Controcultura e autonomia proletaria

 

Parlare di controcultura e di autonomia proletaria è una cosa che non si può fare in modo dogmatico e cattedratico da buoni spacciatori di teoria. Sono fenomeni troppo complessi perché si possa avere una coscienza e una opinione in proposito senza avere vissuto i momenti di organizzazione e di lotta e soprattutto senza far parte del progetto politico che maggiormente ne esprime i contenuti: il giovane proletario, cosciente dello sfruttamento, dell'emarginazione, del rimbambimento ideologico che quotidianamente subisce, e soprattutto deciso a liberarsene respingendo ogni tentativo di recupero o di strumentalizzazione della propria soggettività rivoluzionaria. La cultura e la politica imperanti ufficialmente dal 15 giugno, disorientate e spaventate dall'ampiezza del fenomeno «giovanile», si affrettano a mistificarlo ricorrendo alle più disparate analisi sociologiche, interpretando come «crisi generazionale» momenti propriamente politici, o meglio che esprimono una nascente critica della politica e una precisa volontà di riappropriazione. Più a sinistra il panorama è ugualmente desolante: i professorini dei gruppi, in mancanza di testi storici sul giovane proletariato, oltre a ripetere continuamente che l'estremismo è malattia infantile del comunismo, si affrettano ad elaborare una linea politica, fondano commissioni e indicono seminari, reagendo al loro disorientamento e ai loro ritardi con il solito opportunismo e la solita politica strumentale, ovvero sempre pronti a intervenire imponendo la loro direzione politica quando possono, e sempre pronti a «respingere le provocazioni» quando non ci riescono. Rifiutiamo quindi a priori qualsiasi intervento estraneo, qualsiasi Montanelli o Bocca di turno, qualunque tentativo di insabbiamento o di recupero del nostro bisogno di potere e ribadiamo la nostra autonomia di proletari che vivono la rivoluzione come una realtà all'ordine del giorno, senza schemi imposti dal «partito » o dal momento storico, e soprattutto senza delegare nessuno alla soddisfazione dei nostri bisogni. Cerchiamo, invece, di sviluppare il dibattito all'interno e proporre e confrontare diverse esperienze e diverse valutazioni, ma sempre prodotti da una lotta in prima per-sona. Innanzitutto dichiariamo che per noi non deve esistere separazione tra cultura e politica o tra liberazione personale e liberazione collettiva. Pur considerando le diverse specificità di ogni terreno di lotta, li vediamo e li viviamo come inscindibili tra loro in un unico progetto politico: il bisogno di comunismo che contraddistingue sia la richiesta di una nuova cultura-modo di vivere-rapporti personali, sia una diversa organizzazione delle lotte in fabbrica e nel territorio. Ai nuovi modi di vivere corrispondono nuovi modi di lottare. Separare l'autonomia proletaria dall'autonomia culturale significa oltre che far arretrare il Movimento, non aver compreso il significato di liberazione totale del pensiero marxista, è importante ribadire continuamente questa inscindibilità che già caratterizza l'esplosione prepotente delle istanze giovanili, sconvolgendo le abituali forme di lotta e di organizzazione. Il dato che ci sembra più importante rilevare, è la trasformazione dell'arma della critica in critica armata, un salto qualitativo oggettivamente reale e giustificato, che poniamo come discriminante rispetto al «riformismo controculturale » dei gruppi e a chi si illude ancora che basti un festival all'anno o una rivista ben fatta al mese per cambiare il modo di pensare e di vivere dei compagni e per sconvolgere l'ordine borghese. Critica armata sono le occupazioni di case, sono i centri per i giovani proletari, sono le donne che invadono il duomo, sono le ronde contro gli spacciatori di eroina, sono le feste selvagge per le strade del centro, è la «madonnina che piange», sono i prezzi politici e quando non bastano la riappropriazione di tutto ciò che serve. Oggi il Movimento non si accontenta più di proporre nuove istanze e di batterle cercando una teoria che giustifichi il tutto, la teoria nasce dalla prassi cosciente, dal vivere quotidianamente sulla propria pelle le forme di combattimento adeguate al processo di costruzione di momenti di contropotere proletario. Il potere risponde a tutto questo con la criminalizzazione di ogni comportamento di estraneità e di rifiuto del capitale in ogni sua forma. Chi non accetta la regola del gioco borghese o il comportamento storico o l'alternativa socialista viene dichiarato ufficialmente «fuorilegge» e diventa oggetto di linciaggio sia attraverso gli organi repressivi dello stato, sia attraverso una nascente pubblicistica sulla «questione giovanile» che vede lacché e pennivendoli di ieri e di oggi diffamare il Movimento distorcendone il significato e negandone il carattere rivoluzionario.

 

da: Vogliamo tutto! n. 10 - estate 76 - Milano

 

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