Editoriale
Ancora un lavoro collettivo
La radiazione del gruppo del Manifesto dal Partito comunista è stata una scelta politica, non certo un "errore" di cui vanno prima di tutto comprese le ragioni. E' un atto grave, e gravido di conseguenze già visibili. Ha modificato la composizione del Comitato Centrale e gli equilibri del XII Congresso. Ha aperto una fase di diffusa repressione. Ha ridotto ulteriormente il credito del partito verso l'area di forze collocate alla sua sinistra. Ha aggravato il disagio di una parte consistente della base. Ostacola lo sviluppo di quel dialogo con le forze politiche che al PCI soprattutto preme. Non si può dubitare che il gruppo dirigente fosse consapevole di questo "prezzo politico": ne è prova il lungo periodo di incertezza e di travaglio che ha preceduto la decisione; ne è prova quel Comitato Centrale di ottobre in cui si è in qualche modo riconosciuto la necessità di un salto nella vita interna del partito, di strumenti capaci di dare efficacia al dissenso; ne è prova soprattutto il dibattito che quel Comitato Centrale apriva in tutta l'organizzazione. Questo dibattito ha espresso - come mai in passato - un ventaglio di posizioni differenziate: da un ancora ristretta ma convinta e non trascurabile minoranza, che ha sostenuto le posizioni del Manifesto; a gruppi più consistenti che hanno condiviso alcuni o tutti i contenuti politici della rivista, criticandola in quanto "iniziativa separata"; ad altre minoranze che hanno accomunato nella critica noi e il gruppo dirigente, per la sua linea incerta e il suo abbandono dei "principi". Il dibattito ha riflettuto dunque uno stato di profonda inquietudine, serie divisioni politiche, la riluttanza a soluzioni drastiche e di rottura, il bisogno di andare ad un confronto più generale. Viene dunque da chiedersi: perchè si è troncato un processo che poteva condurre ad una soluzione positiva? Perché il gruppo dirigente non è stato in grado di compiere un passo concreto verso un nuovo regime di vita interna? Perché ha fatto la scelta opposta?
Le ragioni della radiazione
Una prima ragione è che il gruppo dirigente si è convinto che accettare l'iniziativa del Manifesto, legittimarne la tematica e consentire a questa tematica di svilupparsi in qualsiasi forma comportava l'apertura di una lotta politica su tutta l'area del partito e una crisi dei suoi attuali equilibri interni - una crisi che questo gruppo dirigente non è in grado di affrontare. La sua unità è reale solo in negativo, nel rifiuto di una alternativa strategica. Ma è, proprio per questo, una unità precaria, che riflettte una più generale precarietà dell'unità del Partito. L'atteggiamento assunto alla Conferenza di Mosca è stato il frutto di contrasti faticosamente e provvisoriamente mediati. Gli articoli di Amendola dell'agosto hanno rivelato una crepa, le recenti discussioni nel Comitato Centrale sulle lotte hanno visto affiorare modi profondamente diversi di collocarsi rispetto al movimento, secondo un'ottica parlamentare ed un'ottica movimentista fra loro divergenti. Il dibattito sul Manifesto ha messo in luce diversi atteggiamenti, se non diverse concezioni, circa i problemi del partito e della sua gestione. Questa precarietà riflette anche un ricambio faticoso di generazioni. Il gruppo dei "capi storici" va scomparendo senza che le prove di questi anni abbiano selezionato una nuova leva di dirigenti altrettanto indiscussa. E riflette, soprattutto, l'eterogeneità del corpo del partito: un partito estremamente stratificato, con una fisionomia difforme da regione a regione, una composizione sociale complessa, una considerevole parte di iscritti lontani dall'attività militante, concezioni ideologiche perfino incompatibili, da un radicalismo democratico alla ortodossia staliniana. Una seconda ragione della scelta compiuta sta nel rapporto, ancora rigido, con l'Unione Sovietica. Il partito si è costruito su di un legame profondissimo, a volte fideistico, con l'URSS. Tale legame parve in declino qualche anno fa, quando la politica kruscioviana ispirava una diffidenza istintiva nella base comunista, ma ha trovato nuovo alimento con la crisi cecoslovacca. L'intervento militare sovietico contro un paese socialista è stato da molti interpretato come un ritorno dell'URSS ad una politica "dura". Le critiche del PCI a quell'intervento sono apparse sospette, per come si intrecciavano al discorso sulla "nuova maggioranza" in Italia. Il gruppo dirigente si è sentito dunque in difficoltà rispetto a un settore del Partito ed esposto al diretto attacco politico da parte dell'Unione Sovietica.
Si sposta l'asse del partito
Ma queste ragioni possono ancora apparire contingenti. Le radici sono più profonde, stanno nel ritardo storico, nella ambivalenza che la storia, la collocazione e la linea del Partito hanno conservato e sono venute accentuando tra vocazione rivoluzionaria e pratica riformista, tra ricerca di una strategia di lotta per l'occidente e ancoraggio a ipotesi politiche e moduli organizzativi del passato. Per tutte queste ragioni, difficilmente l'iniziativa del Manifesto avrebbe potuto essere riassorbita. Perciò, dicemmo che la necessaria lotta politica interna non poteva essere concepita come "indolore". Per questo parlammo, dal primo numero, di "rivoluzione culturale"; cioè di un salto di qualità da provocare con una diretta partecipazione della massa degli iscritti e di forze di classe ancora non organizzate. Ecco il vero punto dello scontro. Il Manifesto, per il metodo e per i contenuti, tendeva ad aprire oggettivamente, al di là della sua diretta influenza, un processo di autocontestazione dell'istituzione, necessario e possibile, per superare il distacco tra partito e nuove avanguardie, per superare le divisioni latenti ma gravi all'interno dell'organizzazione, e quelle manifeste e ancora più gravi del movimento, e giungere ad una nuova unità operante del partito e della classe. Nel 1968, e poi ancora al XII Congresso, il partito ha vissuto un reale momento di discussione. L'atteggiamento assunto di fronte alle lotte studentesche, l'impostazione della campagna elettorale, la risposta alla crisi cecoslovacca, la discussione sul maggio francese, dimostravano qualcosa di più di un adeguamento tattico ad una congiuntura politico sociale: tradivano una preoccupazione reale. Utilizzare la spinta di massa per rilanciare la tradizionale linea di graduale accesso al governo, attraverso la costruzione di una maggioranza parlamentare su di un programma di riforme settoriali; oppure puntare sulla costruzione di un nuovo blocco storico attorno ad un programma di trasformazione del sistema, e dunque lavorare subito alla costruzione di un potere alternativo nella società, una acutizzazione della crisi dell'assetto politico? Verso quali obiettivi, dunque, spingere il movimento di lotta? Quali interlocutori privilegiare? A quale prospettiva internazionele ordinare l'autonomia rivendicata rispetto all'URSS? Al XII Congresso questi interrogativi avevano ricevuto una risposta negativa o elusiva. Poi si sono venuti rapidamente sciogliendo in direzione opposta a quella sostenuta da noi e da altre forze di sinistra. Il fatto che il partito comunista non affretti operazioni parlamentari immature, che abbia contribuito all'ulteriore allargamento delle lotte sindacali, che non abbia assunto verso gli studenti lo stesso atteggiamento aggressivo del PCF, che non abbia subìto fino in fondo la logica della "normalizzazione" cecoslovacca, impedisce a molti di cogliere appieno questa svolta politica. Ma la sostanza non cambia. Uno dei più dirompenti movimenti di lotta operaia del dopoguerra è stato rigorosamente mantenuto entro l'orizzonte rivendicativo-sindacale. Questo è avvenuto anche in altri momenti di conflitto acuto, è vero: ma ancora sopravviveva, nella coscienza dei militanti, una ipotesi rivoluzionaria affidata sia a una interpretazione catastrofica del destino del capitalismo, sia a una reale fiducia nella espansione del campo socialista. Ora queste ipotesi sono cadute per dar luogo al maturare di una coscienza rivoluzionaria che non più al di fuori, ma in se stessa, cerca le condizioni di una trasformazione socialista; ma per ciò stesso ha bisogno di una strategia, d'una unificazione, di un salto di qualità. I partiti di classe non hanno compiuto alcun tentativo in questo senso. Non un tentativo di creare comitati politici di base. Non un tentativo reale per coordinare e unificare - se non in superficie - lotta operaia e lotta studentesca, lotta operaia e lotta contadina. Le lotte delle categorie non operaie sono scivolate, senza che nessuno vi si opponga seriamente, verso chiusure corporative. Anzichè una politicizzazione del movimento rivendicativo, si è avuta una sindacalizzazione della lotta politica. Alla più profonda crisi delle formazioni politiche da venti anni in qua, il PCI non ha tentato di rispondere con una proposta reale di ristrutturazione della sinistra. Lo spostamento delle ACLI e la rottura all'interno della CISL non sono state affatto assunte come premessa della fine dell'unità politica dei cattolici. Nè si è cercato di spingere a fondo la crisi socialdemocratica per ricondurre le forze di classe di tradizione socialista ad un comune discorso. Si è scontato ormai il proliferare di gruppi alla sinistra del PCI, e gli interlocutori fondamentali sono tornati ad essere la sinistra democristiana e il PSI, come forze di condizionamento (presunto) dell'intero schieramento di maggioranza. A questa politica interna ha corrisposto una diplomatizzazione del rapporto con l'URSS. La critica è rimasta episodica; l'autonomia contenuta entro i limiti che consentono una "presa di distanza", ma evitano lo scontro politico e ideologico. L'ipotesi avanzata un anno fa, di un PCI punto di riferimento per un rilancio internazionalista, nuovo polo di discussione e di iniziativa per la ricostruzione di una strategia rivoluzionaria nel mondo, sfuma. Ne emerge un quadro preciso e inequivocabile: si definisce (e sposta, rispetto ad alcune attese) l'asse della politica del Partito. Qui è ancora la radice della soluzione negativa della vicenda del Manifesto. Non si è trattato di modi e tempi diversi con cui concepire il rinnovamento del Partito e della sua politica. Si è trattato di risposte divergenti alla crisi politica e sociale che viviamo, di una diversa concezione del Partito e del suo rinnovamento. Di qui, anche la decisione di decapitare la contestazione di sinistra quando ancora tutti i nodi di un sostanziale mutamento della collocazione storica del Partito non sono venuti al pettine. Decisione imprevidente: perchè la linea che ne deriva è destinata comunque a determinare profonde tensioni nella vita del partito e nel suo rapporto con le masse.
Potenzialità rivoluzionarie e componenti riformistiche
Sarebbe errato semplificare e vedere in questa svolta politica graduale la prova di un processo di socialdemocratizzazione del PCI. E' a questa tentazione che hanno soggiaciuto in Francia, dopo il maggio, le forze che più intensamente avevano vissuto quell'esperienza. Ed è su questa linea che da tempo si muovono, anche in Italia, i gruppi minoritari di estrema sinistra. Ma proprio la Francia, dove pure più evidente sembrava il "tradimento" del PCF, deve fare riflettere: il PCF e la CGT hanno retto la prova, il loro rapporto con la classe operaia è rimasto saldo, il loro schieramento elettorale stabile, la loro compattezza organizzativa immutata; per converso, lo schieramento di estrema sinistra si è frammentato, si sono ridotti i loro legami di massa, la sua iniziativa ha perso mordente. In Italia il Partito, e soprattutto il sindacato, hanno retto la "prova d'autunno" ed anzi hanno ristabilito con larghe masse un rapporto migliore che nel recente passato. L'esperienza dei gruppi minoritari non ha trovato uno spazio reale, ne è riuscita a mettere in moto un nuovo processo di aggregazione. La realtà è che non ci troviamo di fronte ad un divorzio tra un partito socialdemocratico e un movimento rivoluzionario, ma ad un movimento complesso e contraddittorio, mescolato di potenzialità rivoluzionaria e di componenti riformiste. Un movimento che - in assenza di una forza capace di maturarlo e di unificarlo - rifluisce entro un più limitato orizzonte, e rischia di scomporsi in spinte corporative o conati di rivolta. La attuale scelta politica del PCI, dunque, registra un'incapacità ad esprimere le potenzialità rivoluzionarie, ad assolvere un compito d'avanguardia, ma esprime anche le contraddizioni e i limiti del movimento. A livello internazionale, la "normalizzazione" ha segnato dei punti; il movimento rivoluzionario nel "Terzo mondo" non è in espansione, e nei settori dove la lotta è aperta (Medio Oriente, Vietnam) ha acquistato maggior peso il rapporto di forza tra le grandi potenze mondiali; in Occidente, il blocco moderato ha riguadagnato terreno e le nuove correnti di sinistra sono isolate in particolari settori del corpo sociale; nei paesi socialisti, la spinta di masse collegata al nuovo corso cecoslovacco è stata sconfitta da una repressione tanto catastrofica quanto efficace; la rivoluzione culturale cinese non è diventata finora un punto di riferimento a livello mondiale. Non a caso l'Unione Sovietica - non certo sul terreno di una reale egemonia politica ma su quello dei rapporti statuali e di forza - ha ristabilito un collegamento con partiti comunisti e paesi che sembravano ormai sfuggire alla sua direzione (Cuba, l'Algeria, gli stati arabi) e l'ambizione italiana di costruire un nuovo polo di riferimento non ha trovato reali interlocutori né fra i partiti comunisti occidentali (inchiodati a una storica insufficienza) né tra le forze rivoluzionarie di nuova estrazione. In Italia il quadro è meno negativo. Ma il movimento di lotta, proprio nel momento della massima estensione, ha continuato a soffrire di debolezze oggettive. Il movimento studentesco, punta avanzata nel '68, è frenato da una crisi che lo divide e isola. La classe operaia, impegnata in una lotta in cui sono evidenti contenuti e potenzialità politiche, incontra serie difficoltà nello sviluppo di una autonoma coscienza politica rivoluzionaria. Tra gli strati intermedi esplodono spinte di disegno corporativo. La crisi delle forze cattoliche e socialdemocratiche è piuttosto una convulsione e non si traduce in nuovi processi di aggregazione politica.
Possibilità di una alternativa
Ma la contraddizione e vulnerabilità della politica del PCI, e in genere della sinistra italiana, sta nel suo elemento di forza: nel legame effettivo persistente tra il Partito e il movimento. Né il PCI né i sindacati potranno per lungo tempo lasciare senza sbocco reale il movimento di massa senza entrare in una crisi distruttiva. Non sarebbe possibile, neppure in cambio di contropartite parlamentari-governative, e tanto meno di un inserimento esplicito di tipo "finlandese". La forza del movimento e la crisi evidente dell'equilibrio borghese obbligano ad alzare il tiro, anche nel senso che non è possibile accontentarsi, com'è il caso del PCF, di congelare e amministrare l'opposizione. Un nuovo rapporto con il governo può essere proposto solo in termini che non deludano la spinta e le attese delle masse. Ma quali sono i margini reali per una seria operazione riformista? Sono assai scarsi. Non è solo problema di reddito da redistribuire (per quanto, già una operazione redistributiva appare estremamente rischiosa in un sistema come quello italiano, nel quale i gruppi parassitari hanno assunto un peso o un ruolo determinanti: quando alla fine di quest'anno faremo i conti, vedremo che ancora una volta gli strati improduttivi hanno migliorato le loro posizioni relative ed assolute). Il problema è soprattutto sociale e politico. Qual'è la forza, quale l'assetto istituzionale capace di affrontare l'insieme di riforme necessario a placare la protesta del paese? Quanta parte dei bisogni che le lotte esprimono non è già ora qualitativamente incompatibile con una operazione "razionalizzatrice", fino a porre il problema di una fuoruscita da un sistema? La politica di recupero e di controllo del movimento è finora riuscita al sindacato solo alla condizione di elevare continuamente il livello quantitativo dello scontro e di approfondire così la crisi dell'avversario di classe. Ma non è una rincorsa che può durare all'infinito: il vuoto di potere, un momento o l'altro, dovrà essere colmato, il conto con il movimento di lotta, prima o poi, dovrà essere interamente saldato. Come abbiamo più volte ripetuto sul Manifesto, se le speranze del '68 sono state deluse e la strada appare lunga e difficile, siamo ancora lontani da una stabilizzazione, la crisi politica e sociale è ancora per lungo tempo aperta, e anche la spinta a operazioni riformiste può ritorcersi contro se stessa, favorendo una crisi rivoluzionaria. Non è che le vie del Signore siano infinite e che anche la linea del gruppo dirigente comunista e delle altre forze di sinistra felicemente congiurino ai migliori destini della rivoluzione. Non si capirebbe, allora, perché le critichiamo. In una crisi come quella che viviamo, però, un ripiegamento del partito fondamentale della classe su una pratica "riformista" comporta prezzi altissimi, mentre ridottissime sono le possibilità che per questa via si giunga ad esiti favorevoli. La presenza di una forza impegnata a costruire una alternativa, a cementare un blocco storico, è oggi condizione indispensabile di una prospettiva rivoluzionaria in occidente non meno di quanto fosse nella Russia del '17, sebbene assai diverse siano l'ispirazione e le forme organizzative che questo blocco deve assumere. Senza di questo, quando anche nel corso di una operazione riformista si venisse ad uno scontro decisivo, non si avrebbero le forze, le idee, le alleanze, le capacità di gestione, necessarie a garantire uno sbocco rivoluzionario reale. Di fronte all'alternativa tra caos e cedimento che ne deriverebbe, il movimento rifluirebbe. Per arrivare a un esito positivo, l'unica possibilità è che già nel corso della crisi in atto, non soltanto piccole avanguardie ma forze sociali di massa, sulla base di bisogni e di esperienze reali, concorrano a formare una nuova forza rivoluzionaria, a limitare l'area di influenza del tentativo riformista. L'acutezza delle contraddizioni che sono destinate a crescere tra il movimento e la meschinità dell'ipotesi riformista, e quindi la crisi non sanabile delle istituzioni storiche della classe operaia, offrono a questa ipotesi non solo una giustificazione "storica", oggettiva, ma un immediato spazio politico. I ritardi accumulati sul piano teorico e politico, l'immaturità del quadro internazionale, rendono l'obiettivo di una rivoluzione socialista in Italia forse non raggiungibile nel breve periodo, anche se il problema è storicamente maturo. Ma questo ritardo non sarà mai colmato se non si comincia a creare il nucleo di una forza adeguata. Il problema è evitare che anche in Italia tale forza debba essere ricostruita daccapo, sulle ceneri di un movimento operaio integrato o burocratizzato, o sotto il peso di una restaurazione reazionaria. Il problema è di stabilire - lo scrivemmo nel nostro primo editoriale - una mediazione reale tra il passato e il futuro, tra ciò che la storia del movimento operaio ha prodotto, e ancora è vivo, e ciò che la lotta di classe sta producendo di nuovo e di dirompente. L'obiettivo per il quale lavoreremo dall'esterno, ormai, del partito e che al partito indicavamo finchè ci è stato consentito di militarvi, è dunque preciso: unificare su di una strategia comune le forze sociali e politiche rivoluzionarie, consapevoli o potenziali, che operano all'interno o all'esterno dei partiti, all'interno e all'esterno dei sindacati. Fino ad approdare ad una formazione politica nuova nella strategia, nel rapporto con il movimento, nelle forme di organizzazione e di azione. Questo obiettivo è oggi, in Italia, realizzabile, o almeno proponibile come processo, immediato, proprio perchè il movimento non è sconfitto, la crisi è aperta e le organizzazioni tradizionali (non solo il PCI e la CGIL, ma anche le organizzazioni cattoliche, la CISL, le ACLI, la sinistra socialista, il PSIUP) portano dentro di se un illiquidabile stato di tensione.
Per una riunificazione delle sinistre anticapitaliste
Resta da chiarire, e non è poco, come si debba lavorare perchè le contraddizioni in atto liberino le forze rivoluzionarie, e si avvii un processo di unificazione di queste forze. E' certo che la costruzione di una nuova formazione rivoluzionaria non può procedere in modo spontaneo, attraverso la pura dinamica del movimento e della sua radicalizzazione, e attraverso una progressiva unificazione delle "avanguardie interne" che la lotta seleziona. L'esperienza di questi anni, nel lavoro studentesco e in quello operaio, ha messo in luce in limite (oltre che i meriti) dello spontaneismo. Si è visto quanto pesi sullo sviluppo e la qualificazione del movimento stesso l'assenza di un'analisi della società, di un criterio generale di organizzazione e di orientamento. Paradossalmente proprio un certo tipo di spontaneismo ha alimentato i fenomeni più estremi di "élites" esterne e sovrapposte, il culto dei capi, la deformazione strumentale degli obiettivi di lotta, continuamente subordinati alle esigenze tattiche. Altrettanto impotente - ma quanto meno generoso - si è dimostrato il tatticismo o l'empirismo di coloro che hanno tentato di lavorare all'interno delle organizzazioni esistenti senza contestarne la linea, cercando di far crescere quà e là esperienze e tensioni nell'illusione di mutare per questa via i rapporti di forza interni. Ma altrettanto insufficiente è una risposta semplificata e puramente organizzativa al problema della costruzione di una formazione rivoluzionaria. Non è un caso che i tentativi compiuti in questi anni per offrire alle forze esterne ai partiti una nuova organizzazione compatta siano approdati ad una proliferazione di gruppi contrapposti e sempre in via di scissione, inclini a ricalcare gli schemi già sperimentati con pieno insuccesso in occidente dal movimento comunista delle origini. Il fatto è che sempre, e particolarmente oggi, in una società di capitalismo maturo, la formazione di una forza politica non può essere che un processo. Un processo che si accompagni ad un'analisi creativa della società in cui si opera e ad una ricerca strategica che abbia eco in uno schieramento sufficientemente esteso da poter operare in termini politici. Occorre che l'esperienza delle masse si riconosca in esso, fino ad accettare di rimettere in discussione le tradizionali forme di organizzazione. I partiti comunisti in occidente non sono nati in questo modo. Sono nati per impulso dell'Ottobre e come applicazione della parola d'ordine della III internazionale: i riformisti con i riformisti, i rivoluzionari con i rivoluzionari. Sono nati, così, da un processo scissionistico, alimentato da una suggestione di una rivoluzione lontana. Solo Gramsci, in Italia, con l'esperienza dell' Ordine Nuovo e dei Consigli, cercò di impostare in modo diverso e più ricco il problema dell'espressione politica della classe, e quindi di una trasformazione delle organizzazioni esistenti, senza riuscirvi fino in fondo. Quell'atto di nascita, storicamente giustificato, ha comportato insufficienze poi duramente pagate; oggi, comunque, non esistono le condizioni per ripetere un'esperienza analoga. Non è definita una strategia adeguata per l'occidente capitalistico, né esistono le sue premesse teoriche - qualcosa di simile a quello che fu, per gli anni '20, il leninismo. Né ha senso eludere questo problema con la pura riproposizione di un corpo di principi, o con l'assunzione di modelli mutuati da altre rivoluzioni. Il fatto è che la rivoluzione in occidente pone alla tradizione marxista problemi qualitativamente nuovi, mai risolti e neppure compiutamente affrontati. Sono i problemi della trasformazione e del deperimento dello stato e quelli della democrazia diretta in una società complessa, i problemi di una organizzazione del lavoro in cui produttività e libertà divengano compatibili, i problemi di un superamento dell'individualismo in tutti gli aspetti della vita sociale, che non appiattisca ma liberi fino in fondo la potenzialità dell'individuo, i problemi della formazione e della selezione dei bisogni, in una società che ha ormai varcato la soglia della sopravvivenza elementare. La strategia della rivoluzione non è più solo strategia della presa del potere: deve essere, dall'inizio, una strategia della soppressione del capitalismo come modo di produzione e della divisione sociale del lavoro. Né si tratta di definire astrattamente i contorni di una società possibile, ma di individuare le forze e le risorse che un tale superamento sono in grado di realizzare, e di definire gli obiettivi transitori e le forme di lotta. Le risposte che dai classici del marxismo possono venire a questi problemi impongono un'analisi e una invenzione politica nuova. E i suggerimenti che offrono le rivoluzioni di altri paesi, prima di tutto la rivoluzione cinese, esigono, come mai prima d'ora, un lavoro di "traduzione", per essere assimilati e utilizzati. Questa definizione di una strategia per la rivoluzione occidentale non sarà compiuta all'improvviso, non sarà opera di un solo gruppo. Essa può procedere sul terreno all'esperienza, oltre che della ricerca, e solo con un confronto leale, aperto, non settario e non diplomatico, tra posizioni e forze diverse, disposte a una verifica e a un lavoro comuni. Le forze che oggi possono concorrere alla formazione di un nuovo partito rivoluzionario non sono già schierate in campo. Hanno difformi provenienze ideali, riflettono figure sociali assai varie, gradi diversi di consapevolezza, militano in varie organizzazioni. Senza un itinerario di discussione e di esperienze comuni, non sono unificabili. Una soluzione frettolosa metterebbe capo, anche nell'ipotesi migliore, ad una organizzazione politica di tipo tradizionale, ad un partito centralizzato, ad una avanguardia giacobina sovrapposta al movimento e alla sua crescita reale, continuamente minacciata dal burocratismo. Mentre ciò che oggi occorre non è un nuovo partito, ma un partito diverso, una formazione politica originale, stimolo e sintesi di un movimento unitario e articolato. Infine, la costruzione di una nuova forza, per via scissionistica, come iniziativa di un gruppo che chiami a raccolta una minoranza intorno a sé, non risponde ad un problema fondamentale, che le masse avvertono in modo acutissimo: il problema dell'unità. La classe operaia non può né intende fare a meno a cuor leggero, per fortuna, di una grande organizzazione che la rappresenti, non può correre il rischio di una disgregazione e pagare il prezzo di un lungo periodo di divisione e di lotta intestina. Troppe volte si è fatto la prova di quanto lo schema scissionistico comprometta il futuro. E' necessario - ripetiamo - che la formazione di una forza nuova avanzi come processo, esalti e non paralizzi la lotta unitaria, cerchi il confronto su temi reali di azione e su linee positive, senza cercare la propria identità in uno scontro settario, nel quale l'avversario principale cessa di essere la borghesia e diventa l'organizzazione storica del movimento operaio.
Ricerca strategica e esperienze di lotta
La strada da battere è un'altra. Esiste ormai in Italia un arco di forze che si riconoscono in un comune rifiuto del riformismo; che sentono l'insufficienza così di una lotta di massa puramente rivendicativa come di una azione politica elettoralistica e parlamentaristica; che ritengono possibile porre già oggi l'obiettivo di una transizione al socialismo; che vogliono unire la loro lotta a quella dei movimenti rivoluzionari di altri paesi, con una nuova piattaforma internazionalista e passando attraverso una critica di classe dell'attuale assetto delle società dell'est europeo. Questi sono i punti discriminanti. Queste forze non sono il frutto di una congiuntura o tanto meno di una moda o di un "plagio" intellettuale. Sono l'espressione profonda e permanente della crisi del riformismo e della maturità della rivoluzione in occidente, della crisi storica dell'egemonia mondiale e ideologica del sistema imperialistico. Esistono quindi le condizioni, per impegnarsi in un lavoro comune. Per lavoro comune, intendiamo un lavoro di massa, attraverso il quale la riflessione concreta su ogni livello della società, l'utilizzazione delle competenze, l'autocontestazione dei ruoli sociali, consentano di chiarire i contenuti di una alternativa di sistema, facendola crescere come forza politico-sociale e non solo come disegno intellettuale. Questo è possibile perché ormai le lotte specifiche, e i problemi di ogni settore del corpo sociale, implicano immediatamente una critica del sistema. E necessario perché così profonda e generalizzata è l'ambiguità delle forze sociali, e il condizionamento del sistema tanto strettamente si intreccia col bisogno di rivoluzione, che senza un discorso alternativo, o senza una prospettiva strategica, la lotta non ha respiro. Occorre dunque individuare questi terreni comuni di lavoro. Ripartire dalla concretezza della condizione operaia, della condizione studentesca, dalle questioni delle città o della famiglia o dei tecnici, non per farsi rinchiudere in un orizzonte rivendicativo e settoriale, ma per non bruciare artificiosamente le tappe del discorso politico. Sono molti, fuori e dentro i partiti, fuori e dentro i gruppi universitari, tra gli operai, tra gli intellettuali, coloro che sentono il bisogno di muoversi in questo modo, di uscire dal nominalismo del discorso politico delle forze tradizionali, che vizia anche tanta parte dei gruppi minoritari; molti coloro che cercano nell'impegno politico qualcosa di diverso da un puro impegno morale. A questo lavoro, vogliamo offrire, su scala nazionale, il nostro contributo di idee, di forze, di collegamenti, di esperienza, di una lunga milizia unitaria. E' questa il fondamento di quella ristrutturazione della sinistra italiana che ci poniamo come obiettivo vitale. Tutto ciò chiarisce anche l'atteggiamento che intendiamo assumere verso il partito comunista, nel quale abbiamo operato per tanti anni. Ci è estranea ogni velleità scissionista: considereremmo sbagliato chiedere ai compagni che condividono le nostre idee e la nostra battaglia di rompere gli indugi, dividere tra quanti sentono la necessità di un lavoro esterno e quanti intendono continuare la loro lotta all'interno. Esistono nel PCI forze enormi, autenticamente di classe, cui nessuno può senza presunzione chiedere in astratto una scelta di collocazione. A queste forze il nostro discorso è rivolto, in esse abbiamo cercato e cerchiamo l'interlocutore principale: perché questo è il vero nodo - il nodo del PCI - da sciogliere perché avanzi il processo storico di rifondazione della sinistra rivoluzionaria. E' cosa ben diversa, questa, dal sotterraneo lavoro che si definisce "entrista", dall'illusione cioè di poter alimentare una lotta nel partito che eviti gli scontri di fondo, spostandone gli equilibri. Una simile lotta si troverebbe oggi, come sempre, ad oscillare mediocremente tra la frustrazione e il sotterfugio frazionistico. Ci proponiamo un lavoro politico schietto, un confronto continuo di idee all'interno del Partito, e uno sforzo di aggregazione di forze esterne e interne su iniziative comuni. Non si tratta di conquistare o "modificare" il PCI cercando di polarizzarne una parte contro l'altra, ma di coinvolgere l'intero partito in un processo più vasto. Un processo che comporterà, se riuscirà ad avanzare, crisi e lacerazioni, ma che si rivolge insieme al partito e alle altre forze di classe. Non siamo stati frazionisti all'interno, non lo saremo dall'esterno.
Rilancio del "Manifesto" e centri d'iniziativa
Questa linea implica anche decisioni pratiche. Alcune sono già chiare. Innanzitutto un rilancio del Manifesto. La rivista ha avuto, in questi suoi primi faticosi mesi di vita, un successo inatteso, anzi straordinario. Ma per stabilizzare i suoi legami e adeguarsi ai nuovi compiti, deve fare un salto di qualità. Deve allargare l'arco delle collaborazioni, offrire un'occasione di confronto alle forze anticapitaliste, soprattutto trovare un contatto diretto con le esperienze di lotta, con i protagonisti del movimento. Lo deve fare risolvendo un problema arduo per ogni pubblicazione operaia, quello della accessibilità, della capacità di servire il movimento. Non vi si giunge col ricorso alla superficialità, alla demagogia, cedendo alla propaganda di moda. Ma allargando l'arco dei problemi, uscendo dalla tematica politica più trita, affrontando questioni che sfuggono al discorso politico codificato e rispondono a interrogativi e bisogni della gente. Facendo, della rivista, anche un servizio per chi in essa non si riconosce. Far fronte a questi compiti, misurarsi con la mole di dati, informazioni, elaborazioni che i normali canali di comunicazione sistematicamente ignorano, e farlo in modo non episodico, impegna una ristrutturazione, a uno sforzo organizzativo, politico e finanziario, a una concezione della rivista e della sua diffusione come lavoro di un vasto collettivo. Ma al di là della rivista, dobbiamo dar vita a punti di incontro, centri di iniziativa per l'azione e la ricerca politica comune. Non si tratta di inventare strutture che anticipino un lavoro. Si tratta di creare non solo gruppi di studio e circoli politico-culturali, ma collettivi studenteschi, comitati operai di base, collettivi di intellettuali e di tecnici, e quindi un raccordo tra diverse esperienze, tra pratica sociale e azione politica, locale e nazionale. Non è ad una proliferazione di "gruppi del Manifesto" che pensiamo, ma alla promozione, anche con il Manifesto e con ciò che esso può rappresentare, di iniziative unitarie di base che accomunino forze della sinistra anticapitalista. E' un impegno, il nostro, per quanto durasse da sempre nel PCI, e per quanto negli ultimi anni abbia assunto connotati precisi, solo agli inizi rispetto alle nuove dimensioni nelle quali ci troviamo ad operare. Solo, e ancora, un lavoro collettivo consentirà di portarlo avanti. Alla domanda - che fare? - che tanti compagni si pongono e ci pongono sarebbe assurdo rispondere con molto di più di una proposta di un metodo di lavoro e di un'azione politica articolata e coordinata, di una milizia ispirata alle cose che abbiamo detto e scritto in questi mesi e in queste pagine, e agli atti che abbiamo compiuto. Questo modo di affrontare il problema, definendo ciò che si è in grado effettivamente di risolvere, e lasciando aperto il molto che rimane da pensare e da fare, è già una scelta: essa contiene in sè uno sforzo di analisi non mistificata dalla realtà, e la volontà di concepire in modo nuovo la rivoluzione e ciò che occorre - che a noi pare occorra - per farla.
da: "Il Manifesto" numero 7 anno I - dicembre 69