Che cos'è Potere Operaio

Parte Seconda

Il comunismo è all' ordine del giorno

 

Ecco, l'ipotesi sulla quale si è partiti, e l'ipotesi sulla quale abbiamo poi sviluppato tutta l'iniziativa di massa degli anni sessanta è proprio stata questa: vedere come far funzionare questo egoismo di massa, questa capacità di lottare sui propri interessi materiali, come interessi contrapposti agli interessi generali della società; vedere come far leva su questo, su questi comportamenti di lotta per rimettere in moto il processo rivoluzionario. Il progetto, l'ipotesi politica era questa : esaltare l'antagonismo tra operaio e padrone che c'è nel rapporto di produzione, cioè dentro la fabbrica , nel fatto che l'operaio continuamente, in ogni tipo di comportamento tende a rifiutare il lavoro; esaltare questo tipo di contrapposizione, esaltare l'insubordinazione degli operai dentro la fabbrica, il rifiuto del comando capitalistico: organizzare la guerra e l'ostilità fra i bisogni materiali, concreti degli operai e delle ragioni, la logica del piano, dello sviluppo capitalistico, propagandata come "interessi generali". Si trattava così di lavorare attorno a quest' ipotesi: contro questo nuovo progetto di stato capitalistico pianificato, contro i nuovi livelli di coordinazione capitalistica a livello internazionale, contro questa macchina che sembrava lucida e perfetta, senza un punto debole, si trattava di trovare il punto debole. E questo punto debole era la necessità che il riformismo, che il piano riformistico aveva - come ogni piano riformistico ha sempre, di fondarsi sul consenso della classe operaia. Questo era il punto debole, e qui si trattava di battere, cioè si trattava di negare il consenso e l'adesione degli operai al riformismo. Questa è stata, compagni, la scoperta dell'autonomia. Autonomia operaia ha significato questo, cioè la coscienza e l'individuazione di questo fatto: che l'intera storia del capitale, l'intera storia della società capitalistica è in realtà storia operaia. Storia della classe operaia, delle lotte della classe operaia, e questo lo si può verificare - gli operai di fabbrica lo toccano con mano: la storia della tecnica è in realtà storia dell'astuzia capitalistica a strappare informazioni agli operai, cioè la storia della tecnica è storia di questo sforzo continuo dei capitalsiti per spremere più lavoro agli operai: la storia dello Stato capitalistico è storia del tentativo dei padroni di esercitare un controllo continuo, un controllo totale sulla forza lavoro. La storia della società capitalistica è storia di una gabbia di dominio costruita attorno al lavoro vivo, attorno alla forza lavoro, attorno agli operai per spremergli lavoro.

 

La lotta sul salario

Allora l'ipotesi era proprio questa: contro lo stato del riformismo e dello sviluppo bisognava negare il consenso, rifiutare le regole del piano, rifiutare la mediazione del sindacato, spezzare la programmazione di un rapporto ragionevole fra dinamica dei salari e dinamica della produttività, cioè spingere in avanti questa variabile salariale, renderla irrazionale, impazzita rispetto alla razionalità dello sfruttamento capitalistico, cioè spingere in avanti il costo del lavoro fino a mettere in crisi la programmazione. Questa è stata la scoperta dell'autonomia, delle lotte sul salario, della possibilità di una lotta economica offensiva degli operai, una lotta economica offensiva che scardinasse questo nuovo stato del riformismo, del piano e dello sviluppo. La parola d'ordine che abbiamo tante volte agitato negli anni sessanta: più soldi e meno lavoro, era proprio questo: provocare la crisi capitalistica con una volontà precisa e soggettiva, cioè scagliando contro la stabilità del capitale l'irriducibilità dei bisogni materiali della classe operaia. L'esperimento che abbiamo condotto è stato questo: di fronte ad un capitale che aveva ridotto al minimo le sue contraddizioni interne, giocare fino in fondo quella contraddizione principale, irriducibile che restava in piedi - la contraddizione tra gli operai e il capitale, organizzare questo tipo di contraddizione a partire dal rapporto di produzione. Ecco, noi abbiamo creduto necessario verificare questo tipo di ipotesi: cioè quella di scatenare un'ondata di lotte d'attacco su obiettivi economici e di determinare così le condizioni della crisi capitalistica, cioè di ripristinare in questo modo le condizioni classiche per un'iniziativa rivoluzionaria propriamente detta, - cioè per un'iniziativa volta alla presa del potere , alla distruzione dello stato dei capitalisti, all'instaurazione del potere operaio. C'è di più: autonomia ha significato questo: innanzitutto costruire nella lotta e dentro la lotta, l'unità politica degli operai. Questo è stato il grande significato della parola d'ordine "aumenti uguali per tutti", degli obiettivi egualitari: far crescere nel riconoscimento dell'antagonismo tra gli interessi di classe degli operai e l'interesse dei padroni, la coscienza aperta esplicita soggettiva della necessità di organizzarsi in modo permanente non contro un singolo padrone ma contro tutti i padroni, contro lo stato come rappresentante generale degli interessi dei padroni.

 

L'autonomia operaia

Autonomia è stata quindi, sulla base di questo tipo di disegno politico, inchiodare il capitale alla crisi, cioè costringerlo all'arresto dello sviluppo, cioè costringerlo a dichiararsi incapace di un'iniziativa riformista, a dichiarare il blocco dell'iniziativa politica, a rifiutare di assecondare le richieste operaie; e quindi ha significato costringere i padroni e lo stato a mostrarsi come dominio, come violenza aperta contro gli operai. In questo senso, la lotta autonoma ha determinato lo stabilirsi di una situazione politica in cui saltano le mistificazioni del riformismo in cui proprio a fronte della crisi per come è - un'operazione di violenza aperta, di impoverimento, di attacco alle condizioni materiali della classe operaia e di tutto il proletariato -, di fronte a questo, di fronte alla faccia aperta, brutale della crisi si creano le condizioni per una crescita di coscienza di classe , a livello di massa, - cioè per una crescita della coscienza della necessità di distruggere il potere capitalistico, di prendere tutto il potere; cioè di distruggere la schiavitù del lavoro salariato, il sistema capitalistico come sistema del lavoro e delle merci. Ecco, questo è stato il nostro percorso dentro il movimento negli anni sessanta, dalle lotte FIAT del '62 alla grande ripresa di lotte operaie, di lotte sociali, studentesche , proletarie cominciata nel '68 con Valdagno, con le lotte dei proletari del sud con Battipaglia, poi la lotta FIAT del '69, poi l'autunno caldo. E' inutile soffermarsi ora su queste scadenze; quello che interessa qui rilevare è che attraverso queste tappe del movimento, il filo rosso del nostro discorso politico è stato questo. E in questo senso noi crediamo, compagni, che questo tipo di ipotesi politica sia stata già, in embrione - con tutti i limiti che aveva -, un programma comunista. Cioè se - come dice questa frase di Marx che ci piace molto, che è stato uno slogan della nostra III Conferenza d'organizzazione : "il comunismo è il movimento reale che distrugge lo stato delle cose presenti" - ecco, noi crediamo che il nostro (il nostro come gruppo che ha interpretato queste cose, ma soprattutto come manifesto politico di massa delle lotte degli operai), sia stato effettivamente un programma comunista. Cioè noi crediamo che dentro i contenuti espliciti delle lotte operaie degli anni sessanta, dentro a questa esperienza dell'autonomia , sia corsa una ipotesi, un programma, sia corso un progetto, un manifesto politico comunista. Se è vero che il comunismo lo intendiamo - come lo intende Marx - come distruzione del lavoro salariato, come distruzione della necessità di lavorare per vivere, ecco, dire attualità del comunismo significa scoprire questa richiesta di comunismo dentro i comportamenti degli operai e dei proletari, dentro la lotta contro il lavoro che ha caratterizzato le lotte di fabbrica le lotte sociali degli anni sessanta in Italia. Ecco che cosa significa, compagni, attualità del comunismo. Noi crediamo che al livello attuale di sviluppo delle forze produttive il sistema capitalistico sia innanzitutto una macchina infernale per "fare lavoro", cioè si lavora per creare necessità di lavoro, perchè - nella sua fase estrema - il capitalismo diventa veramente costrizione al lavoro, puro dominio, puro comando sul lavoro, puro controllo sulla forza lavoro. E allora per questo, compagni, la lotta contro il lavoro, il rifiuto del lavoro si è caratterizzato come un programma comunista che poi si è articolato in una serie di programmi determinati, concreti, nelle lotte operaie degli anni '60. Lotta contro la partecipazione, contro il tentativo di corresponsabilizzare gli operai allo sfruttamento, la lotta contro il tempo di lavoro, contro la mistificazione capitalistica di diversi valori del lavoro (che in realtà serve per dividere politicamente gli operai), la lotta contro l'aggancio fra salario e produttività: ecco, tutti questi sono stati formidabili contenuti rivoluzionari delle lotte con un bilancio largamente positivo, cioè potevamo dire, alla chiusura dell'autunno caldo del '69, che questa ipotesi che avevamo lanciato era stata in larga parte verificata.

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