5- Trasformazione della composizione del proletariato italiano e del suo rapporto con le organizzazioni sindacali.

 

Questa tendenza di fondo - il determinarsi di un nuovo schieramento di forza di classe - è rafforzata ed accelerata dai processi di trasformazione del tessuto tradizionale del proletariato italiano. L'età media degli operai è in costante abbassamento (attualmente è sui 30 anni circa), ed è più bassa nei settori dell'economia più concentrati, dinamici e moderni. Vi sono settori, come l'elettromeccanica, dove a 30 anni si è considerati vecchi, dove il ricambio delle maestranze operaie (soprattutto di quelle addette a lavorazioni a flusso continuo) è permanente, dove è quasi impossibile riadattare alle nuove mansioni (che richiedono un estrema agilità fisica e nervosa) i <<vecchi operai>>, dove si eseguono lavorazioni che durano spesso pochi secondi. Tali situazioni si vengono generalizzando ai vari settori dell'industria e dei servizi, e si prospetta un avvenire non lontano in cui le sacche di disoccupazione e di sottoccupazione saranno non più relative solamente al grosso delle forze di lavoro femminili e a forze di vecchio e nuovo sottosviluppo, dove è vasta per esempio la disoccupazione giovanile, ma caratterizzeranno le stesse zone industrializzate e comprenderanno i <<vecchi>> operai, dai 35-40 anni in su. Negli anni 60 sono entrate massicciamente nuove forze di lavoro nell'industria e nei servizi provenienti da zone agrarie e depresse, donne e giovani. Così certi settori dei servizi si vengono sviluppando con ritmi superiori a quelli dell'industria, dando vita ad ampi strati di proletariato, supersfruttato perchè subisce la parcellizzazione delle mansioni al pari degli operai dei settori più dinamici dell'industria e al tempo stesso manca di ogni tradizione sindacale, e che ha gli atteggiamenti ideologici dei piccoli impiegati amministrativi (anche per una comune origine sociale). Nell'industria e nei servizi cresce lo strato dei tecnici, peraltro investiti dal processo di frammentazione delle mansioni (e quindi dequalificati), e vi è un abbassamento notevole dell'età media degli impiegati amministrativi, con la frammentazione delle mansioni e la dequalificazione relative collegate all'accelerata meccanizzazione del loro lavoro. Il quadro tracciato quindi comprende un processo di accelerata proletarizzazione di strati sociali tradizionalmente collocati nella piccola borghesia. Né si può non risalire a cause profonde di questo tipo se si vuole dare una spiegazione alla presenza crescente di tecnici e anche di impiegati amministrativi, giovani, in certe lotte sindacali. Di particolare interesse ai fini delle nostre tesi è la modifica della composizione interna della classe operaia, nel senso che il ringiovanimento si accompagna all'incremento delle manovalanze addette alle lavorazioni a flusso continuo e al deperimento degli strati qualificati tradizionali. I nuovi strati operai e proletari si pongono in rapporto alle organizzazioni politiche e sindacali tradizionali in modo sostanzialmente diverso rispetto a quello di quegli strati di operai e di quadri che sino ad oggi hanno avuto (ed in parte conservano ancora), sul movimento operaio, un ruolo egemonico: gli operai qualificati tradizionali. La politicizzazione (o sindacalizzazione) di larga parte di quest'ultimi è avvenuta all'incirca nel periodo 1943-1950: all'insegna della Resistenza e della politica del PCI staliniano la cui presa politica ed ideologica era fortissima, di grandi lotte operaie e popolari condotte però sempre in termini di pura difesa; i quadri operai della leva 1943-1950, educati, a delegare agli apparati e ai vertici politici e sindacali ogni decisione di linea, hanno svolto e svolgono la funzione di tramite tra essi e la classe operaia essendo ottimi organizzatori e tenaci combattenti, privi o quasi però di autonomia in rapporto alla burocrazia delle loro organizzazioni. Nella coscienza degli strati operai tradizionali spesso partito e sindacato si identificano, per la forte caratterizzazione ideologica della CGIL e per i rapporti di subordinazione al PCI, avuti sino a un recentissimo passato. Il deperimento funzionale ai fini della moderna produzione, il diminuire sia dell'incidenza relativa alla massa del proletariato , sia del ruolo politico dei quadri provenienti dai vecchi strati, la quantità assolutamente limitata di quadri e militanti provenienti dai nuovi strati operai e proletari, oltre a liquidare quanto rimane del PCI nelle fabbriche, rende precario ogni disegno di dare una ricca articolazione organizzativa di base alla CGIL (sezioni aziendali), e rafforza le tendenze di destra, burocratiche e autoritarie, nei sindacati. Uno sguardo anche superficiale ai paesi di capitalismo sviluppato ci mostra quale forza e dimensioni abbiano assunto i sindacati, e probabilmente questa può essere la tendenza di lungo periodo riguardante l'Italia, se non si svilupperanno le organizzazioni rivoluzionarie e non si verificheranno radicalizzazioni politiche di ampi strati proletari. Oggi però, quella probabile tendenza di lungo periodo è offuscata e contraddetta da fenomeni di decomposizione delle strutture capillari tradizionali dei partiti operai (del PCI in primo luogo), che a volte intaccano le stesse strutture sindacali per il mancato ricambio dei vecchi quadri. In Italia, in questo periodo transitorio non appaiono esserci masse veramente organizzate (cioè rigidamente inquadrate nei sindacati), com'è invece in altri paesi di capitalismo avanzato. Le modalità di rapporto con le organizzazioni sindacali di cui abbiamo trattato riguardanti i settori tradizionali tendono ad essere rifiutate dai nuovi strati operai e proletari, che oggi vedono nel movimento sindacale qualcosa a loro parziale tutela nei termini paternalistici-burocratici, al limite, degli istituti mutualistici e assistenziali. Risibile è il numero di attivisti entrato nella CGIL negli anni 60, rispetto ai giovani e dalle donne entrati in produzione; sono noti i dati sull'età media molto alta degli iscritti al PCI; i sindacati, alle nuove generazioni proletarie e ai nuovi strati di proletariato che non hanno dietro di se una precisa tradizione di lotte sindacali e politiche come le vecchie generazioni operaie, nella loro versione attuale neoriformista e neocapitalistica si presentano solamente così come sono, con le stesse strutture autoritarie, burocratiche e repressive della fabbrica, della scuola, dell'apparato dello Stato; i partiti in fabbrica non ci sono e appaiono tutti con lo stesso linguaggio cifrato e mistificato che usano tutte le <<autorità>>. Tutto ciò, con l'abbassamento del livello di coscienza politica che ne consegue, determina forti oscillazioni tra momenti di passività e di rifiuto della lotta e momenti di forte mobilitazione, per le condizioni oggettive di lavoro, in cui la carica di protesta investe spesso le organizzazioni e i quadri che dirigono la lotta, per gli obiettivi che essi attribuiscono al movimento, le forme della lotta stessa, il rapporto che stabiliscono con la base sindacale i lavoratori. Il diffondersi della concezione del movimento sindacale come istituzione assistenziale è pertanto obiettivamente (in taluni casi anche consapevolmente) ricercata dalle stesse burocrazie sindacali, che vengono integrandosi con l'apparato statale borghese e tra le quali, ad esempio, serpeggia la proposta di trattamenti contrattuali differenziati riguardo agli iscritti e ai non iscritti ai sindacati. La progressiva socialdemocratizzazione del PCI, che comporta una estinzione della milizia di base organizzata e delle sue strutture di base (sezioni, organizzazioni giovanili e di fabbrica) e la trasformazione conseguente del suo rapporto col proletariato nel senso di un'influenza generica d'opinione, va nel senso dell'apertura di nuovi spazi, verso i militanti del movimento operaio, all'intervento delle minoranze di sinistra. Al decadimento del ruolo degli strati operai tradizionali, fortemente ideologizzati in senso comunista-staliniano, non segue il sorgere di nuovi strati, e forze organizzate facenti capo ad essi, in grado di svolgere un ruolo egemonico su tutto il proletariato: il ricambio nel proletariato italiano, in larga misura per la politica condotta nel dopoguerra dal movimento operaio e quindi per il forte spirito di routine e conservatore della parte prevalente dei suoi quadri operai, anche quando abbiano posizioni parzialmente critiche verso la linea ufficiale di destra, avviene all'insegna della politicizzazione delle masse; ciò però può anche significare che si aprono nuovi spazi, a livello di massa, di intervento politico per le minoranze di sinistra, a certe condizioni. Il PSIUP non riesce a giocare che ruoli marginali, e laddove opera secondo criteri di <<gruppo esterno>>, vede porsi o già da tempo si pone una problematica simile alla nostra, entrando in collisione con la gran parte dei suoi funzionari sindacali.

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