Salario sociale e organizzazione autonoma
Il programma di padroni, Pci e sindacati consiste nel colpire il salario oerario, dentro e fuori dei centri di produzione. Per trasferire "risorse" dal fronte dei consumi a quello degli investimenti produttivi e per contenere la domanda interna, viene attaccato il salario differito: ciò significa che si pagano le medicine, che raddoppia il biglietto del tram, che gli affitti sono intoccabili, che si moltiplicano gli sfratti, che mancano i servizi; che si regolamenta la cassa integrazione, le pensioni, le liquidazioni, l'assistenza sanitaria ecc. E' il crollo definitivo dell'illusione "delle grandi riforme di struttura". Si manifesta la tendenza verso la fine della socialdemocrazia permissiva, si approfondisce la tendenza alla sostituzione del consenso con la repressione; lo Stato imperialista si rafforza, impone il regime delle carceri speciali e del terrorismo di stato. Nello stesso tempo non viene risparmiato il salario diretto, che riceve dei tagli, per cosi dire, già alla "produzione", col sistema degli scaglionamenti salariali e deprimendo comunque gli aumenti. Stiamo vivendo un peggioramento della condizione complessiva della classe operaia, che consiste in maggiore sfruttamento, attacco, al salario, rafforzamento del comando capitalistico e dello Stato. Questa politica, e dunque la tendenza allo scontro frontale con la classe operaia, tende a diventare sempre più chiaramente l'unica politica economica della borghesia. La modificazione del sistema delle "garanzie" nel circuito della grande fabbrica e presto anche nei servizi, all'insegna della produttività e dell'efficienza, può determinare, in un prossimo ciclo di lotte un ruolo rilevante del proletariato di fabbrica. La disponibilità a lotte autonome, con rilevanti contenuti politici, non si è mai esaurita ed è facilitata dal ruolo del revisionismo, sempre più interno al processo di ristrutturazione. Ma la possibilità di costruire nel vivo dello scontro quei sedimenti di organizzazione operaia che siano di riferimento all'intera classe nel processo rivoluzionario, sta nella capacità di comprendere la portata dell'attacco e della posta in gioco, di misurarsi sul terreno della politica, di riassumere l'economico nel politico.

Il "sociale"
Il "sociale" non può essere considerato esclusivamente un terreno di lotta per i servizi e di riappropriazione di ricchezza sociale contro il depauperamento salariale. Il comando capitalistico prosegue infatti dalla grande fabbrica al territorio, e quest'ultimo è centro di produzione e non solo di consumo, oltre ad essere sede di servizi. E' quindi terreno di lotta contro lo sfruttamento, contro la ristrutturazione, contro il rafforzamento e l'allargamento del comando capitalistico, contro la militarizzazione del territorio, per ostacolare, inceppare, rallentare, questi processi. Secondo interpretazioni semplicistiche, la storia è come un treno, va sempre avanti. Costoro dimenticano la dialettica marxista, per cui nel movimento della storia, che è determinato dalla sintesi di fatti economici, cioè oggettivi, e politici, cioè soggettivi, di volta in volta, a seconda dei rapporti concreti di forza tra le classi in lotta (perchè in ultima analisi il movimento è determinato dallo scontro di classe) si manifestano fasi diverse. Ciò che molti non riescono a comprendere è che, nel processo storico, ogni fase contiene in sè gli elementi del proprio superamento. Ogni fase è il risultato dell'equilibrio dinamico di forze contraddittorie, è una sintesi divaricantesi, una sintesi forzata che tende a spaccarsi. Una fase di crisi economica, di pesante attacco alla condizione operaia, di rafforzamento dello Stato, di militarizzazione dei rapporti di produzione e sociali, ecc. contiene in sè i germi del proprio superamento, perchè essa tende a mantenere unito il corpo sociale sotto l'insegna dello sfruttamento, mentre si accumulano tensioni sociali per spezzare quest'ordine di ferro. La classe operaia con le sue lotte, a partire dai propri bisogni individuali e sociali calpestati tende a far emergere la contraddizione, a spezzare le compatibilità. Tende a creare un nuovo ordine, una nuova sintesi, in cui transitoriamente, i termini del rapporto siano rovesciati. E dunque non tutte le fasi di questo processo storico sono fasi rivoluzionare. Non vi è sempre e dovunque rivoluzione, se questo termine ha un valore preciso, scientifico. Se rivoluzione significa non semplicemente modificazione, ma trasfomazione della realtà; se significa distruzione dei rapporti di produzione e sociali del capitalismo, distruzione dello Stato capitalista, armamento proletario, in un processo di guerra rivoluzionaria di lunga durata; se significa tutto questo, non in tutte le epoche, non in tutte le fasi, si dà rivoluzione. Condizione necessaria sia l'organizzazione politica di una avanguardia proletaria cosciente, della parte più avanzata del proletariato, e l'organizzazione economica, militare e politica insieme di strati sempre cresenti di massa. Questo non è dato in tutte le fasi. La classe operaia lotta per i suoi bisogni, prende coscienza del proprio ruolo sociale scontrandosi con le proprie insoddisfatte necessità economiche; prende coscienza del suo ruolo politico verificando che la soddisfazione complessiva di tutti i bisogni, la risoluzione definitiva è nel comunismo, e che la chiave di volta per raggiungerlo sta nell'organizzazione e nell'uso della forza. Per questo, nostro compito in questa fase, è costruire un fronte di lotta sul terreno del salario e della condizione operaia, per fronteggiare appunto l'attacco forsennato dei padroni e dello Stato contro il salario. Per opporre organizzazione proletaria in fabbrica e nel sociale (organizzazione proletaria territoriale) alla tendenza dello stato a distruggere ogni organizzazione proletaria.
Salario e programma
Il passaggio più difficile è proprio quello della transizione. Per questo ci diamo un programma "di transizione", un programma di lotta che ci permetta, a un tempo, di far maturare i rapporti di forza della classe e di incidere sulla crisi della borghesia, di incidere sul meccanismo di accumulazione, di essere soggetti e non oggetti della crisi, di trasformare la realtà insomma, e non di subirla. Noi diciamo: riprendiamoci il salario sociale. Perchè, innanzi tutto parliamo di "salario" sociale? Ci chiediamo da dove vengono i servizi, le scuole, le case, e cosi via? Evidentemente essi sono funzionali alla riproduzione della forza lavoro perchè si presenti integra ogni giorno davanti alla linea di montaggio. Nè più nè meno che il pranzo e la cena, i vestiti o l'automobile dell'operaio. Basterebbe questo per comprendere che i servizi, l'assistenza sanitaria, ecc. sono parti del salario, che invece di essere messe in mano all'operaio ogni fine settimana, vengono prelevate dallo Stato (si parla di salario indiretto) per costruire case e finanziare i servizi sociali. Un'altra parte del salario (differito) va ad incrementare il fondo pensioni o il fondo liquidazioni, e rappresenta un' assicurazione contro la vecchiaia. Quindi i servizi li abbiamo già pagati. Essi sono una parte del salario che ci vogliamo riprendere. Si parla di salario sociale perchè si tratta di quella parte della complessiva ricchezza sociale prodotta dagli operai che va a comporre la parte indiretta e differita del salario. Ecco perchè costruire meno case significa attaccare il salario. Per due ragioni: la prima è che lo Stato si prende una parte del salario operaio e non la restituisce sotto forma di case; la seconda è che i privati costruiscono case che vendono o affittano a prezzi altissimi, rubando ai proletari una parte supplementare del salario. Un doppio furto sul salario, dunque. Riprendiamoci il salario sociale. Reclamiamo case, servizi, prezzi politici. Ancora ci muoviamo di scorta alla spesa pubblica. Ci poniamo un problema di distribuzione del reddito e diciamo che esso è distribuito in modo ineguale, a vantaggio del profitto e contro il salario. Eppure, reclamando case e servizi, praticando nel sociale la pratica dell'obiettivo, la riappropriazione, cosi come praticando in fabbrica la pratica dell'obiettivo, il sabotaggio, nel momento in cui ci organizziamo e lottiamo dentro il capitale, ci stiamo aprendo la strada per lottare contro il capitale. Ci muoviamo dentro la categoria del reddito e della merce, e non le contestiamo. Chiediamo più reddito e più merci, ma nello stesso momento in cui ci organizziamo per farlo, stiamo creando le premesse per rovesciare questa proposizione nel suo opposto: dalla lotta contro il taglio alla spesa pubblica a lotta per l'abolizione dello Stato, da lotta per il reddito, a lotta per la socializzazione della ricchezza, da lotta per le merci a lotta per una società senza merci. Sta a noi questo processo di passaggio, questa transizione, determinarla e sollecitarla. Dal momento che non si tratta, come pensano i piccolo borghesi, di un movimento cerebrale, soggettivo, di crescita di avanguardie attraverso la ginnastica della violenza, ma di un movimento reale che con lo strumento dell'organizzazione va incidere sulla crisi e dentro la crisi per inceppare i meccanismi di recupero e farla precipitare (la crisi economica in crisi politca, la crisi politica in crisi rivoluzionaria); dal momento che si tratta di un movimento reale, di un movimento politico, che dobbiamo costruire sul terreno del salario, esso può andare incontro a un cammino non lineare. Nella testa dell'intellettuale tutti i nodi si sciolgono con l'olio della sapienza, ma nella realtà l'ottimismo della ragione non si coniuga sempre col successo della volontà. La comprensione della dialettica sociale, ma la comprensione concreta, implica che in una condizione generale di difensiva in cui si trova il movimento proletario davanti all'attacco dei padroni, esistano tutte le premesse per una fase nuova, e dunque esistano le possibilità materiali di produrre momenti di attacco che prefigurino il dispiegamento di una fase nuova, caratterizzata, come crediamo, da una riscossa offensiva della classe. Nostro compito è di costruire le condizioni per questa transizione; nostro compito è di assecondare la dialettica sociale, anzi di esasperarla; ma, ciò che in ultima analisi è determinante, è prepararne la divaricazione, il superamento, attraverso l'organizzazione autonoma e la pratica della forza.

Forza e organizzazione
Questo discorso sulla forza ci permette di fare una breve parentesi sul concetto di "contropotere". Che cosa significa in questa fase? Nella fase del dominio assoluto del capitale, contropotere è "prefigurazione". Contropotere registra il momentaneo equilibrio tra la forza del movimento all'interno di una lotta nel momento più alto della lotta e la forza dello Stato. Contropotere è la pratica dell'obiettivo consentita dall'organizzazione e dalla manifestazione della forza. Niente di più. Nel momento in cui lo Stato riequilibria le forze, cioè mobilita una quantità sempre maggiore delle sue riserve repressive, l'episodio di contropotere è destinato ad estinguersi. Oppure esso si trasforma. La pratica del contropotere permette il raggiungimento dell'obiettivo. Lo Stato registra i rapporti di forza e "la lotta è vinta". Il nostro compito è di costruire cento mille episodi di questo genere, perchè comunque la si giri l'esperienza della difesa materiale di un obiettivo di lotta contro la repressione dello Stato, rappresenta la leva necessaria per ogni presa di coscienza politica. Nostro compito è inserire questi episodi in un processo di crescita qualitativa e quantitativa, in un processo di generalizzazione all'interno delle lotte proletarie, all'interno del movimento proletario sul salario che dovremo mettere in piedi. Ma contropotere è solo questo. Non è acquisizione stabile; non è zona liberata; non coincide immediatamente con ogni forma di organizzazione e di pratica di lotta. Si tratta di una espressione adeguata solo a certe fasi della lotta e appropriata soltanto a certe forme e mezzi di lotta. Altrimenti diventa una mistificazione opportunista. Vedere il contropotere ovunque significa non vederlo affatto, perchè si prescinde dall'elemento indispensabile del contropotere cosi come oggi e sempre si può manifestare, e cioè l'uso della forza. Costruire un movimento politico sulla riappropriazione del salario sociale e sulla condizione operaia, significa puntare sull'organizzazione di massa proletaria territoriale. Significa esprimere un programma complessivo sul salario e materializzarlo in organizzazione proletaria unificamente. E significa strutturare l'organizzazione dei comunisti per sezioni territoriali di lavoro operaio e sociale.