Commissione studenti lavoratori

Documento politico

per l'elaborazione della carta rivendicativa

 

 

Le esperienze delle lotte già condotte in campo nazionale e a Trento negli scorsi anni hanno sufficientemente mostrato la crisi del movimento studentesco e di quel tipo di lotta, fondata sulla rappresentanza politica vuota ormai di contenuto per la mancanza di collocamento con la base, ed essa stessa strumento dei centri di potere che costituiscono la nostra controparte. Il metodo politico instaurato dalla rappresentanza si è sempre esaurito nel rapporto verticale e autoritario tra partiti e gruppi politici universitari, mobilitati o capaci di mobilitarsi solo nell’ambito di quei rapporti di forza e di quei compromessi tra centri di potere non certo disposti a rinunciare ai loro privilegi. La gestione delle lotte e delle rivendicazioni era affidata a piccole élites già del tutto impotenti davanti alle decisioni di tali poteri politici e gli obiettivi conquistati, nel momento in cui la possibilità di contestazione era affidata soltanto a strumenti episodici senza continuità come l’occupazione, potevano essere usati dal potere accademico come meglio credeva. L’esempio del piano di studi è significativo: senza una forza che potesse gestirlo, esso è rimasto un cumulo di etichette svuotato di contenuto per la scelta dei professori posti alla direzione, in prevalenza matematici, statistici e giuristi. Il metodo politico della rappresentanza non ha da noi permesso di contrattare da una posizione di forza, ma ha sempre lasciato tutto il potere alla controparte, molte volte non solamente universitaria, perché non intaccava un momento fondamentale dell’autorità: il consenso della base, l’abitudine degli studenti ad essere sconfitti, ad accettare le cose come stavano. La molla di tale consenso era l’atomizzazione dello studente, ovvero quella pratica sociale per cui si studia da soli, si affronta l’esame da soli, non si creano istituti culturali e politici collettivi in cui si possano affrontare e confrontare i disagi reali, le promesse culturali e ideologiche, i rapporti con la società, i centri di potere della struttura accademica, sempre dati per scontati e per questo accettati acriticamente, senza possibilità di controllo. Tale fatto diventa vistosamente più grave per gli studenti non frequentanti, maggiormente ostacolati nei loro rapporti con la facoltà e con gli altri studenti. Il rifiuto della delega, la realizzazione di una serie di istituti organizzativi e culturali intermedi (controcorsi, seminari autogestiti, corsi decentrati, gruppi di lavoro politico, comitati di agitazione locale) acquistano un preciso significato politico di contestazione della struttura universitaria, poiché implica la capacità di gestire in proprio in maniera continuativa la nostra cultura come la nostra funzione sociale. La nuova metodologia, che per la prima volta chiama tutta la base degli studenti a condurre la propria contestazione e a superare la precedente atomizzazione implica anche la scelta e la lotta per obiettivi diversi da quella politica piccolo-rivendicativa destinata a razionalizzare semplicemente le disfunzioni del sistema scolastico senza mutare i rapporti di potere. Le scelte fondamentali sono l’autogestione, e quindi la autonomia da qualunque centro di potere, del movimento studentesco e la generalizzazione del momento organizzativo a tutta la base sociale degli studenti, ivi inclusi gli studenti medi. Perché tale autogestione sia effettiva deve evidentemente passare per tutta una serie di articolazioni capaci di omogeneità di scelte politiche, ma anche di momenti di elaborazione autonoma, di cui un esempio sono i comitati di agitazione e i seminari autogestiti dalla varie sedi di studenti non frequentanti. Sappiamo di non essere né il partito né il sindacato degli studenti e quindi necessitiamo, proprio nel momento in cui per cambiare la scuola bisogna cambiare anche la maniera di organizzarsi nella società, die collegamenti con lotte più decisive e le istituzioni che le gestiscono, esterne alla scuola, ma abbiamo scelto di essere, al di là di ogni strumentalizzazione, noi, in prima persona, a gestire la nostra lotta, per poi trovare senza prefigurazioni schematiche o ideologistiche tali collegamenti, tanto più che i partiti politici non hanno saputo capire la realtà di questo fenomeno studentesco. Proprio per tali scelte, la carta rivendicativa non si pone più come fine delle agitazioni, ma come momento intermedio necessario all’interno di questa metodologia, capace di garantirci gli strumenti per continuare ad oltranza in forme diverse la contestazione. Come abbiamo scritto nella mozione politica dell’occupazione: "all’obiettivo" interno del movimento (la sua organizzazione politica in forma nuova) si lega indissolubilmente all’obiettivo "esterno" della rivendicazione di "spazi strutturali", (fisici politici culturali) più ampi entro la facoltà, sulla base di carte rivendicative articolate, che esprimano in modo corretto il livello di mobilitazione raggiunto, il grado di coscienza acquisito, il volume di potere sviluppato a quel dato momento congiunturale. Tali carte rivendicative non sono quindi costitutive del movimento, ma ne esprimono a livello di analisi e di prospettive politiche le possibilità tendenziali a un certo grado del suo sviluppo, possibilità di conquistare e poi gestire tali "spazi strutturali" eventualmente (da noi) imposti o contrattati. La carta deve esprimere quindi lo schema di crescita organizzativa e politica del movimento. Inulte rivendicare obiettivi gestibili dall’autorità accademica e quindi in ultima analisi utilizzabili da questa come meglio crede per il suo interesse. Non dobbiamo più tornare alla delega del potere in qualunque forma si venga proposta, anche nell’ipotesi della cogestione (Architettura di Venezia ha già abbondante esperienza). Dobbiamo scegliere obiettivi sicuramente concedibili se si vuole, ma che noi useremo e supereremo continuamente con nuovi obiettivi, a seconda della nostra forza. Viene a cadere con questa metodologia il dibattito tutto ideologico e aprioristico tra obiettivi integrabili o meno. L’obiettivo è sempre integrabile a breve o a lunga scadenza; ciò che non è integrabile dal potere è il movimento studentesco, se saprà gestire la sua autonomia, domandando ciò che ha la forza di imporre e di superare. Il riconoscimento degli istituti di fatto posti in essere in questo periodo (seminari, corsi decentrati, controcorsi, gruppi di lavoro politico, ecc.) sono i primi momenti di questa autonomia che dobbiamo imporre per poi contestare tutta la serie di controlli con cui lo studente viene atomizzato e isolato:

  1. il diritto, in base a una legge fascista del T.U., di cacciare gli universitari dalle occupazioni.
  2. I fondi destinati agli istituti e alle ricerche che permettono ai centri di potere agli argomenti preferiti, senza consultazione degli universitari, destinatari dell’insegnamento.
  3. Il controllo delle frequenze, le firme e le sessioni di esami chiaramente strumenti discriminatori fra frequentanti e non frequentanti.
  4. La possibilità di prendere provvedimenti disciplinari senza doverne rispondere agli studenti.
  5. Interrogazioni assurde, fatte a ripetizione, molte volte causa del basso livello culturale delle facoltà, specie quando gli studenti sono non frequentanti.
  6. Il sistema di cooptazione dei professori, scelti da altri professori, sulla base di criteri insindacabili: nepotismo, identità di vedute politiche, di correnti culturali, posizione nell’industria, beghe di sottogoverno.
  7. Le posizioni di forza negli enti paragovernativi, come il CNR e le varie commissioni consultive della riforma della scuola, nelle direzioni dei vari partiti politici, le quali consentono appunto riforme omogenee ai loro interessi.
  8. Un metodo didattico incapace di fornire una formazione complessiva scientifica per cui lo studente possa avere consapevolezza dell’uso della sua cultura, dei fini e della struttura del processo produttivo complessivo, e possa operare un intervento autonomo in riferimento al sistema e ai suoi controlli.
  9. La possibilità continuativa di controllare il processo di formazione culturale in termini di unificazione tra cultura, scelte politiche e di inserimento nella società.

  1. l’inesistenza di una politica di diritto allo studio che voglia eliminare la figura dello studente lavoratore e del lavoratore che non ha studiato. E inoltre la tendenza di integrare con le riforme tali figure sociali all’interno dei sistemi di controllo del potere accademico.
  2. una politica fiscale largamente predatoria nei riguardi dei non frequentanti che debbono finanziare i frequentanti in nome di diritti non concessi (tassa di frequenza, per il riscaldamento, per l’usura attrezzature e biblioteca).

Si tratta comunque non solo di domandare agevolazioni riguardanti la possibilità di partecipare alla vita della struttura in maniera più completa (rivendicazione della seminarizzazione degli studi con relativo decentramento per studenti non frequentanti e subordinamento delle materie metodologiche alla ricerca scientifica) ma di contestare tutta la struttura accademica produttrice della figura dello studente lavoratore, in maniera continuativa e interna alla struttura stessa. Contestare tutti questi strumenti e situazioni in cui lo studente lavoratore è discriminato rispetto agli studenti di prima categoria (frequentanti), mentre il tipo di cultura, affrontata da solo, tende a dargli una preparazione ancor più nozionistica e parcellizzata senza che abbia la possibilità tecniche per porre in discussione le premesse ed i contenuti di ciò che studia (può studiare infatti solo in funzione dell’esame) e tanto meno può avere il controllo del suo destino sociale, (inserimento a vari livelli di categoria, a seconda se laureato o no, se studia o no, nel settore dei servizi senza possibilità di usare la sua qualificazione) contestare vuol dire instaurare di fatto delle situazioni alternative all’interno della struttura, assieme a tutte quelle contestazioni organizzate che garantisce la gestione di queste situazioni di fatto e dei collegamenti con tutti gli altri livelli organizzativi a cui il movimento può arrivare (studenti medi, altre sedi di lotta). Bisogna impostare, quindi, una lotta "permanente" nel senso che bisogna programmare la "crisi" della struttura, provocandola attraverso le situazioni di fatto con strumenti diversi e contro parti differenti nei vari momenti, comunque non può essere semplicemente una rivendicazione di "cultura negativa" di chi studia ciò che vuole, accettando comunque i controlli e l’organizzazione della vita accademica. Non possiamo ad esempio accettare la discriminazione pesantissima tra frequentanti o meno e non domanderemo mai miglioramenti per le due categorie compresenti in modo di razionalizzare tale stato, occorre invece recuperare e omogeneizzare le due componenti all’interno dell’organizzazione, in quegli istituti intermedi, quegli spazi strutturali che devono articolarsi autonomamente pur avendo la funzione di sintetizzare e ricomporre ciò che si studia con le scelte politiche e le prospettive del movimento. Gli studenti lavoratori possono trovare spazio all’interno di tale organizzazione solo nel momento in cui vogliono e possono rivendicare e gestire il decentramento degli istituti intermedi e l’autonomia di alcuni momenti della loro organizzazione. Tali istituti, di cui bisogna imporre il riconoscimento, ora sono i comitati di agitazione ed i seminari autogestiti, ma urge individuare ulteriori scadenze e soprattutto ulteriori livelli di espansione della base sociale del movimento. La figura dello studente lavoratore è inserita in un ambiente territoriale che, se preclude una serie di contatti con la facoltà di iscrizione, accosta i problemi dei vari studenti non frequentanti della sede. Sarebbe corporativismo incapace di sbocchi e di mobilitazione il rifiuto di una cooperazione organica a livello cittadino con gli altri studenti (l’esperienza si sta tentando in 4 sedi) anche se dobbiamo rispettare con elasticità le situazioni locali che potrebbero essere immature. Si pone inoltre il problema dei collegamenti come eventuali sedi universitarie presenti nelle città proprio per la possibilità di omogeneizzare al massimo in queste lotte le varie esperienze, conferendoci automaticamente più forze. Tale compito è assolto da momenti politici (gruppi di lavoro) che individuino forme di partecipazione di tutta la base sociale alla lotta, definendo di volta in volta anche le controparti locali nelle varie rivendicazioni (provincia, enti locali ecc), e momenti culturali (seminari interfacoltà) usati per l’analisi delle lotte, delle possibilità organizzative e di crescita in qualunque direzione del movimento, e qualunque altro problema dei vari nuclei. Tale prospettiva rimanda, sia per l’appartenenza di molti non frequentanti al mondo del lavoro, sia per le caratteristiche dell’organizzazione che non accetta più di collocarsi meramente a livello di "categoria studentesca" ma rimette in discussione la figura dello studente all’interno della società, a livelli di generalizzazione e di collegamento, pur nella nostra autonomia, con le lotte operaie e contadine, in quanto fattori decisivi della contestazione dell’attuale società. Collegamento che non può essere in termini solidaristici ma si verifica solo nella convergenza degli obiettivi strategici e nell’articolazione organizzata delle lotte. Sappiamo che la gestione e la sintesi di tali lotte è possibile solo nel partito e nel sindacato, ma abbiamo anche verificato l’incapacità di realizzare tale mediazione da parte dei partiti esistenti (da ciò l’affermazione dell’autonomia). Ora il problema resta e proprio in quanto solo e attraverso questo collegamento possiamo dare uno sbocco politico concreto e non velleitario alla lotta, si tratta di realizzarlo, attraverso le esperienze e l’elaborazione di tutti, in maniera di garantirci un largo ambito di azione per ciò che riguarda la gestione delle nostre lotte, senza cadere però nei vecchi metodi della cinghia di trasmissione e nei nuovi metodi di fughe ideologistiche dalla realtà, senza trovare collegamenti con le lotte esistenti o possibili. Il dibattito e la sperimentazione comunque non possono essere a livello di prefigurazione settarie, ma deve essere momento di esperienza e di riflessione di dati concreti verificati durante queste lotte.

 

 

Trento, 27/3/68

 

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