Ristrutturazione capitalistica

proletarizzazione dei tecnici

e riforma della scuola

 

 

 

Questa analisi della riforma e della riorganizzazione scolastica come necessità del passaggio capitalistico, è stata elaborata dalla Commissione delle Facoltà tecnico-scientifiche del Movimento Studentesco romano, e presentata al Convegno nazionale, tenuto a Milano il 30 novembre 1968, dalle Facoltà tecnico-scientifiche. Successivamente approfondita e ampliata, essa individua nei disegni di riforma scolastica il progetto capitalistico di adeguamento della scuola come luogo di formazione professionale e di disciplinamento ideologico, alle esigenze produttive; e particolarmente alle esigenze della ristrutturazione dell'apparato produttivo, partendo dalle necessità del salto tecnologico e quindi della riqualificazione della forza-lavoro.

Da questo tipo di analisi scaturiscono alcune indicazioni di lotta per il Movimento Studentesco, nella necessità di saldare il proprio terreno con quello della lotta operaia.

 

 

I compagni che sono interessati ad avere ragguagli sulla bibliografia possono rivolgersi a

"Linea di Massa" Via dei Banchi Vecchi, 58 00186 Roma

 

 

 

 

PREMESSA

 

L'errore che solitamente vizia la discussione attorno al problema della riforma nei suoi contenuti e nei suoi tempi è il restringere il campo d'analisi a livello politico formale. Si inseguono così le diverse proposte di legge che in questi mesi vengono avanti da parte governativa come dall'opposizione costituzionale (Sullo, Gronchi, Napolitano, Montalenti, ecc.); si tenta di anticipare il testo di legge definitivo quale risulterà dalla composizione delle forze politiche parlamentari.

E' perfino ovvio che questa ottica scorretta non permetta di stabilire il punto di equilibrio attorno al quale i diversi partiti si disporranno, saranno -costretti a disporsi; col risultato di proiettare tutta la questione scolastica in quella vana caligine che è il Parlamento italiano - dove proprio in virtù del processo di deperimento che investe in generale le istituzioni rappresentative, ha luogo l'innocuo gioco da iniziati di cui partiti, correnti e notabili ci hanno reso ormai spettatori stanchi.

Ma la lacuna più grave che da questa impostazione deriva, è l'incapacità di. vedere la riorganizzazione scolastica come movimento reale già in atto: si scambia la riforma con la sanzione legale della riforma; e precludendosi la via dei processi reali, dei problemi economico-sociali sollevati dalla lotta di classe, non si ha l'occhio alle modificazioni già attuate, ai provvedimenti già in cantiere, che delineano, al di là della apparente empiria, i connotati veri della riforma; il problema della ristrutturazione scolastica, si colloca così nel "cielo della politica; le "intenzioni", le "aperture" o le "chiusure'' dei diversi leaders diventano il vero problema - i Sullo, i Ferrari Aggradi, i Codignola, gli Orsello, i Napolitano, una folla di figure sicuramente minori (strictu sensu) sono assunti a protagonisti di una battaglia che si svolge assai prima e al di fuori del Parlamento; e che ha personaggi singoli e collettivi di ben diversa statura politica.

Queste note non contengono quindi alcuna disamina puntuale del progetto di riforma governativa - tanto meno prevedono un raffronto analitico dei diversi disegni di legge. Si è tentato piuttosto di stabilire quali sono i movimenti, a livello produttivo, che hanno dato vita al problema della riforma presumendo per questa via, di individuare il punto di equilibrio attorno al quale ruoterà poi il "mercato delle vacche" della contrattazione parlamentare. Inoltre, malgrado esorbitasse dai fini di queste note, si è cercato di riferire i movimenti del capitale allo sviluppo delle forze produttive; ed in primo luogo alla lotta di classe operaia -, tentando così, di trarre alcune indicazioni di lavoro Politico per il Movimento Studentesco.

 

 

 

INTRODUZIONE

 

"Che cos’è l'incendio di una

scuola rispetto alla fondazione

di una scuo1a"? – dai muri una

della Sorbona.

 

Il risparmio sul costo del lavoro realizzato durante il periodo di bassa congiuntura assicura al capitale italiano una disponibilità di investimenti senza precedenti in questo dopoguerra. (*) ,

D'altro canto le esigenze di competitività-integrazione sul mercato mondiale, saldandosi alle pressioni delle lotte operaie spingono verso una caratterizzazione "intensiva" degli investimenti che procede parallelamente alla concentrazione de settori produttivi "portanti" dell'economia italiana (metalmeccanico, petrolchimico).

Gli investimenti tendono così ad indirizzarsi non verso 1a moltiplicazione delle unità produttive (come era accaduto nel periodo 1958-1962), ma verso la modificazione-aumento del macchinario col conseguente allargamento delle dimensioni aziendali. Si tratta cioè di investimenti che aumentano la composizione organica del capitale: nel tentativo di assicurare un aumento della produttività connesso con l'utilizzazione intensiva della forza-lavoro, e, ad un tempo, un più rigoroso controllo, proprio attraverso il macchinario, sulla cooperazione della stessa forza-lavoro in fabbrica.

Tuttavia, il rischio implicito nell'impiego di ingenti risorse a fine del rivoluzionamento tecnologico non consente, dal punto di vista capitalistico, di effettuare questi investimenti in presenza di un ciclo montante di lotte operaie, senza che sia assicurato contemporaneamente, nel medio e lungo periodo, il controllo politico sulla disponibilità della forza-lavoro. Questo controllo si articola nella attuale fase dello sviluppo capitalistico, essenzialmente in due momenti organicamente connessi:

a) richiesta alle organizzazioni politiche e sindacali della classe -operaia di una compartecipazione alla gestione dello sviluppo economico in cambio di una serie di modificazioni e concessioni a livello, per così dire, di circolazione del capitale - volte cioè a migliorare la condizione materiale dell'operaio in quanto cittadino.

Questo, non già come sostiene la "vulgata" piccolo-borghese ed anticomunista per arrestare il proseguo delle lotte nel paese. Perché i padroni conoscono bene l’effetto di formidabile tonificazione che hanno entro i limiti di "guardia" le lotte operaie sul meccanismo di sviluppo capitalistico. La ragione è un'altra si tratta sostanzialmente di impedire grazie alla collaborazione del movimento operaio che, mediamente l'aumento del costo del lavoro superi l'incremento e la produttività. Con tutto il significato di insubordinazione politica che -oggettivamente un tale blocco del meccanismo di accumulazione comporta.

b) Imposizione di una ristrutturazione professionale della cosiddetta popolazione attiva. Le modificazioni nel processo lavorativo, in quanto avvengono sotto il dominio dei rapporti capitalistici di produzione, provocano delle innovazioni nel processo di valorizzazione.

Così il rivoluzionamento tecnologico avviene solo se si modifica la stratificazione sociale della popolazione attiva e, se si vuole, la composizione politica della classe operaia.

In altri termini occorre varare una massiccia operazione di violenza sul lavoro vivo per assicurare un equilibrio fra qualificazione e ruoli imposti dal salto tecnologico. La prima articolazione del controllo mette capo alla soluzione politica formale della "grande coalizione" il centro-sinistra allargato ai "comunisti"; perché stante l'astrale distanza tra il PSI e la classe operaia l'unica organizzazione politica che assicura una presa sul comportamento operaio è il PCI. La seconda articolazione fonda la riforma della scuola - se per scuola si intende il luogo sociale della produzione della forza-lavoro.

Le due articolazioni, si è già detto, procedono insieme. Tuttavia in prima approssimazione e per esigenza di chiarezza, sì possono considerare nella loro autonoma specificità. Esaminare con quali ritmi, quali ritardi o frizioni, attraverso quali mediazioni avanzi nel cielo della politica" la soluzione della "grande" coalizione" è un discorso che in questa sede non mette conto affrontare.

Nel seguito si tratterà solamente della riforma della scuola come esigenza oggettiva del passaggio capitalistico. E per uscire dai luoghi comuni, moduli e tempi della riforma verranno agganciati ai movimenti del capitale, oltreché all'andamento delle lotte di massa.

 

(*) Valga, come dato emblematico la Relazione previsionale Ministro Colombo

 

 

 

I - IL PASSAGGIO CAPITALISTICO NELLA SUA ARTICOLAZIONE PER SETTORI

 

Un esame corretto dei movimenti del capitale passa attraverso l'individuazione dei settori portanti dell'economia italiana dal punto dì vista della accumulazione sociale.

Occorre cioè operare una prima fondamentale distinzione tra apparato produttivo di base (costituito dall'industria pesante nonchè dalle industrie energetiche termiche ed elettriche, dalle industrie di costruzione e gestione dei trasporti marittimi e ferroviari, ecc.) e settori produttivi dei beni di consumo durevoli (all'interno dei quali una posizione strategica è occupata dall'industria dell'auto) e della petrolchimica. Il settore di base, infatti, costituendo, grazie al controllo diretto esercitato su di esso dal ceto politico, "il campo ed i limiti entro i quali ha operato e continua ad operare la programmazione" ha finito col funzionare come "formidabile presupposto di garanzia e sicurezza per lo sviluppo capitalistico nel nostro Paese".

Per contro l'accumulazione del capitale sociale è interessata sempre più marginalmente da questo settore. Del resto si può affermare che il settore di base fornendo in tempi e ritmi garantiti dalla presenza pubblica, ai settori dei beni di consumo durevoli e della petrolchimica, le "funzioni fondamentali della produzione e energia trasporti, mezzi di produzione, materiale grezzo ecc.) trasferisca ad essi il compito della estrazione integrale del plusvalore ovvero il prodotto terminale incorpora in sé il valore accumulato attraverso tutti gli stadi della lavorazione. Non sorprendono quindi gli alti saggi di accumulazione ed i considerevoli tassi di concentrazione che questi ultimi settori presentano.

Resta così giustificato un procedimento analitico che volendo cogliere tratti essenziali del cielo capitalistico in prima approssimazione si concentri sui settori guida dello sviluppo che come è noto sono i settori che realizzano i saggi di accumulazione più consistenti.

 

(*) Queste osservazioni sono presentate in maniera piú argomentata nel saggio di Di Lauzardo 'Traduzione sociale e grande azienda".

 

 

1 ) Settore petrolchimico - nucleare

 

Il settore petrolchimico, pur raggiungendo dal punto di vista delle dimensioni aziendali e del volume del fatturato livelli ragguardevoli (la sola Montedison è tra le cinque industrie europee nel settore) presenta alcuni limiti strutturali dal punto di vista dei processo lavorativo che ne condizionano pericolosamente le caratteristiche competitive sul mercato mondiale. Semplificando al massimo si può affermare che il fatturato dell'industria chimica italiana, considerata come settore tecnologico, non è sufficientemente "intensive labour". Più precisamente il valore che si aggiunge come risultato della trasformazione lavorativa sfiora il 33% del valore originario del materiale grezzo. Analoghe statistiche relative allo stesso settore danno per gli USA, il Regno Unito, e la Francia rispettivamente il 61% , il 47%, il 40%.

Così l'industria chimica italiana si vede costretta ad aumentare e migliorare drasticamente gli stadi di lavorazione attraverso cui passa il materiale prima di divenire merce. Infatti la gerarchia competitiva dei prodotti americani inglesi e francesi è facilmente relazionabile alla corrispondente gerarchica nella lavorazione. Ma le caratteristiche del ciclo produttivo non consentono alcun miglioramento radicale nel processo lavorativo che non passi attraverso un rammodernamento tecnologico degli impianti fissi. Si tratta di investire masse ingenti di capitale oltreché nella ricerca e nella progettazione, nell'aumento ed automatizzazione degli stadi di fabbricazione nonché nel coordinamento e nella estensione della rete distributiva.

Proprio a questo problema va ricondotto il recente. intervento dei capitale di stato (acquisto di quote azionarie maggioritarie da parte dell'Eni, IRI, Banca d'Italia); piuttosto che alle rispettabili manovre finanziarie del dott. Valerio.

Un'altra caratteristica della branca petrolchimica è la sua tendenza a straripare; ad invadere cioè in ragione proporzionale alla consistenza produttiva, altri settori energetici ed in primo luogo quello nucleare.

E' questa per così dire una "proprietà" dei grandi "trust" internazionali che dominano il petrolio come fonte energetica e come materiale di trasformazione. Descrivere questa dinamica nella sua globalità è compito che esorbita da queste note. Mette conto tuttavia accennare ad alcune significative motivazioni economiche che giustificano questa tendenza:

  1. Le fonti petrolifere sono generalmente collocate al di fuori delle metropoli cioè delle aree socialmente più assestate e stabili; spesso la loro dislocazione geografica le situa in zone dove o è in corso una lotta di liberazione nazionale (Venezuela), oppure l'inesistenza di rapporti di produzione omogenei ed efficienti rende l'equilibrio politico estremamente precario (Paesi Arabi).

  1. Le valutazioni sulle scorte ancora immagazzinate nel sottosuolo e le previsioni relative alla capacità delle sacche non ancora individuate concordano nella valutazione pessimistica delle possibilità di fondare dai punto di vista energetico, sulle fonti petrolifere. lo sviluppo industriale mondiale nel lunghissimo periodo.

  1. La nuovissima industria nucleare comporta un alto grado di automazione degli impianti ovvero è emarginata la mansione operaia tradizionale, fonte di "errori" per il flusso produttivo nonché di potenziale insubordinazione.
  2. V'è infine un motivo cautelativo per impadronirsi dell'industria nucleare dal momento che, comunque, essa si rivela energicamente quella più dinamica e strategicamente più importante.

 

Anche in Italia l’industria petrolchimica è sempre più interessata al settore nucleare. Trascurando le autonome iniziative della Montedison e dell'Enel, è il capitale pubblico che guida l'operazione di "aggancio", Eni ed Iri da sole o congiuntamente alla Fiat, adoperando scopertamente il Cnen, hanno varato una serie di iniziative che vanno dalla preparazione di elementi di combustibile, alla nave a propulsione nucleare e più generalmente al potenziamento della ricerca tecnologica nel settore.

Occorre osservare come lo sviluppo di una industria nucleare sia in Italia facilitato dall'esistenza più che ventennale di una branca della ricerca (fisica atomica e nucleare) che ha alle spalle una mole di attività e di risultati per lo meno dignitosi sul piano internazionale. A questo proposito importa sottolineare come il capitale italiano si sia assicurato attraverso la mediazione statuale, tecnologicamente e scientificamente, la presenza di base in un settore che se al suo sorgere non consentiva una redditività immediata, lasciava tuttavia intravedere enormi possibilità di utilizzazione.

Probabilmente la chiave per risolvere il "mistero" dello sviluppo nazionale della fisica nucleare risiede nelle vilipese capacità di previsione del capitale italiano; giacché inconsistenti risultano le spiegazioni che fanno unicamente capo all'influenza mafiosa dei notabili universitari o addirittura al prestigio del "grande Fermi".

Del resto si può considerare come un ulteriore dato emblematico la nascita nel 1958 e la successiva ininterrotta espansione, di un settore della ricerca scientifica e tecnologica centrato attorno al problema della ''fusione nucleare". La stessa letteratura specifica riconduce il sorgere in Italia dei Laboratori per lo studio dei plasmi al tentativo di utilizzare una forma d'energia connessa alle proprietà microscopiche della materia (energia da fusione) che, grosso modo, si rivela più redditizia dell'energia da fissione. E malgrado la sicura assenza, nel campo, dei cosiddetti scienziati, la ricerca plasmatica s'è sviluppata al punto da interessare direttamente gli apparati militari - ad esempio recentemente vi sono stati "passi" dei Ministeri della difesa italiano e francese per potenziare i finanziamenti alle ricerche nel settore.

 

 

2) Settore dell'auto e areonautico-areospaziale

 

Le dimensioni aziendali, l'automazione, la disponibilità di mercati eccezionalmente vasti (si pensi ai paesi dell'Est) nei limiti in cui comportano l'innesco di un processo a spirale (più grandi dimensioni aziendali, maggior grado di automazione, invasione di altri mercati) spingono la Fiat verso settori produttivi tecnologicarnente connessi al settore automobilistico. In altri termini la ''1unga marcia" della Fiat verso il settore areonautico ed areospaziale va vista soprattutto come un avvicinamento al regime di piena utilizzazione degli impianti - ciò impone l'esigenza di economie nei costi legata ai gravissimi problemi di concorrenza-integrazione sul mercato mondiale. Del resto tutto ciò è già più che una linea di tendenza. Basta infatti aver l'occhio alla produzione da parte, della Fiat dei caccia F-104 per la Nato; alla compartecipazione nella costruzione di parti staccate del Caravelle e del Concorde; all'accordo con la Sud Aviation per la fabbricazione in serie di un aereo di linea, ma soprattutto al finanziamento indiretto di alcuni programmi di ricerca areospaziali (Progetto S. Marco, Eldo, ecc.).Sono proprio queste iniziative che sottendono il recentissimo sviluppo della ricerca italiana nel campo astrofisico e, parzialmente, nello spesso campo plasmatico. Ed è il ventilato proposito Fiat di impiantare in Calabria negli anni ’70 la sua industria areonautica che spiega le "promesse dei ''centrosinistri" di costruire nel Sud una università tecnologica (sul tipo del MIT).

 

 

3) Settore elettronico o dell'automazione

 

V’è certo un settore strategico dal punto di vista dello sviluppo economico nazionale che sembra definitivamente isterilito nel medio-lungo periodo: si tratta del settore elettronico o, se si vuole, della cosiddetta industria di automazione.

La centralità di questa branca nelle società industriali è perfino ovvia. Basta osservare che tutti i problemi di programmazione aziendale, nazionale, internazionale hanno come passaggio obbligato per la loro risoluzione la cosiddetta "analisi dei sistemi"; che, fuori del gergo, sta poi a significare l'impiego degli elaboratori elettronici per l'individuazione delle informazioni-comando sulle decisioni imprenditoriali.

Del resto si assiste oggi al rovesciamento dei tradizionali rapporti tra industria e strumenti da calcolo - ovvero tendenzialmente, non è tanto la singola unità produttiva che adopera il calcolatore elettronico; quanto operativamente, attorno ad un grande calcolatore, vengono costruite, come sbocco per così dire terminale, le unità produttive.

D'altro canto è un fatto che l'attuale divisione internazionale del lavoro tende a concentrare negli USA e nell'URSS l’industria della automazione - v'è, in questo senso, un tentativo di entrambe le grandi aree economiche di identificare un centro decisionale dove addensare le iniziative. E tuttavia occorre osservare che la divisione internazionale del lavoro così come oggi si configura non presenta ancora caratteristiche di stabilità tale da permetterne un assestamento.

L'ostacolo più significativo alla stabilizzazione di questa divisione del lavoro è indubbiamente la mancata integrazione a livello di mercato mondiale. (*) Infatti, malgrado si assista a fenomeni accelerati di integrazione sovranazionale (Mec, Comecon, Efta) le nuove aree così definite non presentano una sufficiente dinamica di compenetrazione.

E' ragionevole prevedere quindi che anche in questo settore i conti non siano già stati fatti; giacché l'appesantimento nella bilancia dei pagamenti di un paese industriale, costretto a importare i manufatti elettronici funziona come formidabile stimolo allo sviluppo industriale del ramo.

Questa ipotesi è confortata da una serie di dati relativi ai movimenti dei capitali europei verso il settore elettronico.

Qui, trascurando la significativa esperienza francese, basterà rilevare come l'Italia, quarto paese europeo nell'utilizzazione dei calcolatori (alla fine del '67 ne erano in funzione nel nostro paese 1700 di cui un centinaio di grande potenza) manifesti una attenzione crescente nei confronti dell'elettronica. (**)

E' stata, ad esempio, recentemente fondata una società che dovrebbe apprestare il decollo della industria elettronica nazionale. L’Olivetti, dopo la battuta d’arresto che ha comportato la cessione alla General Electric della sezione grandi calcolatori, riprende l’iniziativa nel settore assicurandosi il controllo nella produzione di alcuni componenti di base – recentemente, infatti, la finanziaria dell’Olivetti ha acquistato dagli americani la Società Generale Semiconduttori di Agrate in Brianza che produce semiconduttori planari al silicio. La Olivetti diviene così la prima società non americana che vanti una presenza nella produzione di questo tipo di semiconduttori. L’importanza di una simile transazione risiede nel fatto che i semiconduttori sono i componenti di base della così detta terza generazione degli elaborati elettronici.

 

(*) A questo proposito sicuramente rilevante è la collocazione della Cina al di fuori del mercato capitalistico mondiale.

(*) (*) Nella graduatoria relativa all'impiego degli elaboratori elettronici l'Italia precede la Svezia, la Svizzera e l'Olanda, che sono paesi a reddito pro-capite nettamente superiore al nostro. Poiché non v'è nessuna ragione per accreditare una particolare vocazione tecnico-scientifica al padronato italiano, bisogna concludere che ancora una volta, sono le percentuali elevatissime di ore di sciopero degli operai italiani che, facendo saltare la puntualità delle consegne delle commesse, costringono a battere la strada della repressione attraverso l'automazione.

 

 

4) Le modificazioni indotte dal passaggio

capitalistico sull’organizzazione statuale

 

L’imponente dinamica produttiva sopra delineata si ripercuote pesantemente sull’organizzazione statuale.

La concentrazione, la centralizzazione, l’integrazione sovranazionale, l’ingigantirsi delle dimensioni aziendali e degli impianti fissi esigono in maniera sempre più urgente il superamento dei meccanismi spontanei del mercato o, se si vuole, il prevalere delle considerazioni relative al costo sociale anziché al mero costo aziendale.

Questa esigenza si traduce poi nella richiesta capitalistica allo Stato di trasformarsi da apparato coercitivo garante dei rapporti di produzione, in regolatore diretto del ciclo economico nel suo necessario alternarsi di sviluppo e crisi (*)

 

Qui, ormai, non è più in gioco la tradizione tematica connessa all’uso degli strumenti pubblici (bilancio, credito, fisco, ecc.). Si mira piuttosto ad una nuova dimensione statuale che assicuri, in prima persona, lo sviluppo economico nel lungo periodo.

La fondazione di questo Stato come Stato programmatore comporta un’enorme espansione di quelli che sono i servizi generali che assicurano e coordinano l’impiego dei fattori produttivi (ricerca, programmazione, trasporti, assistenza, scuola); e la loro assunzione in mano pubblica.

D’altro canto la regolazione del ciclo postula la capacità istituzionale dello Stato di ristabilire sul piano della violenza sociale i rapporti di forza tra le classi – ovvero l’organizzazione statuale del capitale sociale è in grado di rappresentarsi come mero apparato repressivo ogni volta che l’emergenza delle lotte operaie, risolvendosi in attacco politico al rapporto di produzione, imponga la crisi come terreno di scontro.

 

Questa caratteristica del tardo capitalismo necessita, a livello di organizzazione sociale, del rafforzamento e dell’estensione dei servizi improduttivi adibiti specificamente al controllo del comportamento della forza-lavoro (apparati di sorveglianza, repressione, manipolazione, ecc.).

 

(*) La figura "nuova" dello stato tardo-capitalistico è delineata con estrema lucidità in A. Negri: "Marx sul ciclo e la crisi", "Contropiano" n. 2

 

 

 

II - RIVOLUZIONAMENTO TECNOLOGICO

E STRATIFICAZIONE

DELLA FORZA-LAVORO

 

Si è già osservato come questi movimenti di capitale, schematicamente esaminati per settori, richiedano tutti profonde innovazioni tecnologiche nel processo lavorativo.

Dal punto di vista della stratificazione sociale possiamo in generale affermare che il "salto tecnologico" muta la distribuzione della popolazione attiva addensandola attorno ai ruoli tecnici impiegatizi e rarefacendola attorno alle mansioni agricole, manuali.

Di più: il tipo di passaggio capitalistico sopra descritto attira gli investimenti verso settori che strutturalmente abbisognano di lavoro tecnico non solo nel processo di fabbricazione propriamente detto ma soprattutto "a monte" e "a valle" di esso.

E’ questa una circostanza nuova dagli effetti dirompenti. Tradizionalmente infatti, lo sviluppo dell’industria italiana s’è concentrata su una tecnologia che se per un verso lasciava largo spazio all’abilità del singolo operatore, al mestiere – e cioè in generale ai procedimenti empirici elaborati direttamente nella pratica lavorativa (tipici esempi le industrie siderurgiche, tessili, del cuoio, ecc.); d’altro canto presentava caratteristiche di monotonia e ripetitività tali da richiedere, al più, forza-lavoro con una istruzione di base ed una rapida preparazione extrascolastica prevalentemente realizzata negli istituti professionali (a questo proposito ci si può riferire all’industria dell’auto e degli elettrodomestici).

Viceversa il passaggio capitalistico a cui oggi è costretta l’economia italiana non può aver luogo "senza investimenti importanti ed a lungo termine per la ricerca, lo studio, la progettazione e la messa a punto di nuove apparecchiature".

Notiamo, infatti, che i paesi dove l’unificazione capitalistica si è compiuta da tempo (i cosiddetti paesi industrialmente avanzati) presentano una graduatoria, in relazione alle spese per la ricerca, che vede in testa i settori verso cui oggi si indirizza l’iniziativa padronale italiana.

Negli Usa, ad esempio, i dati disponibili al 1964 vedono l’industria aeronautica e quella energetica nucleare destinare alla ricerca oltre il 25% del valore del fatturato; seguono, nell’ordine, l’industria elettronica, chimica, strumentale, petrolifera, automobilistica, elettromeccanica, metallurgica, tessile, ecc.

E’ ragionevole affermare che i settori dove la spesa per la ricerca è rilevante sono anche quelli che presentano il maggior numero di addetti alla ricerca e che dispongono di una massiccia offerta di ruoli tecnici – caratteristiche queste che concorrono ad aumentare considerevolmente la produttività.

Valga come dato esemplare lo sviluppo dell’industria chimica negli Usa: si calcola che in questo settore il rendimento dal 1948 al 1958 sia aumentato del 62% con una occupazione immutata ma con un incremento di oltre il 75% del personale tecnico ed impiegatizio.

Occorre d’altro canto osservare che il flusso produttivo di un settore a tecnologia avanzata tende ad autoregolarsi attraverso l’impiego dell’automazione che realizza "la programmazione dei cicli di produzione mediante l’impiego di cicli di informazioni"; ma stante la rigidità della moderna società industriale, l’automazione si allarga "per diffusione" investendo e ristrutturando un po’ tutti i settori produttivi nonché i servizi di coordinamento e di distribuzione, gli apparati di controllo, ecc.

In linea generale, quindi, il rivoluzionamento tecnologico influenza profondamente l’occupazione. Non già però restringendone apoliticamente i livelli – giacché se è vero che lo sviluppo libera alcuni impieghi è certo che ne crea degli altri (*).

L’effetto più rilevante è invece nella distribuzione dell’occupazione.

In primo luogo in fabbrica si nota una netta tendenza alla diminuzione degli operai di linea; diminuzione che si accompagna al rafforzamento dei servizi di manutenzione, di progettazione, di coordinamento e di trasporto.

 

(*) Non si ripropone certo una teoria della compensazione. Ma occorre a questo proposito sottolineare come alcune affermazioni marxiane contenute nella Quarta sezione del I libro (Cap. XIII) del "Capitale" vadano accolte, a posteriori, con estrema cautela.

 

Il rapporto tra operaio e materiale da trasformare è sempre più mediato da una serie di procedure scientifiche oggettivate nella macchina automatica parallelamente la presenza dei tecnici come strato professionalmente qualificato della forza-lavoro si fà via via predominante.

Ma si è ripetutamente notato che il rivoluzionamento tecnologico del processo di produzione comporta un generale sommovimento degli apparati preposti a compiti di coordinamento e di controllo dei fattori produttivi. Così, anche a livello generalmente sociale, si assiste alla massiccia comparsa delle mansioni tecniche che man mano sostituiscono e accentrano gli antichi ruoli dei servizi. I travasi che avvengono nella dislocazione professionale della popolazione attiva sono impressionanti. Negli Usa secondi i dati del Labour Department il tradizionale rapporto tra operai manuali e tecnici-impiegati si è rovesciato. Nel 1910 il 36% della popolazione attiva era occupato in ruoli manuali, e solo il 14,6% assolveva mansioni tecniche impiegatizie; nel 1964 gli operai manuali sono diventati il 16,1%, mentre i tecnici-impiegati sono già il 47,2%. D’altro canto il cosiddetto settore terziario assorbe oggi in Usa la fetta più consistente di lavoro dipendente, il 56%.

Fenomeni analoghi interessano anche l’Europa occidentale. In Italia, in particolare, dove l’industrializzazione non è stata ancora compiuta, si assiste ad un continuo dislocarsi di forza-lavoro dall’agricoltura verso le industrie di trasformazione ed i servizi. Nel 1910 il 59% della forza-lavoro occupata ricopriva impieghi rurali; mentre il 25% era nell’industria e il 16% nei servizi; nel 1965 la struttura dell’occupazione nel nostro Paese era così mutata: agricoltura 25,5%, industria 39,7%, servizi 34,8%.

Un’analisi più sottile della stratificazione sociale ci permette però di rilevare come sia proporzionalmente in aumento la forza-lavoro qualificata. Raggruppando sotto la voce "tecnici" gli addetti alla ricerca, al coordinamento, ed i tecnici in senso stretto, notiamo che nel triangolo industriale si passa dall’11,1% del 1950, ad oltre il 21% del 1965.

E tuttavia i dati statistici riportati non riescono a descrivere compiutamente la fase particolare dello sviluppo che il capitale sta attraversando – perché dietro le cifre, a guardare bene, c’è una profonda modificazione del processo di valorizzazione. Infatti a misura che le nuove tecnologie mediano il rapporto diretto tra l’operaio e il materiale grezzo, accorciando drasticamente la fase di modificazione della merce, la valorizzazione si sposta, per così dire, "a monte" e "a valle" del processo di fabbricazione propriamente detto.

Così figure sociali ai margini del processo di valorizzazione o addirittura con funzioni improduttive di controllo e disciplinamento sul lavoro-vivo, oggi attraggono a sé nuovi significati produttivi. Se l’ingegnere tradizionale era caratterizzato dalla delega di alcune delle funzioni padronali, l’ingegnere della moderna unità produttiva automatizzata assolve generalmente un ruolo produttivo di ricerca, di progettazione, di coordinamento del lavoro, anche se spesso continua a possedere alcuni poteri disciplinanti sulla forza-lavoro a più bassa qualificazione. Ovviamente questa affermazione comporta l’abbandono della identificazione tradizionale e semi-marxiana tra modificazione del materiale e lavoro produttivo; e fonda, al di là della qualifica, una identificazione sostanziale tra articolazioni diverse della classe operaia.

Se infatti riguardiamo al lavoro produttivo come attività che elabora e trasmette al materiale grezzo le informazioni perché esso materiale, immagazzinandolo, si trasformi in merce (*) siamo costretti a concludere che il lavoro produttivo, oltreché nella fase della fabbricazione, si esplica nella ricerca e nella progettazione come nel coordinamento e nella distribuzione.

Abbiamo allora che dalla definizione di lavoro produttivo restano escluse unicamente le attività lavorative intenti dedite al controllo e al disciplinamento dei comportamento della forza-lavoro.

Ma l'affermazione che individua i tecnici come un momento della composizione politica della classe operaia, non può verificata definitivamente da un'analisi dei processo lavo né da una maniera nuova di riguardare al processo di valorizzazione. L'incorporazione (lei tecnici nella classe opera significato nella misura in cui sono le lotte stesse a coordinare fondersi Per questo, in realtà denotando i tecnici come lavoratori produttivi, si formula un'ipotesi di intervento politico appuntata sulla possibilità di comunicare a questo strato di forza-lavoro qualificata i ritmi e gli obiettivi dell’insubordinazione operaia.

Vedremo infatti nel seguito che, se i movimenti del capitale richiedono, per la loro pratica effettuazione, quell'opera di violenza sociale sul lavoro vivo che va sotto il nome "riforma della scuola", la lotta contro la scuola, correttamente intesa, mette capo al tentativo di coinvolgere i tecnici nello scontro di classe che si approssima con le scadenze contrattuali del '69-'70 realizzando così un primo passo verso la riunificazione politica verticale della classe operaia.

 

(*) Cfr. La nota sul "lavoro produttivo" di Gambino, pubblicata a cura dell’Istituto di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Padova.

 

 

 

III – RAMMODERNAMENTO TECNOLOGICO

E FORMAZIONE PROFESSIONALE

 

 

1) Cenni sulla storia della riforma

 

E’ un fatto che la massiccia variazione di composizione organica del capitale che va sotto il nome di salto tecnologico, induce una serie di effetti sulla preparazione professionale della mano d’opera.

Di più: in realtà il rivoluzionamento tecnologico non può programmarsi senza pianificare in anticipo il "gettito" di forza-lavoro qualificata, in grado di ricoprire i nuovi ruoli creasti dallo sviluppo. Si è così assistito da qualche anno al "risucchiamento" della questione scolastica dentro l’ambito delle decisioni imprenditoriali. La tematica della riforma, per lunghi anni impregnata del lamento culturale dei "professori democratici", entra pesantemente nei piani di sviluppo economico regionale (*).

Un primo effetto è una sorta di chiarimento semantico – non si tratta più di stabilire quale sia la riforma scolastica astrattamente ottimale, bensì di prevedere concretamente la domanda – articolata per aree economiche – di ruoli qualificati che l’economia italiana presenterà nel medio e nel lungo periodo, e di apprestarne il materiale soddisfacimento. Anche il dibattito politico si è andato disaccordando dalle secche "contestazione" alla 2314 - e dal relativo annoso dilemma, che per tanti mesi ha piacevolmente "travagliato" i partiti del movimento operaio a proposito dell'opportunità di una modificazione interna della 2314, o, viceversa, di un disegno di legge alternativo. Giacché le iniziative del governo Rumor-De Martino hanno definitivamente verificato che il progetto di riforma Gui era riferito ad una fase particolare del ciclo capitalistico; una fase, cioè, in cui l'imperativo centrale era sottrarsi alla spinta inflazionistica delle lotte operaie, attraverso l'intensificazione forzata dell'accumulazione e la ricostruzione di un fondo di riserva di capitale da impiegare successivamente nell'operazione di rinnovamento tecnologico.

 

(*) E' interessante osservare l'incidenza del problema della scuola nella elaborazione dei piani per le regioni del triangolo industrial (segnatamente cfr. il piano Zombardo).

 

E’ noto come questa politica congiunturale si sia innervata in una gamma di iniziative miranti tutte ad attaccare la condizione operaia blocco della spesa pubblica. blocco delle assunzioni e dei licenziamenti della forza-lavoro resasi superflua a salari, licenziamenti della forza lavoro resasi superflua a seguito delle operazioni di razionalizzazione, ricostituzione dell’esercito salariale di riserva, misure di rappresaglia anti-sindacale, impiego aperto dell'apparato repressivo contro le lotte popolari, ecc...

All'interno della congiuntura il problema della riforma della organizzazione scolastica veniva radicalmente ridimensionato dalle esigenze di breve periodo. Non era, ad esempio possibile procedere ad una ristrutturazione funzionale dell’Università perché questo significava, in primo luogo, intaccare il potere mafioso della casta accademica mentre l'attacco alla Classe operaia richiedeva la mobilitazione politica totale del "fronte dell'ordine" e l'emarginazione delle lacerazioni interne.

La necessità dell'accumulazione forzata, e più generalmente la fase bassa del ciclo economico, scoraggiavano inoltre lo storno di capitale verso investimenti a "reddito differito" non erano quindi reperibili i fondi necessari per procedere, dal punto di vista economico-finanziario, all'operazione di riforma.

Così la 2314. più che un progetto di riforma, è stata in realtà come del resto la pubblicistica ha ripetutamente osservato, il tentativo, riuscito, di dilazionare la soluzione del problema - di rinviare in avanti l'impatto capitalistico della questione scolastica, in attesa che si ricostituissero una serie di condizioni di sicurezza politica, entro le quali operare la generale ristrutturazione dei fattori produttivi (forza-lavoro, tecnologia, ecc.).

Tuttavia se è questo l'asse interpretativo della 2314, occorre aggiungere che la legge Gui già raccoglieva alcune delle esigenze, che la successiva dinamica degli investimenti avrebbe reso urgenti - si fa riferimento e all'ambigua introduzione del dipartimento e, soprattutto, alla nuova stratificazione professionale della forza-lavoro qualificata, promossa cori l'introduzione del diploma di laurea di primo grado. Quest'ultima misura era volta a far fronte alla domanda dei tecnici polivalenti, che i processi di razionalizzazione in fabbrica cominciavano a creare rendendo obsolete le vecchie qualificazioni intermedie conseguite nella scuola media superiore.

Si sa che l'uso capitalistico della congiuntura ha permesso la ricostruzione dell'unità di classe tra i padroni e, in primo luogo, tra questi ultimi e il loro ceto politico. E, dialetticamente, proprio questa riconquistata totalità è stata determinante nel ricacciare indietro la spinta operaia, riproponendo come vincente il rapporto capitalistico di produzione. E' un fatto quindi, che la congiuntura, apertasi grazie alla vittoria delle lotte operaie del periodo '62-'63, si è chiusa all'insegna dell'egemonia capitalistica. Ed è inutile parlare di responsabilità o di tradimento delle organizzazioni del Movimento Operaio - anche questo episodio chiave nella lotta della classe operaia italiana, va invece usato per identificare il ruolo dei partiti storici, interpreti in maniera via via più coerente dell’ "interesse generale" e dello sviluppo; che è come dire portatore del punto di vista del capitalista collettivo.

Oggi fuori dalla congiuntura, il capitale tenta di organizzare, anche a livello politico-formale, il suo capillare piano sociale.

I movimenti del capitale si indirizzano, come si è visto, verso un ampio disegno produttivistico di sfruttamento razionale della forza-lavoro, attraverso il rivoluzionamento tecnologico. Conseguentemente le esigenze che sottendevano la 2314 si sono parzialmente ridimensionate e sono variamente trapassate; in particolare lo stesso disegno di legge si è per così dire estinto, è - e non già per la ridicola opposizione parlamentare delle "forze popolari", ma, per il valido motivo che esso progetto non assolveva più una funzione economica determinata - e quindi nessuna forza sociale reale aveva più attenzione al suo destino.

Tuttavia è opportuno notare che, a dispetto della mancata sanzione legislativa, - hanno avuto luogo, nella formazione professionale della forza-lavoro, una serie di significative modificazioni già indicate nella legge Gui. Più correttamente si può affermare che le esigenze congiunturali del capitale italiano si sono fatte valere a livello di organizzazione scolastica, nonostante il ritardo con cui ha volutamente operato il ceto politico.

E’ sufficiente a proposito, ricordare come nel periodo '64-'66 , si siano "liberalizzate" le ammissioni ai gradi di istruzione universitaria nelle branche dei diplomati delle Scuole e soprattutto come si sia concretato, attraverso una serie di iniziative prese dai Politecnici (a Milano e a Torino) o dagli Istituti Tecnici (come a Roma) l'istituzione dei diploma di laurea di primo grado (detto anche diploma di super-perito).

Del resto è una circostanza questa che s'era già verificata in connessione al primo tentativo di intervento sistematico nella formazione professionale, che si colloca attorno al '58, e va comunemente sotto il nome di piano Fanfani. Si era in presenza allora di una fase ascendente del ciclo economico, imperniata su una politica "estensiva" degli investimenti - mirante cioè a moltiplicare le unità produttive di piccola e media grandezza senza alterare sostanzialmente il valore medio della composizione organica di capitale. Il processo di accumulazione veniva così potenzialmente alimentato dalla eliminazione di sacche parassitarie e comunque a bassissimo tasso di produttività. In altri termini la "diffusione proliferante" di impianti fissi ad arretrato livello tecnologico, puntava soprattutto su un impiego generalizzato della mano d'opera disponibile, anziché su uno sfruttamento "razionale", cioè tecnologicamente avanzato, di essa. L'effetto più rilevante indotto da questo sviluppo sulla stratificazione sociale era il massiccio passaggio di proletariato agricolo a classe operaia. Lo Stato di conseguenza si trovava di fronte alla necessità di garantire la fluidità di questa osmosi sociale, apprestando, con un grado di ritardo variabile, una serie di strumenti infrastrutturali.

Tra questi essenziali era la scuola - come momento che realizzava l'adeguamento della capacità lavoratrice della mano d'opera extra-operaia ai ruoli industriali.

Ma proprio perché lo sviluppo si realizzava attraverso l'impiego di macchinario a tecnologia tradizionale, la formazione professionale richiedeva in definitiva una istruzione di base congiunta, al più, a qualche anno di formazione extra-scolastica. Si comprende quindi come l'asse costitutivo della legge Fanfani fosse l'estensione della popolazione scolastica, attraverso la moltiplicazione delle attrezzature materiali destinate ad accoglierle.

Ecco perché il piano Fanfani, vanificato a livello politico-formale, quando ormai lo sviluppo economico impetuoso l'aveva reso impotente rispetto ai nuovi problemi, trovava tuttavia una sua attuazione funzionale alle esigenze del ciclo economico attraverso l'aumento della spesa pubblica per le scuole elementari (nuovi edifici, incremento del personale insegnante, campagna contro l'analfabetismo di ritorno, ecc).

Senza ulteriormente dilungarsi sugli "antecedenti" della problematica della riforma, sembra dì poter concludere a questo proposito che "storia e cronaca" verificano continuamente la saldatura tra fase dello sviluppo capitalistico e formazione professionale; e ciò comporta la sostanziale "scorrettezza" delle ipotesi politiche che vedevano e vedono nella 2314 non già un momento della riforma congiunto ad un momento del ciclo, ma l'ultima parola del padrone sull'organizzazione della scuola.

A guardar bene non è poi difficile rilevare come queste posizioni (che abbracciano un arco politico variegato, dai riformisti storici ai trozkisti tardo-comunisti, fino a giungere ad alcune delle "specie" filo-cinesi) restino al di qua di una ricognizione scientificamente determinata sui movimenti del capitale; e trovino piuttosto il loro fondamento ed insieme il loro vizio teorico, in una sorta di "ideologia pauperistica" che dell'organizzazione attuale della società è solo in grado di rilevare, privilegiandola, la "miseria del popolo sfruttato", o l'anarchia del "capitalismo straccione" - e cioè, in ultima analisi, per dirla in termini liturgici, quelle "contraddizioni secondarie" continuamente rimescolate e macinate dalla "regione- capitalistica intesa come dinamica dello sviluppo.

 

 

2) Il problema della imminente

riorganizzazione scolastica

 

Riformare la scuola significa, per il capitale italiano degli anni ’70, pianificare la preparazione della forza-lavoro in base alla "struttura" della domanda di ruoli qualificati sul mercato del lavoro.

Possedere le linee traccianti della ormai prossima operazione di riforma, vuol dire quindi relazionare correttamente gradi e tempi della formazione professionale con la "distribuzione" delle mansioni tecniche create dallo sviluppo.

Bisogna tuttavia osservare che i diversi progetti di riforma scolastica solo parzialmente forniscono dei chiarimenti sulle correlazioni reali che ci si propone di instaurare tra ruoli e formazione professionale. Spesso la mistificazione culturale stende veli pietosi sugli intendimenti effettivi; qualche volta dietro l'ambiguità delle affermazioni si nasconde la riserva di praticare soluzioni apparentemente scartate. Valgano, come esempi rispettivi, la riformu1azione del principio di sperimentazione che si ritrova negli articoli 7 e 9 del progetto di legge governativo Sullo-Ferrari Aggradi; il ripresentarsi, ancora nello stesso progetto, del primo diploma (oltre al titolo di laurea ed al dottorato) laddove (art. 9, 12) viene sanzionata la possibilità da parte della facoltà di creare istituti e scuole speciali.

Di nuovo, quindi, "la lettura delle leggi" si presenta come approccio vizioso al problema politico; mentre l'individuazione delle esigenze capitalistiche e del loro pratico avanzamento resta, sia pure in prima approssimazione, il metodo scientificamente corretto.

La questione nodale è allora: come le esigenze del "passaggio capitalistico" si fanno valere dentro l'apparente empiria dei provvedimenti innovativi della struttura scolastica presi nelle sedi decisionali le più disparate (Ministeriale, Senato Accademico, Consigli di Facoltà, Istituti Universitari, Istituti medi superiori, ecc.:).

Per non restare, infatti, avviluppati nei meandri ideologici, va scartata ogni inutile "caccia" al "modello" di riforma vincente; si tratta viceversa di riguardare essa riforma come un movimento reale che già opera una serie di modificazioni nell'organizzazione scolastica. Più correttamente va rintracciato il filo conduttore che lega l'una all'altra le disordinate iniziative che il potere va in questi mesi prendendo per realizzare la sua nuova scuola; solo così è possibile stabilire attraverso quali mediazioni la dinamica dello sviluppo economico, si rovescia sulla formazione della forza-lavoro qualificata, e giungere ad esaminare correttamente i moduli organizzativi ed i contenuti specifici dell’imminente operazione di riforma – moduli e contenuti specifici dell’imminente operazione di riforma – moduli e contenuti che costituiscono, per così dire, lo scheletro della riforma. Si tratta quindi di un discorso di prima approssimazione; e tuttavia questi chiarimenti giocano un ruolo decisivo nell’individuare le indicazioni di lotta che assicurino una prassi eversiva per il movimento ovvero un suo oggettivo rappresentarsi come un momento di lotta di classe dentro la scuola. Le considerazioni che seguono trovano una esemplificazione immediata a livello di facoltà scientifiche. E’ però facile estrapolarne nella generalità dei casi, una più ampia validità.

 

 

3) La sperimentazione

 

Probabilmente tra le misure adottate, quella che meglio si presta, ad esemplificare le considerazioni che precedono è la cosiddetta sperimentazione.

Come è noto questo provvedimento, emanato in chiusura di legislatura (marzo ’68), nella fase calda delle lotte studentesche, sollecitava gli organi decisionali degli Atenei a. varare, fatte salve alcune disposizioni generali, modificazioni nei piani di studio , nelle forme di selezione nella gestione politica-ammistrativa; considerate utili ai fini della funzionalità dell’istituto universitario.

La sperimentazione venne ufficialmente presentata come una testimonianza di buona volontà da parte del potere nei rispetti dell’autonomia dell’Università, ed in primo luogo delle esigenze degli studenti.

Qualche giornale "democratico" affermò candidamente trattarsi di una prima vittoria del Movimento Studentesco.

E’ certo nel provvedimento della sperimentazione si prendeva atto dell’esistenza del Movimento: nel doppio senso: a) di costringerlo ad una "positiva", intrappolandolo Ateneo per Ateneo, Facoltà per Facoltà nella tecnica della ristrutturazione; b) di presentare formalmente come una concessione "progressista" fatta alle lotte di massa, quella che era una metodica di saldatura tra scuola e "interland" economico circostante.

Risulta chiaro che alle spalle della sperimentazione, come già nella recentissima riforma scolastica francese, preme l’urgenza capitalistica di adattare i moduli della preparazione professionale alle caratteristiche differenziate delle diverse aree economiche.

Se è sempre più vero, infatti, che sono gli sbocchi professionali a ritmare l’organizzazione autoritaria della scuola, non è certo una riforma rigida che oggi può assicurare quella comunicazione tra sviluppo industriale e formazione professionale della forza-lavoro che il capitale ricerca, è costretto a ricercare.

Si consideri, ad esempio, il Politecnico Ingegneria di Torino e la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Roma. Una riflessione immediata suggerisce che mentre il primo è un "momento merceologico Fiat", la seconda fornisce essenzialmente i quadri medi e alti al settore terziario ed in primo luogo agli apparati pubblici. Le statistiche sugli sbocchi professionali confortano quest’affermazione.

Proporre la stessa ristrutturazione per il Politecnico di Torino e la Facoltà d’Ingegneria di Roma, significherebbe dar vita ad un tecnico oltremodo generico; e quindi incrementare la divaricazione tra preparazione professionale ed esigenze del processo produttivo. In realtà nessuno, tra "coloro che possono", persegue oggi simili obiettivi.

Al contrario, si può affermare che il principio della sperimentazione raccoglie e generalizza, istituzionalizzandola, una esigenza che si era fatta faticosamente largo nella pratica – già da tempo infatti, nonostante l’uniformità della prassi di studio, disciplinamento ideologico e formazione scolastica procedevano, nelle diverse Università, sui canali determinati dai rispettivi sbocchi professionali.

Utilizzando nuovamente la scuola di Ingegneria di Torino e di Roma, val la pena di notare come corsi nominalmente identici fuoriescono, dal filtro rappresentato dalla didattica, come discipline notevolmente differenziate. Ad esempio lo studio della meccanica razionale ha l’andamento deduttivo astratto dei corsi di matematica. Queste differenziazioni non sono accidentali (coglioneria dei professori e simili) ma organicamente legate ai diversi ruoli professionali verso cui sono rispettivamente indirizzati gli studenti.

 

 

4) Il problema delle specializzazioni

ed il "numero chiuso"

 

Un problema che conduce a un'altra "linea tracciante della riforma, è quello della disponibilità della forza lavoro qualificata – intesa tanto nell’aspetto quantitativo, quanto, e soprattutto, come "distribuzione" spettrale nei diversi ruoli.

E’ a tutti nota la generale sfasatura che sussiste tra le esigenze dello sviluppo industriale del nostro paese, e il gettito annuo di forza-lavoro qualificata che l’organizzazione scolastica consente.

I dati forniscono a questo proposito la descrizione più esplicativa. "L’indice di scolarità, cioè la frequenza percentuale in scuole di qualunque tipo di giovani tra i 14 e i 19 anni, risulta essere dell’80% negli Usa, del 50% in Germania, del 40% in Francia e del 20% in Italia".

Ancora: secondo un rapporto CENSIS 14 luglio 1968 il numero dei laureati annui per centomila abitanti è di 272 negli USA, di 53 nella Comunità Economica Europea, di 52 in Italia; mentre negli USA vi sono 49 laureati annui per centomila abitanti nelle discipline tecnico-scientifiche, nella CEE e in Italia 15.

Sempre nel rapporto CENSIS risulta che i laureati annui, per centomila abitanti, in Ingegneria, sono 18 negli USA, 16 in Gran Bretagna, 13 in Francia e solo 6 in Italia.

Inoltre nella CEE vi è stato, nell’ultimo quinquennio, un tasso medio di incremento delle lauree tecniche del 7%; mentre in Italia solo del 4,5%.

Questi raffronti possono, in ultima analisi, essere così sintetizzati. La formazione professionale della forza-lavoro rischia di costituire una notevole strozzatura per lo sviluppo, tecnologicamente avanzato, dell’economia italiana, se non si provvede a:

  1. aumentare assolutamente e percentualmente la forza-lavoro qualificata professionalmente;
  2. realizzare una "distribuzione" all’interno dei corsi scolastici che sia più aderente alla "distribuzione" reale dei ruoli sociali.

La soluzione del primo problema è stata tradizionalmente affidata dal capitale italiano all’estensione spontanea della "scolarità". E’ facile rilevare, infatti, usando ancora i dati dell’ultimo quinquennio che il saggio d’incremento annuo della popolazione scolastica, è in continua ascesa. (*). Il fenomeno (esaltato dalla fase di transizione, che la nostra società ha attraversato ed ancora attraversa, da una economia duale ad una economia industriale) è indotto principalmente dalla stratificazione salariale-normativa. Vale a dire: i redditi e le condizioni di lavoro assicurate ai ruoli tecnici-impiegatizi spingono masse sociali imponenti verso quegli sbocchi professionali.

Astrattamente è ipotizzabile un intervento pubblico programmato che, attraverso una politica di "salarizzazione" dello studente (il famoso diritto allo studio) realizzi ritmi di incremento più ampi e, in generale, più controllabili.

E però alcune ragionevoli considerazioni sembrano oggi orientare il ceto politico capitalistico verso la tradizionale soluzione "spontanea".

Senza affrontare minutamente la questione basterà sottolineare come questa scelta politica sia collegata a due circostanze "strutturali".

Innanzi tutto il problema dell’estensione della "scolarità" risulta drammatico solo se si confronta la percentuale di laureati italiani all’analoga percentuale americana.

Tuttavia nel medio e lungo periodo, per il capitale italiano, non si tratta di colmare il distacco tecnologico con gli Usa (le prospettive di integrazione in tal senso sono ancora embrionali); bensì di garantirsi rapporti di forza all’interno del MEC. E si è già notato ad esempio che il "gettito" medio annuo di laureati della CEE è lievemente superiore a quello italiano.

L’altra circostanza a cui si fa riferimento è l’approssimarsi simultaneo delle scadenze contrattuali in questo scorcio di anni 60. L’aumento generale del reddito da lavoro funzionerà, infatti, come potente stimolo all’allargamento della scolarizzazione.

Ora che un aumento del costo del lavoro debba esserci, sembra una concordanza unanime (padroni, sindacalisti, economisti, politici, prof. Ferrarotti, ecc.).

Per convincersene basterà una considerazione puntuale. Il nuovo ciclo di lotte operaie apertosi col ’68 (FIAT, Valdagno, Porto Marghera, Avola, Pirelli, Monfalcone, sciopero nazionale per le Pensioni, ecc.) racchiude una carica di aggressività tale, ad non permettere, almeno sul piano rivendicativo, un facile contenimento.

Dal punto di vista quantitativo, quindi la disponibilità di massa della forza lavoro in formazione per i ruoli tecnici, sembra essere parzialmente assicurata. Ben diversamente si presenta invece la tematica della distribuzione quantitativa per settori professionali.

A questo proposito, infatti, ci si trova di fronte la necessità, non solo, come vedremo, di rimescolare, adeguandoli, i criteri e i contenuti che individuano le singole specializzazioni; ma anche di modificare la dislocazione della massa sociale disponibile nelle diverse branche della formazione professionale.

Consideriamo a questo proposito la distribuzione dei 28.966 laureati del 1965-66 (ultimo anno per il quale è stato possibile reperire delle statistiche).

I diversi gruppi di laurea contribuiscono nella seguente misura: Lettere, Filosofia, Geografia, Magistero e Lingue 23,8%, Giurisprudenza 18,5%; Economia, Scienze Statistiche attuariali, Scienze Politiche 17,4%; Agraria Veterinaria 2%; Ingegneria e Architettura 13,2%; Medicina 8,8%; Scienze Matematiche, Fisiche, Naturali, Chimica, Farmacia 16,4%.

Una circostanza pressoché identica si verifica nella distribuzione per Facoltà delle immatricolazioni. Infatti, sempre nel 1965-66, il 62,9% delle matricole si iscriveva a facoltà del gruppo Lettere, Magistero, Economia, Scienze Politiche, Legge; mentre solo il 26,8% di esse andava al gruppo tecnico-scientifico.

Pur tenendo conto che non vi è una stretta relazione tra i titoli di studio (basati su una classificazione pre-industriale) ed i ruoli sociali, è ragionevole affermare che il gruppo scientifico e quello di Ingegneria siano più correlati al processo produttivo.

Ora risulta dai dati sopra riportati, che meno di un terzo della forza-lavoro altamente qualificata, è destinata a mansioni tecnico-scientifiche connesse col processo produttivo.

Di più: se si esamina la "struttura fine" della laurea 1965-66 del gruppo scientifico, si scopre, per esempio, che vengono prodotti farmacisti in misura superiore che fisici (per i primi la percentuale è il 3,2% del totale, per i secondi solo il 2,1%); e tanti geologhi quanti chimici (rispettivamente in cifre assolute 502 e 574).

E’ perfino ovvio che una società industriale in espansione verso settori a tecnologia avanzata, non può a lungo sopportare una distribuzione nella formazione professionale così scoordinata e contraddittoria; in grado al più, di assicurare la perpetuazione della scuola a tutti i livelli – non è un mistero che a tutt’oggi lo sbocco professionale di massa per i laureati italiani è l’insegnamento.

Tradizionalmente, il potere effettua la ridistribuzione della forza-lavoro in formazione nelle diverse specializzazioni professionali, attraverso l’informazione manipolata che magnifica alcuni sbocchi professionali. Esemplare in questo senso, la campagna di stampa e televisiva, con cui nel ‘60-’61 si promosse il "boom" delle immatricolazioni alla Facoltà di Fisica.

Ma i nuovi ritmi dello sviluppo tecnologico postulano la necessità di un controllo più rigido sulla disponibilità della mano d’opera, e in particolare, sulla mano d’opera altamente qualificata; mentre la manipolazione, essendo violenza interiorizzata, e cioè ricercando, per effettuarsi, una partecipazione consensuale, impone la scelta del potere con un certo grado di ritardo. In altri termini succede (e quest’ultimo decennio è ricco di conferme) che, attraverso la manipolazione, la riconversione della forza-lavoro in formazione ha luogo quando già le esigenze del ciclo capitalistico che quella riconversione richiedevano, cominciano a mutare.

Sono queste valutazioni che aprono il discorso, a livello politico, sul "numeru clausu".

Si tratta di uno strumento che, al di là delle articolazioni attraverso cui si attua (esami di ammissione, o semplicemente l’imposizione di un limite massimo al numero delle iscrizioni), si rivela estremamente agile nell’assicurare uno stabile equilibrio sul mercato della forza-lavoro qualificata. Del resto il "numeru clausu" in una forma o in un’altra, è adottato nei paesi industrialmente più avanzati, proprio perché è possibile con esso programmare l’adeguamento dell’offerta di mano d’opera qualificata alla domanda.

Val la pena di osservare come la necessità di addivenire a forme di controllo più rigide nell’incalanare professionalmente la forza-lavoro, non solo ha per così dire "egemonizzato" gli organi di informazione, ma trovi prime forme di realizzazione nei provvedimenti adottati da alcuni Consigli di Facoltà.

 

(*) Ad esempio l’incremento medio annuo delle immatricolazioni nell’Università italiana si aggira attorno alle 30.000 unità.

 

 

5) Il problema della dequalificazione

e la differenziazione dei titoli di studio

 

E’ opportuno operare una chiarificazione preliminare. E’ ormai un fatto che la riorganizzazione della formazione professionale ha proceduto in Italia scartando per così dire il problema dei livelli intermedi. In questi anni infatti, mentre è stata varata la riforma della scuola dell’obbligo, è stata ripetutamente affrontata la questione del nuovo assetto universitario; la scuola media superiore, e soprattutto gli Istituti tecnici-industriali, che raccolgono tanta parte della popolazione scolastica, sono rimasti sostanzialmente ignorati perfino a livello di dibattito.

Il punto è che il diplomato delle scuole tecniche è, dentro il processo produttivo, una figura ormai obsoleta. Tale lo hanno reso e la razionalizzazione delle mansioni operata su larga scala durante il periodo congiunturale; e, soprattutto, il preannunciarsi del rammodernamento tecnologico. Infatti una preparazione professionale incentrata prevalentemente su metodi che permettono esclusivamente l’applicazione ripetitiva di nozioni apprese durante gli studi formali, da adattare convenientemente nella pratica lavorativa, viene rapidamente soppiantata dal rinnovarsi incessante delle tecniche del processo lavorativo. Le conseguenze che da questa circostanza discendono sono molteplici ma ruotano tutte attorno al problema della dequalificazione. (*).

Innanzi tutto l’incremento della domanda dei tecnici intermedi, malgrado lo sviluppo tecnologico, è destinato a stabilizzarsi attorno al valore attuale. E’ questa una linea di tendenza che opera non solo all’interno dei grandi cicli produttivi automatizzati, ma soprattutto a livello di apparati di coordinamento e burocratici pubblici e privati. Ad esempio la figura del ragioniere, ancora così frequente nel settore terziario, è direttamente investita da questo processo. L’introduzione dei calcolatori spazza via infatti le vecchie professioni contabili. L’unica eccezione è forse costituita dalle aree economiche che sorgono attorno ai poli di sviluppo; qui, infatti, il processo di industrializzazione si compie attraverso la diffusione proliferante di unità produttive leggere a macchinario non flessibile, cioè, al più, semi-automatico.

La creazione di questi poli di sviluppo (**) è, infatti, relazionata all’esigenza di far eseguire alcune lavorazioni subordinate o ausiliarie rispetto ai grandi cicli produttivi del triangolo industriale, a costi di lavoro bassi, cioè al di fuori delle aree dove l’organizzazione operaia tradizionale garantisce il valore di mercato della forza-lavoro. Il carattere di queste lavorazioni subordinate ed ausiliarie e l’obiettivo che il capitale si prefigge fanno sì che lo sfruttamento operaio avvenga tramite una tecnologia arretrata, all’interno della quale possano trovare una collocazione i ruoli tecnici intermedi.

 

(*) E’ questo un termine preso a prestito dal gergo sindacale, oltremodo approssimativo, perché carico di contenuti reazionari-emotivi, anziché di significato scientifico. Nel seguito tuttavia verrà adoperato perché di uso comune nel Movimento Studentesco.

(**) Val la pena di osservare come creare i poli di sviluppo significhi creare classe operaia, cioè nuove aree sociali di consumo. Ma dialetticamente questo comporta una massificazione della condizione operaia che può essere usata come un formidabile presupposto di ricomposizione della classe.

 

La contrazione nell’espansione della domanda di tecnici intermedi nelle aree portanti dello sviluppo, procede parallelamente al dilatarsi del fenomeno della "sottoutilizzazione", sia per i diplomati tecnici che per i laureati scientifici e tecnici (*).

Il primo fenomeno di sottoutilizzazione è riconducibile alla riduzione percentuale, già osservata, dei ruoli ricopribili dalla forza-lavoro formatasi nella scuola media superiore – di conseguenza i tecnici intermedi disponibili sono tendenzialmente conglobati dentro l’arco della mano d’opera qualificata con una istruzione di base ottenuta nella scuola dell’obbligo e una formazione professionale legata alla pratica del processo lavorativo.

Il secondo tipo di sottoutilizzazione è invece la macroscopica spia dell’estensione della domanda di tecnici polivalenti in grado cioè di seguire l’incessante rammodernamento degli impianti e, ad un tempo, di fornire una prestazione lavorativa che superi la parcellizzazione rigida, adeguandosi alla flessibilità dei macchinari.

E’ proprio l’urgenza di assicurarsi la disponibilità di questo tipo di forza-lavoro, che oggi fa avanzare nelle scuole tecniche e negli stessi Politecnici, la riorganizzazione degli studi, con l’introduzione del primo grado del diploma di laurea. Si tratta, infatti, di produrre una leva di massa di tecnici polivalenti (o super-tecnici), riducendone drasticamente i costi sociali – impedendo cioè, che venga fornita una preparazione professionale alla forza lavoro, superiore al livello delle prestazioni richieste.

Del resto è questa una esigenza che va bene al di là delle professioni tecnico-scientifiche; basta infatti osservare come i progetti di riforma che vengono oggi avanzati nelle Facoltà di Lettere, tendano, attraverso la riduzione drastica dei piani di studio e le demagogiche facilitazioni ai fuori-sede, ad incanalare, sulla base della discriminazione per reddito, ingenti fette della popolazione scolastica, verso una formazione professionale dequalificata – in grado cioè di trovare, come unico sbocco occupazionale, l’insegnamento nelle scuole medie inferiori.

Val la pena notare che l’istituzione del primo grado procede capillarmente in tutte le Facoltà scientifiche.

Mentre, infatti, il Politecnico di Milano ha istituito il primo grado di laurea, fissando il relativo numero di anni, alcune Facoltà scientifiche e tecniche, come pure alcune Facoltà umanistiche, preferiscono la via subdola di un generale alleggerimento dei piani di studio, tenendo formalmente fisso il numero degli anni. Questa manovra mira, nell’immediato, ad eliminare la zavorra dei fuori corso concedendo loro una affrettata chiusura della carriera scolastica; mentre non compromette, grazie ai seminari ed agli internati, il filtraggio, tra coloro che hanno la materiale possibilità di frequentare, della fetta di forza-lavoro destinata ai ruoli professionali più impegnativi (ricercatori, ideologhi, esperti dell’industria e della manipolazione culturale).

E tuttavia bisogna osservare che si è in presenza, per così dire, solo della prima "mossa"; giacché, dopo il sondaggio delle reazioni degli studenti e la bonifica delle sacche dei fuori corso, l’istituzionalizzazione dei vali livelli di laurea comporterà una drastica contrazione del tempo concesso per conseguire il primo diploma, un aumento relativo del carico di studi e un generale risparmio nel costo di produzione di questo tipo di laureato.

 

(*) Si calcola che in Italia il 28% dei laureati sia sottoccupato.

 

 

6 ) Interdisciplinarietà e lezione seminariale

 

Sì è già notato come la concentrazione intersechi sempre più massicciamente nuovi settori merceologici già profondamente differenziati. Spesso, addirittura, si assiste all'unificazione tecnologica degli stessi settori tipica in questo senso la tendenziale fusione del settore chimico con il settore, tessile. Grazie alla produzione delle fibre sintetiche. Sempre comunque procede a ritmi serrati l'interdipendenza produttiva delle diverse branche e s’accompagna al fenomeno finanziario delle partecipazioni incrociate.

Questo processo costringe la forza-lavoro, specie nei suoi strati altamente qualificati ad una formazione interdisciplinare. Giacché la stessa versatilità degli impianti richiede, per la loro piena utilizzazione, una prestazione lavorativa non settoriale e specializzata ma viceversa in grado di seguire se non anticipare, la saldatura dei diversi cicli produttivi. Per questo oggi viene da più parti sollecitata una sorta di fusione tra le diverse discipline tecnico-scientifiche che assicurano la formazione professionale. A ben vedere è questa una maniera di chiudere à tutti i livelli (dal super-perito al ricercatore) il problema della polivalenza.

E' noto come la soluzione progettata passi attraverso la creazione dei dipartimenti; ma non sempre si valuta nelle sue dimensioni reali il procedere pratico di questa soluzione grazie alle iniziative periferiche oggi legittimate dal principio della sperimentazione.

La struttura organizzativa che si delinea sembra caratterizzata da una "tematica di ricerca abbastanza ampia ed autosufficiente, da consentire una attività scientifica, flessibile e di largo respiro. Al suo interno dovrebbero sparire gli antiquati istituti per far posto ai gruppi di, ricerca e ai servizi (tecnici, didattici e organizzativi). I piani di studio sono così destinati a divenire una sorta di "linee di formazione" interdipartimentali; mentre a loro volta queste strutture dipartimentali dovrebbero accogliere studenti che seguono diversi piani di studio".

 

Il controllo sui piani di -studio si interseca quindi con la struttura dipartimentale nel senso che saranno i dipartimenti (una volta istituzionalizzati) a fornite ì docenti e i servizi, in grado di assicurare questo controllo.

E' facile prevedere come la vecchia struttura delle Facoltà verrà scardinata. Del resto, il ritardo è davvero enorme: basterebbe ricordare l'astrale distanza che c'è tra le moderne tecniche dei processo lavorativo e le distinzioni disciplinari tra la Facoltà di Chimica; Fisica, e Biologia. 0, se si vuole, il carattere. paleo-industriale di una Facoltà come Giurisprudenza e la mancanza invece di corsi inter-disciplinari (ingegneria, economia diritto) per la formazione di amministratori industriali. (*)

Strettamente relazionato alle nuove strutture dell'organizzazione universitaria, si presenta il problema del superamento del rapporto cattedratico come categoria centrale nel disciplinamento ideologico e nella formazione professionale dello studente.

Per sgombrare il terreno dagli equivoci, occorre avvertire che non si fa qui riferimento alla cattedra come nodo nella maglia del potere universitario. E' infatti prevedibile e lo vedremo in seguito, che nella nuova Università sia ancora l'ordinario ad esercitare le funzioni di controllore generale. Ciò che invece è destinato sicuramente a saltare, è la lezione cattedratica, che attualmente ritma l'attività accademica.

Il rimprovero più consistente che si muove da parte degli esperti di organizzazione del lavoro, alla formazione professionale, così come oggi si realizza nelle nostre Università, è la sua incapacità a stimolare le prestazioni di gruppo. Il rapporto che la cattedra istituisce ignora, infatti, ogni mediazione di gruppo - esso è' tutto teso ad introdurre nel singolo studente quei metodi e quelle nozioni che dovrà poi applicare nella pratica lavorativa. In altri termini la manipolazione cattedratica, malgrado l’affollamento delle lezioni sembri ipotizzare il contrario, è tipicamente individuale.

(*) E’ significativo comunque che a Milano si sia dato vita ad un piano di studi che consente di conseguire la laurea in Amministrazione-Industriale.

 

Viceversa sfruttare razionalmente, cioè fino in fondo, la forza-lavoro qualificata, significa costringerla ad una attività di cooperazione. (*) L’affermazione è di per sé evidente se solo si ha presente il carattere di équipe del lavoro tecnico-scientifico. Tutto ciò richiede nella formazione professionale, una educazione alla ricerca collettiva, alla "creatività di gruppo", che il tradizionale rapporto cattedratico non è in grado di offrire. La pubblicistica di parte padronale, del resto, nel trattare i problemi della formazione professionale, si diffonde, con larghezza di argomentazioni, su questa necessità.

La risposta che la riforma va preparando è l’organizzazione delle attività seminariali in sostituzione delle lezioni cattedriche. Su questo terreno si vanno così già sperimentando a livello di Facoltà una serie di iniziative innovatrici (dall’introduzione dei semestri ai Politecnici, alla frantumazione di alcuni corsi fondamentali in gruppi di seminari alla Facoltà di Fisica di Roma).

 

 

7) Metodi di selezione

 

L’emergere di nuove strutture all’interno dell’organizzazione universitaria, l’emarginazione del rapporto cattedratico, scardinano il vecchio metodo di selezione incentrato sull’esame.

Qui, per brevità, si evita di riassumere le critiche mosse da più parti alla reale capacità selettiva di questo strumento, - la contestazione culturale dell’esame non è tanto una battaglia di retroguardia: è un luogo comune. E’ perfino banale, infatti, che una formazione professionale basata sulla cooperazione, così come oggi la richiede il processo produttivo, rigetti, come inconsistente, ogni metodica valutativa strettamente "individuale".

C’è però una maniera politicamente più significativa di riguardare quella che possiamo chiamare la tendenziale vanificazione capitalistica dell’esame tradizionale. Ancora una volta si tratta, non lo si ripeterà mai abbastanza, di relazionare correttamente formazione e sbocchi professionali.

Se infatti lo studente è forza-lavoro soggetta ad un trattamento di modificazione ideologica-professionale, la cosiddetta selezione attitudinale e di merito è niente altro che la proiezione a livello di organizzazione scolastica degli strumenti (e dei problemi) connessi con la valutazione delle mansioni espletate dalla mano d’opera qualificata, nel processo produttivo. Ora non è un mistero che i criteri usati nel valutare le mansioni (la famosa job evaluation), definiscono, nella loro totalità, il momento incentivante. Ma quest’ultimo, connesso come pelle e carne al processo lavorativo, diviene sempre più, a misura che i sistemi cibernetici si diffondono nella fabbrica come nei servizi, una funzione della cooperazione anziché della prestazione singola; e per gli strati della forza-lavoro oltre una certa soglia di reddito, si lega principalmente all’inculcato mito della mobilità sociale all’interno della gerarchia dei meriti (come dire: ognuno al suo posto) e, solo in via subordinata, ai parametri salariali.

Ecco perché va conservata e alimentata una sana diffidenza a proposito degli episodi di lotta studentesca che contestano "l’esame", mirando ad assicurare una nuova struttura selettiva seminariale e consensuale (cioè esami in gruppo con discussione del voto). Esempi tipici: i "quattro punti" proposti dagli studenti della Facoltà di Lettere di Roma del 17 febbraio 68 (fattane salva la validità tattica: perché, dopo, c’è stata Valle Giulia): l’accordo tra studenti e professori alla Facoltà di Architettura di Milano nell’estate 1968.

 

(*) E’ interessante notare come l’uso capitalistico della cooperazione del lavoro tecnico-scientifico proceda parallelamente alla distinzione capitalistica della cooperazione del lavoro manuale. Infatti a misura che si introducono nel flusso produttivo i nuovi impianti automatizzati, come fattore estremo di controllo sul comportamento operaio, la cooperazione lavorativa stessa si sposta dalla fase della lavorazione a monte e a valle di essa – e cioè nella progettazione e nel coordinamento.

 

 

8) Pressione produttiva e controllo politico

 

Queste innovazioni introdotte nell'organizzazione dei nostri Atenei non solo comportano la scomparsa o almeno il deperimento di alcuni moduli tradizionali che assicuravano la formazione del vecchio ceto burocratico dirigente; ma anche un generale sommovimento dei contenuti delle diverse "specializzazioni" se non addirittura dei loro stessi caratteri distintivi.

Tra una disciplina e l'altra, dalla zona di sutura, ecco delinearsi ed emergere altre materie, altri corsi correlati alle nuovissime professioni della società tecnologica. Così dall'intersezione tra "ingegneria-giurispru-denza-scienze economiche" vien fuori "l'amministratore" industriale"; dai confini tra la "matematica-fisica" e biologia-medicina si fa avanti la biofisica, questa sorta di "sesto continente" che promette applicazioni tanto disumane quanto multiformi; mentre il "contatto" "ingegneria-medicina" ha già partorito per suo conto la lurida figura dell'ergonomo.

Ovviamente si tratta di rimettere le cose coi piedi per terra e cioè vedere le professioni, i ruoli sociali che inducono all'interno dell'università, della cultura nuove discipline, nuove scienze.

Ma ciò che preme qui sottolineare è come la fisionomia che va assumendo la Università italiana consenta un più stretto rapporto tra produzione sociale e formazione professionale, tra processo produttivo e "cultura" che è poi il risultato a cui si tendeva, una fermentazione allargata, totale, del lavoro morto attraverso l'utilizzazione pianificata totale del lavoro vivo fin nella fase di formazione.

Da questo punto di vista i moduli nuovi del l'organizzazione universitaria (dipartimenti, lezioni seminariali, organi di cogestione, stratificazioni dei titoli, forme di controllo) nonché i contenuti della formazione universitaria (corsi, materie, discipline, ecc.) sono dei veri e propri canali attraverso i quali si rovescia sull'università e, mediamente sulla scuola in genere, la pressione produttiva che pervade la società a capitale maturo, cioè la società del piano capitalistico.

I tempi propri del processo produttivo che negli anni cinquanta avevano per così dire circondato e premuto dall'esterno la struttura arcaica dell'università, dilagano ora, mediante la riforma, all'interno e pretendono di sottometterne i ritmi di funzionamento.

Il livello raggiunto dallo sviluppo industriale del Paese, desidera, postula l'università nuova, o, come è stato lucidamente detto da parte capitalistica, l'università come Impresa non tollera le caratteristiche di anarchia, di rilassamento del tessuto universitario. Il numero spropositato di fuori corso, di ripetenti, di studenti in circolazione permanente da una facoltà ad un'altra, sono gli aspetti più clamorosi (ma non sicuramente gli unici) del fenomeno più generale che riguarda gli spropositati costi sociali necessari a produrre in Italia un tecnico laureato.

E' chiaro che si preparano a "tagliare" con simili fenomeni. Di più: è questo uno degli obiettivi centrali della riforma. La tattica con cui il taglio sarà praticato è ancora da definire; anche se già si può dire che il compito in grande misura sarà delegato, grazie al principio della sperimentazione, alle iniziative periferiche. Dopo un periodo di transizione che dovrebbe assicurare la bonifica della sacca dei fuori. corso (ai quali verrà fornito in fretta un titolo ulteriormente dequalificato), quando l'università nuova si porterà in condizione di regime, c'è da aspettarsi un massiccio aumento del carico didattico; nonché un generale irrigidimento dei controlli, e degli "sbarramenti" Il disegno è quello di sfornare il laureato nel numero di anni previsto. E già la stampa padronale sollecita l'istituzione di un limite temporale massimo di tolleranza, superato il quale si è espulsi dall’università.

Ma perché il disegno si realizzi, perché il meccanismo si metta in moto, è necessaria la presenza di un'articolazione specifica che amministri e sintetizzi il controllo, è cioè necessaria una garanzia politica sulla produttività dell'università.

Il professore ordinario, travestito da docente unico, fornisce questa garanzia. Di più: in realtà a questa casta mafiosa viene riconsegnato il timone delle nostre università, precisamente per legare i loro privilegi alle sorti dell'università come Impresa. Si risolve così politicamente l'antimonia tra logica aziendale della nuova università e sopravvivenza degli ordinari, nella misura in cui questi ultimi si fanno interpreti della necessità capitalistica di rovesciare sull'università la pressione produttiva della fabbrica.

Che poi questa pressione produttiva miri a comprimere, dopo l'esplosione delle lotte in tutta Europa, la disponibilità politica dello studente, la stessa materiale possibilità di un prassi critica, non è certo un accidente, ma se si vuole, il risvolto stesso dell'università come Impresa. E però attribuire a potere il proposito di