INTERVENTO AL CONGRESSO DELL' UDI

29 GENNAIO 1972

 

 

Questo intervento non intende dare soluzioni giÓ preparate ma parte da una critica della realtÓ e da una presa di coscienza della nostra oppressione. Siamo state finora costrette a trovare soluzioni solamente individuali all'interno di questa societÓ. Pensiamo invece che eventuali soluzioni debbano partire da una presa di coscienza individuale e collettiva da cui la singola, insieme con le altre, in un rapporto non gerarchico, trovi la sua espressione in un'alternativa che si contrapponga alla realtÓ oppressiva. Quelle di noi che hanno figli, che siano voluti o no, tentano disperatamente di vivere la loro maternitÓ in modo pi¨ libero e di creare un rapporto con i figli in opposizione a quello che il sistema vuole imporre. Di fatto, in questa società patriarcale, la maternità crea vincoli che impediscono alla donna di vivere in modo libero e ricco anche in quei casi più fortunati in cui gli oneri della madre sono ridotti per l'esistenza di strutture sociali per l'infanzia. Non dimentichiamo che anche la donna che lavora fuori casa è sempre comunque casalinga e madre. La donna che decida autononomamente, al di fuori di costrizioni e condizionamenti, di essere madre non deve essere costretta da un costume sociale arretrato e da un sistema che la opprime, con metodi sottili (diretti o indiretti) a rinunciare a sé stessa e non deve acconsentire a rimanere schiava di un ruolo che le viene imposto. L'apologia del sacrificio materno, i presunti doveri che la società e la famiglia impongono alla donna sono fattori che le impediscono di realizzarsi in quanto soggetto autonomo e la rendono strumento del potere. L'insoddisfazione per la miseria della propria vita quotidiana, l'emarginazione dalla vita sociale, l'impossibilità di decidere liberamente della propria vita, rendono la madre incapace di educare i figli all'autonomia e questi diventano il mezzo per superare le sue frustrazioni. Ancora una volta la donna cerca di realizzarsi tramite un altro soggetto. Si stabilisce così, tra madri e figli, una reciproca dipendenza, una dinamica di ricatti affettivi, una serie di diritti e doveri reciproci che impediscono ai figli di liberarsi dalla situazione familiare e alla madre di essere un individuo libero. Questo circolo vizioso non può essere spezzato finché esiste la privatizzazione della donna e bambini in un rapporto esclusivo dove l'amore e la cura dei bambini deve essere di una singola donna e non l'impegno di tutta la comunità.

I FIGLI NON SONO LA CARRIERA DELLA DONNA!

Ogni donna, in quanto individuo, ha diritto alla sua soggettività, autonomia, libertà, creatività, e sessualità. Anche ai bambini viene impedito di vivere il soddisfacimento dei loro desideri per mantenerli artificialmente in una condizione ovattata con la pretesa di "proteggere" la loro infanzia. La donna è vergine, il bambino è puro. Si tende a far vivere al bambino il più tardi possibile i conflitti con la realtà, chiedendogli contemporaneamente un adattamento ad essa: così lo si soffoca, rendendolo sempre più dipendente dal mondo degli adulti e nello stesso tempo segregato da esso. Ma tra il mondo dei bambini e quello degli adulti non si crea mai un vero scambio e una comunicazione. Contro l'affermazione che l'infanzia è uno stato di incosciente felicità si possono elencare i molti mezzi usati per reprimerla. L'incoscienza viene pagata con la dipendenza affettiva ed economica, l'impotenza, la repressione sessuale e di tutte le manifestazioni vitali. A questo collaborano tutte le istituzioni: chiesa, famiglia, scuola e mass-media. Dal momento che l'asilo-nido riperpetua la segregazione mondo dei bambini, mondo degli adulti, anzi ghetto dei bambini, ghetto degli adulti (che non fa che estendere le segregazioni già esistenti nel tessuto sociale, come quello dei vecchi, dei malati di mente, degli omosessuali, cioè di tutti coloro che sono emarginati per non essere produttivi o per non adeguarsi alle norme sociali vigenti), soltanto la collettivizzazione dell'educazione dell'infanzia in un contesto urbanistico e sociale che non separi il mondo dei bambini dal mondo degli adulti può liberare sia i bambini che la madre dall'angoscia di un'esistenza che li espone continuaniente alla solitudine e all'insicurezza affettiva ed economica. Anche il concetto di personale specializzato per l'educazione dell'infanzia ci sembra repressivo poiché in una comunità libera tutti devono avere con i bambini un rapporto di parità e reciprocità dove ognumo porta quello che sa e quello che è. L'istituzione familiare e scolastica prepara ragazze e ragazzi a integrasi in un sistema sociale che pretende un adattamento incondizionato ai principi su cui esso si basa per perpetuarsi: autoritarismo, gerarchie, mito della produttività, consumismo, identificazione in un ruolo tra quelli consentiti, soppressione dei desideri più vitali per la realizzazione dei falsi bisogni creati dall'industria per incrementare la produzione e dall'organizzazione del tempo libero per controllare i lavoratori anche fuori dal lavoro. Ci sembra superfluo sottolineare che supporto fondamentale di questo sistema sociale è la famiglia la cui eliminazione è fondamentale per ogni progetto rivoluzionario. Infatti la famiglia si regge sulla schiavitù domestica della doima e la stessa società è un sistema composto, nella sua struttura molecolare, da un complesso di famiglie singole. La donna, attraverso il matrimonio, vende in schiavitù, una volta per tutte, il proprio corpo. La famiglia è stata sempre organizzata secondo un sistema patriarcale e i cambiamenti nel tempo non hanno mutato sostanzialmente questo sistema fondamentale. L'aspetto comunque che ci interessa sottolineare è quello che concerne le ragioni politiche, economiche e sociali, di questa istituzione e l'importanza che essa riveste nel condizionare il rapporto tra uomo e donna e i ruoli ad esso connessi. Nella grande maggioranza dei casi l'uomo deve essere colui che guadagna, che alimenta dall'esterno la famiglia, il che gli dà una posizione di comando che non ha bisogno di alcun privilegio giuridico straordinario. Nella famiglia, l'uomo è il borghese, la donna il proletario. In una società come quella attuale, con un regime economico capitalistico, l'ingresso della donna nell'ambito del lavoro extradomestico mette in evidenza le contraddizioni inerenti alla struttura dei rapporti familiari, e in particolare, la codificazione dei ruoli sessuali. La famiglia in sostanza rimane in vita grazie al valore del significato sociale di ciò che produce: la forza lavoro, servizi sociali gratuiti, strutture coercitive che perpetuano idee e condizionamenti autoritari. Basti pensare all'uso che fece il fascismo della struttura autoritaria e repressiva della famiglia. La repressione famigliare serve alla repressione sessuale la quale, a sua volta, appoggia la reazione a livello economico e politico. La repressione sessuale infatti è un fattore reazionario di grande peso perché:

1) sorregge, come forza ideologica potente, la chiesa che mette radici profondissime nella vita psichica degli individui sfruttati servendosi dell'angoscia sessuale;

2) sorregge l'ordinamento famigliare e matrimoniale che ha bisogno, per sussistere, di un'atrofia della sessualità;

3) le tensioni sessuali vengono scaricate in atti sadici-aggressivi controllati dalla classe di potere; cioè l'oppressore usa questa energia deviata nelle guerre e nel sopprimere qualsiasi movimento di liberazione degli oppressi. In questo modo la repressione sessuale mette l'oppresso contro l'oppresso, e garantisce lo status quo del potere. Soprattutto vediamo il comportamento sadico aggressivo nel rapporto uomo-donna e padri-figli dove la violenza dell'uomo contro la donna e i bambini è stata addirittura istituzionalizzata nelle norme giuridiche. Questa violenza insita nel rapporto ha contribuito a paralizzare sia la donna che i bambini nel tentativo di ribellarsi ad una società autoritaria.

La sessualità è insomma in rapporto con tutte le attività e le struttttre sociali, con tutte le manifestazioni sociali e politiche, con l'evidente distribuzione delle funzioni tra uomo e donna. Occorre dunque, sul terreno della politica sessuale, una lotta senza riguardi contro il patriarcalismo, il capitalismo, il fascismo per una vera liberazione. Riformare l'istituto familiare, o il matrimonio, adeguandoli alla nuova realtà sociale significa mantenere intatta la struttura autoritaria e repressiva e, per la donna, riproporre un nuovo ruolo di sottomessa. Non a caso ogni volta che lo necessita il processo di produzione, essa viene chiamata ad uscire dall'ambito delle mura domestiche come sfruttata doppiamente, come mano d 'opera dequalificata sul posto di lavoro e come forza-lavoro all'interno della stessa famiglia. E pertanto è sulla donna che pesano e si concentrano gli scompensi economici della società. La donna che lavora fuori casa compie un lavoro che rappresenra l'infimo gradino della produzione, inferiore nel quadro economico a quello dell'ultimo dei salariati, e tuttavia dispone del proprio lavoro come merce da vendere in cambio di un salario. La fatica estenuante della donna di casa (99,6 ore di lavoro settimanale) non è riscontrabile in termini di merce-lavoro: anche se è la donna che produce la forza-lavoro, il il mercato di cui dispone la donna è quello degli affetti familiari e non degli scambi economici. Esso non ha limiti d'orario, non dà luogo a rivendicazioni sindacali, non è un lavoro direttamente produttivo, eppure l'intera produzione, e quindi l'intera società, si regge sull'oscuro abbrutimento della donna. Il lavoro domestico gratuito è così un rapporto diretto con i modi nei quali si svolge il lavoro produttivo ed è ciò che permette al sistema economico di dissimulare i suoi squilibri. La condizione di subordinazione delle donne non è frutto, quindi, in un semplice ritardo dello sviluppo della società, ricuperabile nel quadro di un perfezionamento del sistema. L'oppressione della donna, familiare, economica, giuridica, sociale è uno dei pilastri su cui si regge la società patriarcale e capitalistica che ha dunque bisogno della subordinazione della donna e della divisione dei ruoli in base al sesso. La negazione della libertà sessuale pesa in maniera così grave sulla donna perché per essa significa negazione di ogni altra libertà, in quanto questo vuol dire essere schiave a tal punto da non disporre nemmeno del proprio corpo. Per autogestire il nostro corpo bisogna affrontare in modo nuovo la tematica contraccettivi-aborto. Parlare di perfezione scientifica per prevenire il concepimento e' estremamente mistificatorio ed offensivo dal momento che la realtà della maggioranza delle donne è che oltre, ad essere disinforrnate sugli anticoncezionali, sperimentano la contraccezione in modo insicuro, angoscioso e addirittura schiavistico. Non esistono anticoncezionali al 100 x 100, la pillola stessa porta a dei rischi e poi chi è quella donna che riesce per 20 anni a prendere ininterrottamente la pillola? Quale scientificità le garantirebbe una perfetta incolumità fisica e psichica? Questa scienza stessa da chi è interpretata e gestita? Guardiamo "i nostri" medici e ginecologi con quale atteggiamento affrontano la problematica contraccettiva, ognuna di noi ha avuto modo di constatare il loro disinteresse umano, scientifico il loro moralismo nei confronti della sessualità della donna. Quindi in tale situazione portare la contraccezione in alternativa all'aborto è troppo semplicistico, anzi strumentale ad una politica di interessi economici. L'esigenza prima delle donne è di seguire un processo di presa di coscienza della propria oppressione specifica e di acquistare una propria autonomia come persona e come sesso. Noi siamo per la contraccezione; per non sottoporre il nostro corpo e il nostro destino esclusivamente all'esperienza e all'incerta responsabilità del maschio. La maternità è un passo troppo importante e coinvolgente perché sia affidata al caso e un bambino deve sempre essere scelto e desiderato. Ma proprio perché partiamo dalla nostra realtà siamo critiche verso la contraccezione, la voglianio migliore, vogliamo gestircela e rifiutiamo l'aborto clandestino. E' immorale e antisociale ignorare un milione o tre milioni di aborti annui. Costringere le donne ad un senso di colpa dovuta alla clandestinità e al particolare tipo di aborto fatto da gente squallida, in ambienti inidonei e con strumenti spesso non igienici. Soprattutto costringere la donna, schiava di un processo biologico che avviene contro la sua volontà,al di fuori della sua esperienza umana ed emotiva. E' evidente che prevenire l'aborto sarebbe in ogni caso la situazione migliore, però sempre tenendo presente che il discorso di base, il discorso primario è quello della sessualità femminile finora vissuta in modo represso e in una maniera deviata. La sessualità è un modo di estrinsecazione che la donna deve riscoprire totalmente eliminando tutti i vecchi schemi di dipendenza, e di mistificazione che la finalizzano esclusivamente alla riproduzione. Solo in questa prospettiva noi donne possiamo agire per una efficiente ricerca scientifica, per una ristrutturazione del sistema sanitario, per una diffusione veramente efficace di anticoncezionali, per l'abrogazione delle leggi contro l'aborto. Noi stiamo vivendo una genuina e profonda rivoluzione. La nostra coscienza si sta svegliando da un sonno di migliaia di anni. La nostra rivoluzione arriva sino alle radici della nostra esistenza sociale ed economica. Prendiamo coscienza della nostra oppressione; la nostra prassi rivoluzionaria deve scaturire dalla comprensione della nostra condizione di donne.

 

Il presente intervento del C.L.F è stato inviato scritto per la pubblicazione, in sostituzione dell'intervento di gruppo articolato in quattro testimonianze di esperienze personali pronunciato al Convegno dell'UDI sulla Maternità e l'Infanzia.