note di preistoria contemporanea

 

[Parte I]

 

Individuare la genealogia di Comontismo non ci interessa certo per riaffermare una continuità, ma anzi per chiarire (anche a noi stessi) come esso nasca proprio dalla necessità di una rottura con il passato. Questa rottura è diretta conseguenza dell'estensione al quotidiano del dominio del capitale, il quale, ponendo esso stesso il terreno per il riappropriarsi della totalità da parte degli uomini, ha imposto alla nostra coscienza soggettiva l'abbandono di tutte quelle forme organizzative contrastanti con le esigenze di rivoluzione moderna. In questo senso la risposta all'eventuale domanda "chi siamo" non è determinata in noi dal bisogno di definirci come un "ismo" tra i tanti, merce ideologica più o meno nuova sul mercato del com-sumismo, e quindi di rivendicare novità sconvolgenti all'interno di vetuste tradizioni, ma dalla volontà di chiarire cosa effettivamente significhi per noi il superamento di un passata esperienza, in favore non di una nuova ideologia ma di una riaffermazione coscientemente vissuta e creativa della teoria rivoluzionaria.

 

LE ORIGINI DI COMONTISMO

Le origini immediate di Comontismo risalgono a tutti quei gruppi che genericamente si definiscono, e furono definiti, consiliari. Genericamente, poichè i Consigli storicamente intesi e la "teoria" che ne fu l'espressione ben poco di comune ebbero con i recenti gruppi consiliari, i quali, pur indicando nei Consigli la forma organizzativa del proletariato e con ciò la possibilità pratica dell'autogestione della società da parte dei proletari stessi, cercavano di andare al di là della semplice affermazione della tematica consiliare ed aspiravano a forme di espressione ed a contenuti più radicali e moderni. Nei fatti però l'ambiguità fu mantenuta sino alle sue conseguenze estreme, poichè venne riaffermata schematicamente la forma Consiglio, mentre si era incapaci di derivarne gli insegnamenti storici con tutte le conseguenze che essi imponevano. Perciò è necessario un chiarimento minimo su cosa fu e su cosa significò l'esperienza consiliare in sè, ancor prima che per i suoi epigoni e quindi per noi.

 

 

La nascita storica dei Consigli coincide con un preciso periodo dello sviluppo del capitale e della sua organizzazione conseguente. Infatti essi nacquero e si determinarono in rapporto al periodo di transizione, imposto dalla crisi che la riproduzione del capitale su scala allargata comportava come sua interna conseguenza. La contraddizione fondamentale del capitale (cioè quella tra processo di valorizzazione e necessariamente conseguente processo di devalorizzazione), lo spinse alla conquista di nuovi mercati, alla riorganizzazione interna del mercato ed alla ricomposizione organicamente sociale della popolazione, alla difesa armata degli interessi dei singoli capitali nazionali ed ancor più alla ristrutturazione della produttività operaia. Tutto ciò non fu sufficiente ad impedire l'estendersi e l'approfondirsi delle contraddizioni stesse, che esplosero violentemente nella prima guerra mondiale e, più tardi, nella grande crisi internazionale del 1929 che trovò la sua risposta storica nel New Deal e nella NEP, prima forma di omogenea ripartizione e riorganizzazione del mercato e dell'economia mondiali. In seguito a ciò il capitale, sino ad allora libero di svilupparsi in maniera parzialmente irrazionale ed empirica, fu costretto a porsi come soggetto dell'intero tessuto sociale e delle forme di produzione e realizzazione del valore. La democrazia, forma politica finalmente riscoperta appieno in tale processo, ne espresse, nella sua caratteristica di momento popolare, la tendenza generale (almeno sino a che le esigenze di globalizzazione non spinsero il capitale a scegliere il fascismo come sua forma necessaria per lo sviluppo ordinato ed armonico delle potenzialità produttive). Essa significò infatti il conglobamento di tutti i ceti e le classi socialinella logica del capitale per cui il suo proprio sviluppo poteva essere spacciato per progresso generale dell'umanità ridotta a funzione economica. L'esperienza consiliare si pone all'inizio di tale processo, soprattutto come reazione alle conseguenza delle crisi interne, periodiche, estensive ed intensive della produzione e della circolazione di merci. Solo sulla base di questo sommario inquadramento storico è possibile cercare di comprendere i ritardi di un'epoca e di coloro che ne furono i protagonisti.

 

CONSIGLI OPERAI E LENINISMO

I Consigli operai furono, all'interno della dinamica delle lotte anticapitaliste che sconvolsero l'Europa dagli inizi del '900 sino alla caduta della Repubblica Bavarese dei Consigli e poi alla guerra civile spagnola, la prima forma, sia pure incompiuta e spesso contraddittoria, teorica-pratica di organizzazione autonoma del proletariato in quanto classe in sè. Storicamente essi si imposero come forza organizzata in settori diversi della geografia mondiale del capitale. Essi infatti si affermarono come primo movimento radicale e generalizzato in un paese capitalisticamente arretrato come la Russia del 1905, dove l'assemblea diretta e spontanea (Soviet) fu la forma del primo porsi del proletariato con propri interessi e rivendicazioni specifiche (nonostante i tentativi di controllo di burocrati di quel presidente del Soviet di Pietroburgo che era Trockij). Tale fu la facilità di generalizzazione, nonchè di radicalizzazione spontaneamente organizzata del movimento dei Consigli che, nella rivoluzione russa del 1917, essi furono la struttura portante della partecipazione proletaria all'assalto bolscevico al potere. E solo quando Lenin, con le astute Tesi di Aprile, elaborate per fini di gestione e recupero, comprese la loro reale importanza, il partito bolscevico cominciò a contare un seguito popolare e proletario non più minoritario rispetto ad altri partiti, in specie menscevico e socialista-rivoluzionario. "Tutto il Potere ai Soviet" divenne lo slogan capace di rendere omogeneo un movimento che, data l'arretrata struttura dei rapporti di produzione in Russia, al di là di una pur reale rivendicazione di liberazione completa, non trovava, né lo poteva, il terreno per svilupparsi sino alla vittoria totale, nel rispetto dei caratteri anti-burocratici e anti-capitalisti che ne erano stati i termini fondanti e determinanti.

 

 

I penosi risultati di questa sconfitta i proletari europei la pagarono pochi anni dopo con la Resistenza dove i blocchi partigiani, che avevano avuto le loro premesse in Spagna, significarono il blocco unito di operai e capitalisti, sotto l'occhio vigile dei burocrati affossatori delle volontà rivoluzionarie espresse da rari gruppi di proletari radicali, per la ricostruzione "democratica" dell'economia capitalista, cioè per l'estensione a tutti gli aspetti della vita di quel dominio capitalista che il fascismo aveva saputo così abilmente "modernizzare".

 

IL SENSO POSITIVO DEI CONSIGLI

I Consigli furono dunque la forma che il proletariato espresse tutte le volte in cui storicamente si pose come classe soggettivamente cosciente. In quanto tale, il presupposto dei consigli proletari fu l'abolizione immediata, all'interno dell'organizzazione rivoluzionaria, della reificazione capitalista fondata sulla divisione pratica delle funzioni. Infatti il Consiglio proletario nasce come momento autonomo unificante in cui si fondono dialetticamente, all'interno della lotta, la funzione direttiva e quella esecutiva, la qualificazione politica e la rivendicazione economica; all'interno della dittatura proletaria, il momento esecutivo e quello legislativo, conciliando così funzioni storicamente separate. In questo senso, il Consiglio rappresenta la prima forma autenticamente vissuta degli scopi della rivoluzione: l'abolizione della divisione del lavoro (anche se non si giunse mai a proporre l'abolizione del lavoro tout court), la riunificazione delle funzioni, il superamento della falsa antitesi voluta dal capitale tra "individui autonomi" e comunità sociale. Il che in altri termini significa che il proletariato, nella misura in cui raggiungeva coscienza di sè, all'interno della lotta, divenuta finalmente rivoluzionaria,esprimeva immediatamente come per sè necessaria l'esigenza della creazione di una comunità d'azione autenticamente proletaria, ponendosi contemporaneamente come momento autonomo di lotta, e come superamento, già in sè configurato, della comunità reificata del capitale. Queste furono essenzialmente le caratteristiche della forma Consiglio, anche se i contenuti specifici che essi portarono avanti dipesero evidentemente dalle situazioni particolari in cui fiorirono e si diffusero.

 

LE CONTRADDIZIONI DEI CONSIGLI.

Ma nei Consigli ciò che contraddiceva a questi principi era, paradossalmente, proprio la forma storica del Consiglio stesso. Rispetto infatti alle esperienze burocratiche (dalla IIa Internazionale, alle degenerazioni leniniste),che ancora vedevano come necessaria o perlomeno imprescindibile ai fini della lotta, la divione tra essere e coscienza, il Consiglio si poneva più come un allargamento quantitativo del principio democratico, che come un'estensione qualitativa del concetto di comunità. Si pensava infatti che la democrazia, condotta alle sue estreme conseguenze potesse perdere i propri connotati eminentemente borghesi. Democrazia poteva invece ancora significare una rivendicazione sostanzialmente proletaria,anche se solo tattica, nella misura in cui i1 capitale non si era ancora costituito completamente in comunità materiale, non aveva ancora coinvolto nella sua logica, come partecipi effettivi alla gestione economica ed ideologica dell'esistente, tutti i ceti e gli strati della popolazione. Quando ciò materialmente avvenne, la democrazia si pose come risposta reificata alle esigenze di comunità autogestita, rendendole spettacolo vanificato di sè, in cui l'apparenza non è altro che la copertura reale dell'interiorizzazione divenuta cosciente del proprio sfruttamento, all'interno di strutture volte a pianificarlo o a mantenerlo.

 

L'USO CAPITALISTA DEI CONSIGLI.

In questo senso il Consiglio nacque già in forma ambigua e, in quanto tale, si ebbe dalla storia la verifica della sua inadeguatezza rispetto al compito che esso stesso si pose coscientemente. Inadeguatezza che permise, in ultima analisi, che i Consigli, da momento autonomo dell'organizzazione del proletariato, divenissero di fatto momento fondamentale del suo recupero e della sua sconfitta.

 

IL MOVIMENTO DEI CONSIGLI IN ITALIA

In Italia il movimento dei Consigli fu geograficamente limitato ai centri industriali del Nord ed in special modo alla cerchia di Torino, dove essi assommarono in sè la maggior combattvità ed i contorni più caratteristici di organizzazione autonoma. In effetti vi furono alcuni tentativi, da parte dei gruppi operai più radicali, di estendere la qualità del movimento a zone proletarie della città (esemplare il caso di Borgo San Paolo a Torino, dove spesso il Consiglio, nato in grandi fabbriche come la Lancia, cercò di coinvolgere tutta la popolazione proletaria nei suoi obiettivi di riorganizzazione eversiva della vita sociale). Ciononostante la vita dei Consigli rimase perlopiù confinata nelle fabbriche, sia materialmente che come prospettive di lotta. Questo fu uno dei motivi fondamentali, accanto alla nefasta influenza delle preesistenti organizzazioni burocratiche e riformiste, per cui non riuscirono a superare la contraddizione tra capitale e lavoro, se non riorganizzando per sè la produzione nelle fabbriche occupate. La critica al lavoro, perciò, fu sviluppata ancora in nome del lavoro e non per la sua abolizione, la lotta all'esistente ancora all'interno dei meccanismi di produzione esistenti. Tutto ciò consentì ad un recuperatore come Gramsci di teorizzare questi limiti individuando nei Consigli un semplice organismo di democrazia operaia e di gestione aziendale all'interno delle forme intangibili del partito leninista.

 

 

I CONSIGLI IN GERMANIA

Il paese in cui la forma Consiglio trovò maggiore sviluppo, e che per ciò stesso presentò caratteristiche più differenziate mettendo più chiaramente in luce la propria realtà e i propri limiti, fu la Germania. A Berlino, a Monaco ed in seguito in molte altre regioni, in specie della Germania centrale, i Consigli toccarono il momento più alto di coscienza proletaria fino ad allora espresso, costituendo la forma con cui i proletari difesero la loro collocazione di classe, allorchè il proletariato era ancora una classe particolare al fianco di altre classi. Tuttavia anche in Germania il movimento non superò le sue contraddizioni sia a livello di organizzazione sociale alternativa, sia a livello teorico. Per quanto riguarda l'organizzazione sociale i Consigli non seppero rompere del tutto la dimensione aziendale e corporativa e quando tentarono di farlo rimasero inchiodati alle scadenze capitaliste, per cui i momenti insurrezionali, pur estremamente combattivi e talora eroici, furono assai più spesso esplosioni di rabbia per la sconfitta che stava maturando che non generalizzazioni di livelli teorici e pratici già raggiunti dal proletariato come classe per sè. D'altra parte anche i teorici "estremisti" del K.A.P.D., che pur individuando nei consigli la forma organizzativa più efficace per il proletariato occidentale e che correttamente criticarono il Partito Comunista ufficiale e burocratico - pedissequamente legato agli schemi leninisti, non seppero rompere del tutto con la vittoriosa concezione bolscevica della rivoluzione e perciò con le divisioni tra la sfera economica (gestita essenzialmente dall'A.A.U.D.) e quella più propriamente politica, riservata al partito. Solo l'A.A.U.D.-E., nata da una scissione, (ed Otto Rhule in primis) tentò di superare la forma partito e di dare al Consigli un carattere totale e totalizzante. Ma anch'essa, sia per i contraddittori rapporti con il K.A.P.D. sia per la sua relativamente debole influenza, finì per impantanarsi nelle generali contraddizioni del movimento e nelle sue sconfitte. Esemplare a questo titolo il tentativo insurrezionale del marzo '21 (che Ruhle fu tra i pochi ad analizzare con coerente lucidità critica) in cui la delirante politica dell'Internazionale Comunista con la demente e velleitaria obbedienza del K.P.D., pronto però a rimangiarsi in fretta il tutto, portò alla sanguinosa sconfitta del proletariato tedesco, con i militanti del K.A.P.D. e delle sue organizzazioni di fabbrica incapaci, nonostante eroici tentativi, di sfuggire al ruolo di "carne da cannone" loro assegnato dai bolscevichi. In definitiva, come tendenza generale e nonostante i tentativi sopraddetti, i Consigli non uscirono, se non in rari momenti ed in singole regioni, da una prospettiva riformista e, in ultima analisi, confacente alle esigenze di riorganizzazione del capitale tedesco uscito menomato dal conflitto mondiale: anzi il capitale riuscì a non accollarsi da solo il compito di ricostruzione e di ristrutturazione della potenza germanica, lasciando che gli strati proletari, e soprattutto i loro "rappresentanti", partecipassero in prima persona alle responsabilità di governo e di gestione.

 

[continua...]

 

 

 

 

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