3- Linea politica e tendenze delle organizzazioni sindacali
Abbiamo affermato, che l'intensificazione accelerata dello sfruttamento, nelle sue forme più differenti, è e sarà per tutto un periodo il dato centrale caratterizzante la condizione proletaria sui luoghi di lavoro; essa è la base di tutte le tensioni e le lotte verificatesi nel periodo della ripresa e dell'espansione dell'economia italiana, anche quando formalmente le ragioni delle lotte erano limitate, per esempio, al rinnovo dei contratti di lavoro. Non è un caso il continuo verificarsi di lotte sindacali parziali, anche quando bruciano ancora sulla pelle dei lavoratori le sconfitte contrattuali. Anzi, il proletariato italiano (se ne veda la mobilitazione a gennaio sulla questione della riforma del sistema delle pensioni) coglie sovente l'occasione di azioni promosse in termini arretrati da parte dei sindacati per mobilitazioni di massa. La politica delle burocrazie sindacali si rivela coerente e precisa. Esse impongono al movimento, insieme, la frammentazione ed obiettivi, esse limitati e di retroguardia. Operando su tale piano, si collocano scientemente all'interno della politica economica del centro-sinistra ed utilizzano le lotte e le mobilitazioni proletarie per rafforzare le proprie posizioni nel complesso processo di integrazione tra sindacati e Stato borghese. Dopo le grandi lotte contrattuali del 1962-1963 si è verificata una svolta nella politica della CGIL, nel senso di una perdita pressochè totale della propria precedente autonomia di classe. Essa si è mossa, in un rapporto sempre più unitario tra i vertici delle confederazioni sindacali, in maniera sempre più subordinata allo schieramento e alla politica del centro-sinistra. La CGIL ha rifiutato di dare vita e direzione ad un vasto ed unificato movimento di lotte per la difesa del livello di occupazione negli anni 1964-1965; successivamente ha impostato le piattaforme rivendicative e le tattiche di lotta, nell'occasione dei rinnovi contrattuali, voltando le spalle a rivendicazioni sovente spontanee di forti aumenti salariali, riduzioni d'orario, aumento del potere contrattuale sui luoghi di lavoro ecc., in omaggio al piano quinquennale e all'ideologia dell'efficienza capitalistica. In seguito, nella fase che seguiva il rinnovo della quasi totalità dei contratti di lavoro, neppure le più volgari preoccupazioni elettorali hanno suggerito alla corrente comunista nella CGIL - la corrente dominante - una svolta rispetto alla sua precedente politica, nel senso di collegarsi alle esigenze espresse dalle più vaste masse di lavoratori, che chiedono azioni efficaci e decise sia per porre un freno all'intensificazione dello sfruttamento, sia per l'aumento massiccio dei salari reali. La politica del movimento sindacale, CGIL compresa, si è sviluppata insistendo sui temi dell'unità e dell'autonomia sindacali, i cui contenuti vanno demistificati. Questi temi fanno leva su esigenze elementari maturate negli strati prevalenti del proletariato, ma si inseriscono in una visione dei sindacati come subordinati alla programmazione capitalistica e integrati con l'apparato statale borghese: così l'unità è unità tra i vertici delle attuali confederazioni e correnti partitiche, e l'autonomia è la richiesta da parte delle burocrazie sindacali di più ampie fette di potere politico in materia di programmazione dell'economia e di politica sociale (rimanendo ovviamente intatti gli attuali rapporti di produzione), nei confronti del potere esecutivo statale, dell'industria di stato, delle grandi concentrazioni capitalistiche e delle loro organizzazioni. Non è un caso che in questo processo concreto, di unificazione e di acquisizione di un profilo politico autonomo da parte dei sindacati, la democrazia all'interno della CGIL tocchi il punto più basso (direzione, interruzioni e conclusioni delle vertenze contrattuali e delle lotte integrative senza partecipazione reale della base e spesso contro il suo orientamento, astensione al parlamento sul piano quinquennale anch'essa decisa al vertice con un accordo PCI-PSU, misure disciplinari e ritorsioni burocratiche contro i militanti di orientamento critico ecc.); non è un caso che nella CGIL continuino a dominare le tradizionali e burocratiche correnti di partito baluardi contro la democrazia nel sindacato, essendo i partiti operai tradizionali su una strada involutiva parallela a quella della CGIL e su linee politiche convergenti. Nelle fabbriche, all'esigenza dei lavoratori di strumenti unitari che rafforzino il potere contrattuale, cioè erigano un primo argine di difesa all'intensificazione dello sfruttamento e alla pressione sui salari e sull'occupazione, i sindacati rispondono con l'inclusione nella maggior parte dei contratti di lavoro di clausole riguardanti le commissioni tecniche paritetiche: organismi di collaborazione di classe e burocratici, destinati ad incanalare su binari che escludono il ricorso alla lotta le contestazioni a livello di reparto e aziendali, mentre sempre più marginale appare il ruolo assegnato alle commissioni interne, delle quali si comincia a intravvedere la morte per inedia. Tempi, limiti e modi della contrattazione aziendale, di settore, di categoria ecc. vengono sempre meglio definiti da una selva di accordi a tutti i livelli, il cui sbocco sino a poco tempo fa si voleva fosse il famigerato accordo quadro, che avrebbe dovuto liquidare definitivamente le già scarse prerogative delle organizzazioni sindacali periferiche e di categoria, a vantaggio dei vertici confederali. Ma già l'accordo quadro pare essere inutile poichè realizzato nei fatti. Dalle commissioni tecniche paritetiche nelle fabbriche ai comitati triangolari al vertice è in fase avanzata di creazione una piramide nella quale burocrazie sindacali neoriformiste di varia provenienza e apparato dello stato, sempre più compenetrati, vengono incapsulando il proletariato italiano, le sue tradizioni classiste, le sue esigenze liberatorie e di potere. Il gioco sarebbe perfetto se, come ci siamo sforzati di dimostrare, non permanesse e in questa fase non si acutizzasse il necessario irriducibile contrasto di interessi tra le classi fondamentali.
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