Autonomia come collettivizzazione dell' autocoscienza

 

Il femminismo è un movimento eterogeneo, entrato imprevisto nella storia. Non ha senso criticarlo come spontaneista dal momento che non è una dottrina ma un processo. Teniamo presente il positivo della spontaneità. Il punto di fondo del femminismo è l' aver capito che presa di coscienza e pratica femminista non sono due momenti separati. Attraverso il processo di conoscenza della propria oppressione, attuabile attivamente solo nel gruppo, la donna si riconosce come sesso oppresso; considera la donna in generale e non più le esigenze e i problemi di alcune categorie di donne. E allora non appare come prima esigenza l' organizzazione e una linea politica omogenea, ma affrontare l' ideologia patriarcale e le strutture attraverso le quali essa si perpetua (famiglia, cultura, riproduzione della specie, ecc.). Chi può sostenere che distruggere l' ideologia, che per quanto riguarda l' idea della donna non è mai cambiata, non è un <<fare>>? Riteniamo che tutte le donne debbano vivere in proprio lo stesso processo di liberazione. Solo così si può evitare la costituzione di gruppi di avanguardia che <<mobilitano>> le masse e l' uso della coscienza femminista come uno slogan. Noi ci vogliamo allontanare dalle donne e allora rimaniamo un piccolo gruppo di donne. Come si traduce allora la giusta esigenza di <<allargare>> il movimento? Non certo nella creazione di un' organizzazione omogenea nei contenuti e negli interventi, ma nel riconoscimento della autonomia e autenticità di tutti i gruppi. E' il modo di comunicazione delle esperienze che deve essere studiato e discusso collettivamente.

 

DEMAU (Demistificazione autoritarismo patriarcale)

tratto da <<Sottosopra>> '72