10- Alcuni problemi di orientamento tattico e di metodo di lavoro
Vi sono, tra i raggruppamenti di sinistra, divergenze tattiche in parte residuo del passato e in parte con fondamenta nella diversità e parzialità delle esperienze. Nel nostro lavoro a Milano abbiamo definito anche un orientamento tattico, ovviamente, ed individuato alcuni atteggiamenti che in questa fase del nostro lavoro e della nostra elaborazione riteniamo sostanzialmente erronei. Non intendiamo, con l'elencazione che segue, sviluppare delle polemiche, ma semplicemente chiarire meglio le nostre posizioni.
a) Vi sono posizioni per le quali il sindacato non sarebbe un terreno necessario, nella maggior parte dei casi, di lotta politica tra forze di sinistra e burocrazia (con i suoi quadri operai satelliti); e che ritengono che seppure le organizzazioni sindacali periferiche o le commissioni interne possano essere in certe circostanze strumenti utilizzabili secondo una linea di sinistra, seppure limitatamente a certi problemi urgenti (ciò a giudizio di tali posizioni condurrebbe a rallentare la crisi dell'egemonia delle organizzazioni sindacali sulle masse). Invece, a certe condizioni, ciò porta a maturare orientamenti critici su vasta scala e non solo da parte di sparuti nuclei di quadri, con più ampi strati di lavoratori in posizione di attesa e di osservazione passiva, al massimo di cauta simpatia, di fronte allo scontro politico tra <<gruppo esterno>> e burocrati. In talune circostanze, peraltro sempre più rare, anche i partiti operai nei luoghi di lavoro sono un terreno di lotta politica. Va però sottolineato da parte nostra il carattere tattico di quest'azione nelle organizzazioni ufficiali, e transitorio, anche se non sempre di breve periodo: azione tesa a creare collegamenti ed eventualmente nuclei politici, che operano sempre più autonomamente, e a porsi in rapporto di una condizione proletaria e a una trasformazione della composizione del proletariato che vedono deperire i tradizionali ruoli dei partiti operai opportunisti, mentre sempre più il ruolo dei sindacati tende ad essere quello di istituzioni statali. L'obiettivo strategico della nostra azione deve essere, in ogni luogo, quello dello sviluppo d'iniziative di democrazia operaia.
b) Vi sono pure tentativi di contrapporre lo sforzo teso a creare nuclei politici di sinistra nelle fabbriche agli strumenti più vasti e legati generalmente a una tematica più immediata, gli strumenti, definiti spesso in altro modo, da noi chiamati della democrazia operaia. Abbiamo già accennato al rapporto che corre, per noi, tra nuclei politici e strumenti di democrazia operaia diretta, e al pericolo, in assenza di un intervento politico rivoluzionario cosciente basato su un'organizzazione in fabbrica, di una forma di sindacalismo di sinistra. Tale tendenza non si pone adeguatamente i problemi della formazione e della conquista di quadri e del ruolo dei quadri operai di sinistra in rapporto a più vari strati. Tra i nuclei operai di sinistra in formazione e anche tra i loro quadri migliori e politicamente più decisi, l'impegno nella creazione di organismi di agitazione, generalmente relativi a temi rivendicativi anche se ad ampio respiro, vela talvolta la comprensione piena del fatto che tali organismi i quali più o meno apertamente si contappongono, com'è inevitabile, ai tre sindacati e spesso a commissioni interne burocratizzate, non si sostengono nel lungo periodo in assenza di gruppi politici di avanguardia operanti autonomamente. Altrove sopravvivono tra i compagni di sinistra nelle fabbriche, data, a volte, la forza quantitativa del PCI o dato il suo prestigio generico tra i lavoratori in aziende che non sempre hanno avuto un ampio ricambio degli organici, forti illusioni sullo spazio per una battaglia politica all'interno del partito, delle sue sezioni, ecc. (ciò avviene più spesso riguardo alla CGIL). Il decantarsi di tali illusioni può avvenire solo sul terreno concreto e grazie anche a un nostro continuo, paziente intervento di spiegazione e di chiarificazione, perchè i compagni debbono toccare con mano gli spazi reali, oggi estremamente esigui, per non dire inesistenti, nella maggior parte delle località d'Italia, per forze di sinistra non subalterne alla logica burocratica nel PCI, o non addormentate in questa o quella sezione od organismo <<dirigente>> federale o cittadino.
c) Vi sono concezioni del giornale di fabbrica visto come intervento scisso dalla presenza di un nucleo politico in fabbrica, sia pure in formazione; ciò rivela una visione meccanica del processo di saldatura tra avanguardie esterne alla fabbrica e classe operaia. Inversamente, anche in presenza di nuclei di sinistra in fabbrica, l'intervento di agitazione verso gli operai viene concepito dando nobiltà politica solamente ai temi sui quali oggi si appassionano certi strati di studenti e di piccolo-borghesi politicizzati che evolvono a sinistra (le questioni internazionali soprattutto, ma, per esempio, anche la questione del potere posta in termini astrattamente ideologici), e negando ai problemi della condizione proletaria di fabbrica la possibilità di essere affrontati dal punto di vista dell'indicazione di obiettivi di potere alternativo rispetto a quello borghese, e non solo immediati. Simile a questa concezione è quella tendente a contrapporre l'azione delle avanguardie nelle o verso le fabbriche a quella svolta nelle concentrazioni operaie residenziali su temi della condizione proletaria esterna alla fabbrica: abitazioni, affitti, trasporti, scuole ecc. Questi due momenti del lavoro operaio hanno bisogno invece di una saldatura non meccanica, resa spesso complessa dal fatto che un tipo di esperienze è sviluppato da un gruppo di avanguardia e l'altro tipo da un altro raggruppamento; le differenziazioni tattiche spesso obbligate tendono quindi a trasformarsi in differenziazioni ideologiche , a tutto discapito dello sviluppo del lavoro politico. Un paziente lavoro di chiarificazione può portare a superare certe contrapposizioni dovute anche al primitivismo di certi <<teorici>> abilissimi nella costruzione di astratti castelli ideologici e nelle citazioni, ma privi di reali capacità marxiste di analisi e di generalizzazione. Il giornale di fabbrica, anche qualora certi tempi non immediatamente legati alla condizione proletaria risultassero ostici a grossi strati di lavoratori, non può non affrontare questioni politiche quali quelli della lotta antimperialista, contro la NATO, o su vari problemi di politica interna, - temi tutti non sempre immediatamente saldabili a quelli della condizione proletaria, - senza far rientrare dalla finestra concezioni di tipo anarco-sindacalista tendenti a ridurre la lotta di classe all'intervento politico sulla condizione proletaria.
d) Sono da combattere i tentativi di finalizzare i processi di differenziazione politica e di maturazione a sinistra di quadri e di militanti dal punto di vista ristretto di questo o quel gruppo o frazione. Ciò conduce in vicoli ciechi quei processi che, per svilupparsi, hanno bisogno di stimoli non settari da parte dei vari gruppi di avanguardia, che debbono avere l'obiettivo comune di un più vasto movimento di sinistra, cui possono recare alcuni tra i tanti possibili contributi. Similmente, il fatto che talune tendenze (soprattutto alcuni tra i numerosi gruppi della sinistra del PSIUP) subordinino il lavoro operaio e i contatti con quadri di fabbrica a questa o quella esigenza tattica dettata dal coprire incarichi di responsabilità nei sindacati perchè si è corrente tradizionale di partito e dal considerarsi tutto sommato vincolati a certi esponenti ai vertici del partito e dei sindacati e ai loro colpi di fioretto nella battaglia politica, ha avuto e avrà come effetto una totale carenza di risultati, anche al solo fine di dare alcune battaglie limitate nei sindacati, per non parlare del rendere più decisi e radicali certi quadri operai socialisti unitari nella battaglia politica nella CGIL e nel loro rapporto coi lavoratori e le lotte. Una pericolosa manifestazione di settarismo, oggi da battere più che mai, è la tendenza di ogni gruppo ( capo-gruppo ) ad isolarsi nella contemplazione della propria perfezione, rifiutando la collaborazione organica con gruppi simili per impostazione di linea e ambito di lavoro, o al massimo promuovendo rapporti diplomatici; a questo si associano sia il primitivismo dell'elaborazione, generalmente impostata in termini ideologici astratti che conducono a contrapposizioni manichee del tutto ingiustificate con altri gruppi, sia la convinzione che per risolvere le questioni pratiche, soprattutto quella della saldatura con le masse operaie, possa essere sufficiente disporre di indicazioni generali di metodo per l'elaborazione di un programma politico, sia la convinzione che dall'allargamento a macchia d'olio del proprio gruppo, con le sue verità rivelate, sorgerà il partito rivoluzionario di massa. Problemi acuti si porranno in un prossimo futuro circa i metodi della lotta anticapitalista. Le forme tradizionali della lotta operaia sono gli scioperi e le manifestazioni di massa nelle loro accezioni più legalitarie, così come sono state costruite in un ventennio di azioni di difesa, rivendicative, e limitate in generale nella stessa scelta degli obiettivi rivendicativi; in un ventennio di progressivo abbandono della fabbrica da parte dei partiti e di acquisizione di un ruolo politico crescente da parte dei sindacati sempre più tutti insieme con un orientamento di collaborazione col potere politico ed economico. Oggi le modalità della lotta operaia sono incanalate da leggi, consuetudini, accordi interconfederali e contratti; è illegittimo che una commissione interna proclami uno sciopero senza prima aver vagliato certe possibilità conciliative; lo sciopero a singhiozzo dà ai padroni il diritto di serrata; ecc. Le forme della lotta non possono essere considerate una variabile indipendente: sono funzione della lotta di classe del proletariato contro il capitale, degli obiettivi che il proletariato si pone e le sue avanguardie gli indicano, del suo grado di organizzazione e del livello di coscienza politica e di mobilitazione delle masse, in una fase data. Ciò significa che oggi, in Italia, certe particolari azioni condotte eventualmente da avanguardie si porrebbero come avventuriste, porterebbero all'isolamento, all'individuazione e alla liquidazione delle avanguardie stesse. Oltre agli avventuristi, è vero però che vi sono anche i riformisti a ritenere immutabili, in altre forme e per altri obiettivi, le modalità della lotta di classe, e che i lunghi periodi di democrazia borghese abituano tutti, compresi i rivoluzionari, ad un atteggiamento conservatore nei confronti dei metodi di lotta, proprio perchè la lotta di classe non raggiunge in generale punte acute. Noi riteniamo in sostanza che la situazione, evolvendo verso la esasperazione delle attuali forme di sfruttamento, richiede che si accoppino ai metodi tradizionali di lotta di massa altri metodi, che dovranno essere sostenuti in una prima fase pressochè esclusivamenti da ristretti nuclei di avanguardia, operai e non operai. L'esperienza del SDS nella Germania occidentale è interessante, sebbene parziale per l'inattività della classe operaia tedesco occidentale. Successivamente è sopravvenuta la lotta rivoluzionaria degli operai e degli studenti francesi. Riteniamo che certe esperienze di lotta condotte da avanguardie vadano meditate, e che vada pure meditato in che modo sviluppare nuove analoghe esperienze sui luoghi di lavoro o in connessione ad avvenimenti che interessino direttamente i lavoratori. Accanto alla lotta contro l'imperialismo, contro le basi NATO, contro le sedi delle compagnie americane che producono per la guerra del Vietnam o contro la stampa borghese, da condursi con i metodi degli studenti francesi e tedeschi, perchè non occuparsi ad esempio di quei capireparto particolarmente feroci nella loro quotidiana e ben pagata azione antioperaia, o di quei dirigenti aziendali per i quali il licenziamento di centinaia di lavoratori e le rappresaglie più odiose contro i dirigenti operai sono normali transazioni amministrative, o di altri personaggi del genere, delle cui funzioni il sistema non può fare assolutamente a meno? Occuparsi in forma appropriata di tali personaggi nel momento in cui colpiscono, darebbe vigore alla stessa azione di massa ed incontrerebbe l'appoggio incondizionato dei lavoratori in generale. Può bastare poco come ritorsione: qualcosa che scuota l'ambiente di rispettabilità e di perbenismo che circonda i personaggi in questione, che li ponga in ridicolo di fronte ai lavoratori ecc., quanto basti cioè a rendere a loro e ad altri molto scabroso e difficile ripetere certe azioni. I lettori si renderanno conto di quante difficoltà ci siano per noi nell'esemplificare con discorsi più incisivi e chiari, a questo punto. Ancora: perchè certe reazioni operaie in fabbrica, individuali o di piccolo gruppo, debbono essere lasciate alla spontaneità e all'esasperazione e non studiate, organizzate ed eseguite da piccoli nuclei scelti di lavoratori operanti con criteri politici? Vi sono a questo livello forme di lotta talvolta più incisive dello sciopero, e senz'altro di minor danno per chi lavora. Anche qui è inopportuno proseguire il discorso, e va solo ricordato che anche queste forme di lotta vanno realizzate in quelle situazioni in cui sia garantito o probabile l'appoggio dei lavoratori, pena l'isolamento e la liquidazione delle avanguardie. Infine, forme di sciopero a singhiozzo o interruzioni improvvise di reparto calcolate in modo tale da scompaginare totalmente la produzione sono preferibili alle altre, sempre di carattere aziendale, perchè richiedono e costruiscono un alto livello di organizzazione di coscienza tra i lavoratori delle aziende in cui si verificano, riducono al massimo per essi il costo dello sciopero e lo alzano al massimo per i padroni. Vogliamo però ribadire come queste forme di lotta non solo non siano fini a se stesse, ma debbano essere viste come sostitutive, ma complementari e di stimolo, ne e alla coscienza delle masse, e non possano essere viste come sostitutive, ma complementari e di stimolo, all'azione delle masse, che a sua volta ha molti modi per essere organizzata e dispiegarsi: nella fase attuale, gli scioperi generali, le occupazioni di fabbrica e le grandi manifestazioni di strada, scarsamente popolari nella burocrazia dei sindacati e dei partiti operai, che praticano da tempo la frammentazione delle lotte e mobilitano solo occasionalmente e malamente i lavoratori per azioni a carattere puramente e platonicamente dimostrativo, per <<premere>>, spesso non ottenendo assolutamente nulla, sul potere politico o sul padronato; scarsamente popolari, gli scioperi generali e le grandi manifestazioni di strada, per i loro effetti di accelerata radicalizzazione sulle masse che vi prendono parte, con ciò che segue: contrapposizione alle direttive burocratiche, scontri con la polizia, soprattutto possibilità di giungere rapidamente ad una crisi rivoluzionaria generale (Francia). Le mobilitazioni di studenti, si sono dimostrate, in Francia ma anche in Italia, efficaci ai fini di stimolare un'iniziativa politica e di lotta autonoma da partiti e sindacati da parte delle masse proletarie e della saldatura tra avanguardie studentesche e lavoratori. I lavoratori hanno modificato l'atteggiamento in diffidenza tradizionale verso gli studenti, per le lotte sostenute da questi ultimi e per le loro modalità radicali, che dimostrano di portare a dei risultati: per esempio, la legge 2314 è saldata, mentre contemporaneamente, data la sostanziale capitolazione dei sindacati di fronte al governo e l'inefficacia delle timide azioni dimostrative di protesta (i burocrati sono riusciti a incanalare la rivolta dei lavoratori), è passata la <<riforma>> governativa del sistema di pensionamento. La riprova che entriamo in tempi nuovi sta nel fatto che spesso gli operai, quando entrano in sciopero, richiedono la presenza di studenti ai picchetti; prime fusioni a livello di massa si sono verificate a Torino (FIAT), a Valdagno (Marzotto), a Milano in molte fabbriche, generalmente metalmeccaniche, ecc., ed esse hanno dato al movimento un carattere estremamente radicale. La Francia infine ci indica il ruolo di detonatore di grandi rivolte sociali che può assumere la lotta studentesca di massa.
Milano, giugno 1968
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