Giovanni Colli: Il complice
"Per quanto più direttamente mi concerne, posso dire di aver fatto... tutto quanto ho saputo e potuto per tutelare questi fedeli servitori dello stato... " (G. Colli, "Relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 1971", 12-1-1971 ). Non c'è da dubitare che per l'avvenire il procuratore generale potrà, anche con maggior enfasi, vantarsi di questa tutela. E' invece motivo di dubbio se avrà la faccia tosta di ripetere: "[ La Procura Generale ha promosso ] inflessibilmente l'azione penale contro tutti coloro che hanno violato la legge, chiunque essi fossero, per qualunque motivo avessero agito o qualunque fosse la legge violata". (G. Colli, op. cit.). E' sempre pericoloso fare delle dichiarazioni di carattere così generale, specie da parte di chi non nasconde che "in realtà non si tratta di leggi, ma di rapporti di forza" (G. Colli, intervista con l'Espresso, ottobre 1971 ). D'altra parte "il diritto non è meccanica, ma arte. C'è chi la possiede e chi no, ci sono varie misure nel possederla e la misura muta in ogni individuo col progredire della sua vita, con lo svolgersi della sua avventura umana. Quel che conta è che il giudice cui manchi quell'arte, non è un giudice, ma ma un burocrate o un rivoluzionario" ( G. Colli, "Scelte politiche e interpretazioni della legge", 1968, p. l29). Di quanto sia svariata la misura, in cui Colli possiede l'arte del diritto, nel corso della sua vita non c'interessa molto. Anzi ci permettiamo di dubitare che dal tempo dei duelli per questioni d'onore nel periodo dei GUF, passando attraverso il giuramento di fedeltà alla repubblica di Salò, al titolo nobiliare arraffato al volo nel 1946 all' areoporto di Ciampino, fino ad arrivare alla tutela dei gran capi Fiat e dei poliziotti corrotti, la misura della sua arte sia cambiata. Mandato a Torino nel giugno del 1970 a scuotere la "sonnolenta" Procura Generale, Colli ha immediatamente iniziato a caratterizzare la sua azione con una serie continua di processi politici di cui era ed è l'ispiratore, l'istigatore, se non addirittura come nel caso Stettermajer-Senatore (vedi la scheda personale di Stettermajer) l'agente provocatore. D'altro canto, appoggiandosi al giornale di Agnelli e alla violenta e artificiale campagna contro la delinquenza, sollecita un rafforzamento della polizia ed un inasprimento delle pene. A chi gli chiede il perchè dell'accentuarsi della campagna repressiva, si limita a vantare una maggiore efficienza e a dire "si applica la legge". Abbiamo così una prima faccia dell'uomo; da una parte ci sono le leggi che il solerte magistrato applica, anche se fasciste, perchè tocca ai politici cambiarle, però questo vale solo a senso unico in quanto se le leggi, per pura combinazione, bisogna applicarle contro i padroni e i poliziotti, allora valgono criteri politici. Non si può incrinare la collaborazione tra polizia e magistratura incriminando 150 poliziotti, non si può dire a 150.000 operai Fiat che la polizia li scheda per conto di Agnelli, non si può far sapere che i poliziotti, che picchiano e arrestano ai cortei e agli scioperi, non lo fanno per dovere, ma per vile denaro. Colli stende così un velo di protezione su tutto, ed è per questo che, vedendo qual è stato in questi ultimi tempi il comportamento di poliziotti e carabinieri, sempre più provocatorio e repressivo a senso unico, possiamo dire con Giovanni Colli: "La persuasione, che si è diffusa nel mondo della delinquenza della quasi certa impunità... rappresenta, a nostro giudizio, una delle cause del diffondersi della criminalità e del carattere di aperta sfida alla legge che essa è venuta assumendo". (G. Colli, "Relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 1971" , 12-1-1971).
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