2- Costi sociali della fase attuale dello sviluppo capitalistico

 

Lo sviluppo capitalistico attualmente comporta, dal punto di vista della condizione operaia e dei lavoratori in generale: intensificazione dello sfruttamento (aumento dei ritmi di lavoro, dequalificazione), sostanziale stagnazione dei livelli salariali reali, stagnazione del livello dell'occupazione o debole aumento della medesima nelle zone economicamente più sviluppate (si ha quindi l'aumento della disoccupazione e della sottoccupazione nelle zone tradizionalmente depresse o attualmente abbandonate, l'aumento dei flussi migratori interni e verso l'estero, l'espulsione dall'agricoltura di forze di lavoro non qualificate). Una attenzione particolare dobbiamo rivolgere a certe conseguenze dell'azione combinata dell'aumento dei ritmi di lavoro e della parcellizzazione delle mansioni:

a) ricambio e ringiovanimento necessari e accelerati degli effettivi del proletariato nell'industria e nei servizi;

b) emergere prepotente di una serie di problemi, alcuni sino a non molto tempo fa marginali, che l'azione sindacale impostata in termini tradizionali trascura o non riesce ad investire se non in termini strettamente salariali, e sui quali è possibile radicare un'azione politica che proponga una diversa organizzazione della struttura produttiva ed il potere nelle mani del proletariato;

c) tra i dati nuovi di una condizione proletaria sempre più insopportabile e disumana, lo sviluppo impetuoso di malattie psicosomatiche, di nevrosi di vario genere, di psicosi: conseguenze inevitabili dei ritmi e della parcellizzazione delle mansioni (cioè dello sviluppo capitalistico), che sono già e sempre più saranno fonti di continue tensioni e di reazioni esplosive.

L'inizio delle tendenze sopra accennate va collocato nella fase di bassa congiuntura: licenziamenti e riduzioni d'orario, decurtazioni dei salari di fatto. Il perdurare della disoccupazione, la riorganizzazione produttiva e le innovazioni tecnologiche hanno brutalmente incrementato nei tempi più recenti la situazione precedente di supersfruttamento. Si sono accumulate e continuano ad accumularsi nel proletariato italiano profonde tensioni, che periodicamente trovano sbocco in azioni sindacali controllate e incanalate dalla burocrazia del movimento operaio e sindacale ed in violenti movimenti le cui debolezze sono, o la difficoltà di allargarsi a vasti strati proletari, o la mancanza di una direzione rivoluzionaria adeguata, quando non ambedue le cose. Le tendenze sopra accennate, caratteristiche della condizione proletaria in Italia nell'attuale fase di sviluppo del capitalismo, perdureranno per tutto un periodo. La stagnazione del livello d'occupazione potrà essere seguita da una fase di lievi incrementi, e così le retribuzioni potranno nuovamente crescere, soprattutto quelle degli strati più qualificati di lavoratori; ma ci sembra improbabile, per ragioni economiche internazionali (l'approssimarsi di un periodo negli Stati Uniti e alla crisi monetaria internazionale) che l'economia italiana possa a breve termine conoscere un nuovo boom analogo a quello terminato nel 1963. Appare probabile che il capitalismo italiano debba accelerare ulteriormente la riorganizzazione produttiva con un altissimo saggio di investimenti dedicati al rialzo della composizione organica del capitale, comprimendo con ciò il saggio del profitto ed essendo costretto a far pesare costi sociali sempre più pesanti, nei termini sin qui descritti, e condizioni di lavoro sempre peggiori sulle spalle del proletariato italiano. Esplosioni quali quelle di Genova e di Trieste (per l'abbandono da parte del capitalismo di zone già altamente industrializzate), della Calabria, dell'Alfa Romeo (1964, scontri violentissimi con la polizia vinti dagli operai) sono destinate a moltiplicarsi; perchè si esca dalla fase dell'esplosione anarchica fine a se stessa è necessario un intervento qualificato, massiccio ed esteso su scala nazionale da parte di nuove forze rivoluzionarie d'avanguardia.

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