"RIMESSIONE"
L' espediente per affossare i processi che danno fastidio
Ogni volta che i padroni rimangono impantanati nelle loro leggi impariamo delle nuove parole. Così quando l'assassino Calabresi si è trovato alle strette nel processo contro Lotta Continua abbiamo imparato "ricusazione", "legittima suspicione". Ora che è Agnelli a trovarsi inguaiato impariamo "rimessione". Tutte parole che nascondono formulette con le quali la classe dominante riesce a sfuggire alle maglie della sua giustizia. Cosa vuol dire rimessione? Il codice dice "per gravi motivi di ordine pubblico o per legittimo sospetto sulla richiesta del procuratore generale presso la corte d'appello o presso la corte di cassazione questa può rimettere l'istruzione o il giudizio da uno ad altro giudice di sede diversa". In parole povere, se a Torino c'è un processo che scotta, con la rimessione lo si può spedire a Campobasso o a Caltanissetta. Il che vuol dire semplicemente che si esercita la giustizia in nome del popolo, ma che questo deve essere tenuto il più all'oscuro possibile e il più lontano possibile. Quando si tratta di cose che lo riguardano direttamente e per le quali può assumere in prima persona il ruolo di accusatore. Pensiamo al processo per i fatti del 29 maggio ed alla bestiale campagna di stampa del giornale di Agnelli. Allora non solo non c'è stata rimessione, ma il processo è stato fatto per direttissima e così il processo intimidatorio dei 43. La rimessione scatta solo quando ci sono di mezzo i padroni o le forze repressive dello stato, basta pensare al processo per l'omicidio di Giacomo Matteotti o, più vicino a noi, quello contro gli assassini del Vajont, che invece di essere giudicati di fronte alla popolazione di Longarone, che essi avevano sterminato, poterono farsi processare all 'Aquila. E difatti furono tutti assolti o condannati a pena molto lievi.
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