Sognando California
Ci mancava un cowboy alla Casa Bianca. Soprattutto ci voleva per ridestare in molti l'attenzione al resto del mondo che non fosse il proprio collettivo, il quartiere o il personale. A vederlo questo Reagan-Crosby, che parla ai marinai della Nimitz affidandogli le sorti del genere umano, sembra proprio che gli americani non cambino mai. Persino gli italiani riescono a mangiare meno spaghetti, ma loro niente sempre stelle e strisce, slot-machines e tanto music-hall. E l'America? L'America della west-coast, del Greenwich, persino quella "ordinaria" di Bukowsky, non si sentono nemmeno. Eppure music-hall a parte, Reagan ne dà di bastonature ai neri, ai verdi agli operai, e a tutti coloro - compagni compresi - che "sognando California" partono per New York per vedere di nascosto l'effetto che fa guardare Manhattan credendo di essere Woody Allen, o sperando di vivere un autentico black-out perché stufi di sentirselo ripetere da racconti di terza mano fatti da altri sognatori delusi del '77, della politica, del marxismo. Sembra che tutto serva all'animo del provinciale frustrato pur di rimuovere la sua cattiva coscienza di militante: dagli squatters di Londra, a Komeini primo tempo, dai cracker olandesi a Henry-Levy che dopo aver detto peste e corna di Marx (però come scrive bene!) ha scritto un'ode in favore della bomba N: tanto in Francia con Mitterand c'è di nuovo l'esprit de la Comune. Il male di vivere, come lo chiamava Pavese, e di vivere una vita politica si è fatto veramente grande per tanti compagni che hanno troppo studiato sui libri e poco imparato dalla vita e dalla lotta di classe; perché è qui che si può capire e si deve criticare il marxismo, per farlo attuale e diverso dal vangelo che il prete legge da duemila anni nello stesso modo. La qualità della vita che giustamente si vuole conquistare, è anche qualità della lotta di classe in una società che per ricchezza prodotta, per energia e tecnologia disponibili, potrebbe già essere l'approssimazione del comunismo. Eppure si sta solo a guardare lo spettacolo quotidiano che i padroni organizzano su questi temi. Si sta lì a sentirli parlare di informatica, di energie dolci e di società delle macchine, a guardarli salire e scendere da navi spaziali senza portare alcuna critica di parola o di azione, perché affascinati. E più ci si affascina, più ci si vergogna, o quasi dei nostri panni marxisti ormai fuori moda, nonostante che solo con essi abbiamo compreso che il mondo della felicità per tutti sia possibile costruirlo su questa terra. Quanto a riuscirci è un altro discorso, ma per chi, come noi, ha cominciato appena, è un piacere scoprire che lo "spettro del comunismo" che si aggira in Europa veste gli stessi panni in Africa, Mediooriente, o America Latina e fa più paura di tutte le "originalità" messe insieme dai "traduttori dei traduttori di Marx".