| Pace o Guerra |
Due aerei libici abbattuti nel mediterraneo dalla portarei americana Nimitz; nuovi missili a testata nucleare in Sicilia che Gheddafi minaccia di bombardare; bombe al neutrone dislocate in tutta Europa. Sembra proprio che la guerra ci stia entrando in casa, in questa Italia, ultima provincia dell'impero che non bada mai alle questioni internazionali; troppo distratta dai suoi problemi interni e poco abituata, da una classe dirigente servile, a occuparsi di politica estera, se non in funzione di quella interna. E' importante invece che questo tema sia discusso il più ampiamente possibile - e fuori dai canali "ufficiali" -, sia per la necessaria chiarezza da fare, sia per gli impegni conseguenti da trarre.
Reagan e le multinazionali
Fin dalla sua elezione, l'attuale presidente degli Usa, ha fornito di sé una immagine dura e guerrafondaia per meglio sottolineare il nuovo corso della politica yankee soprattutto negli affari internazionali. Rilancio e potenziamento della Nato in Europa, maggiore presenza militare degli Usa nel mondo, il tutto sostenuto da una politica di riarmo generalizzato che ha le sue punte nel progetto della bomba N e nell'istallazione dei missili Pershing e Cruise in Europa. La scelta di Bush, ex capo della Cia, e di Haig, ex comandante Nato, rispettivamente consigliere e segretario di Stato (oltre alla solita schiera di oriundi polacchi e tedeschi, tradizionalmente antisovietici, presenti nello staff della Casa Bianca), esalta ancora di più le intenzioni di Reagan di trasformare la diplomazia americana in una succursale del Pentagono. E un quadro preoccupante ma che da solo non basta a concludere che l'imperialismo americano abbia scelto risolutamente la via della guerra, perché se pure il presidente degli Usa è l'uomo che più di tutti al mondo dispone di immensi poteri, è pur vero che Reagan non può governare dalla Casa Bianca come se fosse ancora in California, tanto più quando sul piano interno deve fare i conti con il congresso e le multinazionali. Il congresso americano è in buona parte ostile a Reagan sia perché alla camera c'è una maggioranza democratica e sia perché al senato la lobby israelita conta i suoi punti di forza, tanto che proprio al senato è stata bocciata la fornitura di aerei Hawcs all'Arabia Saudita, già molto criticata da Israele. Da qui il primo condizionamento alla politica estera di Reagan che, seguitando l'opera di Carter, va alla ricerca di un alleato arabo medioorientale da sostituire all'ormai perduto Scià. Ma un conto è fornire aiuti, tecnologie, limitatamente armi, all'Egitto e all'Arabia Saudita, un conto è declassare sul piano degli armamenti il tradizionale alleato sionista in favore di uno arabo. D'altra parte anche in politica interna Reagan trova una sensibile opposizione nel congresso avendo egli deciso cospicui tagli alla spesa pubblica e all'assistenza sociale in favore del bilancio militare; sgravi fiscali alle aziende e ai redditi alti a tutto danno delle categorie meno abbienti provocando ulteriori contraccolpi, oltre che dal congresso (che ha già fatto stornare dal bilancio militare 13 miliardi di dollari), anche dai settori sindacali come nel caso dei controllori di volo e della marcia su Washington. Quanto alle multinazionali Reagan gli è debitore di due cose fondamentali: il rialzo del dollaro a quotazioni mai viste, e la diminuzione del prezzo del petrolio nell'ambito di una politica di rilancio del mercato interno americano che prelude a una vigorosa ristrutturazione produttiva. Il rialzo del dollaro infatti si è accompagnato a una ripresa degli investimenti stranieri in Usa senza precedenti, permettendo di fatto una ricapitalizzazione del 40% nel giro di pochi mesi e quindi la realizzazione di una enorme massa di liquidità, che le multinazionali non intendono reinvestire a breve termine, se non nella riconversione di alcuni settori produttivi (la vendita della Conoco, una delle maggiori industrie petrolifere, è la punta di diamante di questo processo). Del resto perché avere fretta se il meccanismo di accumulazione è tale per cui funziona proprio in virtù di quei presupposti di crisi (mancato sviluppo delle forze produttive, inflazione etc) che portano troppo facilmente a leggere nella caduta del saggio di profitto il declino prossimo del capitalismo? La sola diminuzione del prezzo del petrolio (in termini relativi e in qualche caso assoluti) significa un ridimensionamento tale dei costi di produzione e delle materie prime (cui il petrolio fa da indice), unitamente all'aumentato potere d'acquisto del dollaro, che solo un rottura degli attuali equilibri politici può rimettere in discussione. Questo scoppio di salute del dollaro e del mercato americano a dieci anni esatti della crisi del '71, porta però con sè nuova inflazione e soprattutto nuova concorrenza nella conquista dei mercati internazionali, per cui l'impulso espansionistico dell'imperialismo Usa può realizzarsi solo a condizione (e qui sta un altro debito di Reagan verso le multinazionali) che i mercati internazionali, compreso quello enorme della Cina, siano resi sicuri da una politica estera tale da garantire che paesi come l'Iran o quelli del centro america (Salvador, Nicaragua etc), dove l'80% dell'economia è in mano a capitale Usa, non cadano sotto l'influenza di Mosca o del capitale Europeo. La politica di Mitterand infatti, (in particolare quella del ministro degli esteri Cheysson) mira proprio a quei "mercati di frontiera" dove lo scontro Usa-Urss apre spazi alla mediazione socialdemocratica, come nel caso del Salvador dove Francia e Messico hanno riconosciuto formalmente le forze di liberazione; fermo restando che Mitterand è e rimane un seguace dell'atlantismo e un convinto anticomunista, avendone dato prova a suo tempo, quando da ministro degli interni all'epoca della guerra di Algeria, stroncò duramente l'opposizione comunista.
Breznev e il Comecon
Se gli Usa stanno uscendo dalla sindrome vietnamita soltanto ora, l'unione sovietica si trova invece all'apice della sua espansione grazie alla vittoria del '75 in Indocina. In quegli anni non è solo il Vietnam a segnare la fine di una determinata spartizione del mondo, perché per tutta la metà degli anni '70 ci sarà un continuo rovesciamento dei fronti in Africa e in America centrale: la liberazione del Mozambico e dell'Angola, la stabilizzazione di paesi come lo Zambia e, più recentemente lo Zimbabwe (ex Rhodesia), la riapertura della guerriglia in Ciad e Marocco per quanto riguarda l'Africa; la vittoria del Nicaragua e la ripresa della lotta in Salvador, Colombia, Guatemala, persino qualche accenno in Cile, per quanto riguarda il centro america, sono le tappe in mezzo a cui Mosca ha inserito abilmente il colpo di Stato in Eritrea con l'insediamento di Menghistu e l'invasione dell'Afghanistan. E' in questo periodo che più si mostra l'aggressività del socialimperialismo, avendo Mosca ben sfruttato il momento favorevole che il Vietnam aveva aperto per tutti i movimenti di liberazione del Terzo mondo e, insieme, l'insicurezza dimostrata da Carter verso queste spinte e verso i cosiddetti ''non allineati''. Il ruolo di Cuba è stato certo determinante, ma non bisogna credere nè che i diversi movimenti di liberazione, nè la stessa Cuba siano completamente appiattiti sulla politica decisa dal Cremlino. La storica diffidenza dei dirigenti sovietici, unita all'effettiva spinta dei popoli in lotta ha fatto si che Cuba agisse in un ambito ampio, ma predeterminato che cessa quando alle relazioni con i movimenti di liberazione subentrano quelle fra stati. È cosi per il Brasile e l'Argentina o lo Zimbabwe, verso cui Mosca agisce direttamente, anche per bilanciare la politica di disturbo operata dalla Cina nelle sue aree di influenza. Ma per ottenere questi risultati Mosca ha spremuto fin troppo la sua economia interna e quella del Comecon, al punto, di trascurare la nascita di quei problemi che poi hanno avuto sbocco in Polonia, paese più tradizionalmente antisovietico fra quelli del patto di Varsavia. Alla crisi polacca oggi si somma la controffensiva di Reagan in Europa che vuole spingere Mosca a un ulteriore sforzo economico per difendere lo "scenario" europeo: cosa non indifferente per una economia pianificata che ha già sulle spalle il peso del mantenimento di Cuba, dell'Eritrea oltre a quello corrente della gestione dell'intero Comecon e, ovviamente, delle spese di riarmo generale.
No a una nuova Yalta
La guerra dunque, la terza guerra mondiale, non è a nostro avviso all'ordine del giorno. No lo è per Mosca perchè inferiore sul piano della potenza economica, non lo è per gli USA perchè troppo scoperti sul piano dei rapporti politici internazionali per sostenere i boia di tutto il mondo dal Sudafrica a Pinochet, a Begin, a Somoza, a Duarte; non lo è per entrambi per i problemi di natura interna tuttora presenti nei due paesi. Del resto la "strategia dei piccoli passi" non funziona più, non solo perché non c'è più Kissinger a condurla (rispetto al quale Haig si muove come un elefante in un negozio di cristalli) ma perché, finalmente, una generazione di rivoluzionari in tutto il mondo ha rotto la logica degli schieramenti dentro cui non c'era possibilità di liberazione pena la minaccia della distruzione totale. Oggi questo ricatto si rinnova con la bomba N, con il riarmo generalizzato, con gli incidenti di guerra programmati per simulare uno scenario di morte immanente nel quale - questo é il problema - costringere ancora una volta le aspirazioni del proletariato a liberarsi dal giogo dell'imperialismo comunque colorato e dalla schiavitù del lavoro salariato. Più concretamente allora si tratta di capire che la politica di Reagan mira a questo, avendo preso atto che la geografia politica della Terra non é più quella disegnata a Yalta nel '45 da Stalin, Churcill e Truman. Paradossalmente quell'accordo che doveva segnare il confinamento dell'Unione Sovietica da parte delle potenze occidentali, oggi è un ostacolo per loro più che per i sovietici, in quanto loro a Mosca ci arriverebbero solo a patto di distruggere il mondo, mentre oggi il russo già si parla in Africa, Medio-oriente, Sudamerica, fino a due passi dalla Florida. Riaprire un fronte di guerra in Angola, nel mediterraneo o in Nicaragua, mira a ristabilire i confini del mondo con una nuova Yalta entro cui rendere sicuro un nuovo ciclo di sviluppo del capitalismo: questo è il progetto dell'imperialismo americano a cui dobbiamo opporci, ferma restando la battaglia che va condotta contro il socialimperialismo soprattutto nelle forme e nei modi propri del socialismo reale, che oltre alla pianificazione del lavoro è portatore di quella, ancora più grave, della coscienza rivoluzionaria. "I rivoluzionari sono amanti della pace, ma non disdegnano di fare la guerra", specie se si tratta di farla perché viva e si sviluppi ancora di più la solidarietà tra le forze rivoluzionarie antirevisioniste dei paesi industrializzati e quelle che in ogni parte del mondo lottano per la propria liberazione. Questo non già per darsi una collocazione fuori dai blocchi, genericamente terzomondista, ma per il fatto che chi ha conosciuto i fallimenti e gli inganni dell'ideologia revisionista operati dai partiti della III internazionale in Europa, può e deve svolgere una funzione di supporto internazionalista e di stimolo politico per chi, volendo combattere l'imperialismo delle multinazionali, non ha altra scelta che accettare insieme alle armi di Mosca, anche la limitazione della propria autonomia. Rafforzare questi legami ha il duplice scopo di dare maggiore impulso alla caduta del capitalismo, ed essere più forti nella lotta che fin da ora occorre intraprendere per sottrarsi al controllo del socialimperialismo. La questione internazionalista è all'ordine del giorno: sta ai rivoluzionari impegnarsi e fare impegnare tutte le forze sinceramente pacifiste, contro ogni forma di militarismo e di riarmo, soprattutto nucleare, non per una pace armata, in cui l'unico esercito senz'armi sarebbe quello del proletariato, ma per una guerra di classe dove sia ancora la politica a comandare sul fucile.