Riceviamo e pubblichiamo:

 

Chiediamoci come è cominciata

 

Lettera

14/11/80

Cari compagni, ci chiedete notizie dal carcere: sulla vita che facciamo, su quello che pensiamo, su cosa è il carcere speciale ed altro. C'è un interesse crescente per questa altra dimensione della vita, è innegabile. Certo la continua frequentazione da parte dei compagni, ma non solo, ha reso immanente la segregazione. Parlarne è un modo per attenuarne la presenza. Se non erro si dice che conoscere il male è un pò come debellarlo. Si può anche aggiungere che la crisi ha mutato l'immaginario al punto che il carcere occupa un punto centrale senza suscitare l'orrore che una volta la sola parola evocava. Un tempo la forca, il supplizio si offrivano come spettacolo, educativo e gli autodafé erano una pratica collettiva. Esisteva il paradiso e l'inferno nell'orizzonte esistenziale dell'uorno. Secondo Borges "l'inferno dantesco magnifica l'istituzione del carcere". Ma quel tempo fu soppiantato da un rapporto sociale diverso, da una diversa legittimazione dell'autorità, la giustizia intesa come economia di rapporti tra le classi e non come vendetta dell'autorità. Il carcere di conseguenza come parte dell'arsenale della borghesia e, come tutti gli arsenali, segreti o quantomeno discreti. Ora la crisi ha mutato nuovamente l'immaginario e ancora una volta appaiono i simboli del supplizio e della segregazione, appare il carcere della vita di ogni giorno, appaiono i pentiti e i pentimenti, la forma rivisitata degli autodafé. L'autorità ha perso la legittimità derivata, sia pure in modo mistificato, dal consenso. Il sistema dei partiti si dà come stato, è lo stato e difende la sua maestà: ogni offesa a questa provoca la vendetta; ogni atto di questa richiede subordinazione e devozione, oramai non si finge, neppure più il consenso. E' facile prevedere quale sistema di valori può nascere a sostegno dì questa nuova autorità. Gli esempi più vistosi vengono dai pentiti che in un sol colpo sono passati dalla lordura dell'assassinio, dal tradimento, dalla doppiezza, agli incensi degli altari. E' un fatto che questa realtà rovesciata sia diventata la realtà. E in questo rovesciamento si dibatte quel che resta del movimento dentro e fuori. A me pare che parlare del carcere come specifico sia pericolosamente inutile, e non perchè voglio negare il bisogno presente nei compagni di conoscere questa dimensione, ma perchè troppe richieste vengono indirizzate ai compagni prigionieri, troppe cose ci portano a pensare che si è interiorizzata questa dimensione quasi con una fatalità inevitabile, una fatalità che ci porta a considerare gli anni trascorsi troppo condizionati dalle storie giudiziarie che imperversano oggi. Certo una descrizione particolareggiata del luoghi segregati è possibile farla, e anche degli effetti mutilati e della socialità coatta. Ma se è possibile leggere oltre le vostre parole, le vostre richieste vogliono di più, e anche noi vogliamo di più da voi (il noi è arbitrario dato che queste sono mie riflessioni che non coinvolgono i compagni con me incarcerati. Questi scriveranno per conto loro). Il mio punto fisso, per esempio è quello di dare un quadro diverso della lotta di classe. Ricostruire da comunisti i percorsi contorti della lotta, rivedere i luoghi incantati a cui sembra essere ridotta l'energia rivoluzionaria. Luoghi incantati e falsi che ancora abbagliano ed impediscono una consapevole riflessione non sul passato ma sul presente. Questi falsi sono divenuti simboli da cui dipende la memoria, l'esercizio della fantasia, il pensiero e l'azione; e invece sono solo "figure dipinte, che paiono vive, ma non rispondono una parola alle domande che loro si pongono". E la memoria di classe spazia in orizzonti veri e non dipinti, altro da questi simboli. La parola "terrorismo" viene usata dal potere per indicare il fenomeno che i compagni chiamano guerriglia o lotta armata. Personalmente penso che il terrorismo sia quello delle stragi, cioè fascista o di stato. Ma purtroppo è invalso anche fra i compagni l'uso dl parlare di terrorismo di destra e di sinistra. Le virgolette dovrebbero stare ad indicare l'estraneità della parola al linguaggio di sinistra e non solo la, parola. Compagni il "terrorismo" non è in questo orizzonte, non lo è mai stato. Esercitare la memoria di classe allora, con rigore, con onestà intellettuale, fuori dall'ipocrisia delle autocritiche che lasciano tutto immutato, dentro alla riscoperta della autonomia quale filo conduttore dell'energia rivoluzionaria. Non l'autonomia su cui sentenziano i giudici per i quali sembra proprio che la lotta di classe, il movimento comunista esistano solo per giustificare il complotto. Chiediamoci come è cominciata. Chiediamoci se da quel lontano '62, da quella Piazza Statuto è arrivata qualche cosa nelle nostre lotte; se dal '62 al '69 c'è continuità e se in seguito questa continuità abbia viaggiato e su quali soggetti abbia viaggiato. Oggi c'è chi dice che siamo stati tutti "terroristi", che il "terrorismo" è la storia di questi 10 anni. Ma questi sono gli stessi che hanno immaginato il movimento e la lotta di classe come luogo logico per immaginare le proprie visioni. Eterni estranei al quotidiano nella lotta, esterni "interpreti" di queste, sempre mistificando e deviando. Teorici inconsapevoli del complotto e della clandestinità. Chiediamoci come è cominciata. Chiediamoci se da quel lontano '62, da quella Piazza Statuto, è arrivato qualcosa nelle nostre lotte; se dal '62 al '69 c'è continuità e se in seguito questa continuità abbia viaggiato e su quali soggetti abbia viaggiato. Oggi c'è chi dice che siamo stati tutti "terroristi", che "il terrorismo" è la storia di questi dieci anni. Ma questi sono gli stessi che hanno immaginato il movimento e la lotta di classe come luogo logico per giustificare le proprie visioni. Eterni estranei al quotidiano della lotta, eterni "interpreti" di queste, sempre mistificando e deviando. Teorici, colpevoli del complotto e della clandestiuità, hanno della pratica di massa il massimo disprezzo. Pronti a trattare, per sè e a nome di altri, sempre sopra la testa di tutti. Bene, compagni, bisogna chiarire loro che quanto vanno dicendo riguarda loro, solo le loro ineffabili persone. Ma dicevamo che era cominciata nel '62, con gli operai a 4Omila lire al mese, con i cottimi che riempivano fino all' 80% del salario, con i ritmi massacranti con le forme più brutali di sfruttamento, con i compagni che venivano ammazzati nelle piazze. Era comincato con la grande incazzatura degli operai che bruciarono la UIL. Teppisti li chiamarono allora. Poi nel '69 quei teppisti furono chiamati qualunquisti e scansafatiche, ma erano sempre più incazzati e lo fecero capire quando saldarono le lotte delle linee di Mirafiori con la violenza dl corso Traiano. Le bombe terroriste di Stato del 12 dicembre poterono poco contro l'autonomia, che non si disperse ma, al contrario, si innervò nella società imprimendo a questa ritmi della lotta di fabbrica. Il filo rosso non era stato interrotto. La costante presenza di autonomia, di lotta, di obiettivi, di progettazione è qualcosa di diverso dalle rappresentazioni armate che oggi sembrano voler dire tutto, ma appunto sono mute. E badate, non parlo della violenza che è dentro la lotta di classe, parlo delle sovraddeterminazioni che si sono arrogate il diritto di decisione, parlo della cieca intelligenza di un personale politico che ha scambiato i propri desideri con la tendenza, i propri furori con l'odio di classe; che confomde il proprio destino individuale con il destino della lotta di classe; che confonde il proprio destino individuale con il destino della lotta di classe operaia. Ma questa, si sa, rivendica la contraddittorietà, sconfessa le avanguardie con la stessa disinvoltura con cui sabota il ciclo. Così mentre capitani e soldati di ventura possono decidere, dalla sera alla mattina di uccidere, di pentirsi e poi di continuare ad uccidere, l'autonomia di classe può riconsiderare sè stessa, passare attraverso la cassa integrazione, ripigliare in mano la bandiera della democrazia e la battaglia della libertà. Cari compagni, non c'è movimento fuori da questo, non c'è lotta che possa farsi senza questi obiettivi. Voi direte che queste sono cose vecchie, e forse è vero. Ma ditemi cosa c'è di nuovo in quanto è stato praticato fino ad ora dai gruppi armati? La ferocia e la truculenza di certi atti? Ma a questo ci ha già pensato il padrone, è roba vecchia quanto il padrone! La lotta di classe è novità, è modifica del reale quando libera la vita dalla violenza, quando apre orizzonti di piacere e di godimento, quando cancella la guerra: i proletari sono sempre contro la guerra. Per questo mi riconosco negli operai Fiat, quelli "sconfitti", nella riflessiva indifferenza dell'area sociale di autonomia, nei morti di Bologna, e mai in chi porta morte, anche quando questa morte è portata in nome del comunismo per cui lotto da sempre. Ma, capisco, troppo è abusata la parola democrazia, altrettanto la parola libertà. Eppure al di là degli abusi, in questi anni libertà significava tanto. E non occorreva pronunciarla. Scendere in piazza, andare sui cancelli delle fabbriche, fare le assemblee nelle scuole nelle università, era libertà. Distruggere il cottimo, allentare i ritmi di lavoro, poter rinfacciare ai professori la loro protervia ignoranza, era libertà. Modificare il segno dello studio, il valore del sapere, appropriarsi della forza della conoscenza era libertà. Una libertà che certo non si conciliava con la miseria dei signori dei partiti, con le vecchie prefigurazioni dei piccisti che quando sono stati spinti in alto dal movimento hanno saputo superare a destra i sudaticci democristiani per proporci la bulgarizzazione. Ma sono stati dimessi, come succede a tutti i lacchè. Era prevedibile che la restaurazione cominciasse a spazzare i luoghi dove si praticava la libertà. E abbiamo visto l'attacco nelle scuole, nei quartieri, nelle fabbriche. La reazione ha scelto il terreno militare e poliziesco, ha spinto su questo terreno compagni e situazioni, ma il tiro era sempre rivolto alle conquiste, alla libera iniziativa di classe. Abbiamo a mente gli atti della restaurazione: dalla prima legge Reale, all'abolizione dei giorni festivi, ai continui attentati alla scala mobile, alle attuali leggi antiterrorismo. Confrontiamo oggi con ieri, non per nostalgia, ma per prendere coscienza di quanto sia caduto in basso in noi stessi il desiderio di libertà. E quanta, quanta gente si è smarrita tra le strida di odio dei Valiani, l'ottusa fissità dei Pecchioli, il "discreto" ladrocinio e la corruzione vampira di tutti quelli che sono passati vicino al potere, per non parlare del balbettìo dei vecchi rincitrulliti che non sanno in che secoli viviamo. Eppure io rispetto i vecchi! Ebbene, tutto questo anche se può essere una spiegazione del fenomeno "terrorismo", non lo legittima di certo. La risposta di classe a questa situazione non passa attraverso l'esemplarità di pochi individui. Penso, e non credo di essere solo, ripartendo dalle umili, sconosciute pratiche di massa può rinascere l'iniziativa comunista. Quella via difficile della costruzione di rapporti cooperativi liberi, di forme organizzate entro cui tutti possono esprimersi e praticare i propri bisogni. Ricominciamo a riguardarci intorno, nella socialità, come in territorio proprio e non come missionari in terre straniere. Le masse non sono un terreno di conquista, ma il corpo sociale di cui siamo parte. Non ci sono catene che possano reggere a lungo su questo corpo. Ripresa di movimento, ripresa della democrazia è un'equazione da sviluppare. Ripresa di movimento e battaglia per i diritti civili. Ripresa di movimento e lotta per liberare tempo e vita dall'infame organizzazione del lavoro salariato. Ripresa di movimento e lotta per la pace, contro la guerra e le sue simulazioni. Compagni, Radio Sherwood nacque per queste cose, nacque come momento della cooperazione creativa comunista nel corpo sociale in trasformazione. Ad essa è legata la mia militanza, ad essa è attaccata la mia speranza della ripresa. Il fatto che stia passando indenne attraverso tutte le tempeste è un'ulteriore verifica di quanto fossero vive le motivazioni che la fecero nascere.

Bacioni e bestemmie

Emilio Vesce

 

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