PROPOSTA di foglio di lavoro

a cura di alcuni

compagni del M.S. (Parte II)

 

 

 

19. SCHEMA DELLO STATO ATTUALE DEL "MSA" TRENTINO

Diviso in tre parti:

1. Schema politico generale

2. Materiali di lavoro

3. Autocritica dei mesi Nov/Dic.

 

PARTE PRIMA

 

Schema politico generale.

(NOTA: gli slogans usati sono formalmente identici a certi slogan tedeschi, SdS – Dutschke, ma non vuol dire più di tanto. Il problema è di "contenuti politici". E su questi si spera che le differenze appaiano in tutta la loro forza. Già quanto ci aveva detto Bachaus in assemblea avrebbe dovuto chiarificare in questo senso. Non crediamo d’altra parte che il problema si risolva mutuando la struttura formale dello slogan).

Il movimento non è organizzazione né di massa né di élite, ma deve cercare di essere "organizzazione di radicalizzazione rivoluzionaria" (senza chiudere a riccio i già radicalizzati – élite – senza mettere nella stessa pentola gradi diversi o addirittura contrastanti di radicalizzazione per smania del numero – massa). Essa si struttura in a) nucleo attivo, b) campo antiautoritario, c) popolo. Tale strutturazione deve cercare di rimanere fluida ed aperta.

Il "nucleo attivo" corrisponde più o meno al MSAntiautoritario, composta da studenti universitari e medi (ma non esclusivamente). Non pretende di raggruppare TUTTI gli studenti, ma solo quella parte soggettivamente disponibile alla lotta antiautoritaria e antiistituzionale. (Appare la distinzione tra "studente con la testa da studente" e "studente con la testa da uomo", tanto per intenderci e tanto per richiamarci alla distinzione Black Panthers "negro con la testa da nero" e "negro con la testa da bianco"). Questo non ci esime dal cercare di lavorare col massimo numero politicamente possibile di studenti (linea di massa nella scuola).

Il "campo antiautoritario" si organizza attorno a "strutture di lavoro" (Istituti, commissioni, ...) (gruppi di base) messe in piedi dal nucleo attivo (nelle fabbriche, nei quartieri, nella scuola, etc.). Esso deve puntare al suo continuo allargamento, investendo progressivamente con la lotta un numero sempre maggiore di istituzioni. Se le strutture di lavoro non si chiudono a riccio, ma riescono invece a svilupparsi e a moltiplicarsi, allora il campo diventa la base materiale di lotta antiautoritaria e antiistituzionale nella metropoli (come momento della globalizzazione della lotta internazionale).

Il "popolo". Non se ne può dare una definizione rigida. In questo contesto, d’altra parte, significa "l’insieme delle persone che sviluppano una attitudine favorevole verso le azioni del ‘campo’ e sono disponibili anche ad azioni militanti nel senso indicato dal MS". In senso più generale "l’insieme delle persone che a livello di opinione e di azione non sono disponibili per manovre tese allo isolamento e alla liquidazione del MS". (Appaiono dunque due dimensioni del "popolo": una prima ‘attiva’, una seconda ‘passiva’. Sono entrambi molto importanti concettualmente e praticamente) (Il MS deve riuscire a valutare bene tali dimensioni, specie in vista delle "azioni" che progetta. Errori di valutazione porterebbero a rischi opportunistici o avventuristici estremamente deleteri per lo sviluppo del Movimento stesso).

NOTA: Per MSA si intende il "nucleo attivo" e basta.

Per MOVIMENTO si intende "nucleo + campo" (come dimensione organizzata). "Nucleo + campo + popolo" (come dimensione non organizzata).

 

La cosiddetta linea generale del MSA è oggi riassumibile nello slogan "Lunga marcia attraverso e contro le istituzioni (Lumaci). In primo luogo, esso esprime (lunga marcia) una valutazione generale: che questa non è una situazione rivoluzionaria (ravvicinata possibilità di presa del potere attraverso la distruzione delle forze nemiche), ma prerivoluzionaria (occorre un lungo, faticoso, intenso lavoro di accelerazione della disgregazione del campo nemico, di costruzione del campo rivoluzionario). Per costruire il "campo rivoluzionario" occorre costruire fin da adesso un "campo antiautoritario" in crescente espansione e radicalizzazione. Per costruire tale campo occorre fin da adesso (tenuto conto della inesistenza di una teoria rivoluzionaria già compiuta, di una organizzazione rivoluzionaria già funzionante, e dunque di rivoluzionari in senso proprio) "rendere rivoluzionari i rivoluzionari per rendere rivoluzionarie le masse" (RRRpRRM) (nota: tra RRR e RRM non c’è distinzione temporale, prima RRR e poi RRM. L’unico modo per RRR è RRM e viceversa. Il nesso è dialettico ed esiste contemporaneità). (Nota: per costruire la teoria rivoluzionaria non ci si può chiudere in casa, farla, poi uscire e vincere. C’è un nesso indistruttibile "prassi teoria prassi" che non si può evitare, se si vuole vincere. L’azione senza teoria è cieca. La teoria senza azione è impotente. Tra le due non c’è separazione temporale, prima una e poi l’altra. E cioè, il M. deve riuscire a funzionare contemporaneamente come militante collettivo e come intellettuale collettivo, la sua dimensione vitale deve essere insieme "critico-pratica").

In secondo luogo: per fare una lunga marcia occorre avere un luogo da cui partire, sapere più o meno dove si vuole arrivare, disporre di una direzione di marcia (la bussola) (Nota: fatto decisivo è che si può partire in pochi, bisogna però arrivare in molti. Lungo la marcia bisogna crescere) (la rivoluzione – oggi – non può che essere maggioritaria).

Ora, molto sinteticamente, si vuol significare questo: partire dall’istituzione scolastica per rovesciarsi su tutte le altre progressivamente (le istituzioni societarie) per disgregarle-distruggerle riqualificarle. L’abolizione dell’istituzione non è l’abolizione di ogni forma di vita sociale, anzi! Tardo-capitalismo e socialismo revisionista ci insegnano che la sola forma di vita associata possibile (ad alto livello tecnologico) è quella istituzionale. Ma questo è falso. L’istituzione odierna va distrutta non perché istituzione, ma perché istituzione repressiva, regressiva, organizzazione del dominio superfluo. Essa va abolita in quanto "autoritaria", la dove autoritarismo esprime un’autorità illegittima, antisociale priva di senso. Occorre che il MSA esca dal general-generico del termine e si avvii ad un’analisi concreta dell’istituzione concreta; si organizzi teoricamente per possedere le differenze e le particolarità di ogni istituzione. Ognuna va disgregata-distrutta-riqualificata secondo modalità particolari e diverse. La mamma non è il poliziotto. La caserma non è un ospedale. Ed inoltre, ogni strato sociale si pone in modo differenziato rispetto ad ogni istituzione: per cui, "il palazzo della regione che brucia" non è visto in egual modo dall’operaio della Michelin e dall’impiegato che lavora nella Regione stessa, ad esempio. Partire dalla scuola non così com’è, ma trasformata dalla lotta, resa utilizzabile ai fini della lunga marcia. (L’esempio concreto dell’università critica è inserito organicamente in questo contesto). Si tratta di conservare la struttura dell’istituzione, rovesciandone la funzione. (Non può fabbrica di laureati "pavloviani" da inserire supini nel sistema, ma fabbrica di militanti, teoricamente armati, praticamente sovversivi, in grado oggi di iniziare la lunga marcia, domani di continuarla nell’istituzione specifica in cui verranno immessi). L’Università critica (KU) – quindi – non è un dato esaurito su se stesso. "Serve" al "rovesciamento sulla Città" (alla marcia attraverso e contro le istituzioni) è finalizzato a quello. Il "modo" di rovesciamento dovrebbe essere le "strutture di lavoro" del MSA, oggi, le varie commissioni, tipo Fabbrica, Stampa, Scuola, Città, etc. ...).

NOTA: Le cose non vanno avanti da sole. Il momento d’inerzia del mondo sociale ed istituzionale è molto grande. Per vincerlo e mettere in movimento le "cose", occorre: tempo, fatica, pazienza e una grossa dose di "speranza rivoluzionaria", di tensione utopica verso il futuro, in ogni compagno. Oggi, molte cose non vanno. Sia a livello di KU, sia a livello di "rovesciamento sulla città". Si tratta di non buttare via il bambino insieme all’acqua sporca. Cioè di lavorare attivamente e con precisione nei "punti difettosi" (anche se sono molti), correggerli e farli andare meglio. Lamentarsi che le cose non vanno e basta, è un modo per pianificare l’esistente e per eternizzare il malessere. L’individuazione dell’errore e del difetto serve alla correzione, iniziandone il processo, o serve al suo ingigantimento pessimistico. Ed è controrivoluzionario.

Il modo di lavoro politico del MSA è sintetizzato nello slogan "Rompere la falsa coscienza". Esso esprime il fatto che le masse odierne reagiscono in modo "funzionale" agli stimoli della struttura ed ai richiami dei dominanti. (Occorre su questo punto che il MSA sviluppi teoricamente una "Antropologia concreta dell’uomo della metropoli". La KU potrebbe essere usata in questo senso). Attorno al MSA non ci sono cioè masse disponibili o neutrali (il vuoto) ma masse manipolate e affatto disponibili (pieno cattivo).

NOTA: (Alcuni compagni commettono su questo punto un grave errore opportunistico. Scambiano cioè l’atteggiamento sfavorevole delle masse nei nostri confronti, che è il punto di partenza necessario del nostro lavoro, per un risultato del nostro lavoro, che viene allora definito avventuristico e gravido di errori. L’atteggiamento reificato delle masse, la loro falsa coscienza sta all’inizio del processo: (pieno cattivo) questo occorre aver chiaro. Ciò che il nostro lavoro deve riuscire a realizzare è di iniziare il mutamento, il rovesciamento, la rottura. Certo abbiamo commesso errori, e talora questi hanno rinforzato la reificazione della massa, piuttosto che indebolirla. La critica in questi casi è corretta. E’ invece scorretta quando scambia la premessa per risultato.

Occorre aver teoricamente presente il livello di manipolazione delle masse cui è giunto il sistema, combinando insieme l’azione dei dominanti con quello dei revisionisti. La necessità della LUNGA marcia e l’urgenza di Azioni di chiarificazione, nascono proprio da questa constatazione teorica iniziale). Il processo di rottura della falsa coscienza presuppone da parte del MSA l’acquisizione della necessità di sviluppare una politica offensiva, e non una politica di "reazione difensiva" (agire in risposta ad una modificazione esterna). Sviluppare una politica offensiva richiede da parte del MSA una grossa maturità nella realizzazione del "salto" politico rispetto alla fase precedente (appunto, divensivistica). Una serie di screzi apparsi internamente al movimento è proprio conseguenza della tensione indotta da questo "salto" e dal modo a volte scorretto con cui lo si è portato avanti. La forma generale della "politica offensiva" è la "Campagna di massa". Tale concetto richiede alcune puntualizzazioni sui rapporti tra strategia e tattica. (Mao). La nostra strategia è lottare 1 contro 10, la nostra tattica lottare 10 contro 1. La realizzazione del nesso efficace tra tattica e strategia è possibile solo se il MSA si dota di un’"organizzazione" adeguata all’offensiva. (Il "salto" di cui si diceva prima comporta necessariamente una ristrutturazione anche organizzativa). Il funzionamento generale dell’organizzazione deve seguire tre principi:

    1. l’unità fra dirigenti e quadri entro il MSA
    2. l’unità fra MSA e popolo
    3. portare avanti la disgregazione entro il campo nemico. (Cioè: la nostra vittoria dipende no solo dalle operazioni delle nostre forze, ma anche dalla disgregazione delle forze nemiche).

 

NOTA generale: è opportunismo non combattere quando si può vincere, è avventurismo ostinarsi a combattere quando non si può vincere,

la nostra strategia e la nostra tattica riposano su questo punto fondamentale: Combattere. Ammettiamo dunque la necessità del "ripiegare" proprio perché ammettiamo prima di tutto la necessità di combattere. (Lin Piao "viva la vittoriosa guerra popolare").

La "campagna di massa" (politica offensiva) va quindi avanti efficacemente solo se va avanti efficacemente la "campagna di disgregazione" (politica difensiva) Per "campagna di disgregazione del campo nemico" si intende la creazione – da parte del movimento – di strutture permanenti di "servizio del popolo" (il "campo") che ci consentono di penetrare nelle masse, distruggendo gli stereotipi sul nostro conto (frutto della manipolazione del nemico, risultato della reificazione, della falsa coscienza). Es.: doposcuola gratuito, asili gratuiti, alfabetizzazione politica, etc ... più in generale, tutto il lavoro delle commissioni e dei suoi gruppi di base nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole.

La lunga marcia avanza in due modi simultanei – dunque:

- Attraverso le istituzioni strutture al servizio del popolo (per disgregarle) Difesa

- Contro le istituzioni campagne di mas-sa di urto e chiarificazione (per di-struggerle) Attacco.

 

Appare subito chiaro che il "lavoro politico" del movimento si connota come "condurre la guerra su molti fronti" (su alcuni attaccando, su altri difendendo, su altri ancora distruggendo il nemico). E ciò è molto difficile. Presuppone una forte autonomia delle "articolazioni interne" del MSA (per cui ogni "gruppo di base" regge il suo fronte) ma anche una "direzione politica" omogenea (per cui i vari "fronti" non sono tra loro scoordinati).

Occorre qui evitare due rischi:

Es. Può darsi che la Commissione Fabbriche lavori bene. Ma se il suo lavoro non è a coscienza di tutto il MSA, di tutte le sue articolazioni di lavoro, il movimento finirà per muoversi su una linea parallela (nel migliore dei casi) oppure divergente (come è successo il giorno dello sciopero generale per i fatti di Avola). (In quel giorno si è avuto modo di vedere come il MSA abbia poco o affatto acquisito e fatto proprio il concetto e la pratica della Linea di Massa. L’attacco ai sindacati fatto in quel modo "scavalca" la Comm. Fabbriche, ne rovina il lavoro, costringendola ad un faticoso recupero. Ed inoltre isola il Movimento, lo racchiude nel "ghetto d’oro" dei "purificati", di coloro "che sanno". Nel MSA ricompaiono improvvisamente spazi politici per una mentalità minoritaria, per quadri che si muovono su una logica frusta di "gruppetto", per una "pratica sociale" verbosamente dichiarativa e praticamente SUICIDA. Il desiderio, che si fa politica, senza alcuna mediazione, conduce solo all’isolamento delle masse, alla impotente contemplazione di "ciò che accade". Il piatto iroso e l’urlo di condanna commemora l’incapacità dei compagni ad uscire dal gruppismo, a fare politica come movimento di massa su una linea di massa). E’ quindi urgente elaborare – da parte delle commissioni – un modo di "coordinamento politico delle iniziative teorico-pratiche tra le varie commissioni, e tra l’insieme di queste e tutti i compagni del MSA. (Tale coordinamento non può certo essere espletato dalla Comm. Coordinamento, che ha prevalentemente funzioni tecnico-politiche. Né dalla Comm. KU, che ha altri compiti. Né da alcuna commissione. Il problema va oltre le comm. E investe la struttura assembleare del MSA.

NOTA. L’assemblea è repressiva e fascistizzante, dicono molti compagni. Ed è vero. Infatti ci si va in modo tale da renderla repressiva e fascistizzante. Per es.: riducendola ad ‘Assemblea puramente tecnico-organizzativa’ oppure, che è il risvolto della medaglia, ad assemblea ping-pong politica sul general-generico, quando alcuni chiedono ad altri, "spiegami cosa vuol dire KU o robe simili", ed altri gliela spiegano.

L’assemblea non deve essere buttata via perché non siamo capaci di usarla. (Chiaro almeno che la colpa non è sua ma è nostra). Dobbiamo buttarci via noi, per come andiamo in assemblea. Andarci in modo diverso per farla diventare qualcosa di diverso (che se vogliamo, non chiamiamo più assemblea). Questo "diverso" non è certo (non solo) un atteggiamento psicologico. Non è certo (non solo) un diverso individuale. E’ una questione di "strutture di lavoro" e di "collettivo di lavoro". Cioè una questione politica. Richiede l’invenzione di un "modo di comunicazione" teorico-pratico tra ogni singolo compagno e gli altri compagni del "gruppo-base", tra ogni gruppo di base e gli altri all’interno di ogni "commissione", tra ogni commissione e tutte le altre commissioni, tra l’insieme determinato delle commissioni e l’"assemblea". Il singolo compagno che pretende di arrivare in assemblea saltando tutte le mediazioni concrete (che si sono dette) rischia – a suo svantaggio – di non capirci niente e di rimanere fortemente frustrato. (Appare il carattere autoritario di certi compagni, che in assemblea divengono dei "repressori"). Oggi però anche il compagno dei gruppi di base tocca la stessa sorte. Quindi c’è qualcosa di grave che non va. A parte le lacune d’"informazione" e le "cattive volontà" di certi compagni, a noi pare che il problema sia più di fondo e riguardi cioè la cattiva teoria che il compagno si porta in testa (da cui discende una "cattiva pratica"). Non si tratta di "carenza teorica" (il solito discorso del VUOTO, che basta prendere e riempire). Ma di "cattiva teoria" (cioè, un pieno cattivo che va distrutto e ricostruito). In questo secondo caso, la soluzione non è sempliciotta (cioè: basta dare informazioni, basta dare nozioni, basta dare la teoria-buona-che-c’è, e il gioco è fatto) né rapida (es.: basta fare un documento, poi tutto funziona. Oppure: ci troviamo, discutiamo, e in due o tre assemblee le cose tornano a posto). Anzi: LA SOLUZIONE E’ DIFFICILE E DI LUNGA DURATA. Esige addirittura una ‘campagna di rettifica’ dentro l’intero movimento. (Ricordiamo ai compagni che il PC Cinese, formato da quadri strepitosi tempratisi in 50 anni di lotte, combatte ancor oggi con pazienti "campagne di rettifica" gli errori e le deviazioni che ad ogni piè sospinto fanno capolino nel Partito. E il Partito è "la parte migliore del popolo", tanto per ricordarsene. Figurarsi il popolo). In altri termini, crediamo che solo una "piccola rivoluzione culturale", ad ampio raggio e diluita nel tempo (PERMANENTE), sia in grado di correggere le storture più gravi che insorgano entro il MSA. (NOTA: correggere, non ELIMINARE. Compagni che sostengono l’eliminazione permanente delle storture e degli errori hanno – evidentemente – una visione burocratica del processo rivoluzionario, oppure se sono dei "buoni compagni", una visione da favola dello stesso: arriva la Fata dai capelli turchini, e PLAP! colla bacchetta magica mette antagonismo e contraddizioni tutte da una parte, dall’altra ... BAH?).

Mao – L’antagonismo è sopprimibile. La contraddizione no. Essa è eterna.

(La contraddizione del sistema pervade ogni particolare. Essa è anche "in seno al popolo". Il popolo la ripercuote nel suo partito. Se il partito esprime veramente – e non burocraticamente/angelicamente – il popolo, in esso vi sono e vi saranno contraddizioni. Il movimento non è una schiera di cherubini. Il movimento si muove per contraddizioni. Si tratta di non cadere in forme di "sopportazione" tale che lo conducano a diventare simile all’Armata Brancaleone. Le contraddizioni vanno invece individuate e combattute a LIVELLO POLITICO: cioè: non personalizzando la contraddizione che si va combattendo in un singolo compagno, attaccarlo in quanto persona. Ciò che va attaccato e distrutto è l’errore politico, non il compagno. CURARE LA MALATTIA PER SALVARE IL PAZIENTE, dicono i compagni cinesi, "esperti" in questo campo).

Quali forme dare, per intanto, a tale RIV. CULT. PERMANENTE entro il movimento?

A noi pare che la soluzione a tale problema verrà dal Mov. stesso – deve venire da esso. Ma che comunque tutto debba essere incentrato sui contenuti di fondo espressi in precedenza: cioè, lotta contro il pieno cattivo (cattiva teoria, cattiva pratica) critica ed autocritica dei gruppi di base delle commissioni dell’assemblea del loro modo di lavoro interno ed esterno

NOTA. Se lo scopo della "lunga marcia" è RRRpRRM, scopo del lavoro politico del MSA è allargare il campo antiautoritario, indebolendo il campo nemico.

 

L’accelerazione soggettiva del processo rivoluzionario.

Cioè lotta contro l’opportunismo e il codismo. Essi pongono la linea di massa in questo modo: la politica si fa impostandola su bisogni e su desideri attuali delle masse mettendosi al loro servizio. In tal modo non si distingue più tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato nelle masse, si dimentica teoricamente e praticamente che le masse hanno una natura duplice e ambigua (sono ciò che sono, ma anche ciò che potrebbero diventare) (e ciò che sono è: ciò che sono per il padrone, in sua funzione, masse subordinate. Invece devono diventare dominanti. Ma per diventarlo devono mutarsi profondamente, negarsi dialetticamente). Questa posizione sfocia nello spontaneismo, nella contemplazione delle chiappe del proletariato in movimento (quando si muove). Essa ratifica ed eternizza l’ordine esistente: porta le masse a rimanere sempre schiave dei dominanti e di loro stesse. Ne vieta l’emancipazione. Occorre rompere la falsa coscienza delle masse. E tale rottura non può provenire da un processo contemplativo, pedagogistico, coscienzialistico. Ma a livello di prassi, di ESEMPLARITA’ dell’azione militante. Ovvero: Il MSA non conta tanto per quello che dice ma per quello che fa. (Le masse percepiscono il livello critico-pratico in modo più profondo e libero che non il livello critico-teorico. A livello del dire esse sono subordinate al MSA. La loro emancipazione avverrebbe nella subordinazione intellettuale. A livello del fare, la faccenda si pone in modo differente. Esse possono prendere posizione. Magari anche non subito, ma possono. Possono risalire PER CONTO LORO da ciò che si è fatto a ciò che si è detto o si voleva dire (In tal processo – risalire per conto proprio dal FATTO al DETTO – si esprime la ottura della falsa coscienza.

NOTA: occorre calcolare molto bene la AZIONE ESEMPLARE. Prepararla (I fase) con volantini, discussioni, comizi voltanti, manifesti etc. ... Seguirla (2 fase) senza improvvisare individualisticamente ... Chiarificarla (3 fase) con da-tze-bao, volantini, discussioni, etc. ...

NOTA: perché ‘chiarificarla’, se le masse ‘devono arrivarci da sole?’ Crediamo opportuno porci questa domanda, anche se la risposta non può che essere ovvia. Ma molti compagni attratti dallo spontaneismo, non vedono la necessità di questa fase.

Ecco. Si potrebbe rinunciare a ‘chiarificare’ ad un atto: che i nemici di classe, i professionisti della distorsione, della manipolazione, dell’inversione di significato, rinunciassero anche loro a ‘chiarificare’ (attraverso giornali, radio Tv, prediche in chiese nei partiti, nei sindacati ...). Visto che non rinunciano, che non lasciano che le masse ‘ci arrivino da sole’, ma vogliono invece dar loro una mano ... ecco, sarà bene che facciamo tutto il possibile per neutralizzare o ridurre tale tipo di ‘chiarificazione manipolatrice ‘ con una chiarificazione nostra. Sulla necessità di agire c’è invece poco da notar salvo una cosa. "DOBBIAMO IMPEGNARCI NELL’AZIONE SE VOGLIAMO CHE IL POPOLO LEGGA CIO’ CHE SCRIVIAMO". (Dice il ‘Black Panther Huej Newton). Cioè: la qualificazione politica del msa riposa nell’azione che pratica (soprattutto) perché è questo l’unico modo in cui si distingue e ‘si presenta’ diverso dalle altre istituzioni. Queste ultime infatti sono caratterizzate dalla PASSIVITA’ ESEMPLARE rispetto alle masse (tutto il loro agire è caratterizzato dal non saldare mai – o solo occasionalmente – ciò che dicono con ciò che fanno). (Salvo evidentemente i casi in cui ciò che dicono corrisponda ai loro interessi e non a quelli delle masse. In questi casi ... fanno anche). L’esemplarità dell’azione collettiva risiede – oltre tutto – anche in questo. Che il desiderio non si fermi allo stadio dell’espressione (verbale/dissenso) ma lo superi per ‘saltare’ allo stadio della realizzazione (pratica/altro senso).

NOTA: L’azione e l’esemplarità hanno significato solo nella misura in cui sono calibrate al popolo, sono rivolte verso il popolo, hanno obiettivi popolari. Non si può prescindere – ANCHE SE NON CI SI PUO’ FERMARE – dallo "stato attuale" del popolo. Prescindere dallo stato attuale del popolo è avventurismo.

Fermarsi a tale stadio e non andare oltre è opportunismo.

Occorre trovare una mediazione concreta, tra stato attuale e stato "superiore" di politicità. Occorre partire dal disagio immediato per saltare al disagio reale. (Far percorrere alle masse il cammino – discontinuo – che va dai bisogni immediati a quelli reali. Dalla necessità della bistecca alla necessità dell’emancipazione collettiva, della rivoluzione). Il lungo processo può essere disseminato di errori. A volte il M.S.A. si porrà alla testa delle masse senza essere alla testa delle masse (porsi=essere). Bisognerà cogliere tali momenti, vederne gli errori, criticarli per evitarli in futuro. Essi sono tuttavia frutto di una situazione paradossale in cui ci troviamo come MSA.

Situazione paradossale: noi agiamo in nome del popolo senza che il popolo ci abbia chiamati ad agire per lui. ANZI: il popolo ha delegato già ALTRI a rappresentarlo (sindacati, partito, parlamento). In essi non si riconosce completamente, ma neppure completamente li disconosce (perlomeno esplicitamente). Dobbiamo rendere esplicito tale disconoscimento dei "delegati dominanti" da parte delle masse. Per una loro emancipazione IN PRIMA PERSONA. Ma non ci hanno chiamato a questo. Siamo – per così dire – "SOSPESI" (delegati oggettivi del popolo, non soggettivamente riconosciuti dallo stesso). Appare abbastanza chiaro da tutto il contesto del MSA, come esso non sia un movimento pre-parlamentare e pre-politico, bensì extra-parlamentare e post-partitico. Tutta l’entrinsecazione del movimento è già direttamente politica. E lo è anche e nella misura in cui, per estrinsecarsi rifiuta la canalizzazione parlamentare e partitica, sulla logica del rimando alle istanze superiori e sulla delega, per affermare invece la partecipazione diretta, militante, in prima persona di ogni soggetto storico (che si espone in prima persona ma controlla anche in prima persona la preparazione, l’esecuzione, il risultato della lotta, accettandone a priori di esserne investito nelle conseguenze).

IN SINTESI.

Il MSA si trova a doversi muoversi, nella propria lotta anti-istituzionale ed antiautoritaria, su parecchi fronti:

  1. un fronte interno al movimento studentesco stesso (campagne di rettifica contro l’avventurismo e l’opportunismo, contro un cattivo stile di lavoro, contro la burocratizzazione delle strutture di lavoro, contro l’autoritarismo dei compagni militanti).
  2. un fronte "esterno" (articolato in parecchi fronti). Prendiamo due sezioni:

    1. L’Università (rovesciarne la funzione rendendola Università Critica. Gestirne permanentemente la "criticità" contro forme di stereotipia e di intellettualismo. Rovesciare a sua volta la K.U. sulla città come "restituzione del sapere sociale al popolo").
    2. La città (come articolazione particolare della "Metropoli", come grumo di istituzioni potenti.

Il MSA si muove qui dentro a due livelli:

 

Per reggere alla lotta su parecchi fronti il MSA si struttura in articolazioni di lavoro (corrispondenti ad istituzioni specifiche, le attuali COMMISSIONI) che sviluppano autonomamente il "campo". Entro ogni "ISTITUTO" (articolazione del MSA/struttura di lavoro) esistono uno o più "GRUPPI DI BASE" (Es. entro la COMMISSIONE FABBRICHE esistono i gruppi di base SLOI, quello MICHELIN, quello ITALCEMENTI ecc.). Anche questi gruppi di base hanno la massima autonomia di lavoro. Il MSA conserva anche una struttura "generale": l’Assemblea . (In essa non dovrebbero confluire i singoli studenti atomizzati, ma gli studenti antiautoritari organizzati in una o l’altra articolazione del MSA stesso). Abbiamo visto come la irrinunciabile autonomia politica dei "Gruppi di base" e degli "Istituti" debba essere accoppiata (non giustapposta, ma fusa) a una indispensabile coordinazione (politica) collettiva dei movimenti specifici dei singoli ordini.(Tale coordinazione non può essere attuata da un gruppo specializzato, che si autonomina Cervello Coordinatore del MSA, gruppo magari composto da sempre le stesse persone, che diventano così elementi fissi e fissibili del movimento, "professionisti della politica" contrapposti ai "dilettanti della politica". Tale coordinazione non deve piovere dall’alto e dall’esterno del lavoro degli istituti, ma ne deve venir fuori come necessità critico-pratica, per linee interiori. Essa può avvenire a livello di tutti i gruppi di base e anche – talvolta – a livello di "responsabili tecnici" (rotanti) (in casi urgenti e per motivi di necessità: es. esplosione rapida della repressione poliziesca e giudiziaria). La teoria e la prassi del MSA devono passare per ogni compagno dei gruppi, filtrare in ogni istituto. L’assemblea a questo punto è grossa occasione di "meeting" politico generale (e non può organismo che – fittiziamente/burocraticamente/ - prende le cosiddette decisioni. Oppure organismo di coordinamento burocratico/tecnico dei lavori già fatti o in cantiere e per sé "intoccabili", non sottoponibili a critica politica). La distruzione dello studente atomizzato e del quadro specializzato devono avanzare di pari passo colla distruzione dell’Assemblea attuale (Repressiva).

PARTE SECONDA

 

MATERIALI DI LAVORO

Crisi ideologica del proletariato. (questo concetto si riferisce ad una tendenza soggettiva rivoluzionaria del proletariato che non arriva a realizzarsi, anche quando esistono tutte le premesse economiche e sociali favorevoli a tale "realizzazione rivoluzionaria").

(NOTA: nell’ipotesi generale della teoria della rivoluzione, la crisi generale economica e sociale del capitalismo è la base materiale e la premessa necessaria per la sua crisi politica decisiva, e dunque per una emergenza rivoluzionaria della coscienza di classe e della prassi proletaria. Il non verificarsi di tale emergenza si esprime in "crisi ideologica del proletariato" e di conseguenza in crollo della teoria della rivoluzione così costruita. Il capitalismo sopravvive alla sua crisi. Si ridimensiona e ristruttura: trova soluzioni economico-politiche interne al suo modo di produzione e riproduzione sociale).

 

Per "crisi ideologica" si intende l’insieme di queste tre formulazioni descrittive:

  1. La precarietà oggettiva della società borghese si riflette dentro la testa del proletario con apparenza di stabilità, di naturalità non rovesciabile.
  2. Il proletariato resta prigioniero – per lo più – delle forme borghesi di pensiero e di sensibilità. (Nella sua testa non ci sono le idee ‘sue’ ma quelle dei padroni. Nel suo corpo ci sono non i comportamenti ‘suoi’, ma quelli del padrone). (senza "autonomia").
  3. L’imborghesimento dei proletari – inoltre – viene strutturato e fissato in forme organizzative che lo riproducono ed eternizzano. Tali forme organizzative sono quelle del Movimento Operaio tradizionale (Partiti e sindacati).

 

Funzione del M.O.

SINDACATI: atomizzare e spoliticizzare il proletariato e il suo movimento di lotta. Mistificare ed occultare il rapporto, tra particolare e universale (tra singola lotta e altre lotte, tra fabbrica e società, tra capitalista singolo e capitalista collettivo, tra "lotta economica" e "lotta politica").

PARTITI: fissare ideologicamente ed organizzativamente la reificazione della coscienza del proletariato, mantenendola al livello di "imborghesimento relativo" (articolazione della delega, separazione tra luogo della lotta e luogo ove la lotta viene gestita, espropriazione delle capacità decisionali della "base", manipolazione ideologica e sessuale) (il sindacato depoliticizzato e il partito desocializzato coprono in tal modo gli spazi lasciati liberi dalle altre istituzioni borghesi. Ne compiono l’opera il controllo e manipolazione repressiva. Non emancipano il proletario né lo imborghesiscono: lo fissano allo stadio di "imborghesimento relativo").

Il M.O. può assolvere tali funzioni solo in quanto:

  1. La crisi ideologica è presente nel proletariato stesso (come base materiale su cui cresce e si articola la sovrastruttura del M.O. Il M.I. non è un "malo diablo" che reprime sadicamente un proletario sorgivamente rivoluzionario. Il M.O. ha invece radici concrete nel proletariato, anzi, nella parte peggiore del proletariato). Il M.O. è la sovrastruttura visibile del menscevismo interiore del proletariato. Lo ratifica ed eternizza, lo riproduce anziché distruggerlo: ecco in cosa consiste la natura repressiva – e non emancipatoria – del movimento operaio.
  2. E’ teoricamente e praticamente impossibile – per il proletariato – una crescita SPONTANEA fino alle fasi più mature della sua "negazione determinata".(Crescita di tipo: a – ideologico; b – strategico; c- organizzativo; d – tattico; e – sessuale. Questi cinque punti esprime ciò che Lukacs chiama "AUTONOMIA DI CLASSE". Bene, questa compiuta autonomia di classe è irrangiungibile in modo puramente spontaneo). Il M.O. può autoriprodursi come repressore proprio grazie a tali limiti strutturali della "spontaneità operaia". Il "SOGGETTIVISMO BUROCRATICO" del M.O. attuale si esprime proprio nella sua rinuncia a sprigionare e portare alle ultime conseguenze le indicazioni spontanee delle lotte proletarie più avanzate. La rinuncia al momento della "direzione politica rivoluzionaria" diventa "direzione controrivoluzionaria" delle lotte stesse. Repressione determinata dalla spontaneità.
  3. La crisi ideologica del proletariato metropolitano comporta – a lungo andare – un ROVESCIAMENTO IDEOLOGICO di "quel" proletariato che si è sviluppato sotto e dentro il capitalismo, sotto e dentro l’influenza delle forme di vita (pensiero e sensibilità) borghesi (cioè, il non completo sviluppo della spontaneità operaia insorta durante le lotte significa "regressione di tale spontaneità. Perdere non vuol dire solo occasione perduta, ma regressione prodotta. La spontaneità diventa "rabbia". Il collettivo decade a individuale, e a quel livello sopravvive corrotto).

(La non soddisfazione degli INTERESSI REALI del proletariato, sommata dialetticamente alla soddisfazione ripetuta degli INTERESSI IMMEDIATI in tutta la loro particolarità e limitatezza produce il salto da "crisi ideologica" a "rovesciamento ideologico". Abbiamo sì fette crescenti e massive di proletari che si "FASCISTIZZANO". E addirittura masse operaie dichiaratamente razziste e fasciste come quella americana).

NOTA GENERALE: un modo estremamente scorretto di "far politica" è quello che si fonda su una visione dialettica del rapporto economia/ideologia, rapporto immediato per cui la crisi economica del sistema diventa direttamente crisi politica del sistema, e tutto ciò diviene con poco sforzo SOCIALISMO.

 

Basta cioè:

1. Rendere cosciente ciò che è incosciente

2. rendere attuale ciò che è latente (nel sistema)

Una "buona presa di coscienza" e una "guida chiara" sono elementi sufficienti a realizzare il "gran colpo di teatro". Un intenso lavoro di diffusione capillare del materiale storico/dialettico ed un partito rivoluzionario lanciaslogans bastano al "ribaltone". (Alcune cose dette sul maggio francese avevano questo tono).

INVECE (LUKACS): la coscienza di classe del proletariato non si sviluppa PARALLELAMENTE alla crisi economica oggettiva, LINEARMENTE e NELLO STESSO MODO IN TUTTO il proletariato. (Può avvenire che il crollo oggettivo della società borghese si verifichi prima del consolidamento nel proletariato di una coscienza di classe rivoluzionaria). In altri termini: non esiste un parallelismo semplice e lineare tra posizione economica e volontà politica, tra economia e ideologia. E lo sviluppo soggettivo del proletariato non ricalca gli stessi tempi dello sviluppo oggettivo del sistema e delle sue crisi economiche e politiche. Crisi ideologica del proletariato = ritardo dell’ideologia proletaria rispetto alla crisi del sistema.

OGGI: il crollo della "teoria della rivoluzione" fondata sul principio dell’unità sovversiva miseria-lavoro, e, secondariamente, sulla "crisi economica" del sistema come luogo prediletto del "salto rivoluzionario (la pippa sul concetto "crisi economica senza vie di uscita", oggi è buffa. Non tiene conto delle innumerevoli "uscite di servizio" che il capitalismo internazionale è andato costruendosi in questi 50 anni, specie dopo la grande crisi del 1929, e che dimostrano di non funzionare poi tanto male), tale crollo dicevamo pone il movimento davanti al difficile ma necessario compito critico-pratico di elaborare una TEORIA DELLA RIVOLUZIONE a livello metropolitano, adeguata alle necessità internazionali di "globalizzazione della lotta rivoluzionaria". In questo senso ci appare importante un’analisi dei mutamenti intervenuti nel sistema dopo la Grande Crisi (analisi del tardo-capitalismo), un’analisi dei rapporti tra economia e ideologia (nella metropoli soprattutto), un’analisi sul concetto di crisi economica.

 

Bibliografia iniziale:

Lukacs: Storia e coscienza di classe – Sugar Dutschke: in "Ribellione degli studenti " – Feltrinelli

AAVV – Dove va il capitalismo – Comunità Baran, Sweezy: Capitale monopolistico – Einaudi

Boggs: Rivoluzione americana – Monthly Revie, n. 9

Galbraith: Nuovo stato industriale – Einaudi

AAVV: la comune di Parigi, maggio ’68 – Saggiatore (J.M. Coudray)

Mao-tse-tung: "Sulla contraddizione" – Feltrinelli (Scritti)

 

FALSA COSCIENZA ED ORGANIZZAZIONE (del fatalismo e del volontarismo).

Max Weber ha sviluppato una tipologia interessante della popolazione dei partiti politici (menscevichi). Lukacs l’ha ripresa e sviluppata in "Storia e coscienza di classe".

Tipologia: entro la popolazione del partito è possibile distinguere:

  1. direzione attiva
  2. membri passivi
  3. aderenti con funzione di oggetti.

In questo terzo gruppo il singolo è "numero/massa/elemento del seguito". La sua funzione di oggetto vi è fissata ed eternizzata dalla "libertà borghese" (Libertà come egoismo. Un ritrarsi in se stesso. Libertà da isolati rispetto ad altri uomini, anch’essi ‘isolati’. L’isolamento è dovuto al processo sociale reificato, che reifica la coscienza. Godere individualmente di tale libertà – oggi – significa eternizzare PRATICAMENTE la struttura non libera del mondo e della storia). Falsa coscienza (in questo contesto concreto/aderenti al 3° gruppo significa: "l’impossibilità oggettiva di intervenire nel corso della storia mediante un’azione cosciente". Sul piano organizzativo tale falsa coscienza si riflette nell’impossibilità di formare UNITA’ POLITICHE ATTIVE in grado di mediare l’agire del singolo con l’agire della classe.

Fenomeni che dipendono dalla falsa coscienza (e che appaiono anche sul piano organizzativo):

 

IL SINGOLO finisce con lo sviluppare un atteggiamento puramente INTUITIVO, vale a dire puntualmente CONTEMPLATIVO, verso la storia (la lotta degli uomini), la quale risulta così quale frutto dei "CAPI" (sopravvalutazione "VOLONTARISTICA" dell’importanza del singolo) e non delle MASSE (sottovalutazione fatalistica dell’importanza della classe).

IL PARTITO: si divide in due parti, una attiva e una passiva, la quale ultima è messa in movimento solo occasionalmente e solo su comando della parte attiva. Per coloro che stanno nella parte passiva è data la possibilità di una libertà di aspettatori. (La libertà di valutare avvenimenti che gli si pongono davanti o addosso, percepiti in modo ‘fatale’ e fatti sprigionare da ‘capi’ (persone singole). La partecipazione politica dei PASSIVI è periferica, non coinvolge l’intera personalità, non diventa il centro della loro esistenza, il loro intervento nella storia è limitato al ‘giudizio’ dato sugli atti (altrui). Tale giudizio è distorto proprio dall’angolo visuale da cui parte: e sarà – il giudizio – inficiato dal fatalismo e/o dal volontarismo, dalla sopravvalutazione ??????? Per il MSA, il problema si configura in termini di rapporto tra nucleo attivo e aderenti a partecipazione saltuarie. Questi ultimi, insieme con tutta una serie di ‘marginali’, sviluppano insieme critiche giuste/critiche ingiuste al msa, identificato nel suo nucleo attivo o addirittura nella leadership (questa identificazione sta alla base di tutta una serie di valutazioni scorrette. Il msa non è di tutta una serie di valutazioni scorrette. Il msa non è il nucleo attivo, né tantomeno la sua leadership. Il msa comprende sia tutti coloro che decidono sia tutti coloro che ne fanno parte. Il farne parte integrante oppure no dipende dalla volontà soggettiva dei compagni. In ultima istanza, non vi sono strutture ‘chiuse’ formalizzate: esse sono tutte ‘aperte’. Il violare la resistenza psicologica interiore, l’entrare a farne parte, seppure con tutta una carica di dissidenza, è un diritto e un dovere di tutti gli studenti antiautoritari. Lo sviluppare una dimensione attiva e militante è l’unico modo che ci permette di non essere spettatori, ma attori in prima persona. A questo punto, se certe cose non piacciono e la linea sembra la migliore, sono date le condizioni per poter tutto mutare, a vantaggio dell’accelerazione soggettiva del processo rivoluzionario). La nebbia ‘teorica’ e la confusione organizzativa sono – oggi – dimensioni strutturali dell’opposizione rivoluzionaria nella metropoli. Non si tratta di lamentarsene, in nome di una chiarezza che non è mai esistita, o di un ordine e fluidità organizzativa che esprimeva solo la meccanizzazione del lavoro diviso, la produzione del militante specializzato, lo sviluppo di una linea revisionista. Non esiste teoria né organizzazione rivoluzionaria già data. Occorre invece RRRpRRM. E questo è opera nostra.

Portare chiarezza nella rivoluzione. Cioè: OGNI LOTTA CHE FACCIAMO DEVE ESSERE LA COSTRUZIONE DI UN PEZZO DELL’UOMO NUOVO E DELLA NUOVA SOCIETA’. Dice Marx: "L’attuale generazione è simile agli ebrei che Mosè conduce attraverso il deserto. Essa non deve solo conquistarsi un nuovo mondo: deve perire per far posto agli uomini nati per un mondo nuovo". Si cumulano su questo punto una serie di slogans che riassumono un grosso discorso, che è più progetto storico che un fatto. Gli slogans dell’UTOPIA OPERANTE, DELLA NATURALIZZA-ZIONE DELL’UOMO, UMANIZZAZIONE DELLA NATURA, SENZA EROS NIENTE RIVOLUZIONE ...

Bibliografia: Marx: manoscritti economico-filosofici – Editori Riuniti.

Reich: La rivoluzione sessuale – Feltrinelli

Fromm: Fuga dalla libertà – Comunità

Marcuse: Eros e civiltà – Einaudi

‘Dutschke a Praga’ – De Donato

Quaderni Piacentini n° 34.

 

Il rendimento politico, sia del singolo quadro, sia del movimento tutto, non sta solo nel giusto rapporto tra msa e popolo, nella corretta linea politica di attacco/autodifesa/disgregazione delle forze nemiche ... ma si fonda materialmente anche si dimensioni di bisogni e di desideri, di sentimento e sensibilità che rischiano, ove non siano prese politicamente in considerazione, di svilupparsi in una prospettiva regressiva e individualistica, divergente dalla prospettiva assunta dalla "ragione rivoluzionaria" (ragione a questo punto evirata – e tutta ormai in tono angelico, di sublimazione e – peggio – di compensazione). Il msa, astrattamente assunto, funziona. Chi dovrebbe farlo funzionare non può più. E allora il movimento si svacca, si isterilisce. La politica torna ad essere ‘cosa cupa’, e la serietà della militanza rivoluzionaria scade a seriosità insoddisfatta, carica di tensioni libidiniche represse o rimosse. Il compagno si ‘chiude a riccio’, mette fuori gli aculei, reclama il diritto ad una ‘sua vita privata’, lontana e distinta da quella collettiva. Se continua la militanza nel msa, a ‘sto punto è uno schizofrenico. E pretende di fondare una società nuova senza voler contribuire, SU SE STESSO, a fondarne la base materiale cioè l’uomo nuovo, l’individuo sociale restituito a se stesso (Marx). Portare gaiezza nella rivoluzione significa allora, che la nebbia teorica e pratica del movimento non si dilegua a colpi di razionalità senza palle, colla luce inibita di un intelletto scorporato, con fiaccolate di politica in senso restrittivo, ma la si può dileguare solo portandoci dentro l’umanità concreta del militante collettivo, impegnato a fondo a riconquistare una sua testa e una sua sessualità, e l’unità di entrambi, la testa e la sessualità. Siamo pieni di nuovi bisogni radicali e di vecchi e nuovi mali che con noi e con la nostra lotta continuano a crescere e rafforzarsi. Occorre arrivare a far politica DE SUBLIMANDO la politica dei revisionisti. Sviluppando collettivamente una politica CORPO-RALE. "La scena ove l’azione si svolge è costruita sulle condizioni materiali obiettive, ma su questa scena i compagni possono dirigere la rappresentazione di imprese magnifiche, piene di suoni e colori, di forza e grandezza (MAO. Problemi strategici della guerra rivoluzionaria in Cina). C’è un nesso dialettico insopprimibile tra distruzione e ricostruzione, tra lotta che trasforma le cose e lotta che trasforma l’uomo impegnato in tale lotta. OGNI TRASFORMAZIONE DELLE COSE CHE NON COMPORTI LA MODIFICAZIONE RADICALE DELL’UOMO IMPEGNATO IN TALE TRASFOR-MAZIONE E MANIPOLAZIONE E NON POLITICA.

Dutschke: ‘Il presupposto della democrazia è quindi l’uomo cosciente, creativo, un uomo con bisogni ed interessi radicali, nuovi, con una struttura caratteriale antiautoritaria, con la facoltà permanente di considerare la società come fatta da lui e che sta a lui dominare’. ‘Noi studenti antiautoritari dobbiamo dimostrare di non essere dei nevrotici infelici, ma uomini preparati coscientemente e con un’idea precisa dell’avvenire’ (vedi anche l’intervista a Huej Newton sull’ultimo Quaderni Piacentini, la parte dedicata al rapporto tra testa e corpo).

Sui possibili involgarimenti del discorso occorrerà fare molta attenzione. Il sesso spaventa. Il rischio di non comprendersi – tuttavia – è inferiore a quello di reprimerci a vicenda. Ma quando parliamo di ‘espansione della sessualità nel msa, non intendiamo l’espansione della sessualità attuale, corrotta e banalizzata, che subisce il processo borghese di genitalizzazione del sesso (ridotto al coito), ma la costruzione di una sessualità nuova attraverso la lotta contro quella vecchia. Dove per nuova sessualità si intende creare unità sociali sempre più ampie (l’opposto della chiusura a riccio borghese) dal singolo a tutta l’umanità, dal militante all’internazionale proletaria passando attraverso l’espansione piena e matura della ricchezza interiore (società che produce miserie economica più sessuale).

Il ‘cinismo’ nel lavoro politico sulle masse. Per alcuni compagni, la scoperta della condizione di fabbrica, della condizione operaia è traumatizzante. Gli ‘ozi capuani’ dello studio universitario vengono messi a confronto coll’attività fisicamente opprimente e psichicamente debilitante del lavoro industriale. Si sviluppano complessi di colpa: ci si sente ‘parassiti’ e si ha d’improvviso l’impressione di una ‘dolce vita studentesca’. Far picchetti alle 5 di mattina, colla bruna sull’erba e il fiato che vapora, vedere gli operai che entrano a capo chino, pensarli per 8 ore filate in piedi a confronto colle bobinatrici che vanno a ritmi pazzeschi, sentirli dire del loro salario di merda, etc. ... diventa l’esperienza esemplare’ per i figli di papà. E magari cominciano a consumare un po’ di Marx, ripensano il tutto in termini di pluslavoro e plusvalore, gli viene una voglia matta di tornare ai cancelli, di parlare, di spiegare agli operai che sono sfruttati, che è assurdo in una società "opulenta" massacrarsi in quel modo, che devono organizzarsi, lottare, cambiare tutto e tutti ...

Ecco. Per cinismo intendiamo quelle azioni illuministiche di spiegazione e chiarificazione "mentale" (operazioni pedagogico-coscienzialistiche) che un "gruppo esterno" pratica sulla massa operaia, mostrando la loro condizione, e indicandogli A PAROLE come uscirne (proposte organizzative "pensate"). Il lavoro politico – in questi termini – viene impostato come "conquista ideologica della classe" dall’esterno. Presuppone una idiozia operaia che è anche superiore a quella esistente, presuppone una coscienza lucida del rivoluzionario superiore a quella esistente. Soprattutto, presuppone che si possano rivoluzionare gli altri stati senza rivoluzionare se stessi. Il cinismo è la crociata marxista leninista maoista praticata da un nucleo "intellettuale rivoluzionario" sulle "masse operaie incoscienti e disorganizzate". Le armi sono quelle della critica e della chiarificazione. Coscienza ed organizzazione vengono esportate a pacchi (GRATIS). La logica è "induttiva": si parte dal "disagio immediato" sul luogo di produzione per risalire al "disagio reale" (la necessità della ‘globalizzazione della lotta’ su scala internazionale). La politica è impostata sui bisogni immediati delle masse. Naturalmente l’operaio è visto in modo strumentale: con lui si può bere il "rosso", lo si ascolta parlare dei figli che figli che lo fanno incazzare e della moglie che rogna, di quando faceva l’alpino e scolava pinte di grappa ... pazientemente sbuffando, convinti che il problema sta "altrove" nel rapporto diretto con la macchina di produzione, e allora lo si lascia sfogare per poi "venire al sodo" e parlargli di come deve organizzarsi in fabbrica, sviluppare la lotta a partire dal suo reparto ... tutto il resto è solo il pedaggio che dobbiamo pagare per parlargli del "comitato", e non un terreno politico proprio dove si può e si deve intervenire, in quanto modo reale ed immediato della sua vita empirica ed elementare. Abbiamo, nei mesi scorsi, commesso l’errore di considerare – dell’operaio – solo le 8 ore che passa in fabbrica e non le 16, altrettanto importanti, che trascorre "fuori". Non ci siamo resi conto che tutte 24 le ore sono decisive – per il nemico -. E che la subordinazione umana, politica, sessuale; avviene lungo tutto l’arco della giornata. (Anche se le 8 ore di fabbrica sono decisive per le altre 16). Per rivoluzionare l’operaio dobbiamo rivoluzionarci noi. La nostra forza non sta in ciò che gli diciamo, ma in ciò che CONCRETAMENTE facciamo per lui, in direzione della sua emancipazione. Il cinismo di andare a dire ad uno sfruttato che è sfruttato ad un disorganizzato che deve organizzarsi, esprime solo la nostra vigliaccheria teorica e pratica. L’operaio non ci dà retta, ed ha ragione.

CIO’ CHE IMPEDISCE LA SUA PRESA DI COSCIENZA NON STA INFATTI NELLA SUA FALSA COSCIENZA MA STA IN UNA "STRUTTURA". (La sua coscienza si è falsificata REIFICANDOSI, emigrando fuori di lui nelle cose esterne a lui, incorporandosi nelle ISTITUZIONI). La coscienza è diventata solida ed è emigrata dal corpo. SI E’ STRUTTURATA IN UN APPARATO REPRESSIVO (le istituzioni: sindacato, partito, famiglia, danaro, etc....). Ciò che impedisce la presa di coscienza – dunque – non è la coscienza stessa (quella falsa bestia che ci vive dentro- spirituale) ma un qualcosa di altro, che sta altrove. Solo rompendo, spezzando quel "QUALCOSA D’ALTRO" esterno alla coscienza "interiore", potremmo arrivare a quest’ultima.

PER SPEZZARE LA FALSA COSCIENZA DELLE MASSE, OCCORRE SPEZZARE L’APPARATO ISTITUZIONE IN CUI ESSA E’ MIGRATA (parlamento, partiti, stampa, sindacati, chiesa, esercito, auditorium, famiglia, etc...). Marciare contro le istituzioni. Non si tratta quindi di interpretare o chiarificare i bisogni delle masse MA di rompere quelle istituzioni che non permettono ai bisogni radicali di esprimersi e realizzarsi. Come nella "morra cinese": il foglio non può niente contro la forbice ma può contro la pietra. La quale spezza la forbice che può tagliare la carta. Quando giochi devi scegliere la "figura" adatta per vincere. Se quello cala la pietra, tu calerai il foglio e non la forbice, né calerai a tua volta la pietra. Così, la parola non può niente contro l’istituzione. Non si spezza una coscienza solidificata, REIFICATA, con l’arma della critica, col pedagogismo, colle proposizioni chiarificatrici.

Occorre passare alla CRITICA DELLE ARMI, alle "azioni esemplari" contro le istituzioni.

In sintesi: LA STRUTTURA APPARE VISIBILE NELLA SUA REALTA’ ATTRAVERSO IL PROCESSO CONCRETO DI DISGREGAZIONE DELLA SOVRASTRUTTURA – PROPA-GANDA ARMATA – Cioè: (Guevara) non si fanno comizi ai contadini. Non servono. Invece, si penetra col gruppo guerrigliero nel villaggio, si individua il poliziotto torturatore (che le masse ritengono invincibile e a cui sono soggiogate), lo si fucila in piazza, si chiama il popolo in assemblea davanti al suo corpo morto e poi si fa il comizio. Allora verrai ascoltato e anche seguito. Ma non prima.

Il concetto di "Propaganda armata" va trasportato nelle metropoli e qui ADATTATO alla situazione (attraverso una analisi concreta della situazione concreta). In ultima essenza essa è "azione esemplare offensiva".

NOTA: non è un bravo ladro chi sa arrivare alla cassaforte e rubare li bottino, ma chi, fatto questo, riesce a tagliare la corda e a non farsi beccare. Vale a dire chi andando all’attacco, ha pensato con minuzia ai 15 minuti di offensiva (penetrare nella banca e giungere alla cassaforte, sapere come aprirla, conoscendo ciò che c’è dentro – e se vale la pena) e SOPRATTUTTO, ai 15 minuti di ritirata (come uscire dalla banca e squagliarsela senza farsi prendere). L’azione esemplare deve essere con minuzia preparata in tutte le sue fasi:

  1. Coscienzalizzazione delle masse su ciò che si farà
  2. Esecuzione dell’azione
  3. Chiarificazione alle masse sul significato dell’azione stessa (+ autodifesa della massa dalla repressione).

 

NOTA: la necessità dell’azione esemplare come "modo di contatto con le masse" non deve esentarci da un’analisi sui rischi dell’avventurismo. (Rischio facile in questo modo di lavoro).

 

TOLLERANZA PURA.(ovvero: questa società metropolitana permette il dissenso verbale, che gli torna utile, non il dissenso critico-pratico) (Il dissenso non ha senso).

Es. Io posso dimostrare che Kiesinger è un ex-nazi, eppure é Cancelliere della Repubblica. Lo posso dire, stampare. E dire che non dovrebbe allora essere lasciato cancelliere. Sono libero di dire queste cose. Anzi, la società che fa queste cose, mi lascia dire che queste cose essa le fa: poi dice che è democratica perché me lo lascia dire. Dopodiché, Kiesinger rimane ex-nazi e cancelliere. (Springer pag. 61).

In questo meccanismo c’è qualcosa che non va. Non va radicalmente.

Es. Durante la campagna elettorale nel Trentino il PLI ha diffuso un volantino che diceva: "Compagno, non sono d’accordo con quello che dici, ma lotterò fino in fondo per difendere il tuo diritto di dirlo" (in giusta e facile polemica con l’oppressione dei paesi dell’Est).

Bene: ecco il tipo perfetto di espressione della tolleranza pura: dì pure quello che vuoi anche se io non sono d’accordo. Anzi lotto perché ti resti garantito il diritto di dirlo liberamente. TANTO TUTTO QUELLO CHE SEI LIBERO DI PENSARE E DIRE E’ UN PURO BUCO NELL’ACQUA.

Esprimere verbalmente il dissenso in una società di tolleranza pura è "darsi fiato ai denti" e poco più. Le cose restano come prima, NATURALMENTE garantendoti il diritto di contestarle verbalmente all’infinito.

Diciamo: non occorre tanto costruire un pensiero che prema verso la realtà (come diceva Marx) ma oggi esiste invece la necessità urgente di costruire una realtà che prema verso il pensiero. (NOTA: pensiero radicale, realtà radicale. La radice è l’uomo, non com’è ora, ma come può diventare). La tolleranza pura (libertà del dire impotente ed inutile – illusoria speranza di cambiare le cose con secche e dure proposizioni – di mutare la coscienza a colpi di coscienza) può essere distrutta solo dall’UTOPIA OPREANTE (azione esemplare – costruzione di FATTI, di REALTA’ alternative all’ordine esistente). Dall’arma della critica dobbiamo passare alla critica delle armi (LINEA DI MASSA. CAMPAGNE DI MASSA).

Per quei "marxisti ortodossi" che ci accusano di essere "usciti dal marxismo" quando diciamo: LA STRUTTURA DIVENTA VISIBILE PER CIO’ CHE E’ ATTRAVERSO IL PROCESSO DI ROTTURA DELLA SOVRASTRUTTURA, (accusandoci di rovesciare il rapporto classico tra struttura e sovrastruttura) facciamo un rimando "erudito": vadano a leggersi Mao Tse Tung, il saggio sulla contraddizione, in particolare, la parte 4, "la contraddizione principale è la parte principale della contraddizione" (Dopodichè si potrà discutere su alcuni CONTENUTI e no su alcune formule).

NOTA: ricordiamo ai compagni che questi che stendiamo sono solo appunti di "provocazione alla discussione e alla prassi". Non pretendono alla compiutezza né all’analisi delle proposte politiche. Il FOGLIO e strettamente "interno" al MSA trentino, nel senso che tenta di calarsi in un contesto di analisi/azione che SOLO dà senso agli spunti che abbiamo ritenuto necessario porre. Non cerchiamo in questo foglio quello che non può né vuole esserci.

La miniaturizzazione del ’17. Molti compagni ripetono verbalmente che il processo rivoluzionario è caratterizzato dalla "lunga durata", ma se ne dimenticano nella attività quotidiana. Li assale la smania della "presa del potere" e vedono molto vicino ciò che è ancora molto lontano. In tal modo cadono nel grave errore di ridurre la politica al problema della "presa del potere".

Occorre avere – invece – estremamente chiara la differenza tra:

Nel primo caso i compagni riducono tutto il problema a quello dell’assalto vincente al potere centrale, alla macchina dello stato, applicando così – rinsecchito – il grande messaggio dell’Ottobre 17. Si esimono dall’analisi del nuovo tipo di potere, e proiettano un po’ ovunque il "Palazzo d’Inverno", luogo del potere, che va "preso dalle masse" (non importa se incoscienti) purché guidate lucidamente da una minoranza cosciente con le idee chiare sul "dopo". In tal modo danno eccessiva importanza all’apparato organizzativo e troppo poca allo stato crescenziale delle masse. Non vedono più come il lavoro politico deve puntare ad un movimento di massa, creando le condizioni di una emergenza MAGGIORITARIA – entro il paese – in direzione rivoluzionaria. In sintesi, riducono la rivoluzione che è rivoluzionamento dei "rivoluzionari" e delle "masse", (rivoluzione ininterrotta), a "presa del potere" attuata dalle masse sotto la direzione di avanguardie abili. La processualità sparisce e si riduce al "colpo di teatro". Invece il processo rivoluzionario deve strutturarsi come presa di coscienza da parte delle masse che partecipano attivamente al movimento, come creazione dei presupposti coscienziali (critico pratici) alla auto-organizzazione. (I muri di Parigi dicono: "Non liberarmi, grazie, ci penserò io"). Il quadro storico in cui operiamo è radicalmente mutato rispetto al ’17. "Noi non potremo mai arrivare al potere come minoranza (e tale potere conservarlo). Né lo vogliamo. Proprio in questo stai l nostro vantaggio storico sul ’17, e la nostra scommessa". Il problema è trasformare la minoranza in maggioranza, organizzare le masse maggioritarie in masse dominanti, creare un VERTICE DI MASSA. Per questo occorre battere ogni spirito settario nel msa. Criticare le "forme a riccio" che il msa esprime e in cui si racchiude. Distruggere e screditare le tendenze "minoritarie" con un modo di lavoro minoritario.

LA MASSIFICAZIONE DELL’IDEA DI EMANCIPAZIONE contrasta attivamente con la formazione, entro il msa, di gruppi istituzionalizzati che si autodichiarano proprietari di moduli organizzativi "sicuri" (quelli con cui si fa la rivoluzione presto, bene, e coi minimi rischi). Non si può dare lezione di unità al proletariato quando si è divisi all’interno. (Divisione per spirito settario, ovviamente. La divisione tra compagni è tuttavia lecita quando investe la differenza coi contro-rivoluzionari). In forma emblematica dunque, se proprio si vogliono fare di questi "giochetti", il msa deve guardare non tanto al ’17 russo quanto piuttosto alla "lunga marcia" cinese. (Alcuni compagni, sempre stando al gioco, guardano al modello cubano. Ci sembra un modo di cercare le scorciatoie ed evitare il problema. E il problema rimane: la linea di massa, il rivoluzionamento delle masse attraverso il rivoluzionamento dei rivoluzionari, il processo a lunga durata costruito con un lavoro paziente, tenace, permanente di ognuno entro il militante collettivo e l’intellettuale collettivo che miriamo a creare). Karl Marx, contro coloro che dicevano: "Dobbiamo arrivare subito al potere, oppure tanto vale che ci mettiamo a dormire", diceva: "Dobbiamo affrontare 15, 20, 50 anni di guerre civili e di guerre di popolo, NON SOLO PER CAMBIARE LA SITUAZIONE, MA PER CAMBIARE NOI STESSI, ed abilitarci al potere politico".

La fine dell’ottimismo socialista (da LUCIO MAGRI Considerazioni sui fatti di maggio, DE DONATO, pagg. 236 e segg). Che la rivoluzione sia, in questa nostra società, un bisogno reale ed urgente, torna ormai ad essere convinzione diffusa ... Anche in molti di coloro che marxisti non sono affiora, per vie diverse, la consapevolezza che il sistema in cui viviamo è profondamente sbagliato, e che proprio il suo sviluppo ne rende più acute le contraddizioni, più vistosa la disumanità. Una società caratterizzata dalla ricchezza delle conoscenze scientifiche e delle risorse tecniche, anziché condurre alla liberazione dell’uomo, alla sua signoria sul mondo, ne sancisce la definitiva riduzione a strumento produttivo. Il lavoro che, emancipato dalla lotta elementare contro la natura potrebbe divenire finalmente libera e creativa espressione della personalità, diviene sempre più nelle forme e nei fini, estraniato. Il consumo che, liberato dalla lotta per la sussistenza, potrebbe superare il limite della passività, della semplice appropriazione delle cose, per divenire a sua volta arricchimento ed espressione dell’individuo e della collettività, degrada invece la pura funzione produttiva e quindi ad ozio standardizzato, possesso, dissipazione. L’istruzione si eleva ed i mezzi di comunicazione fanno cadere separazioni e colmano distanze, ma solo per rendere più efficiente una attività priva di senso o per affermare l’irrazionalità di nuovi miti. Le istituzioni politiche paiono divenire più stabili, le regole della democrazia formale più sicure, ma il potere reale si concentra in un minor numero di mani. La repressione agisce con più sottili ed efficaci strumenti fino nel fondo della coscienza individuale. E la violenza si rinnova verso chiunque sfugga ai meccanismi di integrazione. Il mondo si unifica, cadono imperi e barriere religiose, ma razzismo e nazionalismo rinascono su basi nuove, si inventano nuovi simboli di status e di casta.

Cosa occorre di più per decretare la fine dell’ottimismo riformistico? (liberale o socialista)?

... una soluzione catastrofica è sempre possibile. Per evitarla, occorre che la crisi della società esistente produca i "materiali" su cui costruire una alternativa, e delle forze capaci e decise per utilizzare l’occasione che la storia offre.

LE NUOVE LOTTE. (Il tipo nuovo di SPONTANEITA’, POLITICA DI MASSA). Non possiamo – oggi – dare una risposta "leninista" (un leninismo senza Lenin e contro Lenin) ai nuovi problemi che il tipo di lotte attuali pongono. Limitarci ad una definizione della spontaneità delle lotte come "tradunioniste" (economiche-corporative), oltre che falsare il quadro reale in cui si pongono e la dinamica interna che le regge, ci condurrebbe ad impostare il "lavoro politico" in termini di "conquista ideologica delle masse" e di "introduzione dall’esterno della coscienza rivoluzionaria" (politica ed internazionalista). La fatica stessa dei sindacati e dei partiti (il maggio francese, ma anche l’Italia e non quella sola) a "RIDURRE" tali lotte in termini economici, sindacali da un lato e riformisti, parlamentari, d’altro lato ci mostra come esse lotte siano FUORI appunto da tale quadro costrittivo. Addirittura OLTRE tale quadro. Il M.O. si ostina a considerare la nuova spontaneità, ed i movimenti di massa che la esprimono, come PRE-POLITICI (nei loro termini pre-partitici, pre-sindacali, pre-parlamentari). Salvo poi dover sgobbare ed usare tatticismi esasperati per poter far rientrare il tutto nell’alveo prefissato dello scontro funzionale al sistema. (Il PCI attualmente, dopo aver tentato collo PSIUP, cerca colla FGCI – nuovo corso – di incapsulare il msa dentro il suo schema strategico. Il tatticismo ultrasinistro di questi tempi è appunto finalizzato ai "recuperi" entro una strategia governativa, di destra). Le nuove lotte costringono così gli apparati del MO a funzionare quasi esclusivamente come "repressori" della nuova qualità politica della lotta. Addirittura, nei casi gravi, si reprime la lotta stessa.

Il rischio, da parte nostra, è duplice:

Per un certo tempo, il movimento ha fatto un uso ultraspontaneista della Luxemburg, ed ha indebitamente isterilito il gigantesco messaggio leniniano (ridotto a "coscienza esteriore"). La stessa tematica fortemente anti-autoritaria del ms ha per un certo tempo inibito una corretta valutazione di certi termini. Ad es. il termine spontaneità era connotato in modo fortemente positivo, il termine organizzazione in modo fortemente negativo. Occorre forse citare un cosiddetto spontaneista (Dutschke): "Nessuno ci venga a decantare una malintesa mitologia della spontaneità. La più alta forma di attività spontanea è la sua forma organizzata". Ora, la "coscienza" non è – storicamente – tutta dentro i movimenti delle masse (e della classe operaia). Come non ne è – né può esservi – tutta fuori da essi. Coscienza e movimento crescono insieme e si penetrano dialetticamente. Se questo non avviene, la coscienza perde la dimensione critico-pratica che le è propria, la sua dimensione "attiva" e scade "l’ethos", irrigidendosi progressivamente in gruppi umani, sempre più ristretti e sempre più impotenti (costretti a sviluppare una coscienza all’indietro, storico-commemorativa). I movimenti divengono acefali, la spontaneità si "disorganizza" e diviene rabbia e furore. Brucia i castelli per poi placarsi al primo tozzo di pane. Dobbiamo impedire che nel movimento tornino a svilupparsi concezioni dialettiche del rapporto tra spontaneità ed organizzazione. Occorre che se ne scoprano le necessarie interazioni, giorno per giorno. "Dare organizzazione alla spontaneità – Dare spontaneità alla organizzazione" non può rimanere una parola d’ordine morta che ci si ripete addotto nelle discussioni per essere dimenticata in ogni occasione "pratica" si incorra.

(Un altro grave errore del ms trentino – simmetrico allo spontaneismo – è quello del disprezzo – nei fatti / non a parole – della teoria. Specie nei "vecchi quadri" esiste la intima convenzione di aver già cumulato esperienza sufficiente per poter procedere "senza ulteriori sforzi teorici". Non vengono alle assemblee, perché gli pare di "sapere già tutto", o se vengono, partecipano passivamente, discutono col compagno a fianco di amenità varie, etc. ... Nelle commissioni tengono un comportamento "paternalistico" verso i "quadri nuovi", ritenendo di aver tutto da insegnare e niente da imparare da quest’ultimi ... Si "vantano" di non passare il tempo a leggere Mao, oppure se ne lamentano con civetteria, facendo capire però che – in fondo in fondo – leggere Mao è un di più per un rivoluzionario del loro taglio ... Si permettono attacchi a fondo verso i compagni "nuovi" che si impegnano nell’Università Critica –letture di Marx, Lenin, Mao etc ... – dicendo "chi passa il tempo a leggere Marx non lo legga perché tanto non ci ha capito un cazzo ... etc. Anche se alcune cose sono corrette, l’atteggiamento generale non lo è. C’è il rischio di ritenersi già "rivoluzionari" e aver solo più da rivoluzionare gli altri. Il che non è vero. L’esperienza non supplisce, da sola, alla teoria. Né si può ridurre la teoria a "ripensamento critico delle cose fatte" (questa è teoria che guarda indietro e poco avanti). La teoria è anche progettazione globale delle cose da fare, è INVENZIONE del futuro. E per guardare molto avanti, non è salire sulle spalle dei giganti. (Chissà che l’orizzonte non si ampli e le cose acquisiscano un diverso contorno). Specie nel msa, organizzazione non centralizzata, occorre ricordare attivamente come si richieda MAGGIORE e non minore OMOGENEITA’ POLITICA, IMPEGNO, DISCIPLINA, SPIRITO D’INIZIATIVA. Maggiore e non minore IMPEGNO TEORICO: Solo con questo DI PIU’ "è possibile arrivare alla elaborazione collettiva di una linea comune". Diversamente, il Comitato Centrale sarà sostituito da una leadership, e la natura complessiva del movimento si troverà a subire regressioni autoritarie. La lamentazione – a quel punto – può essere descritta dall’adagio popolare "chi è causa del suo mal pianga sé stesso").

ALTRE COSE: analisi del tardo capitalismo, fascismo istituzionale, base di massa passiva, analisi del revisionismo, pianificazione della sessualità, miseria economica e miseria sessuale, etc. non ce le mettiamo (L’Università Critica è lì anche per questo. E quelle analisi ce le possiamo fare assieme per tutto l’anno). NON E’ UN DISPETTO. E’ UNA CONVINZIONE. QUELLO CHE E’ STATO SCRITTO E’ FIN TROPPO PER PROVOCARE IL CERVELLO.

IL RESTO FACCIAMOLO "FUORI DEL FOGLIO".

PARTE TERZA

 

"Questo è un periodo pre-rivoluzionario e pensiamo che sia estremamente necessario educare il popolo finché possiamo" (Huey Ne ton)

 

SULLA SITUAZIONE ATTUALE DEL MOVIMENTO

  1. Il Movimento è una potenzialità immensa che non può essere racchiusa in un discorso sui suoi fatti. E’ una potenzialità da sprigionare, un’energia da liberare dai pesanti involucri – croste – che il papà, la mamma, i parenti tutti in compagnia del prete e del maestro e poi per incarico statale il sig. professore, il capoufficio , il segretario di partito, e molti altri irresponsabili sociali gli hanno appiccicato addosso. I fatti, o prime lacerazioni che il movimento ha prodotto in questi primi giorni, non sono che una emergenza disordinata – disorganica – caotica d un modo tutto da inventare, progettare nel fuoco di una nuova tensione rivoluzionaria. "Non ci si stupisca del caos delle idee: è la condizione di emergenza delle idee nuove". (Nanterre). Ma una carogna si aggira per l’Europa. I resti della borghesia in rapida putrefazione, hanno infettato larga parte del movimento operaio. La rimozione di questa carogna è un servizio sociale necessario. Ora si tratta di costruire delle infrastrutture adatte allo scopo: il movimento lo sta in qualche modo facendo. Ma la rivoluzione andrà pensata "almeno due volte"!

  2. Valutazione di tempi brevi, troppo brevi: poco più di un mese.

Errori possibili: considerare contraddizioni secondarie alla stregua di contraddizioni principali o confondere l’aspetto principale della contraddizione per quello secondario. Una considerazione preliminare: dopo i primi 14 giorni di crescita politica del "campo antiautoritario" si è sviluppato un processo di caduta di tensione che ha evidenziato dilatandoli aspetti negativi ed emergenti del lavoro politico in cantiere. La periodizzazione 14/seguenti non ci sembra perciò arbitraria.

Una nota: Parliamo di "campo antiautoritario" riferendoci a quello spazio politico-sociale organizzato, articolato in sezioni o istituti e dotato di una struttura di servizio.

Il "movimento studentesco antiautoritario" è un fattore costitutivo essenziale del "campo", è il motore umano che ne consente una dinamica espansiva. Il MSA è presente nel campo non come unità concettuale mitica, ma nella sua forma fenomenica differenziata e cioè:

- quadri

- militanti

- aderenti.

In concreto dunque la caduta di tensione a cui sopra si accenna trova la sua radice nei "quadri" e nei "militanti" del MSA.

Domanda: a che è dovuta allora la caduta di tensione nei quadri e nei militanti? L’abbozzo di analisi di questi giorni è un tentativo di risposta. Un tentativo a cui tutti i compagni dovranno contribuire, poiché da una corretta individuazione dei nostri errori prende vita la possibilità di un salto di qualità di tutto il movimento.

Intanto: è all’interno del movimento che vanno ricercate le cause del crollo. Ed in particolare:

  1. Nella mancanza reale di unità politica del movimento, che significa, mancanza di unità politica tra quadri/militanti, quadri-militanti/aderenti.
  2. N.B.: il fenomeno non è difficile da spiegare, si tratta infatti del mancato funzionamento dei meccanismi di trasmissione dei risultati teorico-politici raggiunti da una parte dei "vecchi" quadri del movimento nel ripensamento critico dell’esperienza fatta nei mesi precedenti (Potere Studentesco).

    La disomogeneità politica interna almeno in questa prima fase, ha comportato inoltre una reale cecità strategica di molti quadri e militanti. I quali privi di un punto di riferimento a lungo termine, non hanno saputo affrontare l’immediato se noni in termini di pura empiria.

     

  3. Nella sostanziale incapacità di unire, il movimento al popolo: le campagne di massa, infatti, non hanno portato ad un’allargamento del campo antiautoritario nel senso di un suo allargamento organizzativo, anche se la realizzazione dell’Università Critica può essere considerata un buon passo avanti nella predisposizione di infrastrutture di servizio, al servizio del popolo.
  4. Nella mancata disgregazione del campo antiautoritario: compito questo che richiede una conoscenza precisa del nostro nemico - che ancora una volta non è unità concettuale mitica, ma una complessità differenziata e contraddittoria – e la capacità politica di evidenziare e far esplodere nella sua pancia le cartucce che si porta a tracolla.
  5.  

    FRAMMENTO: opinione/politica

    La differenza fra opinione e politica è l’organizzazione. Allargamento del "campo antiautoritario" non vuol dire creare un vasto movimento di opinione antiautoritaria, vuol dire sviluppare gli istituti e le strutture di servizio del campo e dimensionare al nuovo livello in funzione dei nuovi obiettivi che da quel livello è possibile perseguire.

  6. Considerazioni particolari sui primi quattro giorni di novembre. In questa fase magmatica del movimento, l’emergenza del nuovo è più dolorosa di un parto trigemino. Mettiamo a fuoco:
  7. si inizia con una breve campagna di coscienzializzazione sui problemi dei 1.500 milioni che sono stati stanziati dal governo in occasione del cinquantenario di Trento e Trieste e sembra debbano essere utilizzate per la costruzione di un auditorium. L’azione progettata è un attacco al corteo presidenziale da parte di tre gruppi di intervento il cui obiettivo è: bloccare la macchina – far conoscere i motivi dell’attacco (no all’auditorium, gestione popolare del miliardo e mezzo) per mezzo di grandi sciarpe da-tze-bao – rispondere con forme di resistenza passiva all’intervento della polizia. Si prevede un intervento massiccio e violento delle forze repressive, si ipotizza una relativa passività della popolazione, non si tiene conto degli Alpini che il 3 Novembre sono presenti in massa a Trento per celebrare – chiamati dalla patria – il cinquantenario della "redenzione"!

L’attacco dei gruppi riesce, la polizia non interviene duramente, ma si limita a sgomberare la strada nel più breve tempo possibile (qualche secondo!), la popolazione – assai poca del resto – non si muove dai bordi delle strade ..., ma gli alpini, "hanno impartito loro quella lezione che meritavano: anche se la presenza della polizia ancora una volta (sic!) ha evitato al gruppetto degli sbarbatelli e delle loro compagne una punizione più pesante di quella, già pesante, che hanno dovuto incassare". "Vorremmo che la lezione fosse loro servita, se non altro a tenersi lontano da cose che possono anche non apprezzare, se lo credono, ma che devono egualmente rispettare". (Tolleranza pura: cfr).

"E’ servita se non altro, a dare alla cittadinanza la misura di uno sdegno corale che ha accompagnato ed applaudito le folate di sacrosante sberle e calcioni distribuiti al "cinesi" dagli alpini con totale solidarietà". (dal mensile delle Ass. Naz. Mut. e Inv. Di Guerra).

 

Note in margine: popolo/populismo

"la nozione di popolo acquista significati differenti nei diversi paesi e nei diversi periodi storici di ogni paese". Mao-tse-tung.

Per quanto ci concerne rientrano nel concetto di popolo, tutti quei gruppi sociali e quelle forze sociali mobilitabili per una lotta antiautoritaria, anti-istituzionale ed extra-parlamentare. Ciò non vuol dire che tra questi gruppi e queste forze debba esistere una forzata omogeneità, ma s’intende che le contraddizioni che tra esse si sviluppano non sono antagonistiche, non mettono cioè in discussione la contraddizione fondamentale che è quella che oppone la minoranza storica che detiene tutte le leve del potere economico-politico-culturale-etc. alla maggioranza reale del paese. La popolazione inoltre non è un tutto indifferenziato, in essa vanno distinte stratificazioni diverse, diversi livelli di coscienza e di falsa coscienza. Sviluppare un lavoro di massa, secondo una linea di massa vuol dire avere presente gli interessi reali e gli interessi immediati del popolo, sapere come esso è portato a rappresentarseli e in conseguenza a sviluppare un’azione militante che tenga conto di tutte le mediazioni richieste. Mettersi al servizio del popolo, non vuol dire così chiedere al popolo quali sono i suoi appetiti, ma saper distinguere tra le esigenze che esso esprime quelle corrette e quelle scorrette, saper mettere in evidenza le prime e far accettare la critica delle seconde. L’adorazione delle terga del proletariato e delle più ripugnanti abitudini che esso ha contratto per occulto consiglio dei suoi sfruttatori è una deviazione mistico-moralistica e che di certo non potrà condurre alla sua liberazione social-rivoluzionaria. Tendenze in questo senso si sono manifestate nel movimento ed è per questo che le abbiamo riprese di sfuggita. "Non si può giudicare un uomo dall’idea che esso ha di se stesso" ... occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale con il conflitto esistente tra le forze produttive della società e i rapporti di produzione" (Karl Marx).

 

Intellettuale individuale/ intellettuale collettivo

La prevalenza dell’intellettuale individuale sull’intellettuale collettivo risulta essere uno dei fatti più preoccupanti e sintomatici dello stadio attuale di sviluppo della coscienza rivoluzionaria del movimento. La realizzazione dell’intellettuale collettivo nel militante collettivo rimane una tendenza di movimento. Una teoria che non si faccia prassi non serve alla rivoluzione, serve invece al sistema per mercificarne l’impotenza. Una prassi acefala, non serve alla rivoluzione, è solo un atto disperato che al massimo testimonia della profonda crisi che ha attraversato ed attraversa la sinistra rivoluzionaria. La separazione adialettica tra teoria e prassi è il punto di arrivo della falsa coscienza e ci condanna alla "impossibilità oggettiva di intervenire in modo cosciente nel corso della storia" (Lukacs).

 

4/11 chiarificazione nei quartieri

5/11 sciopero studenti medi

6/7/8/9 campagna di coscienzalizzazione sul problema dell’auditorium.

10/11. MANIFESTAZIONE ORDINATA CON BANDIERE ROSSE E "ROGO" FINALE

Due considerazioni al riguardo:

  1. sulla questione dello spirito militante.
  2. Non è una cosa trascurabile: sventolare una bandiera rossa non equivale a portare un giglio in processione! La rabbia accumulata in secoli di oppressione-sfruttamento-omicidio-genocidio vissuti collettivamente non consente sorrisi ai nemici del popolo. Anche una manifestazione ordinata, nel nostro caso, è un momento del processo rivoluzionario. Dimensione militante vuol dire FAR POLITICA IN PRIMA PERSONA contro ogni forma di delega (di potere/di impegno/culturale etc).

  3. la "struttura chiusa" del serpente rosso ha impedito a molti operai di fondersi concretamente con noi. La cosa non presenta non soltanto un aspetto di difettosa realizzazione tecnica, ma ha un risvolto politico che è sintetizzato in un commento raccolto per le strade: "la manifestazione degli studenti ...".

Rompere la logica del noi/loro.

Fondersi concretamente con le masse, a maggior ragione nelle manifestazioni non creare il "nostro spazio"!

11/12/13. La chiarificazione si collega allo sciopero generale delle pensioni.

14/11. Lo sciopero generale per le pensioni. Il lavoro condotto nei giorni precedenti consente una manifestazione ordinata di circa 7.000 persone. Una nota sul limite della nostra partecipazione: paradossalmente il limite politico della nostra partecipazione è stato proprio quello di aver esternato opinioni politiche sui sindacati che più o meno tutti noi condividevamo. Gridare "sindacati burocratici o/e sindacalisti burocrati" non è giusto in assoluto o sbagliato in assoluto. Come ogni cosa del resto. Si tratta di vedere; quali risultati politici si vogliono ottenere e quali sono le possibilità reali di ottenerli in un certo momento. Nel nostro caso, la mancanza di una precedente campagna di coscienzalizzazione sul tema della burocratizzazione dei sindacati, seguita dalla mancanza nei giorni successivi di una campagna di spiegazione presso la classe operaia (ma non solo) di quali fossero realmente i limiti del conflitto che ci opponeva in misura diversa ai diversi sindacati ha auto come risultato doppiamente negativo quello di aver scatenato un’ondata di proteste delle varie segreterie sindacali sugli organi di stampa locale (iene che non attendevano altro!) senza che fosse resa esplicita la nostra posizione. Il problema del rapporto coi sindacati è tale che non può ormai più lasciato essere nelle nebbie dell’ambiguità.

Il MSA dovrà nei prossimi mesi rendere esplicita questa contraddizione.

Sulla contraddizione tra il M.S. e i sindacati allo sciopero delle pensioni

La contraddizione principale in quel momento era quella che opponeva i 7.000 manifestanti al governo dei padroni. Una contraddizione secondaria era quella che opponeva il MSA ai sindacati (che non sono solo burocratici ...). L’errore teorico sta nell’aver scambiato ad un certo punto della manifestazione una contraddizione secondaria con quella principale. L’errore politico che ne è conseguito è quello di aver diviso il fronte inutilmente in quel momento. Ciò che in quel momento era secondario, in altra sede e in altro momento può diventare e diventa principale. Stiamo attenti allora a non commettere ... l’errore inverso.

Alcune questioni sugli scontri del tardo pomeriggio di fronte ai magazzini UPIM.

Vi è intanto una considerazione generale da premettere e riguarda l’avventurismo. In linea di massima si può dire che è avventurismo l’ostinarsi a combattere quando non si può vincere come ad esempio nei fatti della Stazione il 3/11. Il "prurito rivoluzionario" prende il sopravvento sullo stile di lavoro correttamente rivoluzionario. Se diamo per buona l’analisi che comporta il momento attuale come fase pre-rivoluzionaria, allora è certo che le "grandi imprese", i "giganteschi movimenti delle masse" sono segni che vanno per qualche tempo abbandonati. Al loro posto rimane un lavoro minuto, costante, poco appariscente tra le masse, un continuo esame concreto delle condizioni soggettive ed obiettive in cui si conducono le nostre azioni. Andare avanti alla cieca vuol dire esporsi ai più grossolani insuccessi e soprattutto isolarsi dal popolo. Prendiamo la questione dell’UPIM: la contraddizione che era possibile sfruttare in quel momento era quella che opponeva i pesci piccoli (piccoli commercianti proletarizzati, piccoli proprietari) ai pescecani (grandi magazzini). Una seconda contraddizione era quella che opponeva commesse e proprietari e dirigenti dell’UPIM. Il lunedì precedente vi era già stata – ma promossa dai sindacati – un’agitazione dei lavoratori del commercio che in sede di protesta avevano picchettato l’UPIM impedendogli di aprire. La nostra partecipazione, per quanto richiesta dalle commesse, era stata politicamente inconsistente, mera presenza fisica di alcuni alla "processione". Nonostante ciò (intendiamo dire: nonostante la situazione genericamente positiva) nessun lavoro di coscienzializzazione ha preceduto le azioni (scontri provocati con la polizia) e nessuna chiarificazione è stata da noi condotta nei giorni successivi! Risultato: il campo antiautoritario non si è di fatto esteso e gli scontri hanno auto come unico risultato alcune denunce!

Sulle parole d’ordine: un principio fondamentale che dobbiamo aver presente nelle nostre operazioni d’offesa è il seguente: "disgregare le truppe nemiche", e cioè rompere l’unità fra ufficiali e soldati e unire per quanto è possibile i soldati al popolo. Questi risultati non possono essere ottenuti gridando "polizia fascista", parola d’ordine questa che:

  1. aumenta la coesione interna del nemico
  2. aumenta la sua aggressività

Il nostro obiettivo è aprire contraddizioni e spiragli, a questo scopo vale gridare:

"Polizia con noi"

"Diritto di sciopero anche ai poliziotti"

" Abbasso gli ufficiali"

" Polizia col popolo contro i padroni"

 

UN GIORNO DI CRISI

Con il 15 novembre si apre una fase nuova nel processi di sviluppo del campo antiautoritario. Questa fase si caratterizza in particolare per l’emergenza di due elementi negativi:

 

NOTA: questi elementi non segnano comunque un effettivo regresso quanto piuttosto non consentono all’organizzazione di svilupparsi con l‘intensità ed il ritmo dei giorni precedenti.

La natura essenziale della crisi trova un suo punto d’origine nel repentino cambiamento di rapporti tra movimento e popolo, tra movimento e masse. Dopo la fase offensiva che ha caratterizzato i primi quattordici giorni (campagne di massa) si tende infatti ad attestarsi su posizioni difensive (KU/Comm.).

Una dura presa di coscienza: queste strutture di servizio al popolo esistono solo come forme pensate, ma il "concreto" ancorché sintesi di molteplici determinazioni, non le registra affatto!

Una considerazione sull’organizzazione:

Il processo rivoluzionario, non è un fatto spontaneo o spontaneistico. In quanto processo storicamente determinato – oggi in Europa – esso è concepito come processo di lungo periodo e di massa, e per ciò stesso richiede resistenza ed organizzazione. L’organizzazione è un’arma indispensabile per ogni movimento rivoluzionario. (Lenin/Mao e molti altri ...). Essa è lo strumento che consente di realizzare gli obiettivi tattici e strategici che il movimento si pone.

NOTA: organizzazione come strumento è altro da organizzazione come feticcio! I rivoluzionari usano l’organizzazione. I revisionisti si fanno usare dall’organizzazione" (Apparato = Organizzazione)

La necessità di sviluppare il campo antiautoritario in modo equilibrato in una prospettiva di lotta di lunga durata e di massa, comporta l’assunzione di moduli organizzativi:

 

SULLA PRIMA PROPOSTA DI STRUTTURE DI SERVIZIO AL POPOLO (16 Novembre)

Dopo i primi quattordici giorni di crescita ininterrotta del campo antiautoritario ed un giorno di crisi che mette in evidenza come non sia possibile sviluppare l’ipotesi politica (lunga marcia attraverso e contro le istituzioni) senza dargli una corporeità organizzativa più precisa il MSA decide di ristrutturarsi provvisoriamente in una organizzazione così disegnata:

Questa prima traduzione in organizzazione del discorso politico che è venuto maturando negli ultimi mesi (settembre-ottobre: seminari/primi giorni di novembre: campagne di massa) riflette profonde esigenze del MSA, infatti non sembra più possibile espandere il campo senza assestare organizzativamente le forze che sono ora disposte a continuare la lotta. Questa ipotesi di organizzazione è comunque già tuttavia contenuta allo stato di latenza/esigenza nei moduli di movimento che hanno caratterizzato il periodo delle prime campagne di massa. Il "salto di qualità" rispetto all’anno precedente è dovuto al concetto/progetto di Università Critica. La KU acquista una rilevanza /nodalità strategica nel discorso politico del MSA e dalla sua realizzazione-funzionamento dipende l’effettiva possibilità di sviluppo in questo momento del campo antiautoritario.

L’ipotesi del KU in via approssimativa si fonda:

  1. la restituzione al popolo del sapere sociale di cui è stato espropriato
  2. rovesciare sulla città e intraprendere ... la lunga marcia attraverso e contro le istituzioni

Alcuni chiarimenti:

Sull’Università come centro d’intelligenza sociale - base politica – o momento di restituzione al popolo del sapere sociale di cui esso è stato espropriato. Non si da appropriazione senza espropriazione del nostro sistema. L’appropriazione dei pochi coincide all’appropriazione dei molti. La plus-cultura di cui noi "beneficiamo" è il corrispettivo dell’idiotizzazione socialmente necessaria per mantenere in piedi queste strutture di merda. Il passaggio dalla critica all’università, alla Università Critica (dalle armi della critica alla critica delle armi) vuol anche dire, stravolgimento di una cosa nel suo contrario – senza troppo ottimismo, ma con quel po’ che basta per essere convinti che nonostante tutto il "caos" è più apparente che reale! Il vecchio centro di riproduzione della società del dominio e dello sfruttamento si organizza per un momento nell’epicentro del terremoto antiautoritario e sprigiona, sovvertendo ogni regola, le nuove forze produttive della liberazione dell’uomo. A proposito del concetto di "Rovesciamento sulla città". Uno slogan: "rovesciare la città nell’Università per rovesciare l’Università nella città". Che vuol dire: "rovesciare i bisogni reali del popolo nell’Università Critica intesa come struttura di servizio al popolo per mettere la scienza al servizio del popolo.

Un altro slogan: "Parlare col popolo e non al disopra del popolo, per far parlare il popolo".

Ci si propone con tutta evidenza sviluppando il lavoro politico in questa prospettiva di ampliare il raggio di influenza politica (e quindi le sue strutture e infrastrutture organizzative) del campo antiautoritario distruggendo – mediante l’attualizzazione di contraddizioni che rendano espliciti al popolo i meccanismi e le istituzioni di manipolazione di sfruttamento e di repressione – gli stereotipi fascisti che il "nemico di classe" fa quotidianamente penetrare nella sua coscienza. L’esplosivo la cui potenza è in grado di far saltare il "pieno cattivo" non l’abbiamo ancora inventato! Ma una cosa ci sembra sempre più sicura: l’ombra della terza internazionale non evoca ormai più immagini di liberazione! Non è una cosa questa che ci riempia di gioia, ma piuttosto ci consiglia di "osar osare" tentando per il sentiero dell’eterodossia di reinventare un senso al termine ormai frusto di "rivoluzione"!

Se alcuni termini in uso nel movimento: Università Rossa/ Università Popolare.

Non è il termine che definisce la situazione, ma la situazione che definisce il termine. Ciò che stiamo facendo lo chiamiamo KU / ma ciò che stiamo facendo è un processo che ogni giorno è diverso dal giorno precedente /Il termine purtroppo è sempre agevole / cercar di capire il processo è forse più importante di una disputa terminologica.

 

Nota critica: alcuni limiti di questa forma organizzativa che il movimento si è dato, sono emersi già nei giorni immediatamente successivi. Quello che qui ci interessa sottolineare è la mancanza di un effettivo centro di unificazione politica del campo. La KU non può assolvere a questa funzione come si era previsto/.

La commissione coordinamento d’altro canto non può certamente sopperire a questa carenza politica. Per molti giorni ancora non si darà risposta a questo problema. Permane inoltre un elemento di confusione tra gli stessi compagni che organizzano le lotte all’interno dei corsi tra la "KU" e la "Commissione KU" che con semplificazioni indebite vengono molto spesso identificate. Infine, zona di difesa e zona di offesa non riescono in questo primo momento a legarsi. Tutto il movimento si muove pesantemente ed emergono all’interno delle varie commissioni tendenze regressive verso i moduli organizzativi di "potere studentesco". E’ in questo momento di "debolezza" che si inserisce una prima campagna repressiva concertata tra la stampa e la magistratura e che porta come nelle dissolvenze cinematografiche alla momentanea disintegrazione del MSA.

 

LA CAVALCATA DEI 101 giorni 17/18/19

Le attività esterne che il MSA ha sviluppato nei primi 14 giorni del mese, sono prese ad oggetto dalle forze repressive e manipolative per sviluppare un’intensa ed organizzata campagna di intimidazione presso gli studenti. Piovono denunce, ma si diffondono "voci" di probabili ed imminenti arresti. Il "panico è generale", l’organizzazione non regge: tutto viene travolto dall’armata brancaleone in fuga! Per una notte e un giorno, il movimento si mimetizza così bene che non è più possibile rintracciare neanche i compagni assolutamente estranei alle azioni che hanno provocato le denunce. Una considerazione: L’autoesaltazione e l’ingigantimento mitico del proprio operato politico porta molti compagni militanti ad autoprodursi nella immaginazione quali eroi, figure temibili e perciò stesso perseguite dalle forze dell’ordine costituito (la polizia che poi è sempre il papà). La costruzione mitica dell’eroe ovviamente compensatoria di una molteplicità di frustrazioni consente lo svilupparsi di una struttura giustificatoria e compensativa della fuga reale, che altrimenti non troverebbe appigli sufficienti nel processo concretamente vissuto. In altri termini: il menscevico non sfrattato torna alla carica comprando un biglietto per il primo treno!

Una nota: L’Uomo Nuovo, il rivoluzionario del XXI secolo sono frutti che devono ancora maturare sull’albero genealogico della sinistra rivoluzionaria europea.

Molti compagni però, non convinti di ciò e fuori dal MSA, si ostinano nell’illusione di potere stravolgere la putrescenza del revisionismo nel suo contrario con mere terapie di superficie, a voler recuperare suggestioni bolsceviche "all’epoca della grande rivoluzione culturale proletaria". Questi compagni si logorano per tradurre l’organizzazione in politica (per "politica" intendiamo: "lotta di classe") ma il risultato è che la "politica" non si lascia tradurre in quei termini d’organizzazione! Essi pensano di poter costringere la spontaneità della lotta di classe negli schemi oggi più che mai astratti di un intellettualistico bolscevismo. Altri compagni, all’interno del MSA, pur convinti che solo nella misura in cui lo scontro con il sistema diverrà più aspro e meno occasionale, si accresceranno le possibilità di rendere rivoluzionari i "rivoluzionari" tendono a sottovalutare, commettendo l’errore opposto, nel rapporto spontaneità-organizzazione proprio il momento dell’organizzazione. Nessuno ci venga a decantare una maleintesa mitologica della spontaneità. La più alta forma di attività spontanea è la sua forma organizzata" (R.D.).

L’opporsi a un cattivo leninismo rifiutando l’organizzazione è un po’ come tagliarsi i coglioni per far dispetto alla moglie.

 

Rilancio dell’organizzazione giorni 20/21/22/23

L’organizzazione della zona di riflessione e di difesa (KU) è uno dei momenti più delicati che il MSA ha di fronte nel lavoro di organizzazione del campo antiautoritario. Il maggior vincolo in questo primo periodo, sta nel fatto che il progetto di KU è chiaro a pochissime persone, mentre la sua realizzazione richiede la partecipazione attiva di una gran massa di compagni. Anche tra i compagni più impegnati, a causa di una mancata ed approfondita discussione sull’organizzazione complessiva del campo e della sua dinamica interna ed esterna, si diffondono alcune convinzioni errate. E’ errato per esempio mettere in relazione la KU unicamente con l’università così come "normalmente" chi la ha fatta vorrebbe farla funzionare. In questo modo non si coglie la nodalità della KU in rapporto al lavoro esterno, al rovesciamento sulla città, alla lunga marcia attraverso e contro le istituzioni e cioè in rapporto alle esigenze dell’avamposto offensivo del campo: le commissioni, i gruppi di base. Così, questi ultimi si muovono "autonomamente" e nessuna forma di coordinamento è più possibile tra Istituto e Istituto. Ogni commissione diviene un fronte senza retroterra e la KU isolata perde ogni significato sul piano dell’intervento politico. Un altro errore che si palesa dopo i primi giorni di esperimento e quello che fanno alcuni compagni quando tendono a proporre soluzioni particolari del corso al generale del disegno/progetto politico complessivo del MSA. La KU va vista infatti anche come risposta di lungo periodo a una serie di interrogativi (ipotesi) che il movimento si pone. I tempi della rivoluzione occidentale, a nostro avviso, non sono solo quelli immediati delle esigenze delle singole commissioni di lavoro ma sono anche quelli "mediati" necessariamente per far luce su alcune questioni di teoria sempre più necessarie per fare qualche passo avanti. L’Università Critica si configura così almeno tendenzialmente come un momento organizzato del processo di lotta-critica-trasformazione ed il suo funzionamento è consegnato alla effettiva militanza dei compagni.

Nota sullo stile di lavoro:

Abbiamo iniziato dicendo: "Una carogna si aggira per l’Europa". Intendevamo parlare del revisionismo.

Ma ... " non si può chiudere il suo cadavere in una bara e nasconderlo in una tomba? Questo cadavere si decompone in mezzo a noi, imputridisce e si contamina" (Lenin).

Prima la borghesia, poi per quasi tutti noi il revisionismo, ci hanno strutturalmente predisposti a separare la teoria dalla pratica. La scissione tra intellettuale e militante è il prodotto di 15/20 anni di manipolazione. Rivoluzionare noi stessi nello stile di lavoro è un processo che non si può innescare senza una pratica costante a livello del movimento dell’autocritica. La catena è:

"pratica-critica-autocritica-rettifica"

Uno dei momenti più deboli dell’attività del MSA in questo primo mese è stato appunto la sua incapacità di riflessione – autocritica, una delle conseguenze politiche: la mancanza di una effettiva campagna di rettifica dello stile di lavoro non adeguato.

 

I fatti di Avola e noi

Un fatto non previsto esterno ad Avola: i mitra della polizia falciano i braccianti in sciopero: due morti, tre feriti. Il movimento reagisce indicendo un’assemblea generale.

Attenzione: l’assemblea generale, "ignorando" completamente il fatto che il campo già dispone di una sia pur embrionale struttura organizzativa, propone agli studenti presenti una struttura di risposta alla borghesia di questo tipo:

Commissioni
Fabbriche
Medi
Città
Corteo Università
Stampa
Coordinamento

E’ il trionfo delle tendenze errate già presenti nel movimento. Quello che fino a poche ore prima era un carente funzionamento della coordinazione politica tra le strutture di difesa e riflessione e quelle di offesa ora diventa una vera e propria scissione fra i due momenti. La commissione KU non è neppure convocata. L’ombra di "Potere Studentesco" avvolge il movimento. (Nota: la struttura proposta è appunto quella in altra parte criticata di "Potere Studentesco"). Si attraversa una vera e propria fase regressiva in cui risultati negativi non tarderanno a farsi sentire.

Nota: cause della regressione: due tesi:

prima: la causa della regressione è da addebitarsi al "vuoto politico" del movimento.

R.: non di vuoto politico dobbiamo parlare – anche perché "vuoto politico" non è mai dato – ma di "Pieno cattivo"! Pieno cattivo vuol dire che il Movimento registra al suo interno in forma dominante contraddizioni fra quadri e militanti, tra quadri/militanti ed aderenti. Vuol dire inoltre, che il Movimento non è più in grado di unirsi saldamente al popolo.

Lo "spirito di gruppo", il "militarismo", l’avventurismo prendono il sopravvento sulla linea strategica generale del movimento: la linea di massa.

Tre fatti tra i fatti sono rilevatori di quanto stiamo dicendo:

 

seconda: La causa della regressione è da addebitarsi alla non comprensione delle linee di massa da parte di alcuni "vecchi quadri" che già nei giorni precedenti (dal 14 in poi) hanno manifestato il loro "disorientamento" non riuscendo più ad impostare alcuna uscita di massa del Movimento. Detto in altri termini, questo vuol dire che a livello politico non vi era stata, da parte di questi quadri, una effettiva comprensione de