arrestate e si trovano sotto processo in Italia, perché due lanciamissili, SA - 7 Strela, furono trovati nell'auto di due di loro nella notte fra il 7 e l'8 - 11 - 1979, in Ortona, Chieti (Italia).

2. Riguardo a questo fatto, il Fplp fa questa dichiarazione ufficiale

In particolare, noi vogliamo informarla che:

2.1. I due lanciamissili trovati nell'auto guidata dal sig. Luciano Nieri e dal dott. Giorgio Baumgartner sono di proprietà del Fplp.

2.2. I due lanciamissili sono inefficienti, perché essi sono rotti. Non c'è mai stata intenzione alcuna da parte nostra di usarli in Italia. I due lanciamissili stavano solo transitando in Italia.

2.3. A causa di un'emergenza, abbiamo richiesto soltanto l'aiuto del dott. Giorgio Baumgartner, ma non abbiamo detto a questo amico del popolo palestinese che si trattava di lanciamissili; noi gli dicemmo che si trattava di materiale rotto.

2.4. Le Organizzazioni Palestinesi conoscono il dott. Baumgartner perché spesso raccoglie medicinali ed altro materiale medico per il popolo Palestinese, dandoci un aiuto umanitario.

2.5. Noi non abbiamo chiesto nulla al Sig. Luciano Nieri e al Sig. Daniele Pifano, e noi non li conosciamo direttamente. Noi sappiamo dai giornali che essi sono della stessa organizzazione politica del dott. Baumgartner è possibile che abbiano aiutato il dott. Baumgartner a raccogliere medicinali per il popolo Palestinese durante gli anni passati.

2.6. L'aiuto richiesto al dott. Baumgartner in questo caso consisteva esclusivamente nel prelevare una cassa lungo il tratto finale dell'autostrada Roma-Pescara e di portarla a Ortona, dove un palestinese, con una lettera, stava arrivando per riceverla.

2.7. Il palestinese che chiamò al telefono il dott. Baumgartner per chiedergli questo favore è già noto al popolo italiano perché ha organizzato raccolte di medicinali per il popolo Palestinese durante gli anni passati. Nella presente occasione, egli spiegò al dott. Baumgartner che la macchina che stava trasportando la cassa con il materiale si danneggiò durante il viaggio lungo l'autostrada, e che egli era il primo amico rintracciato al fine di aiutarlo a portare la cassa per una piccola parte del viaggio.

2.8. il Sig. Saleh Abu Anzeh non è la persona preposta a ricevere i lanciamissili ad Ortona. La nave Sidon non ha niente a che fare con questa faccenda e lo stesso vale per l'equipaggio di questa nave.

2.9. Durante i primi giorni dopo l'arresto del dott. Baumgartner, del sig. Nieri, del sig. Pifano e del Sig. Saleh, noi fummo contattati dall'ambasciata italiana in Libano, a cui spiegammo immediatamente tutti gli avvenimenti succitati. Noi richiedemmo che queste informazioni fossero trasmesse al Governo Italiano. Alcuni giorni dopo, l'ambasciata italiana ci confermò che il Governo Italiano era stato informato in modo esatto e completo.

Noi desideriamo confermare che siamo e intendiamo restare amici del Popolo Italiano.

Il Comitato Centrale

del Fronte Popolare per la

Liberazione della Palestina

2 gennaio 1980

 

 

Il comunicato

dei Comitati Autonomi Operai.

Kossiga ha mentito

agli italiani e ai palestinesi

 

In base al documento del Fplp indirizzato al giudice Pizzuti di Chieti, e letto in aula dall'avv. On.le Mellini questa mattina alla ripresa del processo nei confronti dei compagni Daniele Pifano, Luciano Nieri, Giorgio Baumgartner, si evincono ancora una volta i misfatti dell'attuale Presidente del Consiglio Kossiga. Esso, in occasione della relazione annuale sull'attività dei servizi segreti, ebbe a dire "'...che da informazioni in possesso dei suddetti servizi, Daniele Pifano e il "Collettivo di Via dei Volsci" erano passati alla lotta armata..." (vedi agenzia Ansa del 25.11.1979). Kossiga mentiva sapendo di mentire. E lo faceva di proposito per alzare quella campagna terroristica nei confronti di qualsiasi forma di opposizlone proletaria. Di li a poco emetteva i decreti anticostituzionali con la complicità del Pci e degli altri partiti "laici". Kossiga, sapeva fin dal giorno dell'arresto dei compagni del Policlinico, che "missili - rotti" erano dei Palestinesi e che dovevano per un accordo di tipo diplomatico tra Europa-Italia-Olp, rientrare in zona araba. Lo sapeva perché l'ambasciatore italiano in Libano si era premurato di chiedere all'Fplp se era loro il materiale e altro. L'Fplp aveva spiegato all'ambasciatore come stavano le cose; che i compagni del Policlinico non c'entravano; che voleva chiusa questa faccenda con la libertà di tutti. Il 12 novembre, quattro giorni dopo l'arresto dei compagni, il Governo era stato informato nel modo più completo tant'è che l'ambasciatore italiano in Libano ritornò dall'Fplp dicendo che era tutto a posto, che il Governo era a conoscenza del fatto e delle loro richieste. Che Kossiga sia abituato a questa sporcizia morale, a questo uso cinico e spregiudicato del potere, lo dimostra il suo atteggiamento di copertura delle squadre speciali dopo l'uccisione di Giorgiana Masi: Kossiga fu letteralmente sconfessato dal film, dalle foto, dalle testimonianze che fanno vedere gli agenti speciali sparare contro i dimostranti. Nonostante la verità di cui sopra, i rapporti diplomatici intercorsi fra Italia e Fplp, Kossiga ha imbastito la peggiore delle trame ai danni del Movimento e ha barato ancora una volta nei confronti del Parlamento, della Magistratura e degli altri organi istituzionali.

I Comitati Autonomi Operai ingiustamente e sperticamente diffamati e criminalizzati:

1) chiameranno in giudizio davanti alla Magistratura l'operato infame e truffaldino ai Kossiga;

2) forniranno a tutti i gruppi parlamentari le prove documentali dell'abuso-arroganza di potere, dell'uso strumentale dei servizi segreti operato da Kossiga;

3) sosterranno con più forza la campagna per la caduta immediata del Governo Kossiga e la messa sotto accusa dello stesso Kossiga davanti alla Corte Costituzionale.

I comunisti di "Via dei Volsci" muovono altresì rinnovate critiche all'operato della stampa che in questa ulteriore vicenda ha funzionato solo come riporto di veline di Stato. Infine, ma non da ultimo, i comitati autonomi operai esigono la pronta liberazione dei loro compagni perché il fatto di cui sono accusati non costituisce reato, anzi si inserisce in una azione meritoria negli interessi dei popoli italiano e palestinese.

 

 

La solidarietà

dei lavoratori del Policlinico

 

La nostra sfiducia negli inquirenti nasce da dati di fatto. Giudizi frettolosi, improvvisati, faziosi hanno avuto come risultato denunce, perquisizioni, arresti, galera per molti lavoratori ospedalieri: i processi, in cui siamo andati sempre assolti, hanno solo in parte reso giustizia, ristabilendo che i conflitti di classe hanno la loro sede naturale di componimento tra le parti e non in magistratura. Sembra proprio che sia in corso, sin dalle nostre prime lotte, un'azione persecutoria tesa a frenare lo sviluppo della coscienza di classe degli ospedalieri. Persecuzione che, se da una parte tende ad ostacolare la nostra affermazione di dignità di lavoratori e cittadini, dall'altra, nei confronti del compagno Daniele Pifano, continua a rasentare toni da linciaggio fisico. Infatti, Daniele assurto per il proletariato e per i lavoratori a simbolo delle lotte, è diventato per il potere costituito, come sempre avviene nella storia, il pericolo pubblico numero 1. "Capo", "leader", "dirigente", questi e altri aggettivi, coniati solo dal potere e che ne rappresentano la cultura e la mentalità servile e antidemocratica, servono in realtà a costruire il "mostro" da dare in pasto ad un'opinione pubblica sempre più espropriata di pensare con la propria testa. E passiamo all'operato del procutatore della repubblica che invece di uniformare il proprio compito alla dottrina, ai codici, alla legge che riconosce ai "colpevoli" di essere definiti tali solo dopo essere stati condannati alla pena passata in giudicato, si è lasciato andare sulla stampa (come, ormai, è di moda, superando di fatto il problema del segreto istruttorio) a giudizi esclusivamente personali e faziosi sulla veridicità o meno delle deposizioni dei nostri compagni tali da formare un'opinione pubblica pilotata e preconcetta. Muoviamo, altresì, critiche circostanziate al clima creato attorno ai nostri compagni. Non più "bravi ragazzi" come li ebbe a definire il giudice in uno dei primi interrogatori fatti per conoscere la loro personalità, bensi "autonomi, in odor di terrorismo". Un'operazione ovvero un deterrente psicologico creato dalle varie articolazioni dell'arma dei carabinieri e da ben noti personaggi della procura e dell'ufficio istruzione di Roma, per far cambiare opinione, atteggiamento anche all'uomo più mansueto ed equanime. Si tenta, cioè, di preconfezionare il processo; la perizia, in questo caso importantissima, viene affidata a militari in servizio, senza alcuna capacità specifica e professionale, nonché il rifiuto della prova sull'effettivo funzionamento dell'arma testimoniano che l'interesse della giustizia non è provare, dimostrare, ma accusare, colpire. I nostri compagni di lavoro, ingiustamente detenuti, non sono terroristi, se è vero, come è vero, che non si può cambiar pelle da un giorno all'altro. Lo testimoniano anni di lotte, di azioni, di attività umana e sociale che li hanno visti quotidianamente impegnati a risolvere sia problemi di rilevante natura politico-sociale, quale la regionalizzazione della struttura ospedaliera, sia il caso singolo del povero disgraziato che non riesce a trovare un posto letto per essere operato. Se i nostri compagni sono dei "terroristi", dopo aver costantemente e pubblicamente attaccato questo fenomeno, ma soprattutto contribuito praticamente a rimuovere le cause che spingono a questo fenomeno proprio delle società in decadenza, allora noi tutti siamo dei terroristi, perché abbiamo condiviso gli scopi, le finalità dell'azione riformatrice da tempo iniziata nel settore ospedaliero, perché da sempre abbiamo condiviso il tratto di fratellanza, umanità, eguaglianza di cui sono stati sempre portatori e apostoli i nostri compagni. Si vivono ormai giorni in cui lo stato, pur di dare una risposta al terrorismo, non esita a fare di ogni erba un fascio. A parte la reazione secondo noi sbagliata, che spinge, lo stato a rispondere alle armi con l'esaltazione delle armi, senza mai affrontare le cause che hanno dato origine al fenomeno, e che vanno ricercate in 30 anni di sottosviluppo, emigrazione, disoccupazione, emarginazione, nonché furti, ruberie, degradazione del territorio nazionale; continuare ad abusare e a dare piena legittimità costituzionale a resti quali l'associazione sovversiva, la banda armata, l'insurrezione contro lo stato, coniati sotto il regime fascista per combattere gli oppositori politici, non solo fa assumere ai nostri giudici e tribunali il carattere di speciali, ma impone ad essi il carattere discriminante e partitico che è proprio di un governo di regime. Per questo ci preoccupiamo tanto dei nostri compagni. Se li si giudicasse con animo sereno e tranquillo, al di fuori di schemi preconcetti, di pregiudizi, non avremmo nulla di cui temere ben certi della possibilità che hanno di dimostrarsi innocenti. Infatti questa vicenda che certo anche in noi suscita ilarità e sgomento "perché tocca sempre a loro" non li può vedere in alcun caso assimilati a terroristi o equiparati a banda armata, se non in virtù di una persecuzione politica. Questa nostra zione di corresponsabilità collettiva non ha lo scopo recondito di essere uno strumento di pressione, bensì un intervento diretto di quella parte sociale che è la vita dei nostri compagni e senza la cui comprensione si finisce per dare giudizi affrettati o peggio ancora a dar credito a cattivi consiglieri.

 

 

 

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