Luigi Pintor

 

I mostri

Spesso ossuti e avvizziti, più spesso obesi e flaccidi, col viso marcato dalle nefandezze del loro mestiere, ogni anno ci appaiono vestiti da pagliacci, come non osano neppure gli alti prelati. Chi sono? Sono gli alti magistrati che inaugurano l'anno giudiziario, per dirci che bisogna mettere più gente in galera e tenercela, e quale gente e perchè. Leggete altrove l'elenco minuto dei morti ammazzati in una industria di Stato in una sola città meridionale. Questi sono omicidi di cui è intessuto il progresso nazionale. Sono delitti di classe, dietro cui c'è lo sfruttamento quotidiano di milioni di uomini ma c'è anche la violazione di innumerevoli leggi. Eppure c'è un uomo che si permette, vestito di ermellino, con un grottesco cappuccio in testa, di infischiarsene totalmente. Può chiamarsi Guarnera, se parla a Roma con a fianco il presidente della repubblica; o in altro modo, se parla altrove col presidente del consiglio come sacrestano. Esistono i reati contro il patrimonio, per questi supercarabinieri pagati come quindici operai, ed anche quelli contro la persona ma solo se un operaio schiaffeggia un padrone, non se un padrone lo deruba e lo ammazza. Questi personaggi sono l'immagine stessa del privilegio e dell'arbitrio. Dispongono del più illecito dei poteri, quello sulla libertà altrui. Ma sono intoccabili, ancora in un tempo in cui non c'è gerarchia che in qualche modo non debba render conto di sè. Dispongono di armi micidiali, leggi inique e meccanismi incontrollabili. E le maneggiano come e contro chi vogliono. Sono l'incarnazione dell'ipocrisia dell'ordine borghese. La commissione di giustizia del partito socialista ha ieri espresso in un suo documento una comprensibile indignazione per i toni di questa inaugurazione dell'anno giudiziario, protestando contro la società dei consumi e i suoi effetti, contro i suoi disvalori, contro i delitti di classe impuniti, contro la rapina della speculazione, contro l'ideologia di destra e repressiva del Guarnera, e difendendo quei magistrati che cercano di fare della toga un altro uso. Ma non c'è terreno che in questo dopoguerra sia rimasto, proteste o no, più impermeabile all'azione, di governo o di opposizione, delle forze democratiche. Nulla conferma, meglio della giustizia e delle sue oscenità, le invettive di Marx contro l'ordine capitalistico e l'analisi leninista dello stato. Ma non è bastato, in questi anni, un terzo del parlamento in mano ai partiti di tradizione operaia per applicare al sistema legislativo penale e all'ordine giudiziario neppure le conquiste più elementari della rivoluzione borghese di due secoli fa. Capitalismo e feudalesimo formano un solo impasto. E non basterebbe neppure la metà del parlamento: non ci vuol nulla a capire che senza una organizzazione intransigente della lotta operaia gli omicidi bianchi continueranno ad essere la proiezione estrema dello sfruttamento, e che senza una contestazione permanente delle istituzioni non c'è riforma legislativa che passi. Nell'attesa, l'anno giudiziario se lo inaugurino ai quarti piani, con finestre aperte. Avrà un valore di simbolo, ed eviterà il tanfo.

11 gennaio 1972

 

Giustizia è fatta

Azione "fulminea" e "rappresaglia" furono due dati distintivi della guerra nazista. Della rappresaglia, in particolare, gli ebrei furono la vittima storica. Oggi, Golda Meir e Dayan la scatenano altrettanto fulminea e feroce, contro i profughi palestinesi, prima cacciati con le armi dalle loro case, ed ora inseguiti e fatti a pezzi dalle bombe nei loro miseri rifugi in altre terre arabe. La nostra stampa borghese, i propagandisti del terrore legale e della guerra imperialista, gli uomini di cuore straziati dal sangue versato in una palazzina olimpica, asciugano ora le lacrime e tornano a sorridere, felicemente risarciti con cadaveri di donne e bambini trionfalmente vendicati da una flotta aerea mille volte più nobile del coltello dei feddayn. Questo non è finalmente, il crimine turpe dello straccione, è il diritto luminoso dei signori della guerra. Non è più sangue e barbarie e terrore, è potenza e pulizia. Non è merda, è civiltà. Aspettiamo il pagliaccio di turno che dica: l'hanno voluto loro. Occhio per occhio, dente per dente: ecco la prova che il terrorismo non paga (qualche disgraziato, anche a sinistra, già l'ha detto). Come se la guerra fosse cominciata ieri in Palestina. Come se quei profughi oggi uccisi nei loro campi non fossero i sopravvissuti di uno sterminio a cui da anni concorrono la generosa Israele, Hussein il gentiluomo, la incorrotta destra egiziana, con la complicità vorace delle grandi potenze, la vergogna sordida dell'ONU, l'inerzia che la grande opinione pubblica riserva alla causa dei deboli, per meglio concentrare le sue emozioni sui lutti olimpici. Come se i capi di Israele non dichiarassero sfacciatamente al mondo che la "rappresaglia" è in scientifica continuità con la guerra, per consolidarne ed esternderne i risultati, col fine di legittimare per sempre l'usurpazione territoriale e politica. Oggi non è solo chiaro che i 17 macellati all'aeroporto di Monaco potrebbero essere vivi al Cairo se i poliziotti di Brandt (anche di Brandt caro Avanti! non solo di Strauss) e i capi di Israele non ne avessero decretato la morte. Oggi non è solo chiaro da chi quel macello è stato voluto, ma perchè e in quale quadro è stato voluto. Non perchè c'era un ricattato che non poteva cedere al ricattatore, ma perchè c'è un oppressore che non può cedere all'oppresso, non può ammetterne la rivolta e neppure l'esistenza, preferisce sterminarlo e lo stermina, in Germania come in Palestina. E nel quadro di una guerra di aggressione e di annichilimento di un popolo povero, simbolo delle minoranze e delle classi subalterne contro cui in tutte le società capitalistiche si accentua la repressione. Chi sono i macellai, chi sono i terroristi, chi sono gli oppressori? Basta con questa storia, conosciamo a memoria le posizioni di principio, politiche e morali, che il movimento operaio ha maturato nella sua storia sulla lotta rivoluzionaria e i suoi metodi. Sono le nostre. Non i manualetti di marxismo, però. Guai a chi, a sinistra, anche per un momento mette tra parentesi la causa degli oppressi, confonde le vittime con i carnefici, crede di stare nel mezzo. Oggi costui si accorgerà forse di avere, nei giorni di Monaco subito una manipolazione che lo ha portato a piangere le stesse lacrime e trasudare la stessa indignazione dei cecchini di Baviera e dei piloti di Dayan, dei macellai in nero e dei benpensanti a colori di tutto il mondo. Anche se ora riscopre, più scientificamente, le colpe dell'imperialismo: con meno emozione, tuttavia, perché la morte si armonizza al paesaggio palestinese infinitamente meglio che alla Monaco olimpica.

10 settembre 1972

 

Bottiglie vuote

1971: 1.622.601 infortuni sul lavoro, 4.674 morti. Non c'è nulla di più "imbarazzante" di questa sfilza di cifre, di queste statistiche annuali. Per uscire dall'imbarazzo e cercare di renderle meno "aride" (come si dice), uno le "disaggrega" (come si dice): e allora vien fuori che ci sono 4500 infortuni sul lavoro ogni giorno, ossia che ce n'è uno ogni 20 secondi, e che qualcuno muore sul lavoro o di lavoro ogni 2 ore. Non è una novità, ogni anno è la stessa cosa, con sottili variazioni in più o in meno, sulle quali l'Inail, gli esperti in scienze statistiche e i sociologi si sbizzarriscono. Segue la coda delle malattie professionali. Ma se ogni giorno dodici operai muoiono sul lavoro, com'è che non se ne ha notizia ogni giorno? Questo è il particolare più "interessante" di tutti. Non sono solo i "grandi numeri", il bilancio annuale del macello industriale, a lasciare indifferenti (come il tonnellaggio delle bombe Usa in Vietnam). E' anche la morte quotidiana. Qualche volta filtra, ma in generale non se ne sa niente: la morte fisica di un operaio fa meno notizia, sui giornali, di un alterco in una osteria, i suoi resti finiscono come una bottiglia vuota nel secchio della spazzatura. Il giornale di Agnelli, poi, non dà neanche le statistiche. Metà della sua prima pagina era impegnata ieri a far indignare i lettori contro la pirateria aerea, che fa tanto più notizia della pirateria terrestre dell'industria moderna, anche se fa senza dubbio meno morti. La prima infatti è anomala, viola le regole della convivenza e la sicurezza di tutti, e perciò fa sensazione. La seconda invece è normale, conferma le regole dello sfruttamento e della sicurezza di tutti meno che degli operai, e perciò lascia tutti indifferenti.

1 novembre 1972

 

Nella stessa barca di soldi

Se il compagno Cossutta fosse un predicatore, avrebbe indotto al peccato anche Maria Goretti. I suoi argomenti raggiungono infatti un risultato diametralmente opposto a quello sperato. Ieri, invadendo tre colonne di giornale per spiegare la bontà del finanziamento statale dei partiti, è riuscito a disegnare un quadro brillantissimo del "patto scellerato" e della distorsione politica e ideale che è alla base di questa operazione storico-monetaria voluta da Fanfani, fondata da Piccoli, gradita ad Almirante. Per Cossutta il Pci, essendo notoriamente autofinanziato, potrebbe anche fare a meno dei miliardi della banca d'Italia. Ma poiché ha a cuore le sorti della democrazia, non può disinteressarsi della sorte dura degli altri partiti e sente il dovere di aiutarli, al di là della loro fisionomia ideale e politica, perché servano meglio la costituzione. Dal che si deduce che il senatore del Pci è convinto che la Dc e gli altri partiti borghesi, se sono un pò reazionari, non è perché sono appunto borghesi e servono certi interessi, ma perché sono poveri e perche devono - loro malgrado - accordarsi con i petrolieri. Ora che saranno ricchi, diventeranno buoni e progressisti. Per Cossutta, un buon partito è quello che ha un rapporto diretto e profondo con i propri iscritti, un rapporto continuato e non occasionale con gli elettori, buone scuole per allevare quadri. Questo presuppone che si abbiano sedi, giornali e altri mezzi. La mancanza di tutte queste cose ha portato molti partiti a trasformarsi in sporche clientele, mentre i soldi dello stato consentiranno un generale risanamento. Da questo catechismo del buon partito, borghese o proletario non importa, si deduce che il senatore del Pci ha come modello non precisamente i soviet ma la parrocchia. Il mondo è una grande famiglia, gli iscritti e gli elettori sono i piccoli di casa, e il partito è il buon padre che, sollevato dalle preoccupazioni finanziarie e dalle cattive compagnie, può amorevolmente accudirvi. De Mita non avrà più clientele, né Almirante sbirri. Per Cossutta, il Pci è già un buon partito e potrebbe perciò, anche sotto questo aspetto, fare a meno del finanziamento statale. Ma sarebbe una esagerazione, i soldi non sono mai troppi, e basterà quindi che il Pci consideri questo finanziamento statale non "sostitutivo" bensi "aggiuntivo" al finanziamento popolare, cioè ai molti miliardi che provengono dal sacrificio economico e dal lavoro volontario di tanti compagni. Il supplemento bancario servirà solo a colmare qualche lacuna, qualche pagina di giornale in più, a qualche sede nel mezzogiorno. Dal che si deduce che il senatore del Pci, oltre a peccare di una certa ingordigia, pecca anche di ottimismo. Alla lunga, è umano che diventi "aggiuntivo" il finanziamento popolare rispetto a quello "sostitutivo" della banca d'Italia. Sotto questo aspetto, il Pci non sarà affatto "diverso" dalla Dc: non sarà neppure "uguale" ma sarà, per così dire, "simile". Accanto alle nuove sedi del Pci nel mezzogiorno sorgeranno con gli stessi soldi anche sedi democristiane e missine, e su tutte potrebbe campeggiare - come usa fare la Cassa del Mezzogiorno - una scritto di stato: Dipofis (Dialettica politica finanziata dallo stato: zona riservata). Per Cossutta infine, che conosce il mondo, è ben vero che i finanziamenti di stato si sommeranno a quelli privati ed occulti, e che una simile operazione fatta in questo momento può essere interpretata come "sanatoria" degli scandali. Ma almeno, osserva, non ci saranno più "alibi" per giustificare il ladrocinio privato. E quanto agli scandali, assicura, nessuno si illuda di poterci mettere una pietra sopra. Dal che si deduce che il senatore del Pci crede davvero che la corruzione venuta in luce non sia connaturata al sistema di potere democristiano, ma sia un incidente dovuto alla povertà, e che la povertà sia una giustificazione (detta anche alibi). Quanto alla sanatoria per gli scandali c'è già stata in parlamento con l'archiviazione; il finanziamento statale è molto di più, è un premio ai partiti ladri, nel segno di una universale omertà. Al senatore del Pci non resta infine che una preoccupazione: non quella che la democrazia italiana diventi d'ora in poi una " democrazia pagata ", una forma come un'altra di democrazia protetta e di trasformazione dei partiti in corporazioni statali; né quella di una decisione simile in clima di austerità; né quella di un partito operaio che vende la primogenitura di una lunga tradizione per molti miliardi di lenticchie; bensì quella di eventuali controlli statali sui bilanci. Ma è il solo punto su cui può invece star tranquillo: in Italia non si controlla nulla, neppure gli stipendi dell'on. De Mita.

21 marzo 1973

 

Lo stato addosso

Invece che a palazzo Braschi, in Roma il procuratore generale conte Colli avrebbe dovuto inaugurare l'anno giudiziario in Pozzuoli, nel manicomio giudiziario. Per scanno, avrebbe potuto usare il letto di contenzione dove è morta in un rogo Antonia Bernardini, donna povera di mezza età. Le toghe di ermellino avrebbero fatto spicco tra le detenute di quel bagno penale. Il presidente della Repubblica, i ministri della giustizia e della sanità, il riformatore Aldo Moto, gli alti gradi della polizia e della burocrazia, insomma le "massime autorità dello Stato", avrebbero potuto apprezzare di persona la bontà, e soprattutto l'efficienza, delle istituzioni da loro degnamente rappresentate. In questa storia di una innocente arsa viva c'è tutto. Questa donna aveva "addosso" lo Stato tutto intero. Ogni pezzo di questo Stato, con una perfetta convergenza di meccanismi, ha concorso a perseguitarla e a ucciderla, in poco più di un anno. Dicono che il manicomio giudiziario di Pozzuoli sia un ex convento, dunque è logico che sia stato trasformato in un lager per sole donne. I letti di tortura vi abbondano, le iniezioni di zolfo come moderna terapia psichiatrica anche. Antonia Bernardini non è stata la prima a morirci tragicamente. Tuttavia il direttore di questo tempio di giustizia per malati e reietti non sarà arrestato, forse riceverà una cattedra. E' anche parente dell'ex ministro Bosco, ed ha per assistenti delle suore affini a Maria Diletta Pagliuca. I manicomi giudiziari dovrebbero essere chiusi, i tavolacci dove si lega la gente sono fuori legge, dovrebbero essere dati alle fiamme. A Pozzuoli infatti è andata così, ma con una persona legata sopra. Leggiamo che il direttore del lager, buon burocrate che ha il senso del denaro e della pubblica proprietà, vuol far pagare agli eredi della donna morta il tavolaccio bruciato. La presenza di un socialista ieri e di un repubblicano oggi al ministero di grazia e giustizia dà così i suoi buoni frutti per non parlare della presenza socialista e democristiana di sinistra al ministero della sanità. Ma perché questa infelice donna era capitata nel manicomio di Pozzuoli? Per aver fatto una fila alla biglietteria della stazione di Roma, aver perso la pazienza e avere "oltraggiato" un vigile, detto anche pubblico ufficiale. Invece di processarla e magari condannarla, per un così lodevole reato, i sacerdoti del potere giudiziario l'hanno tenuta "in attesa di giudizio" per più di un anno, in un manicomio. Accade a migliaia di persone, sole e dimenticate. Ora c'è un processo di meno da celebrare, e un funerale in più. Una riforma dei codici e una riforma carceraria seria non dovrebbero, come generalmente si crede, spazzar via queste incredibili nefandezze delle nostre istituzioni repressive, giudiziaria e psichiatrica, sanitaria e burocratica. Non basterebbe. Dovrebbero cominciare col ripristinare l'ergastolo e i letti di contenzione per i giudici che non giudicano, i medici che non curano, i politicanti e i ministri irresponsabili, i legislatori pigri, i detentori di un potere pubblico che perpetua simili meccanismi e si macchia di queste colpe. Deplorando questa condanna a morte, eseguita a Pozzuoli con una versione speciale di sedia elettrica, gli psichiatri democratici dicono che la sentenza è stata eseguita "congiuntamente da due fra i più forti sistemi repressivi esistenti in Italia, quello giudiziario e quello psichiatrico". Vero, ma questi sistemi hanno dei responsabili in carne ed ossa, tecnici e politici, che nessuno chiama mai seriamente in causa. Un piccolo gruppo di radicali sta manifestando sotto le finestre del ministro Reale perché faccia qualcosa, ma questo ministro saranno dieci anni che non ha fatto nulla ed è ministro lo stesso. Per fortuna, e in compenso, avanza la riforma sanitaria. Nel senso che gli ospedali, in cancrena, si sfasceranno sotto il regime delle regioni invece che del potere centrale. Un medico napoletano ha dichiarato ieri che dal silenzio sulla riforma sanitaria, intesa come prevenzione, assistenza sul territorio, autogestione ecc., al tragico fatto di Pozzuoli "corre un filo diretto". Non c'è dubbio, come ci corre con la prolusione del conte Colli, il governo della tregua sociale e degli equi sacrifici, l'inerzia parlamentare. Dalla coda di una biglietteria di stazione al manicomio e al cimitero di una cittadina del sud, con risarcimento postumo dei danni a carico della vittima in attesa di giudizio: un bell'itinerario, un esempio di civiltà latino-borghese. Ma per fortuna è una vicenda della notte del 31 dicembre 1974, anno duro per via della crisi petrolifera. Ora siamo nel 1975 anno di sicura ripresa, di riforme certe, di rinnovamento dello Stato: purché beninteso i cittadini abbiano fiducia, in questo Stato che certamente la merita; e diano una mano all'on. Moro, che è uomo di idee avanzate, capace di mandare una corona di fiori al cimitero di Pozzuoli, se fosse in Puglia.

7 gennaio 1975

 

Mantini Anna Maria

Sulla morte di Anna Maria Mantini si possono scrivere tante cose. Si può ricordare la condizione operaia e di povertà della sua famiglia, provare a immaginare l'itinerario culturale suo e del fratello ucciso, vedere questa morte violenta come una tragedia personale in più, in un mondo arido e ostile. Si possono ripetere considerazioni di maniera su questi nuclei sparsi di rivolta, sul miscuglio di disperazione, ingenuità e anche crudeltà che vi fa da sfondo, sull'uso politico torbido che ne fa il potere. Si può smontare pezzo per pezzo la misera versione di polizia, l'immagine di questa ragazza che ha insieme la forza e il tempo di bloccare una porta e di afferrare un'arma, contro una folla di agenti che da lunghe ore la tengono in pugno, e uno di loro che non sa maneggiare una pistola senza sparare. Si può facilmente inquadrare questo assassinio a freddo nella legislazione freschissima che questi metodi autorizza e favorisce, nella filosofia dell'ordine e dello stato imbecille - neppure forte - che continua a fiorire negli stati maggiori dei partiti al potere, nei ministeri, nelle aule giudiziarie o nelle caserme. Ma a tutto questo siamo abituati, alimenta la nostra polemica quotidiana contro un ordine di cose insopportabile, condannato solo venti giorni fa da una grande maggioranza del paese. Nell'assassinio di Anna Maria Mantini ci colpiscono però altre due cose in certo modo nuove, che intrecciate insieme fanno rabbrividire, come indice di una bestialità pura e gratuita. Non c'era un conflitto a fuoco, non c'era il clima di uno scontro di strada, c'era una ragazza con un armamentario da piccola cronaca, c'era una operazione di polizia che poteva semmai giovare a indagini meno superficiali di quelle che conosciamo. Quale valutazione della vita altrui, e anche della propria, spinge un uomo, non dico un uomo di legge, a sbrigarsela con una revolverata in faccia? Chi ha deciso di muoversi in un simile modo, come in un film da quattro soldi? Quale concezione della violenza aleggia nell'aria, là dove si esercita il potere, se arriva a tradursi in queste forme sbrigative da bassifondi? Come è possibile una mentalità "pubblica", statale, che condanna un sergente che non vuole essere fotografato, che destituisce un commissario che scrive una lettera, e poi corrompe gli individui e i corpi di cui si serve assimilandoli, nell'istinto e nel comportamento, agli abitudinari di mattatoi e cimiteri? "Una nappista armata si ribella all'arresto. L'agente spara. Uccisa" Questo è il titolo squillante di un giornale di stato, naturalmente con la fotografia della "vittima", che vittima tuttavia non è, ma criminale giustiziata, e la fotografia "americana" del pavimento maiolicato e insanguinato. Questo è lo stile, per così dire culturalmente neutro com'è quello delle questure, più o meno di tutta la nostra stampa. E questa è la seconda "novità" che fa rabbrividire. Perché in questo caso non è neppure la cupidigia antiestremista, ormai elettoralmente inutile, a ispirare questi operatori culturali. E' una volgarità e una insensibilità automatica, l'adesione alla "legalità" del fatto di sangue se promana dal potere costituito, l'indifferenza per la vita di chiunque se fa ostacolo agli automatismi della repressione, neppure condivisi ma "respirati" come valore superiore. Con una eccezione peggiore della regola, questa volta, quella di un giornale che dietro questa vicenda così odiosamente limpida sospetta con scrupolo una "mezza verità", e ne fa con raffinatezza questione di "stile di comando". E' vero, bravi, non è questione di rivoluzione culturale nella nostra società e nel nostro stato. Neppure di mutamento politico. Al massimo è questione di buon governo, di buon comando. Anche per uccidere ci vuole, ecco, un altro stile.

10 luglio 1975

 

Back