La Rivoluzione Sta Dietro una Porta?
Cerchiamo di Aprire Quella Giusta!*
Collettivo Politico Alitalia e Aeroporti Romani
Comitato Politico Atac
Comitato Politico Ferrovieri
Nucleo di iniziativa di quartiere Zona-Nord
* Questo documento, redatto da alcune delle "situazioni di lavoro e di intervento" che avevano costituito l'ossatura portante della "Commissione fabbrica e quartiere" del movimento del '77 a Roma, fu pubblicato come supplemento a "Collegamenti per l'organizzazione diretta di classe" n.2 settembre 1977, su esplicito consenso dei compagni che gestivano tale rivista, pur non essendo mai stato assunto da essi come effettivo materiale "interno" al loro dibattito ed alla loro attività editoriale. Questo, anche se, evidentemente, le posizioni politiche e le aree di interlocuzione erano assai contigue, come dimostra il fatto che la redazione romana di Collegamenti, pur non firmando come tale il documento, partecipò organicamente alla sua stesura ed allo sforzo politico-organizzativo che ad esso seguì, andando a dar vita all'esperienza di "Filo Rosso"; una rivista, questa, che fu espressione di un collettivo che giunse a raggruppare un'area assai vasta di compagni, tutti espressione di situazioni di radicamento e di lotta nei luoghi di lavoro più svariati della metropoli capitolina (fabbriche e servizi, pubblico e privato, quartieri e scuole). Nel merito, oltre che la raccolta dei fascicoli di "Filo Rosso" (reperibili presso l'archivio del "Gruppo di studio per la critica della politica e il soggetto collettivo", tramite contatti con la redazione romana di "Vis-à-Vis", o via e-mail MDO874@MCLINK.IT), si può vedere anche il contributo di Marco Melotti al Dibattito su "Dieci anni di Primo Maggio", su "Primo Maggio", n.21, primavera 1984, pp.63/66. Si è deciso di dar modo ai compagni di rileggere queste righe, evidentemente, perchè si ritiene di po-ter valutare tale documento come una sorta di utilissimo passe-partout per confrontarsi analiticamente con la memoria critica del movimento del '77, di cui incontrovertibilmente questo testo, a pieno titolo, fa parte.
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"I popoli fanno la storia, ma poi sono sempre i padroni che la raccontano" |
Ridiscutiamo tutto!!!
1. 2 febbraio '77: "Compagno Bellachioma te lo giuriamo ogni fascista preso lo massacriamo!"; 5 febbraio: "Contro Malfatti e tutti i suoi baroni: 10,100,1000 occupazioni!"; 17 febbraio: "Dal Tibet al Perù tutti i Lama a testa in giù!"; 11/12 marzo: "Carabiniere non lo scordare abbiamo Francesco da vendicare!"; 23 marzo: "Lama, Macario, Benvenuto: chi dei tre é il più venduto?!"; 21 aprile: "Il Movimento di lotta non si tocca, Saverio Passamonti t'abbiamo sparato in bocca!?"; 1maggio: "Provocatori sono PCI e sindacato che pieni di paura invocano lo Stato!"; 12/13 maggio: "Polizia, Carabinieri: assassini più di ieri!"; 19 maggio: "Contro la soppressione delle festività scendiamo in piazza in tutte le città!"; 23/25 settembre: "Zangherì-Zangherà gli untorelli sono qua! In galera si va così con l'accordo DC/PCI!"; 30 settembre: "Compagno Walter te lo giuriamo d'ora in avanti anche noi spariamo!"; 20 ottobre: "Che tristezza, che peccato il signor Schleyer s'é suicidato".
Sono slogan che ricordiamo tutti! Intorno ad essi il Movimento ha avuto momenti di crescita ed altri di riflusso. Ci sono stati periodi in cui l'intensità e l'entusiasmo delle lotte ha prodotto un serrato dibattito intorno a queste scadenze, ed altri invece in cui si é riusciti a discuterne in modo insoddisfacente. In particolare negli ultimi mesi, dopo il convegno di Bologna, il confronto sulla situazione complessiva del Movimento non ha trovato più reali sedi di dibattito introno a cui articolarsi. Questa discussione, compagni, non c'é stata nelle assemblee, dove per tutto l'autunno la pratica degli schieramenti, le assemblee contrapposte, i leaderismi e tutta la merda che speravamo di esserci tolti di torno a Febbraio-Marzo, ha prevalso sul Movimento. Ma questa discussione ha attraversato ugualmente tutto il Movimento, a livello informale, di gruppi di compagni omogenei, dimostrando che, nonostante tutto e tutti, la vitalità di quei settori sociali che hanno dato vita alle lotte del '77 può ancora ribaltare gli errori ed i "giochetti politici". E' a questa unità del Movimento che, come settori d'avanguardia di situazione di massa, in alcune fabbriche e nei servizi, vogliamo parlare, é con questi compagni che ci interessa approfondire il confronto. Non crediamo nelle ricuciture di "intergruppi", consideriamo deleterie le mediazioni politiche sulle scadenze. Non ci interessano le terze forze ed i "cartelli": vogliamo che la parola ritorni pienamente ai protagonisti sociali delle lotte di quest'anno. Quello che più di tutto ci preme é che il Movimento sia capace di trasformare e di trovare i suoi propri livelli organizzativi, rispondenti alla fase politica che attraversiamo ed agli strati sociali che esprimiamo.
2. Da Bologna al 2 dicembre si é conclusa una fase del Movimento. Tre mesi di lotta dura e continua per riconquistarci un diritto alla Piazza ed all'organizzazione che il sistema dei partiti ci vuole negare. Tre mesi di repressione diffusa e centrale: gli assassini dei compagni, le provocazioni e gli attentati dei "fascisti" (la cui criminalità assassina, diretta erede della strage di Stato del '69, riempie fra l'altro le cronache degli ultimissimi giorni), la chiusura delle sedi e le incriminazioni per i P.I.D. e per l'Autonomia. Ma anche tre mesi in cui la "politica di Assemblea" e la pratica degli schieramenti, i luoghi comuni elevati a "linea politica", hanno seriamente diminuito la capacità del Movimento di essere espressione diretta degli strati sociali antagonisti, fuori dal sistema dei partiti, contro lo Stato della crisi. Dentro il Movimento sono sempre vissute due anime. Una é la vecchia "sinistra extraparlamentare", reduce dalle sconfitte elettorali, con i suoi riti stantii e le sue ideologie logorate dal riflusso del '68. L'altra é il nuovo, é l'espressione sociale e politica di quei settori di classe che il capitale espelle dalla società civile e dalla rappresentazione politica. E' il nuovo del Movimento di lotta di Febbraio-Marzo a Roma e a Bologna, é la critica della politica emersa contro i partiti extraparlamentari e le organizzazioni del riformismo.
3. Compagni, il Movimento per nascere, ha dovuto sbarazzarsi definitivamente degli ultimi rimasugli di rappresentanza della fase precedente. Questo é stato il punto di partenza su tutti i gruppi e gruppetti di potere. Chi dentro il Movimento non ha capito l'enorme processo di ricomposizione e di unificazione che avveniva nelle prime e confuse assemblee, chi ha letto nella volontà radicale di trasformazione che agiva in quei momenti, solo lo "spontaneismo e la scarsa coscienza", é stato proprio chi ha riproposto vecchie forme di coscienza e di azione politica, che ricalcavano le esperienze passate e perdenti. D'altra parte c'é stato invece chi, con la solita furbizia da politicante, ha tentato di isolare e ghettizzare quei comportamenti, ridurli a "caroselli", abbassarli ad innocua lamentela, impedendo che l'iniziale critica della politica si sviluppasse in nuove forme di organizzazione, capaci di trasformare il Movimento stesso, di dare continuità ed esperienze reali di programma e di attacco. E questa ambiguità mai risolta continua a portarsela dietro proprio Lotta Continua, nella sua dimensione "d'apparato", nel perenne tentativo di "rappresentare" una presunta medietà del Movimento e di codificarne una serie ben selezionata di modelli comportamentali in una pratica di astrazione forzata, castrante e fondamentalmente opportunistica. D'altronde la stessa Autonomia Operaia Organizzata non é stata capace di trasferire tutta l'elaborazione teorica e pratica di questi anni di lotte parziali e sotterranee. Da Bologna in poi la vecchia pratica del "gruppo" che cresce "battendo gli altri gruppi", che gestisce la sinistra solo in termini di spettacolo, che sacrifica la ricchezza delle situazioni alla miseria dell'ideologia, questa roba da primi anni '70 ha prevalso. Ed ha prevalso su tutta la novità e la radicalità che l'autonomia operaia, come pratica diffusa del contropotere e come critica costante, antagonista di ogni mediazione istituzionale, aveva espresso.
4. Il 2 dicembre ha rappresentato, secondo noi, la fine di una fase del Movimento. Esso ha segnato una sconfitta di tutte le componenti del Movimento stesso, anche di quegli stessi settori di classe che si ritrovano su quei pochi elementi di analisi che queste pagine vorrebbero offrire. Il Movimento non é riuscito infatti ad esprimersi per quello che é, ma é stato frammentato e settorializzato dalla abile regia del controllo sindacale e del PCI. La parola d'ordine dell'apparato sindacale e del PCI era "isolare, scomporre, ghettizzare". Era il PCI che si fa Stato e che conoscevamo già dalle giornate di Lama, dal 1• Maggio a Roma dal 9 settembre a Milano: il tentativo riformista di ridurre l'opposizione aperta ed antagonista ad un dissenso frammentario ed innocuo, da "estremisti parolai". Questo il 2 é stato tentato ed in qualche misura é riuscito! La provocazione poliziesca si é innestata su un preciso errore politico: il tentativo di presentarsi come forza politica astratta, capace di rompere il controllo d'apparato del PCI offrendo un semplice riferimento alternativo politico-ideologico. La manovra poliziesca e riformista di separare la classe dalla sua avanguardia politica e sociale, che stava all'Università, é riuscita proprio perché questa avanguardia si é separata fisicamente e politicamente dagli operai in piazza quel giorno: l'Autonomia come partito non funzione! O si sta dentro il corpo della classe lavorando perché l'autonomia si esprima Lì e non altrove, o ci si condanna all'isolamento. Ma quello stesso controllo di "Stato" denunciava una profonda debolezza: i deliri contro il terrorismo e per la difesa delle istituzioni dei sindacalisti di turno cadevano in un silenzio operaio che valeva più di mille slogans. Questa distanza, questa separazione, era lo stesso atteggiamento che aveva caratterizzato la classe operaia nei momenti dei decretoni e delle stangate. Il 2 era ben chiara una divaricazione dentro il corpo della classe operaia fra chi era d'accordo e chi si opponeva. Quelli che hanno proposto l'appuntamento di Porta San Paolo, d'altro canto, non hanno fatto certamente una fine migliore: dopo aver ricercato la spaccatura del Movimento, hanno giocato la vecchia carta del rapporto "privilegiato" con l'F.L.M. Questi signori, la cui mania per la frazione, il gruppetto di "politici da corridoio", per l'intrallazzo camuffato da linea politica é anche troppo noto, dopo aver brigato per una settimana, si sono trovati la porta della manifestazione sindacale chiusa in faccia: il comizio é addirittura finito prima che i settori di Movimento che essi stessi avevano coinvolto nel concentramento di Porta San Paolo giungessero in Piazza. D'altra parte la loro ideologia é pari alla loro idiozia politica: abituati a ragionare per gruppi e strutture, non si accorgono quanto la classe operaia oggi sia distante da tutte le strutture che la rappresentano, per cui, invece di capire i movimenti reali della classe, non fanno altro che correre appresso alle strutture "rappresentative" ed ai gruppi di potere che individuano, di volta in volta, come interlocutore privilegiato: la linea/Benvenuto contro la linea/Lama, il C.d.F. contro il Sindacato Provinciale o Nazionale, il cartello ideologico della "sinistra rivoluzionaria in fabbrica" contro la maggioranza riformista del C.d.F. e via, via mediando. Il problema centrale per loro é quello delle alleanze, la loro pratica politica é il trasformismo, la loro immagine del Movimento é sempre distorta (Movimento di Studenti + Sottoproletari + Democratici Conseguenti + .....?!?).
5. La sconfitta del Movimento, sulla scadenza del 2, sta invece tutta nel non aver saputo ricomporre organicamente le proprie esperienze antagoniste all'opposizione aperta che comincia ad emergere con forza nelle situazioni operaie dove l'attacco é più forte e massiccio. Essa é maturata proprio rispetto a come la classe operaia stava in piazza. I cortei operai mettevano in chiaro che la spaccatura oggi non passa tra "base e vertice" del sindacato, ma é invece totalmente verticale, fra interessi materiali e politici dell'autonomia di classe e linee di cogestione e di collaborazione sindacale. Mentre il PCI in piazza non riusciva a gestire il consenso operaio, bensì si limitava a disarticolare e ghettizzare il dissenso, il "lavorare meno, lavorare tutti" dei cortei più combattivi é stata la definizione del terreno su cui si sarebbe potuto (e non si é saputo!) operare una prima, parziale ricomposizione tra gli operai di fabbrica ed i "non garantiti" del '77. L'attuale crisi del Movimento del '77, d'altronde (quello per intenderci dei 100.000 del 12 marzo e dei 50.000 del 23 marzo), la sua attuale incapacità di ripresa di iniziativa politica su un livello di attacco, la sua incapacità di ritrovare risposte adeguate a livello di massa alla ripresa allucinante dello squadrismo omicida delle provocazioni di regime, trova origini assai più lontane del 2 dicembre. In tale data si é semplicemente sancita, in modo definitivo, la espropriazione del Movimento di una qualsiasi capacità di decidere autonomamente i dove, i come e i perché delle proprie scadenze di mobilitazione.
6. Questo Movimento, compagni, in maniera confusa e frantumata, é stata però la primissima forma di organizzazione che quegli strati di classe ristrutturati, espulsi dal settore "garantito" della produzione, si sono dati per lottare dentro la crisi. Quest'esercito di lavoratori diffusi, disseminati in mille lavori produttivi nel territorio della metropoli era, per la sua stessa dimensione strutturale, non organizzabile secondo gli schemi del sindacalismo, era organicamente esterno, emarginato rispetto al sistema dei partiti e della delega democratica. Da tale carattere, due conseguenze che già contenevano il germe di una possibile involuzione nel medio/lungo periodo: 1) la ricerca forzata di una propria dimensione politica di agente sociale collettivo, di movimento, nella logica della centralizzazione e della scadenza a tutti i costi; 2) il fatto di non aver mai avuto la capacità di individuare un reale terreno di programma articolato su richieste parziali che potessero essere soddisfatte in "modo vincente", bensì, piuttosto, una capacità di aggregazione e di impatto, con l'avversario di classe, tutta incentrata su una forza ideologico-politica.
7. D'altro canto la pretesa di credere ad una ricomposizione meccanica fra il Movimento e gli altri strati proletari in lotta, in primo luogo gli operai di fabbrica, ha causato gli sbandamenti e gli errori più gravi del Movimento stesso. Quando la ribellione tutta "politica" di questo é esplosa, PCI e DC, Berlinguer e Kossiga l'hanno, ciascuno secondo le se competenze, "criminalizzata": hanno voluto riconfermare con la violenza l'emarginazione politica di coloro che, appunto per le proprie connotazione strutturali di classe all'interno della crisi e della ristrutturazione del ciclo del capitale, non si riconoscevano (né avrebbero oggettivamente potuto riuscirci) dentro il sistema spettacolare della rappresentanza politica. Di fronte a tale attacco, il Movimento ha tentato di ricompattare il corpo di classe del proletariato direttamente sul terreno dello scontro con lo Stato: il suo programma é diventato, quindi, un insieme di parole d'ordine di agitazione, inadatte a sedimentare una capacità tattica ed una strutturazione interna reale e funzionante. La teoria dell'"operaio sociale" si é tradotta spesso in un appiattimento del concetto di composizione di classe, dove si fa strada l'illusione che strati sociali non direttamente ed organicamente stabilizzati all'interno del ciclo produttivo possano collocarsi al centro di un processo di ricomposizione politica di classe e dove l'unica cosa che sembra contare sono i cosiddetti "comportamenti eversivi" delle masse. Il Movimento é così vissuto sulle scadenze generali, limitandosi a proporre l'Università non come primo momento di riaggregazione politica reale sul terreno concreto dello scontro con la tecnocrazia accademica, individuata come ceto di comando politico nell'uso della scienza, ma come sede di "aggregazione sociale" nei momenti delle occupazioni o delle mobilitazioni centrali. Trova qui la sua origine, dunque, la tendenza a fare di ogni momento di scontro, quello decisivo, nella prova di forza con lo Stato. Così il percorso del Movimento ha finito per misurarsi quasi esclusivamente sulla sua capacità di stare in piazza, incidendo negativamente sia sulla quantità dei compagni che, di fronte all'accelerazione dello scontro, hanno toccato con mano i limiti dell'iniziativa di massa, sia sulla qualità dei comportamenti di avanguardia. Dentro il Movimento é emersa gradualmente una vocazione insurrezionalistica che faceva del confronto di piazza con lo Stato (e non con le sue articolazioni periferiche) il solo criterio per stabilire i comportamenti e decidere le iniziative.
8. Mentre si assiste al ricompattamento dei centri di pressione politica dell'intero apparato di comando dell'imperialismo, a livello nazionale (ed internazionale), su una comune volontà di fissare il terreno di scontro col Movimento del '77 su piano puramente militare e terroristico, emergono tragicamente i limiti oggettivi e gli errori soggettivi del Movimento stesso, in una linea di militarizzazione che ha prodotto guasti pesantissimi, inchiodandolo in una logica di trincea e di "ultimo scontro". Molti settori di compagni mostrano di dare per avvenuto il passaggio allo Stato Autoritario di tipo tedesco omogeneo, e concepiscono quindi la lotta di massa solo come capacità lineare di rompere continuamente il blocco di "regime" della reazione, privilegiando unilateralmente, come dato assiomatico, l'uso della forza sempre ed ovunque; separando ancora una volta i comportamenti di lotta, dal programma che il Movimento deve possedere; o meglio, separando la crescita dell'organizzazione di massa del Movimento dalla sua capacità di capire cosa fa l'avversario di classe, individuando nello Stato della crisi soltanto il dato di una repressione fascistizzante, priva di alcuna connotazione politica che non sia quella di rappresentare lo strumento cieco di un indistinto progetto di restaurazione a livello internazionale. Questo percorso conduce, ed ha condotto immancabilmente, alla vecchia prospettiva di conquista di un fantomatico Palazzo d'Inverno, e rischia di compromettere la tendenza operaia e proletaria a percorrere la strada della rivoluzione comunista in termini di contropotere reale, strada ben diversa cioè da quella che ha condotto al vicolo cieco di Via Acca Larenzia. Tutto ciò in una logica profondamente mistificata che vanifica il livello concreto dello scontro di classe, privilegiando una prospettiva di antimperialismo "a senso unico" in cui ben si colloca un certo tipo di antifascismo "militante" d'avanguardia, oggi emergente come connotato peculiare del "nuovo agente sociale degli anni '80: l'operaio soldato". Il Movimento che si é scrollato di dosso le burocrazie della vecchia e nuova sinistra, non può certamente commettere l'errore di esorcizzare la violenza dell'apparato repressivo dell’"internazionale dei padroni" facendo appello a chi, nella logica dei "blocchi contrapposti", sta, oggi, ancora tentando di ergersi a "modello guida" od a "piccolo padre" della "rivoluzione moderna"!
9. Ma allora perché gli operai non hanno stabilito in massa ed autonomamente un rapporto con il Movimento in lotta? Soltanto strati di avanguardia interni alle fabbriche ed ai servizi hanno, a Roma, vissuto direttamente l'esperienza di questo ciclo di lotte. Eppure i provvedimenti antioperai del Governo e l'accelerazione dei licenziamenti si sono verificati in questi mesi: la risposta non può essere, semplicisticamente, che il Sindacato é riuscito a separare gli strati sociali in lotta (anche se é vero che molto ha fatto per presentare agli operai, chi lottava all'Università e nelle piazze, come "pazzi estremisti", "teppisti pericolosi" e "conviventi dei fascisti"). Il problema va in sostanza ricondotto all'attuale composizione di classe. Noi pensiamo che la rottura dell'unità di classe, che si avvertiva a livello politico in piazza il 2 dicembre e che oggi é presente dentro tutta una serie di lotte operaie, rimandi ad una divisione più accentuata che affonda le sue radici dentro il sistema produttivo e dentro il mercato della forza-lavoro. Il tentativo padronale é oggi quello di spaccare verticalmente la classe operaia lungo una linea fra settori di lavoro garantito, relativamente stabile e dove il salario viene riagganciato alla produttività, e settori di lavoro NON garantito, sia a livello di salario che a livello occupazionale, con un alto grado di mobilità ed interscambiabilità. Attraverso la cassa integrazione e l'intensificazione della giornata lavorativa non s'intende soltanto, ormai, aumentare la produttività individuale: si vuole realizzare la divisione interna della fabbrica tra settori ed impianti che tirano, e reparti secondari, accessori. Su questa base i padroni distribuiscono i nuovi incentivi salariali (superminimi, salario nero, indennità, straordinari) che premiano i settori più produttivi. Il decentramento di molte lavorazioni date in appalto, l'estensione del lavoro nero sono l'altra componente di questa riorganizzazione: servono non solo a diminuire i costi di produzione ma a scomporre e disseminare la classe sul territorio per poter manovrare meglio sull'occupazione. L'eliminazione costante di forza-lavoro dalla grande e media fabbrica, con i pensionamenti anticipati, l'aumento del lavoro stagionale, il blocco del ricambio, realizzano questa fisionomia della fabbrica caratterizzata ormai totalmente dalla mobilità. Da un lato è una mobilità interna che funziona come selezione politica degli operai trasferiti, come spaccatura costante dell'operaio collettivo (squadre, reparti), come tampone ai comportamenti di resistenza e di rifiuto del lavoro salariato (assenteismo, autoriduzione dei ritmi). Da un altro lato è una mobilità esterna collegata al decentramento che si avvale sempre più intensamente di fasce di forza-lavoro giovanile reclutata per canali nuovi, attraverso cui viene istituzionalizzato il lavoro nero. E' questo mercato illegale, della forza-lavoro, basato su contratti a termine, stagionalità, cooperative, che viene legittimato da leggi come quella sul preavviamento al lavoro giovanile. Questa nuova organizzazione del lavoro (Fatme, Aeroporti Romani, Centri meccanografici, ecc.) vuole togliere agli operai il terreno della lotta di reparto, che è stato il percorso delle lotte di resistenza alla ristrutturazione, dal 1973 al '76. Così le innovazioni tecnologiche di questi ultimi anni, dai computers ai robot, alle isole, alle macchine a controllo numerico inserite nella produzione diretta, ai transfert, intendono liberare sempre di più il flusso produttivo dall'ostacolo delle lotte operaie e delimitare strettamente la funzione del lavoro a compiti di controllo e responsabilità del funzionamento delle macchine.
10. Le "due società" non sono la contrapposizione fra fabbrica ed emarginazione giovanile - ed é questa la menzogna "teorica" del PCI! - ma sono un progetto di ristrutturazione del sistema produttivo nel suo complesso, che passa dentro e fuori la fabbrica, nell'intero ciclo metropolitano della forza-lavoro. Il sistema dei partiti, attraverso l'accorta regia dell'F.L.M., che del sindacato è l'espressione più "sinistra", ha finora speculato su questa contraddizione, avvantaggiandosene attraverso la rottura dell'unità di classe, per mantenere la pace sociale e reprimere il dissenso. Oggi il PCI, il PSI e la DC pesano direttamente nella realtà di fabbrica, e rappresentano quegli strati di lavoratori che accettano la ristrutturazione e sostengono la ripresa della produttività, l'etica del lavoro e la politica dei sacrifici. Sono questi strati di lavoratori che hanno la "parola in fabbrica": la massa che paga la crisi con la mobilità, la costrizione allo straordinario, la messa in discussione del posto di lavoro, deve starsene nel silenzio dell'emarginazione politica, deve subire atomizzata e dispersa la repressione della nuova disciplina di fabbrica dei padroni. Questo disegno lucido, del riformismo, è la "normalizzazione" della produzione delle merci, la garanzia del controllo del costo del lavoro, attraverso la costante rottura della combattività operaia. Qui sta il nodo della "Germanizzazione" e non sulle pretese autoritarie di questo o di quel corpo separato dello Stato. Oggi lo Stato autoritario è questa capacità di intervento dentro i processi di ristrutturazione della fabbrica e dentro il mercato della forza-lavoro: il potere dello Stato è il potere diffuso sul territorio, la tendenza alla militarizzazione di alcuni processi produttivi, la capacità, attraverso il riformismo, di portare il controllo fin dentro il corpo della classe. Nello stesso momento in cui il PCI teorizza la sua massima divaricazione dagli interessi materiali della classe - l’"Autonomia dl Politico" - essa si propone come la più alta articolazione dello Stato dentro la classe attraverso tutti gli organismi, vecchi e nuovi, del potere decentrato. Se questo è lo Stato della crisi e della ripresa produttiva , allora compagni è chiaro che tutte quelle strategie che si basano sullo scontro frontale e sulla "presa del Palazzo d'Inverno", non riescono nemmeno ad individuare la materialità del potere del reale antagonista.
11. Se noi capiamo come l'attacco alla classe operaia di fabbrica, il nuovo Movimento, la ristrutturazione dello Stato facciano parte tutti di una stessa fase, allora possiamo individuare i nodi da battere. Ora noi crediamo che un rapporto reale del Movimento con la classe, sia possibile solo a partire da quello che che esso effettivamente é, dal tessuto reale dei bisogni proletari che esprime, in una prospettiva di collegamento organico con le esperienze di lotta che stanno riprendendo sui posti di lavoro. Il Movimento deve finalmente riuscire a darsi (a partire, per esempio, dalle prime esperienze condotte in tal senso con i picchetti dei disoccupati davanti alla Fatme) degli strumenti di lavoro quotidiano, vivendo fuori del rincorrersi delle "scadenze centrali", creando strutture, servizi, un'organizzazione capace, insomma, di resistere alla repressione e soprattutto di disarticolare il consenso e il controllo che il riformismo tenta di creare dentro la classe. Se anzitutto si recupera quel formidabile elemento di critica pratica della politica, dei gruppi e delle "linee in tasca" che era esploso a febbraio-marzo, è ancora possibile aprire una nuova fase del Movimento, partendo, dalla sua ricomposizione con gli operai di fabbrica e coi proletari dei servizi e dei quartieri. E' necessaria cioè una strutturazione interna al Movimento di lotta, attorno ad esperienze reali che maturino sul territorio metropolitano (fabbriche, servizi, scuole, disoccupati); strutturazione che sappia esprimere una nuova qualità politica tesa a riunificare esperienze parziali ed a rilanciarle dentro una prospettiva di attacco e di organizzazione territoriale. Allora va superato l'immediatismo del bisogno e l'individuazione schematica dello Stato:
I - bisogna riportare al centro della discussione e dentro i passaggi di riorganizzazione da mettere in pratica, la tanto abusata "teoria dei bisogni", ma senza ambiguità: non dei bisogni individuali nella loro sterile dimensione di esistenza, ma dei bisogni collettivi su cui anche altri strati proletari lottano e si scontrano autonomamente con l'antagonista di classe;
II - è urgente fare i conti con i programmi dei padroni e del Governo: equo canone e sfratti, aumenti tariffari, aumenti per l'assistenza ospedaliera, taglio dei salari e licenziamenti. Lo Stato della crisi ci dimostra che il percorso delle lotte operaie e proletarie non passa per un progetto insurrezionale di pura e semplice estremizzazione delle lotte e nella pratica tardo-leninista del "muoversi da partito", ma per il consolidarsi di forme stabili e durature di potere operaio e proletario.
Dentro la crisi non si può certamente continuare a rincorrere una spontaneità "sessantottesca" ed a fare confusione fra iniziativa di massa ed iniziativa d'avanguardia!
12. In questa fase, il grande patrimonio di esperienze, di quadri politici, di unità di massa, costruito negli ultimi anni di lotta, si sta lentamente, tenacemente riorganizzando in una rete di opposizione politica tutta interna alla massa dei lavoratori ed ai loro bisogni di classe. La lotta ai licenziamenti, ai ritmi, allo straordinario, agli appalti, al lavoro stagionale, ai superminimi, ai cottimi, alle indennità, compone un’iniziativa articolata in fabbrica (dalla Fatme alla Voxon, dall'Autovox all'Ime) e nei servizi (in ferrovia, all'Atac, all'Alitalia e agli Aeroporti Romani) per l'aumento del salario, per la riduzione dell'orario di lavoro, per l'aumento reale dell'occupazione. Compagni, questi terreni di lotta non sono nuovi, sono ancora legati all'esperienza di resistenza che dal '73 al '76 é andata avanti in fabbrica; ma la questione di come aprire e impadronirsi di nuovi temi di lotta (la questione della tecnologia e della scienza, del prodotto e della sua destinazione) è interamente nelle mani di questa nuova rete di opposizione politica, presente sui posti di lavoro. Per noi tutto questo non si risolve né con la vecchia/nuova illusione degli scioperi generali contro il governo (per quale governo poi?!), né solo con un lavoro da vecchie talpe. Le forme di lotta sono dunque direttamente legate alla capacità di rompere la gabbia del controllo, di far valere direttamente la nostra forza. Le lotte che si stanno sviluppando contro la giornata lavorativa, con picchetti agli straordinari in fabbrica (Fatme), con gli scioperi contro la stagionalità nei servizi (Alitalia ed Aeroporti Romani), con il rifiuto della ristrutturazione, centrano un obiettivo di fase per gli operai. La difesa e il rafforzamento del potere operaio in fabbrica sono strettamente legati alla capacità di far aumentare gli organici, incidendo direttamente, quindi, sulla stessa composizione del mercato del lavoro; questo senza coltivare, s'intende, l'illusione opportunista che nella crisi sia possibile la piena occupazione. Centralità della fabbrica oggi non può significare "fabbrichismo", lotta difensiva: partendo dal recupero della propria dimensione di fabbrica (di squadra, di reparto), con il rilancio dello scontro sul terreno del salario, gli occupati possono andare a legare il salario garantito al miglioramento delle condizioni di vita proletaria, in una nuova dimensione più articolata della lotta salariale, rilanciando l'autoriduzione, le lotte sui prezzi, sui fitti, dentro una nuova unità ed organizzazione di massa. L'urgenza è dunque quella di formare nei quartieri centri di contropotere, che non ricadano nell'utopia delle zone liberate dal capitale, ma sappiano esprimere la formidabile carica antagonista di questo soggetto sociale massificato che è il Movimento. Le campagne di massa che possiamo condurre sui servizi sociali, sui prezzi, sull'autoriduzione, sono primi momenti di ricomposizione del tessuto dei bisogni proletari più in generale. Così la stessa creatività del Movimento può essere tutta interna a chi occupa le case. L'Università può essere il centro di questa molteplicità di iniziative? Noi crediamo di si, a patto che dentro di essa esistano organismi di massa del Movimento che non siano una brutta copia delle vecchie Commissioni dove, in ultima istanza, nonostante la "buona volontà" soggettiva dei singoli compagni (fra i quali anche i sottoscrittori di queste pagine), ci si trovava troppo spesso costretti a mediare posizione "di gruppo", ma organismi capaci di pratica autonoma ed antagonista.
13. Ci avevano abituato da anni che programma significa linea politica generale in possesso dell'Organizzazione di gruppo. Ci avevano abituato a credere che la linea fosse una serie di frasi scritte da un'avanguardia, possibilmente "complessiva, intellettuale e organica", dopo una serie interminabile di riunioni. La critica della politica che questo Movimento ha operato, la capacità che sia pur di rado, esso ha saputo esprimere di direzione autonoma e di massa, ha costretto tutti a rimettersi in discussione su questo: oggi si tratta di darsi nuove forme di organizzazione che superino qualitativamente le assemblee, per una più forte e grande unità di attacco ai padroni. CONTROPOTERE NON PUÒ ESSERE ATTACCO AL CUORE DELLO STATO, MA IL TERRENO CONCRETO DI AFFERMAZIONE E DI CRESCITA DEL MOVIMENTO ANTAGONISTA DEGLI OPERAI E DEI PROLETARI in una pratica di programma e di attacco ben più articolata, che si sappia modellare sui reali livelli di capillarità del comando del capitale e del suo Stato! E infine compagni, anche se tutto il plumbeo grigiore dell'apparato repressivo del regime e della sua capacità di fuoco, oggi sembra aver soffocato la radicalità prorompente, dissacrante di questo ciclo di lotte, ricordiamoci che, come il '68 non è mai morto, così anche il '77 ha rappresentato inequivocabilmente per tutti (proletari e padroni) un salto di qualità del progetto comunista: si tratta per noi di saperne raccogliere tutta la valenza politica in termini di ritrovata capacità di lotta all'interno del tessuto stesso del comando del capitale, dentro/contro la crisi, dentro il corpo di classe delle masse proletarie, ricordando quello che questo Movimento aveva già scritto, sulle proprie pareti/bandiere, fin dal febbraio:
"Baroni, padroni, pompieri, aspiranti dirigenti, topi di sezione, oscuri burocrati, gente con la linea in tasca. Forse tra qualche giorno ce ne andremo e proverete a dimenticare tornando con: bacheche, circolari, processo democratico, giornali, registri, libri mastri, orpelli, specchietti, proposte in positivo, azioni costruttive, delegati e mozioni (ma non rompete i coglioni!). Direte: era un fuoco di paglia, un’oscura marmaglia senza proposizioni (ma non rompete i coglioni!), ma tutto questo non é stato invano, noi non dimentichiamo......
PER IL VOSTRO POTERE FONDATO SULLA MERDA, PER IL VOSTRO SQUALLORE ODIOSO, SPORCO E BRUTTO PAGHERETE CARO, PAGHERETE TUTTO!!!"
Roma, 18 gennaio 1978
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PER LA COSTRUZIONE DI CENTRI OPERAI E PROLETARI PER IL CONTROPOTERE Questo materiale di discussione viene proposto dai compagni delle situazioni sopra elencate, nella speranza di contribuire a fornire elementi di dibattito reale (fuori da ogni ideologismo o velleità di linea complessiva), semplici spezzoni di analisi di un ciclo di lotte di cui questi compagni sono stati parte integrante, in tutto ciò che di positivo, ma anche di negativo esso ha rappresentato. Non ci si vuole assolutamente proporre come punto di riferimento organizzativistico per nessuno: si cerca soltanto di stimolare il rilancio della discussione politica indispensabile al movimento, in questa fase, per affrontare un salto qualitativo ormai indilazionabile, pena la sua scomparsa dalla scena dello scontro di classe come soggetto politico di massa. Teniamo inoltre a sottolineare che a tutti gli errori in cui il Movi-mento é caduto e che abbiamo cercato di analizzare, noi stessi per primi abbiamo contribuito, non foss'altro con la nostra incapacità di incidere politicamente dentro di esso perché potesse evitarli! |