PERCHE' 50.000 COMPAGNI RITORNINO NEL MOVIMENTO

 

I 50.000 compagni romani che hanno manifestato il 19 febbraio e il 12 marzo si sono ritirati nei loro quartieri, nei loro collettivi. Le assemblee sono tornate "assemblee di quadri". Perché? Siamo noi l'avanguardia resistente e "dura" di un movimento in riflusso? Oppure è il movimento che, con il suo fiuto, resiste non seguendo più un'avanguardia incerta, che esita a riflettere sui suoi compiti e sui suoi errori?

Compagni! Forse non ci siamo resi conto bene della carica dirompente sul regime del "compromesso storico" che avevano avuto le giornate di febbraio e di marzo. Il movimento si mobilitava, ma anche correggeva le proposte, le iniziative, le scadenze politiche. Poi il movimento ha sentito che il livello di risposta armata alle provocazioni armate del regime non era un "superiore livello di lotta", ma un arretramento. Le assemblee di movimento non hanno avuto più la funzione di dibattito e di decisione, ma sono divenute incapaci di sintetizzare, cioè assumere e superare, le pur necessarie e inevitabili proposte provenienti da gruppi e singoli militanti, e sono degenerate in contrapposizioni sterili e precostituite. Vogliamo, con questa riflessione comune e contingente (cioè legata alla fase che attraversa il movimento) stimolare i 50.000 dei cortei a riappropriarsi delle assemblee, delle scadenze, della politica.

 

1. Natura sociale del movimento

 

Questo movimento ha coinvolto settori più vasti di quanto sia avvenuto, ad esempio, nel '68. Grave errore è, però, da questo arrivare a concludere che si tratti di un movimento prevalentemente proletario, o addirittura già capace di mobilitare i settori più disagiati, combattivi e intransigenti del proletariato. All'interno della massa dei compagni mobilitatisi, è prevalsa ancora la componente studentesca, come tale assai differenziata e disomogenea. Non si tratta certo dello studente del '68. Ciò che allora era ancora un embrione (larga disoccupazione intellettuale, emarginazione giovanile diffusa, scarsissime possibilità di uscire dalla famiglia e guadagnarsi una certa autonomia) oggi è una realtà assai tangibile. E' uno studente che paga, dunque, una contraddizione sociale complessiva (la propria situazione di disoccupato o occupato marginale, di "senza casa" ecc.), in maniera assai più pesante e drammatica di quanto possa pagare la sua contraddizione interna alla disgregazione della scuola e ai tentativi di restaurare la scuola di "élite". Ma ciò non è sufficiente a fare di esso un proletario, e per giunta non disponibile a mediazioni riformiste. lo stesso si potrebbe dire per le componenti del movimento femminista che hanno partecipato, e cercato di essere interne, a tutta la mobilitazione fatta nell' università.

Altri settori sociali, che alcuni definiscono "non-garantiti", hanno preso parte al movimento di lotta: proletari sottoccupati, legati al lavoro "nero", settori popolari di borgata e anche strati sempre definiti sottoproletari, ma che si possono orientare in una prospettiva rivoluzionaria. Ma non crediamo che sia stata solo la forza interna, l'unità, la varietà del fronte di lotta che mettevamo in campo a provocare tanta paura alla borghesia e ai suoi alleati. Il fatto è che la prospettiva di pace sociale, di restringimento della democrazia e dei diritti delle masse a opporsi ad una politica di "sacrifici" - ricercata in maniera convergente e spesso palesemente unitaria da Pci, sindacati e Dc - richiedeva, per essere realizzata, un consenso generale e il totale controllo di qualsiasi settore in lotta da parte del Pci e dei sindacati. In quanto, invece, questo movimento appariva come antagonista alla politica dei "sacrifici" e alla reazione politica, in quanto affermava il diritto di ogni strato proletario e popolare a organizzarsi direttamente per i propri bisogni e a ricercare su questo un'unità non superficiale, esso poteva diventare un punto di riferimento non solo per i rivoluzionari e per le avanguardie della classe operaia, delle donne, degli studenti, ma anche per tutti quegli strati democratici e popolari non disposti a svendere la propria capacità di lotta e di organizzarsi autonomamente in cambio dell'andata del Pci al governo.

 

2. L 'attacco delle istituzioni al movimento

 

L'attacco che il movimento ha portato contro il quadro politico e il governo delle astensioni si muoveva su alcune parole d'ordine chiare per tutti: no alla politica dei "sacrifici", alla pace sociale sulla pelle dei disoccupati e dei "non-garantiti". Gli strati sociali scesi in lotta a febbraio, che avevano avuto come centro di aggregazione l'università, ponevano il problema dell'occupazione, delle intollerabili condizioni materiali di vita per giovani, donne ed emarginati come tematiche sociali dirompenti rispetto alla sempre più evidente spaccatura prodotta nel corpo sociale dalla crisi e dal quadro Politico dominato dal "compromesso Storico" strisciante. Contro l'aggregazione di questi strati si e' immediatamente rivolta la campagna della stampa borghese e del Pci, della radio, della Tv: femministe e "area creativa", studenti e precari, disoccupati ed emarginati, area dell'"autonomia" e "nuova sinistra" sono stati contrapposti sui giornali prima ancora che nel movimento reale. Il potere ha lucidamente individuato fin dall'inizio le cerniere da far saltare e su questo terreno sono stati compiuti dal movimento alcuni degli errori più gravi. Sul piano dell'informazione, in effetti, il movimento ha subito il primo grande attacco. La macchina dell'informazione borghese e riformista ha servito a pieno regime i fini della distorsione e della falsificazione. In particolare in una prima fase l'informazione riformista tentava in genere una riunione politica del movimento definendolo "poche decine di provocatori, denunciando insidiosamente presunte infiltrazioni fasciste, alimentando una grossolana confusione tra autonomia dei movimenti di massa e Autonomia operaia organizzata, e presentando come anticomunista un movimento che si muove contro la linea dell'accordo con la borghesia.

A questo punto il Pci si assumeva il ruolo di diretto antagonista del movimento in quanto doveva mostrare sul piano nazionale e internazionale la credibilità del compromesso che sosteneva e non poteva quindi tollerare la presenza di un ampio movimento antistituzionale, eversivo e capace di mettere in crisi, assieme alla pace sociale, gli equilibri politici del compromesso. La cacciata di Lama dall'università di Roma e la grande manifestazione dei 50.000 due giorni dopo a Roma mostravano non solo il fallimento dei tentativi di normalizzazione del Pci operati in prima persona, ma l'aggregazione e la discesa in campo di ampi strati sociali unificati dalle parole d'ordine del movimento, il quale si poneva di fatto come l' unica opposizione organizzata di massa costituzionale e glorificata da Berlinguer. L'isolamento del movimento era dunque in questa fase solo apparente, perchè le sue tematiche raggiungevano vasti settori popolari mettendo in crisi il controllo di partiti e sindacati. Gli accesi dibattiti nella base del sindacato e anche del Pci e lo stesso fallimento dell'appello a caldo di Canullo allo sciopero generale contro il movimento per i fatti di Lama, mettono in chiara luce le possibilità di incidere all'interno stesso delle forze riformiste. Di qui l'esigenza delle forze politiche del regime di isolare e reprimere il movimento. Ma come già fin dal suo inizio a Roma il movimento era stato capace di scelte tattiche che, respingendo le provocazioni della polizia, lo avevano rafforzato ed esteso, così il 5 marzo la presenza in tutto il centro di Roma di un corteo militante contro l'infame sentenza contro Panzieri, ribadiva la capacità del movimento di evitare l'isolamento e di crescere su un'iniziativa decisa e gestita con grande forza e collettivamente. A questo punto la manifestazione nazionale indetta per il 12 marzo, con le adesioni di molti consigli di fabbrica e delegati dei posti di lavoro, rappresentava per i partiti dell'arco costituzionale il coagularsi della nuova opposizione. Di qui la necessità assoluta di condizionare e battere il movimento portandolo sul terreno dello scontro diretto con l'apparato militare dello Stato. Mentre nel Parlamento si svolge la vergognosa vicenda Lockeed e Moro prepara il suo intervento oltranzista, lo Stato interviene a Bologna assassinando il compagno Lorusso.

Questo fatto spinge il movimento sul terreno di scontro più favorevole al regime: quello con l'apparato militare dello Stato. Così la forza e la credibilità enormi conquistate dal movimento finchè si era mosso sul terreno della lotta di massa contro l'austerità, i sacrifici e il compromesso storico, si e' rapidamente incrinata; il 12 marzo è avvenuto anche che la grande maggioranza dei compagni si è sentita tagliata fuori da uno scontro di cui non capiva gli obiettivi precisi e della cui gestione si è sentita espropriata. Così la giornata del 12 segna la difficoltà del movimento di mantenere il collegamento con tutti gli strati sociali mobilitati. Non a caso dopo il 12 marzo il movimento (che riesce a tornare in piazza solo in occasione dello sciopero sindacale del 23) perde una parte assai importante della sua base sociale di massa che comincia ad avere la sensazione di non poter gestire le proprie lotte, di non poter decidere e controllare collettivamentc l'uso della violenza, mentre le assemblee diventano sede di sterili scontri. Non a caso in questa fase il movimento perde l'iniziativa politica che aveva mantenuto per quasi due mesi: essa passa all'avversario di classe che si sente forte, da una parte dell'isolamento del movimento, dall'altra dell'appoggio completamente subalterno alla repressione fornito dal Pci.

 

3. Il 21 aprile e la questione delle forme di lotta

 

L'arrogante progetto di legge Malfatti e la simultanea provocatoria messa in stato d'assedio dell'università sono i momenti di questa nuova iniziativa borghese, cui il movimento stenta a rispondere fino alla mattina del 21, quando si decide di andare alle occupazioni "aperte" di alcune facoltà per il rilancio della lotta di massa. La repressione scatta puntuale nel primo pomeriggio, sulla stessa linea dell'assassinio di Lorusso e del 12 marzo: chiamare il movimento a uno scontro frontale di tipo militare, non dargli tempo nè spazio politico per aggregare di nuovo un fronte sociale di opposizione di massa al governo delle astensioni. E il 21 questo terreno di scontro voluto da Cossiga e del tutto perdente per noi è stato accettato arnche da settori interni al movimento. Noi crediamo che quella scelta non abbia neanche compreso il problema reale che ci stava di fronte: riaggregare i 50.000 dei cortei di febbraio, come l'inizio di una controffensiva di un fronte rivoluzionario ancora più vasto da mettere in campo contro il regime e il sistema di potere capitalistico. Così dopo il 21 aprile si è accentuato il distacco di migliaia di compagni che non si sentono garantiti proprio sul problema della decisione e della gestione delle forme di lotta. E su questo punto occorre fare il massimo di chiarezza. La critica pratica al pacifismo e al legalitarismo è patrimonio acquisito dal nostro movimento: le sue lotte sono "illegali" nel senso che si muovono su un terreno alternativo a quello delle leggi economiche e dello stato della borghesia. Non è dunque in discussione "il principio" del ricorso alla violenza (in questo senso abbiamo respinto le "pregiudiziali" che il sindacato voleva imporci in occasione dello sciopero del 23); anzi, i compagni che spostano la discussione sul terreno "dei principi" in realtà vogliono nascondere il vero nodo della discussione. La questione ha invece due aspetti essenziali:

 

a. quali sono attualmente i livelli di forza che il movimento può e deve praticare

Si tratta cioè di decidere se la fase attuale dei rapporti di forza tra le classi imponga o permetta di accettare il tipo di scontro militare voluto dalla borghesia, oppure se oggi la fase sia quella del radicamento nei settori di intervento (scuola, quartiere, posti di lavoro), dell'allargamento del fronte e quindi un uso della forza adeguato a questi obiettivi. Noi siamo per la seconda ipotesi.

 

b. chi deve decidere e praticare i diversi livelli di forza

Bisogna garantire che siano le strutture del movimento le uniche legittimate a decidere in merito e ad assicurare una corretta disciplina di massa.

Pensiamo che gran parte dei compagni condivida queste posizioni proprio sulla base dell'esperienza da essi fatta: mentre infatti - citiamo dalla mozione di Bologna - "il 5 marzo a Roma e l'11-12 marzo a Bologna lo scontro più alto con l'avversario ha significato livelli più alti di unità e di maturità del movimento, il 21 aprile a Roma ha spaccato e lacerato il movimento". Nè si può accettare la tesi secondo cui noi non potremmo decidere nulla nel merito del terreno di scontro e che dovremmo solo accettare quello proposto da Cossiga. Nella lotta di classe ciò che decide della vittoria è anche la capacità di imporre all'avversario il proprio terreno per lo scontro, e di saperlo cambiare quando non conviene più. Senza questa intelligenza nessuna lotta proletaria ha mai vinto e anche il nostro movimento sarebbe destinato a essere spazzato via. Molti compagni, però, pur essendo d'accordo su ciò, preferiscono non approfondire la discussione su questo tema nelle strutture del movimento, o perché temono di cadere sotto il "cappello" dei gruppi di "destra" o perché mettono al primo posto un'omertà di gruppo o di "area" invece di una franca critica-autocritica di movimento.

 

4. La necessità di allargare il movimento

 

L'attacco statale al movimento, il tentativo di ridurlo a pura organizzazione minoritaria in lotta contro l'apparato istituzionale, privandolo della sua ricchezza sul terreno sociale, è stato agevolato anche da errori compiuti dal movimento e da una difficoltà oggettiva che abbiamo avuto nel rompere l'isolamento in cui Dc, Pci e sindacati tentavano, in modi e con tattiche diversi, di rinchiuderci. Ha pesato innanzitutto il controllo massiccio che il riformismo continua nonostante tutto a esercitare - soprattutto a Roma - su una classe operaia che, nella nostra situazione sociale, è assai minoritaria qualitativamente e politicamente, affogata in un mare di settori impiegatizi di pubblico impiego. Il lavoro compiuto negli anni scorsi dalle organizzazioni politiche della cosiddetta "nuova sinistra" che si riconoscevano nella prospettiva di "governo delle sinistre", lungi dal far crescere l'autonomia operaia dal riformismo, ha finito spesso per esporre al disorientamento i quadri operai d'avanguardia antinformisti. Però molti errori sono stati anche soggettivi, del movimento, o di sue componenti significative. Molti compagni, pur senza dirlo esplicitamente, hanno creduto che questo movimento esprimesse esigenze assai più radicali di quelle manifestate al momento dalla classe operaia occupata e che quindi esso fosse autosufficiente o addirittura l'avanguardia complessiva del proletariato.

Altri, pur ponendosi il problema dell'unità con la maggioranza della classe operaia occupata, hanno espresso una posizione "estremista" per cui chiunque non rompesse nel breve tempo col sindacato, non poteva essere coinvolto in questo movimento. Si è spesso volutamente ignorato che la gran parte delle avanguardie di fabbrica è, per il momento, indisponibile a una rottura decisa con le strutture di base del sindacato (consigli di fabbrica, consigli di zona), che buona parte della classe operaia, continua a considerare, seppure con tante critiche, strutture di difesa economica della forza-lavoro. Nella contrapposizione tra Autonomia operaia organizzata e "rapporto privilegiato con i consigli di fabbrica", si è soffocata la possibilità di creare un fecondo rapporto tra il movimento in lotta e settori di classe operaia che non fossero solo i quadri d'avanguardia già da anni schierati su posizioni rivoluzionarie.

 

5. Forze politiche e movimento

 

L'esplosione del movimento, il suo carattere di massa, la sua ricchezza di espressione hanno sorpreso tutte le forze politiche, incluse quelle che in questi anni si sono mosse alla sinistra del Pci. Far saltare tutte le "istituzioni" che pretendevano di rappresentarli: questo è stato il primo obiettivo delle migliaia di compagni che hanno riconosciuto nell'occupazione partita da lettere all'inizio di febbraio una possibilità "storica" di riprendere a far politica in prima persona, di ritrovarsi in una dimensione di massa in cui confrontarsi, decidere iniziative politiche e forme di lotta. Per alcune settimane questo movimento è riuscito a realizzare quello che non avevano raggiunto decine di gruppi nati alla sinistra del Pci dal '68 ad oggi: coagulare una forza politica di opposizione al "compromesso storico", aprire serie contraddizioni all'interno dell'avversario, legare lotte e bisogni concreti in una dimensione politica dell'austerità e del compromesso di regime. Da qui la difficoltà dei gruppi nel rapportarsi al movimento e la loro sostanziale estraneità: buona parte dei compagni dei gruppi erano costretti a cercare un rapporto al livello personale con i comitati di lotta e le commissioni, portando al loro interno la contraddizione di rappresentare una "istituzionalizzazione" del dissenso rivoluzionario di questi ultimi anni all'interno di un movimento che ne evidenziava e ne incarnava il sostanziale fallimento. Questa tendenza rischia oggi però di rovesciarsi. Nel momento delle difficoltà il "gruppismo" va riprendendo forza e anzi oggi ci sono molti compagni che danno già per scontata la polarizzazionc del movimento intorno alla ricostituzione dei cartelli dei gruppi storici da una parte, e la costituzione di un "gruppone" dell'Autonomia dall'altra.

Ma, se l'ipotesi dei gruppi nel '69-'70 aveva delle possibilità pratiche di camminare, oggi non è più così. in assenza di un movimeato di massa, d'opposizione al compromesso storico e alla pace sociale, nella sfera dei gruppi solo due linee sarebbero possibili: il riflusso nelle istituzioni in posizioni ultraminoritarie o una guerra strisciante con lo Stato da parte di ristrette avanguardie. Molti compagni non intendono quindi rassegnarsi a vedere frantumarsi il movimento e ricostituirsi i vecchi gruppi. Ad esempio i compagni che hanno votato la mozione approvata all'assemblea nazionale di Bologna hanno in sostanza espresso questa volontà. Bologna rappresentava per molti compagni il primo tentativo di superare le difficoltà del movimento senza cadere nelle sterili divisioni di gruppo. La scarsa preparazione, la disomogeneità delle varie sedi, l'intervento strumentale di gruppi organizzati nazionalmente, decisi a battersi muro contro muro, hanno contribuito a limitare assai la discussione nei primi due giorni: sindacati sì/sindacati no, siamo studenti/siamo "operai sociali", siamo violenti/siamo pacifici, il 1 maggio in piazza o in assemblea e così via. In questa fase, mentre Pdup, Ao e Mls si affidavano al solito "intergruppi" come tentativo di "direzione politica", anche settori dell'Autonomia organizzata spingevano irresponsabilmente verso quei modelli d'organizzazione e di modo di far politica che invece avevano contribuito a criticare, negli anni scorsi, con la loro pratica di lotta. Poi, però, sono uscite dalla discussione le reali difficoltà e i problemi del movimento, in particolare sulla questione del rapporto con la classe operaia. Per quanti si aspettavano dall'incontro con i consigli di fabbrica del Lirico la soluzione del problema, Bologna è stata forse una delusione. In realtà "quelli del Lirico" non hanno potuto dirci molto in termini di lotte e organizzazioni unitarie. Sono stati in buona parte impegnati in discussioni di principio sul ruolo di un'opposizione rivoluzionaria all'interno del sindacato. Comunque è apparso chiaro dalla discussione che il movimento non ha, per adesso, nella classe operaia molti punti di riferimento organizzati e di massa, per rompere l'isolamento.

Riferimento che non può essere la "sinistra sindacale", complessivamente subalterna al riformismo, né sono sufficienti le avanguardie autonome già schierate su posizioni rivoluzionarie. C'è però un consistente settore operaio che, pur continuando a riconoscersi in una battaglia interna al sindacato, guarda con enorme interesse al nostro movimento come a una componente essenziale dell'opposizione alla pace sociale e alla stabilizzazione politica perseguita da Dc e Pci. Bisogna trovare il modo di mettere in contatto permanente queste varie componenti del fronte anticapitalistico, e approfondire ed estendere la carica antiriformista e antiborghese.

 

6. L 'organizzazione del movimento

 

Per il carattere stesso di questo documento non intendiamo proporre alcuna piattaforma programmatica, per quel che riguarda gli obiettivi del movimento, né forme organizzative specifiche. Ognuno di noi lo ha già fatto, e continuerà a farlo, nelle proprie strutture di lavoro. Ora ci premeva soprattutto aprire una discussione di massa sui punti fin qui trattati. Ci limitiamo dunque in questa sede ad accennare a due temi di discussione che ci sembrano urgenti:

 

a. l'organizzazione del movimento

Per evitare la frammentazione secondo la geografia dei vecchi gruppi, è indispensabile riuscire a creare strutture permanenti di movimento, come primo embrione di unificazione del tessuto sociale proletario e popolare intorno ai terreni di lotta autonoma che questo movimento ha fatti propri (rifiuto dei "sacrifici" e delle compatibilità del profitto, lotte di massa a partire dai propri bisogni ecc.). Ogni tentativo di formalizzare un'organizzazione, comporta naturalmente rischi di burocratizzazione. Tuttavia questi esiti deteriori possono essere evitati se i compagni sapranno esprimere un controllo costante su ogni struttura di coordinamento delle lotte e della discussione. Una struttura di raccordo tra commissioni e collettivi, interni all'università, alla scuola, e quelli operanti nel territorio, è dunque indispensabile per superare l'isolamento, per estendere il movimento, per arricchirio, per rispondere adeguatamente - e sul terreno da noi scelto - agli attacchi del potere borghese.

 

b. "scegliere noi il terreno di scontro"

Questo significa anzitutto sconfiggere l'attacco di Cossiga riportando il movimento ad essere prima di tutto un'opposizione rivoluzionaria nella società. Dalla necessità di "scegliere noi il terreno dello scontro" ci sembra che derivi non tanto una sterile critica a posteriori agli errori del 21, quanto l'indicazione in positivo di un allargamento delle lotte nel sociale e di un decentramento del movimento nei quartieri. Ciò non significa affatto abbandonare il terreno di lotta dell'università: al contrario, si tratta di recuperare e valorizzare l'università non come solo spazio fisico, ma come luogo di collegamento tra le masse in lotta: il che richiede un effettivo radicamento nelle facoltà e un estensione dei settori studenteschi e giovanili coinvolti. Si tratta, però, di riuscire poi a trasformare l'assedio capitalistico all'università "rossa" in un progressivo "assedio proletario" alla città capitalistica: e quindi di contribuire ad articolare le lotte nei quartieri e nelle fabbriche (ricavandone forza e contenuti anche per il lavoro interno alla scuola) soprattutto su temi come la lotta alla disoccupazione, al lavoro nero, la conquista della casa e dei servizi sociali, gli scioperi alla "rovescia".

Ma soprattutto è urgente lottare contro la "criminalizzazione" del movimento e contro il generale restringimento degli spazi democratici più elementari. E' questa una tendenza che presumibilmente andrà nel breve periodo accentuandosi, e che può tradursi anche a Roma, come già è awenuto a Bologna, in un'ondata repressiva più violenta: questa situazione richiede dunque da parte nostra la ricerca di alleati e una lotta decisa, intelligente e calibrata sul piano della tattica.

 

3-10 maggio '77

a cura di alcuni militanti del Comitato di Lettere che si raccoglierà intorno al "Gruppo degli 11"