Per un Mediterraneo antimperialista
Nell'ambito delle alleanze militari delle due superpotenze in Europa, esiste una differenza tra l'area nord e centro e la regione mediterranea. Nell'Europa, dal trattato di Yalta in poi, la situazione politico-militare è apparentemente stabile. Nonostante grandi tensioni sociali e progressive avanzate delle lotte di classe, nessuno dei paesi, sia aderenti alla NATO che al Patto di Varsavia, hanno mutato schieramento, ivi compresi quei paesi cosiddetti neutrali, quelli che, pur non essendo direttamente membri della NATO, hanno stipulato accordi bilaterali con l'Alleanza Atlantica. Non solo. Con il passare degli anni, anche i partiti storici della sinistra dai banchi dell'opposizione, hanno scelto l'ombrello protettivo statunitense. Il mediterraneo invece, ha avuto una caratteristica "instabilità" per l'insorgere dei movimenti di liberazione, alcuni dei quali andati al potere, per cui le borghesie nazionali dei loro paesi hanno continuamente dovuto rimpastare il problema delle alleanze politico-militari; la VI Flotta e la Squadra Navale sovietica infatti, si sono fronteggiate, "contenendosi" vicendevolmente, esercitando ricatti ed incombente pressione nei confronti dei rispettivi ''protetti''. In Europa, in virtù della presenza geograficamente determinata degli schieramenti militari della NATO e del Patto di Varsavia, risiede la maggior concentrazione di armi e di apparati bellici. Ma se si pensa che il 7O% della produzione bellica mondiale viene venduta ai paesi del terzo mondo, e che di questi i maggiori acquirenti sono i paesi del sud-mediterraneo, si ha un'idea di quale livello di militarizzazione si sia raggiunto in questa area del mondo. Ne conseguono due osservazioni: la prima riguarda il fatto che in presenza di questo colossale spiegamento di forze, la militarizzazione dell'area in questione è fonte di pervicace deterrente contro le lotte dei popoli e funziona come elemento di subordinazione nei confronti delle aspirazioni di autodeterminazione; la seconda riguarda lo sviluppo delle contraddizioni di concorrenza di mercato che si determinano tra i "produttori", poiché si vendono armi per assicurarsi petrolio. Secondo un'indagine dell'istituto di Ricerca per la pace di Stoccolma, nel 1978 cinque paesi del M.O., da soli, hanno importato armi e tecnologie belliche per sette miliardi di dollari. Si tenga conto che nello stesso periodo gli USA, maggiore produttore nel mondo, ne hanno esportate nel terzo mondo, per un valore di circa sei miliardi di dollari. Dunque per gli Stati Uniti, ma anche per l'URSS, la Francia, la Gran Bretagna e l'Italia, il riarmo nell'area mediterranea è un ottimo investimento, e giacché gli USA sono il maggior produttore (gli altri sono stati qui citati in ordine di fatturato), ne consegue il perché di tanta volontà di riarmo dimostrata dall'amministrazione Reagan. Se la situazione di carattere militare nel mediterraneo è "fluttuante", poiché fa i conti con la difficoltà di assicurarsi la fedeltà di quegli alleati che sono anche produttori di petrolio, quella della fedeltà che consenta la fonda delle forze aeronavali e la possibilità di contare le basi a terra, il vero problema, soprattutto per gli USA, è quello di potersi garantire salde presenze nei paesi rivieraschi, cosicchè l'impiego di alte tecnologie militari in questi paesi divenga un elemento di "sicurezza", di ricatto sul piano interno, di ipoteca imperiale contro le lotte di liberazione.

L'Europa e i missili
Il progetto di installare i missili USA in Europa ha dunque due effetti:
1) l'amministrazione Reagan vuole sottomettere l'iniziativa europea ad una sorta di logica dei due tempi, che veda prima il riarmo e il rafforzamento dell'Alleanza Atlantica sotto la rigida egemonia USA, e solo in un secondo tempo un possibile disimpegno da tradurre in "cooperazione" USA-Europa, al fine di garantire la subordinazione dei paesi del sud-mediterraneo;
2) le borghesie imperialiste europee, pur di non pagare un prezzo eccessivamente elevato, sia sul piano interno che su quello estero (continuando ad esportare crisi, tecnologie, armi), devono accettare la riorganizzazione delle forze militari USA nel mediterraneo, processo possibile solo se i paesi rivieraschi dipendenti o membri della NATO dimostrano la più completa acquiescenza. E in questo quadro che la supremazia imperialista si può esprimere con l'apertura di fronti caldi, di confronti di guerra dosati per regione, nei quali coinvolgere a vari livelli gli alleati. É in questo quadro che si dà l'avvio alla costruzione della bomba N, agitando lo spauracchio della sua installazione in Europa. L'Italia è succube due volte: nei confronti dell'iniziativa europea il governo Spadolini ha scelto il ruolo di "fanalino di coda"; agli USA regala Comiso come base missilistica protratta nel mediterraneo. La Sicilia si affaccia verso gli "instabili" paesi arabi, dunque il pericolo non viene da est, il pericolo viene dai paesi del sud. In particolare la presenza dei missili in Sicilia (si dovrebbero installare nel 1984) è senza dubbio un contributo alla riattivizzazione e alla agibilità della VI Flotta, che potrà alleggerire il ruolo di scorrazza-atomiche, e dedicarsi ad una più massiccia presenza militare con funzione politica, nel mediterraneo. L'Italia si riconferma nel ruolo di suddito ubbidiente, pronto ad assecondare il gendarme yankee.
La Nato e gli altri
Anche nel resto dei paesi della zona in questione non si respira aria tranquilla. Se formalmente i governi fanno buon viso a cattivo gioco accettando la logica della sicurezza, è fuori dubbio che più influenza militare significa più stabilità interna, cioè scelte sul piano interno che siano di gradimento al grande alleato. Ma a distanza di molti anni dalla fondazione delle grandi alleanze militari, il giogo stretto non è più accettato con troppa serenità. Le borghesie europee, soprattutto nei paesi rivieraschi sono afflitte da un pressante problema che sembra essere quasi un denominatore comune, vale a dire il problema della governabilità, quel complesso gioco di alleanze e mediazioni con le opposizioni interne che determina la necessità di spazi più ampi di manovra politica. Una prima contraddizione quindi, che il colosso dai piedi di argilla rischia di subire, non senza contraccolpi di un certo rilievo. Questo problema è vivo in Spagna, dove la volontà di entrare direttamente nella NATO crea grossi problemi alle sinistre istituzionali, che apertamente preferiscono lasciare le cose al livello di accordo bilaterale. In questa situazione è vicino il rischio che la stabilità forzata dal colpo di stato istituzionale, favorito dalla boutade di Tejero si incrini, favorendo la ripresa di una dialettica che a partire da un movimento anti-NATO, stimolato dai riformisti per questioni di maggiore peso interno, sfugga di mano e possa diventare miccia di ripresa di iniziativa politica antagonistica, ponendo fine al "desencanto". In Grecia, a sua volta lacerata dal problema della stabilità istituzionale, profonde lacerazioni ha provocato la decisione del rientro formale del paese nella NATO, creando una situazione che, seppur meno accesa di qualche mese fa, è molto lontana da essere sopita. In Turchia, altro paese importante strategicamente, il colpo di stato euro-statunitense, ha dovuto ben presto togliere la maschera del "volto umano" per assumere quella più tradizionalmente consona ad un regime militare della più spietata repressione, sicché debiti ed impegni come sempre si pagano con il sangue. La "transitorietà" del golpe necessaria ad una successiva fase di "democrazia" che ponesse il problema della adesione della Turchia alla CEE, diviene un problema di tempi più lunghi, e questo crea problemi di credibilità e fiducia. Nè può essere edificante la concorrenza ad assicurarsi più sofisticate tecnologie belliche scatenatasi tra Egitto, Israele e Arabia Saudita, alle prese con crisi interne risolte con la repressione più feroce, con referendum falsi e progrom religiosi, o instabili coalizioni governative giocate solo e soltanto sull'iperbole guerrafondaia sionista (creando a loro volta problemi allo stesso Congresso americano). Oppure infine una Libia che si vuole spingere sempre più nella sfera militare sovietica, nonostante gli investimenti reciproci di miliardi e compartecipazioni finanziarie che ormai la legano ad alcuni paesi europei, scelti peraltro dagli USA come basi militarmente irrinunciabili, con il fine di voler destabilizzare seriamente il non-allineamento.
Un "mare" di questioni
Ma è proprio nel mediterraneo che è possibile giocare un ruolo di grande opposizione all'imperialismo, al social-imperialismo, alle borghesie nazionali, al cammino tortuoso nord-sudista della Internazionale socialdemocratica. Se l'irrigidimento militarista è necessario alla sopravvivenza ed a un possibile sviluppo del dominio imperialista, esso apre grandi contraddizioni, all'interno delle quali trova posto la ripresa in grande della iniziativa internazionalista, lo sviluppo della "variabile indipendente" delle lotte di emancipazione, di liberazione, di classe.
Sono due le questioni sul tappeto:
1) diffusione sovrannazionale del movimento di massa contro i meccanismi del riarmo, che sappia raccogliere e socializzare ad ogni livello di militanza l'indicazione che ci è venuta dagli squatters nelle giornate berlinesi contro Haig, e che può essere riscontrabile nei paesi cosiddetti sviluppati dell'area.
2) stretto rapporto, unità d'azione, sintonia d'iniziative con i movimenti di liberazione basco, palestinese, della sinistra rivoluzionaria iraniana. Il sostegno deve tradursi in ostacolo e destabilizzazione dei servi dell'imperialismo e delle borghesie sanguinarie, perché la battaglia contro i comuni nemici getti le basi di una prospettiva marxista, perché si sviluppi e si confronti la possibilità concretamente autogestiva nel pieno rispetto della autodeterminazione politica, sociale e culturale dei popoli del mediterraneo, sganciata da ogni tentazione egemonica o di presunta superiorità di modelli di sviluppo.
Infine vanno messi a punto gli strumenti necessari affinché si immetta da subito nel dibattito che accompagna la mobilitazione, importanti elementi di battaglia politica determinanti all'esercizio della chiarezza. Critica e battaglia politica di massa contro un pacifismo opportunista e nazionalista, che vuole sintonia con una Europa sempre fellona nei confronti di Washington. Non può trovare spazio chi crede nella possibile sintonia con l'egemonismo europeista promulgato dalla socialdemocrazia, tanto meno che gli si accoda stringendogli l'occhio dalle ceneri dell'eurocomunismo. Critica e battaglia politica contro le tentazioni filosovietiche, di chi fa il tifo per le borghesie nazionali "rosse'', di chi idolatra la stella sui carri armati, rinverdendo la teoria dell'accerchiamento capitalista. Va saputa affermare la necessità storica di rompere con ogni sorta di dipendenza, con i blocchi "realizzati".Critica e battaglia politica contro il cretinismo combattentista, di chi scopre oggi, e solo oggi, che esiste il fronte internazionale. Alla pomposità di annunci di obbiettivi prossimi venturi, corrisponde la miseria della teorizzazione di un Italia "non-allineata" che vende tecnologie "intermedie", con capacità "di produrre satelliti", in cambio di "materie prime energetiche e non". (vedi 20° tesi finale de 'L'Ape e il Comunista'). Va saputa affermare la piena legittimità della pratica militante dell'internazionalismo proletario, perché viva profondamente radicata nella coscienza e nell'antagonismo di massa, che sappia usare tutti gli strumenti per reagire energicamente contro le mire guerrafondaie.
