Padroni corruttori e poliziotti corrotti

 

Tutta la vicenda del "dossier Fiat" ha offerto uno spaccato molto eloquente delle varie forze politiche e sociali. La documentazione che presentiamo in questo opuscolo sulle reazioni della stampa e dei partiti alle rivelazioni sulla Fiat parla da sé. Abbiamo visto (ancora una volta!) come tutta la stampa italiana è sotto il bavaglio della Fiat e non solo "La Stampa", serva per eccellenza, ma anche giornali che come l' "Espresso", si danno arie di spregiudicatezza. Abbiamo visto il Procuratore Generale di Torino Giovanni Colli tentare in tutti i modi di affossare il processo, evitando di incriminare, come sarebbe stato suo dovere, le persone che risultavano colpevoli dagli atti. Abbiamo visto il governo, per bocca del sottosegretario agli Interni on. Sarti dichiarare in parlamento di "non sapere niente". Forse mai si era realizzata una barriera di silenzio cosi compatta fra tutte le forze padronali, un'omertà così stretta e così estesa da far impallidire qualsiasi mafioso. E' un'altra utile indicazione per capire cos'è il mondo dei padroni. Ma abbiamo visto anche tutta la reticenza con cui il PCI ha affrontato la questione. Lo sforzo costante dell' "Unità" è stato quello di circoscrivere la portata delle rivelazioni al solo fatto dello spionaggio, e se si è accennato di sfuggita alla corruzione dei pubblici funzionari, è stato soltanto per dire che essi erano pagati per fornire illegalmente informazioni alla Fiat; guardandosi bene dal rivelare i nomi, perché altrimenti ci si sarebbe subito resi conto che si trattava di ben altro, e cioè del controllo realizzato dalla Fiat su tutto l'apparato poliziesco di Torino. Ma certe verità sono troppo pericolose. Aprire uno scandalo prima delle elezioni presidenziali che coinvolge da una parte la Polizia, I 'Esercito, il Ministero degli Interni e lo stesso governo e dall'altro la massima potenza economica del capitalismo italiano, avrebbe significato per il PCI trovarsi in difficoltà nella complessa manovra di inserimento nell'area di governo che stava portanto avanti con iniziative sempre più spregiudicate. Per contrattare con gli altri partiti l'affossamento del divorzio, per offrirsi alla DC come interlocutore responsabile, anche per la presidenza della Repubblica, il PCI aveva bisogno che le acque restassero calme. Niente scandali. Nessun potente sotto accusa. D'altra parte come si faceva a denunciare padroni e governo e nello stesso tempo mettersi d'accordo con loro. Oggi, dopo l'elezione di Leone con i voti fascisti, il riportare a galla il "dossier Fiat" sarà necessario al P.C.I. esclusivamente per dare una mano di rosso alle tesi congressuali. E non si tratta di un atteggiamento nuovo. Tutti ci ricordiamo come il P.C.I. continuò ad "esprimere forti perplessità sul suicidio di Pinelli" quando ormai in tutte le piazze si gridava: "Calabresi sei un assassino", e come avallò le tesi di Guida, Calabresi e Amati sulla responsabilità di Valpreda all'indomani della strage di stato, guardandosi bene in entrambi i casi dall'aprire una campagna di massa contro i poliziotti assassini ed i fascisti autori della strage. Ma anche allora la situazione era "critica", occorreva addormentare le masse con la promessa di riforme e garantire ai padroni il sostegno della produttività. Lo sforzo dei revisionisti è stato (allora come ora) quello di nascondere la verità, che pure essi conoscevano (e meglio di noi!) e cioè di privare i proletari di quegli strumenti che avrebbero loro permesso di affrontare l'avversario di classe con maggior chiarezza e determinazione. Il risultato di tutto questo, del silenzio ermetico e mafioso dei borghesi, così come della reticenza interessata dei revisionisti è che oggi a Torino la maggior parte degli interessati (operai, studenti, proletari) che leggono "La Stampa" o l' "Unità" ignorano completamente quello che il pretore Guariniello ha trovato negli uffici della Fiat. "La città deve sapere". Così era intitolata l'assemblea tenuta sabato 13 novembre al Teatro Alfieri di Torino. Peccato che alla folla che stipava il teatro ci si sia ben guardati di "far sapere" qualcosa. Emilio Pugno, segretario della Camera del Lavoro di Torino, ha sì proclamato a gran voce: "fuori i nomi!", ma ha accuratamente evitato di dirli lui, che certo li conosce meglio di noi e può disporre di informazioni migliori delle nostre. Ma a Pugno interessano le riforme, non la verità. A noi interessa la verità. Perché siamo comunisti e pensiamo che la verità è sempre rivoluzionaria. Perché vogliamo che le masse imparino a riconoscere fino in fondo i loro nemici, sappiano come si muovono, conoscano gli interessi che li uniscono. Perché abbiamo decine di compagni che sono stati arrestati, processati e sbattuti in galera (ora possiamo ben dirlo) dalla Fiat e di fronte alla nuova escalation della repressione che ci si prospetta, non possiamo perdere l'occasione di denunciare a tutti qual'è la vera natura di questa politica repressiva, chi la muove e chi ne trae profitto.

Gli obiettivi della nostra campagna sul "dossier Fiat" sono chiari:

- vogliamo che il processo ritorni a Torino, in modo che la classe operaia della Fiat possa controllarne lo svolgimento; e pronunciare le condanne;

- vogliamo che siano condannati per corruzione e messi in galera l'lng. Bono, I'lng. Garino e l'lng. Gioia, tutti i funzionari di P.S., gli ufficiali del C.C. e dei SID, e tutti gli altri agenti che figurano nel fascicolo processuale; nonché il Procuratore Generale dott. Colli per omissione di atti d'ufficio;

- vogliamo la revisione di tutti i processi in cui hanno testimoniato poliziotti corrotti dalla Fiat e la liberazione immediata di tutti i compagni che sono in carcere;

- vogliamo che la Fiat paghi tutti i licenziati e gli arrestati per rappresaglia in base ai dati raccolti dalle spie di Agnelli dal '45 ad oggi.

E' un programma ingenuo? Certamente, non si è mai visto un padrone che si mette a mordere un altro padrone. E non crediamo che sarà un tribunale borghese a far giustizia dei padroni della Fiat, dei questori, dei prefetti, dei magistrati, dei "dottori" della "politica" implicati in questo sporco affare. Malgrado questo, noi vogliamo portarlo avanti perché crediamo che a Torino esistano le forze per rompere i silenzi e le complicità, per investire direttamente le masse del compito di giudicare e condannare i loro sfruttatori. Ci rivolgiamo agli ex-partigiani, ai vecchi operai comunisti che hanno conosciuto la repressione di Valletta e non sono disposti ad avallare le nuove manovre della Fiat. Ci rivolgiamo agli studenti, perché mettano all'ordine del giorno di tutte le loro assemblee la questione dello spionaggio Fiat. E' un modo, per loro, di affrontare in maniera più diretta la realtà che li circonda. Il loro contributo nella denuncia e nella propaganda è decisivo per dare alla stessa un carattere di massa. Ma soprattutto ci rivolgiamo alla classe operaia che è la naturale protagonista di tutta questa vicenda. Per gli operai non c'è stata nessuna "rivelazione". Che la polizia fosse al servizio di Agnelli, l'avevano sempre visto con i loro occhi. La presenza nelle officine di spie camuffate da operai, gli attacchi repressivi del padrone, le sospensioni e i licenziamenti sono cose che essi verificano ogni giorno e che vedono come un concreto ostacolo alla loro possibilità di lottare e di organizzarsi in fabbrica. Legare lo "scandalo Fiat" alle concrete condizioni con cui gli operai si scontrano nelle officine è il mezzo per far sì che la classe operaia sappia prendere nelle sue mani tutta la questione dello spionaggio e mettere con le spalle al muro Agnelli, le sue spie e i poliziotti suoi servi. C'è un'ultima cosa che vale la pena di ricordare, Abbiamo parlato della continuità che esiste fra le persecuzioni di Valletta negli anni '50 e quelle di Agnelli di oggi. Ma c'è anche una grande differenza. Allora la Fiat poteva agire impunemente contro una classe operaia divisa e frantumata, diseducata ideologicamente dalle organizzazioni del movimento operaio che nel dopoguerra avevano fatto di tutto per restituire ad Agnelli la sua potenza economica intatta, basandosi sui modelli del produttivismo staliniano. Ora è tutto l'opposto. Dalle grandi lotte del '69 ad oggi la classe operaia ha conquistato una nuova forza autonoma ed ha saputo mantenersi all'attacco. Ai miti revisionisti di collaborazione ha opposto la coscienza della sua totale estraneità al mondo e agli interessi del padrone. Il suo modello non è più l'operaio stakanovista che si spremeva come un limone per produrre sempre di più, ma sono le masse degli operai cinesi che considerano la politica più importante della produzione. Le tensioni attualmente presenti nella Fiat contro gli aumenti di produzione, la distribuzione delle pause, l'assegnazione discriminata delle categorie sono la prova che la classe operaia non è uscita disarmata da questi tre anni di lotte. Ed è certo grazie a questo clima politico che un pretore si è permesso di fare quello che finora nessuno si era mai sognato, di andare cioè a mettere le mani dentro i santuari della Fiat. Quando la magistratura milanese ha aperto il procedimento per omicidio contro Calabresi, a due anni dall'assassinio del compagno Pinelli, Calabresi era già stato accusato e processato centinaia di volte nelle piazze, nelle fabbriche e nelle scuole. E' stata la dimostrazione che è possibile condurre una campagna d'opinione con l'appoggio e la partecipazione attiva delle masse e che in questo modo è possibile rompere la congiura del silenzio dei borghesi e dei revisionisti. E' per questo che diciamo: padroni corruttori e poliziotti corrotti in galera! Giustizia proletaria contro gli sfruttatori!

 

 

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