PROCESSO DI ABORTO

 

 

Il 5 giugno viene processata a Padova Gigliola Pierobon, accusata di aver abortito a 17 anni. Per gli uomini l'aborto è questione di scienza, di leggi, di morale. PER NOI DONNE L'ABORTO E' QUESTIONE DI VIOLENZA E DI SOFFERENZA. Quasi ogni donna (da 1.500.000 a 3.000.000 all'anno) conosce l'orrore di un aborto, le condizioni che l'hanno costretta ad abortire e le condizioni in cui l'hanno costretta ad abortire. Mentre dunque chiediamo l'abrogazione di tutte le leggi punitive sull'aborto e la realizzazione di strutture dove sostenerlo in condizioni ottimali, ci rifiutiamo di considerare questo problema separatamente da tutti gli altri nostri problemi (sessualità, maternità, socializzazione dei bambini e del lavoro domestico). Non siamo d'accordo con quanti pensano di risolvere tutti i problemi connessi alla condizione della donna con una campagna per la contraccezione perchè, in questa società, l'uso della ricerca scientifica e del suo prodotto viene sempre misurato sui bisogni e sulle esigenze di altri (piani dello Stato e profitti delle industrie) e non su quelli di noi donne. La proibizione dell'aborto, ovvero l'obbligo di farlo in condizioni allucinanti, è solo l'ultima di una serie di ricatti.

Prima di proibirci l'aborto infatti:

- ci negano il diritto alla vita perché ci negano la garanzia di un reddito sufficiente a vivere decentemente (le alternative sono lavoro domestico gratuito, sotto salario, mezzo salario (part time), prostituzione; oppure dobbiamo vivere mantenute da un uomo che in cambio pretenderà di comandare su di noi, sul nostro lavoro, sul nostro corpo;

- ci obbligano ad avere figli senza praticamente nessuna assistenza sanitaria, in mezzo agli stessi dolori in cui hanno partorito le nostre nonne (e questo sarebbe lo stesso sistema sanitario che dovrebbe fornirci l'aborto!)

- ci lesinano tutti quei servizi sociali, senza i quali siamo completamente escluse dalla vita sociale, relegate nelle case, costrette ad arrangiarsi ciascuna all'interno della propria famiglia.

Questo vuol dire che, perché l'aborto non sia un nuovo strumento di oppressione, esso deve rientrare in un programma di mutamento radicale delle nostre condizioni; per questo vogliamo scendere in lotta e il nostro movimento sarà il solo garante che l'aborto non sia la cinica scelta di uno Stato che comincia a considerare più economico prevenire la nascita di milioni di bambini, scaricandone la responsabilità alla donna, piuttosto che ammazzarli dopo (in guerra, sul lavoro, in ospedali che fanno schifo). Solo in questo contesto la possibilità di ricorrere ad un aborto sicuro e gratuito può essere uno strumento di libertà: la libertà di controllare e possedere il nostro corpo come fonte di maternità o di piacere e non più come fonte di piacere per gli altri (mariti o clienti che siano) e come fonte di lavoro (e quindi di profitto) al di là del fatto che questo lavoro sia comandato dal padrone di casa piuttosto che dal padrone di fabbrica. Noi pensiamo che l'unico modo per far cambiare questa situazione sia quello di creare un' organizzazione autonoma delle donne, all'interno della quale esse si esprimano in prima persona e si identifichino come portatrici degli stessi interessi e degli stessi problemi e ne trovino una risoluzione collettivamente.

 

MOVIMENTO FEMMINISTA