Contro i padroni oltre il sindacato

 

È presto per un'analisi sui contenuti dei prossimi rinnovi contrattuali, ma non tanto da non far capire alla maggioranza degli operai quanta poca strada ormai divide le confederazioni dai piani del governo e dei padroni. Le grandi linee ormai sono tracciate, sul salario, l'orario e quella che una volta si chiamava la parte normativa, e confermano che ormai il sindacato ha scelto definitivamente la strada della trasformazione da sindacato operaio a sindacato borghese, avendo scelto per composizione, cultura e indirizzi di sposare la causa dei ceti medi borghesi. La vertenza Fiat ne è l'esempio principale: il suo "cattivo" risultato, solo in parte è dovuto all'incapacità di capire i termini reali dello scontro, mentre è sempre più evidente la premeditazione di forzare oltremisura la situazione (Berlinguer che parla di occupazione davanti ai cancelli) per portare volutamente alla sconfitta la classe operaia, mettendola di fronte allo spauracchio del "corteo dei quarantamila". Ecco la "cultura della crisi" - versione sindacale - che mira a convincere gli operai che non si può fare a meno dei capi e dei crumiri, che bisogna valorizzare e premiare la professionalità dei medesimi, altrimenti si perde l'appoggio e la simpatia della "società". Vale la pena, a questo proposito, di ricordare quanto scriveva Lenin nel 1912 circa le tendenze liquidatrici della lotta di classe: "Mentre i liberali (e i liquidatori) dicono agli operai: siete forti quando la "società" simpatizza con voi; il marxista, invece, dice loro: la " società " simpatizza con voi quando voi siete forti". Ma il sindaco va oltre nel suo processo di annullamento delle istanze egualitarie e di democrazia operaia conquistate dal movimento di classe: non solo ripristina gli aumenti differenziati a seconda dei livelli di inquadramento e vuole bloccare la scala mobile (che solo apparentemente divide i sindacati in quanto la CGIL cavalca il rivendicazionismo solo per recuperare credito), ma punta alla limitazione del diritto di sciopero, con o senza leggi, e alla istituzionalizzazione del referendum in fabbrica per togliere di mezzo dieci anni di democrazia assembleare, dando spazio a chi ha sempre fatto il crumiro, la spia e il leccaculo dei padroni. Una precisa iniziativa antioperaria quindi, che dimostra quale sia realmente l'essenza del sindacato a cui, nei momenti di crisi, vengono in aiuto gli stessi padroni, tanto èvero che Merloni presidente della Confindustria, ha dichiarato nella sua relazione annuale: "Un sindacato debole e diviso non conviene neanche a noi". E proprio il caso di dire che se il sindacato non fosse esistito, oggi lo avrebbero inventato i pardoni.

 

Ancora insistono

Nonostante ciò ecco che si ripresentano le tentazioni a ripercorrere la vecchia strada del sindacato senza peraltro che chi vi si appresta abbia chiari i termini della questione o, come in altri casi, sfrutti invece il malcontento dei lavoratori per i propri fini politici. La costituzione di un sindacato di per sè non ha niente di scandaloso; essa è lo sbocco naturale della presa di coscienza della masse lavoratrici riguardo alle proprie condizioni di lavoro, ma proprio per questo esso non va oltre l'accezione economica degli interessi dei lavoratori, in quanto se lo facesse - come in effetti è stato in alcune fasi storiche del sindacalismo italiano - entrerebbe spontaneamente in contrasto con una dimensione politica della lotta che i lavoratori acquisiscono nel momento in cui le loro richieste tendono a modificare i rapporti di forza complessivi tra le classi. Nel momento cioè in cui la massa stessa si fa classe e rivendica la sua identità e la sua autonomia nei confronti della classe dominante fino a che, se ne esistono le condizioni, si determina uno scontro di potere. Questa storia è già accaduta in Italia circa dieci anni fa e siccome chi l'ha condotta è stato proprio il sindacato, i lavoratori hanno pagato il prezzo della mancanza di una direzione politca della lotta che il sindacato non poteva fornire. Ciò non vuole dire che se ci fosse stato un partito a guidarla, la lotta avrebbe pagato, perchè ovviamente dipende dalla natura del partito; quello che è certo è che comunque il sindacato, in quanto istituto di contrattazione e mediazione non può esprimere altro che questo. Si tratta di capire allora, per la realtà di oggi, se i lavoratori necessitano di maggiore tutela sindacale o di più chiari indirizzi politici; di unità di classe o di nuovo corporativismo. In altre parole, se e quando la formazione di un nuovo sindacato, magari piu "rosso", rappresentasse l'esigenza media delle masse lavoratrici, quali ne sarebbero gli indirizzi politici? Ecco, allora, riproporsi l'impostazione seguita dai gruppi della ex sinistra rivoluzionaria che per anni hanno praticato e difeso l'istanza sindacale perché di essa intendevano servirsi quale presunto organismo di massa su cui sperimentare la linea decisa dal proprio partitino politico, usando scolasticamente l'impostazione gramsciana del consiglio uguale soviet, sindacato uguale acqua in cui far nuotare i pesci del partito. Niente di peggio, perché almeno Gramsci lo diceva agli albori del sindacalismo con un partito ancora da fare, ma riproporlo oggi ha solo il senso dell'opportunismo e della presunzione di chi vuole solo ritagliarsi fette di potere da gestire invece dei lavoratori, ai quali non fa altro che riproporre deleghe su deleghe o vuole darsi una forma di copertura legale, stante la brutta aria che tira. Certo è che chi cerca di portare avanti queste operazioni a Roma, all'Inps o in altri servizi, fa parte di quella eterna schiera di revisionisti a cui Stalin ha inseganto a fare politica occupando man mano tutti gli spazi lasciati aperti dai mancati risultati del riformismo. È stato così con le liste di lotta per la casa abbandonate dal Sunia; è stato così con le strizzate d'occhio filosovietiche quando il Pci, prendendo sempre più schiaffi da Mosca, ha lasciato molti suoi militanti orfani di "baffone". Storie vecchie, ma non per questo meno devianti per un processo di reale autonomia della classe, tanto più oggi che la delega viene riproposta in fabbrica anche da chi usa più le pistole che il cervello, e nemmeno la lingua visto che nelle assemblee non parlano o sono i più destri della situazione, così fanno onore alla copertura che gli offre la tessera del sindacato.