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18 febbraio 77
Donne, lavoratori, studenti,
nella giornata di ieri, dopo 11 giorni di occupazione, di lotta nell'Università di Roma, occupazione nata a partire da un'aggressione fascista in cui rimaneva gravemente ferito un compagno, sono nati scontri fra gli studenti e i disoccupati in lotta con i burocrati del servizio d'ordine sindacale. In questi giorni l'Università di Roma era servita come punto di riaggregazione, degli studenti, di giovani disoccupati, donne, lavoratori, precari, fuorisede, che organizzandosi in strutture di movimento tentavano di definire proproste di lotta sul terreno dei loro bisogni, contro la politica antioperaia del governo delle astensioni. I bisogni dai quali parte la nostra lotta sono: il bisogno di occupazione, il bisogno del salario, il bisogno di case, il bisogno di uscire dal ghetto dell'isolamento in cui l'attuale clima di restaurazione ci spinge, il bisogno di sconfiggere il piano di espulsione dei proletari dalla scuola e dall'Università. Il PCI e il sindacato si sono schierati contro tale movimento.
Ieri il PCI sotto la copertura del sindacato ha indetto all'Università un comizio di Luciano Lama. A questa iniziativa il movimento aveva risposto con una proposta di confronto politico che consisteva nella richiesta di trasformare il comizio di Lama in un'assemblea con la partecipazione dei collettivi d'occupazione. Questa proposta del movimento è stata respinta, prima ancora di essere discussa, da uno schieramento di servizio d'ordine che, sin dalle prime ore del mattino, ha occupato il piazzale dell'Università cancellando le scritte di lotta e provocando in vari modi i singoli compagni del movimento. Gli scontri sono iniziati da una prima carica del servizio d'ordine del PCI contro compagni che, in modi esplicitamente ironici e pacifici, manifestavano il loro dissenso della politica dei sacrifici proposta da Lama. Dopo il primo assalto, la situazione è degenerata in scontri violenti che si sono protratti fino all'interruzione del comizio e all'uscita dall'Università del servizio d'ordine del PCI. Nel pomeriggio la polizia di Cossiga con un enorme spiegamento di forze è subentrata al servizio d'ordine del PCI, per sgombrare l'Università. Gli occupanti per il momento hanno abbandonato l'Ateneo centrale e hanno deciso di estendere l'agitazione alle Facoltà periferiche e di continuare la loro lotta contro il governo delle astensioni, la politica dei sacrifici, la restaurazione nell'Ateneo e contro la disoccupazione. Comunicano una mobilitazione per sabato pomeriggio.
COMITATO DI OCCUPAZIONE
Roma 18-2-77 Ciclostilato in proprio.
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18 febbraio 77
Giù la testa, coglione!
Lama nel 1977 non è riuscito in quello che Seguy era riuscito ad ottenere nel 1968 a Parigi. Non è riuscito ad ottenere che il nuovo movimento proletario si disarmasse, accettasse di rientrare nel sistema e di esservi rappresentato dalle forze di "sinistra". Quanto è accaduto a Roma, è un fatto interessante, nuovo, politicamente centrale. Ma non dobbiamo fare l'errore di riportare da un lato tutto alla prepotenza, alla iattanza becera, alla radicale cecità dei piciisti in questa occasione, né d'altro lato riempirci la bocca della soddisfazione di vedere il nuovo movimento esercitare così alti livelli di maturità e di forza politica. ROSSO lo aveva detto, accettando anche l'impopolarità che veniva dalle sue analisi, negli anni scorsi: il problema è nuovo perchè la realtà di classe è nuova. Il progetto di organizzazione messo in piedi dall'autonomia era tutto ricalcato su questa consapevolezza della nuova realtà, e oggi si dimostra definitivamente come solo corvi e stupidi possano negarla. Essa nasceva, cresceva sotto i nostri occhi: basta guardare, basta voler vedere! Così oggi, alla gioia di veder crescere, espandersi ed esprimere il movimento, noi riproponiamo nella maniera più stringente il problema dell'organizzazione. Non abbiamo la minima intenzione di veder passare il treno: vogliamo salirci e trasformarlo per noi, per tutto il movimento, in un treno blindato. Lama non poteva dunque ripetere l'operazione di Seguy.
Primo: perchè i piciisti hanno dimostrato negli scorsi anni una cecità così profonda che neppure un acceso anticomunista poteva sentirsi autorizzato a riconoscergliela. Hanno parlato di tutto: di nuovo Sabbah degli emarginati, le notti di Valpurga e del Lambro... questi dibattiti in chiave goethiana andavano bene fra Saragat e Togliatti: ammodernatevi compagni piciisti, la stupidità può essere meno rozza! Il fatto è che il PCI non possiede neppure la terminologia per toccare nuovi fenomeni.
Secondo: il PCI ha pensato che la sua scelta per il blocco storico tra industria e classe operaia delle grandi fabbriche fosse vincente. Ha piantato su questa ipotesi il compromesso storico, nello stesso momento in cui il capitale multinazionale sceglieva la via della diffusione del lavoro su livello sociale, la ristrutturazione del mercato del lavoro, l'emarginazione del nuovo "lavoro produttivo" (quello nero, quello diffuso, quello terziario, quello amministrativo ecc) e assumeva questa via come fondamentale se non esclusiva. La stupidità si accompagna alla mancanza di analisi e all'errore politico, in questo caso. Com'è possibile che gente che fa errori così grossolani di analisi (Berlinguer, Amendola, Napolitano, ecc.) pretenda alla direzione della classe operaia più intelligente del mondo, della classe operaia italiana?
Terzo: la struttura del PCI è ormai strutturalmente incapace di cogliere il nuovo, il creativo della situazione di classe. La loro storia è una vuota liturgia di date elettorali. Nella nostra, la storia dell'autonomia, l'occupazione di Mirafiori nel 1973, San Basilio nel 1974, l'Aprile nel 1975 a Milano e le lotte dei disoccupati di Napoli, la diffusione del movimento giovanile nel 1976 e la radicalizzazione di quello delle donne. Finalmente il 1977 è la ripresa delle lotte autonome nelle fabbriche, non più sulla difensiva ma in attacco. Dov'era il PCI in tutte queste occasioni? Sempre fuori se non dall'altra parte. Stupidità, errori di analisi, di prospettiva si accumulano con la caduta di una qualità che negli anni Cinquanta i quadri del PCI ancora possedevano: essere dove c'è lotta. Oggi non più. La burocrazia del PCI l'abbiamo sempre avuta contro, il quadro di base del PCI abbiamo disimparato a trovarlo per strada. Peccato, ma è così. Ormai usano stereotipi fascisti e borghesi contro i proletari, partecipano alla ristrutturazione capitalista come mosche cocchiere della reazione.
Lama, dunque, non poteva ripetere l'operazione di Seguy. Non lo poteva perchè il PCI in quanto struttura organizzata è nella ristrutturazione capitalistica fino in fondo, ne è avviluppato: le condizioni della sua esistenza come partito sono le stesse della riproduzione e della ristrutturazione del capitale. Il PCI non è più un partito indipendente del proletariato che sbaglia linea o che ha, come ha, dei dirigenti stupidi: il PCI è un partito della borghesia ristrutturata. Le giornate di Roma hanno rilevato tutto questo. I compagni di Roma accusati da tutta la stampa di ogni colore, di essere degli stolti disperati, hanno dimostrato tutta la forza e l'intelligenza che la classe operaia merita; Paolo e Daddo sono compagni eroici degni della classe operaia italiana; i compagni delle facoltà di Roma sono compagni che hanno difeso la centralità del movimento e vi hanno espresso tutta l'intelligenza creativa di cui c'era bisogno; gli autonomi romani sono e restano la punta di diamante dell'organizzazione. Ma le giornate di Roma hanno dimostrato un'altra cosa, fondamentale e irrinunciabile per noi: che il lavoro di organizzazione, che i morti e i compagni incarcerati di tutti questi anni terribili hanno unito. E anche questa vittoria di massa e di organizzazione va rinnovata in termini di organizzazione e di proposta politica ancora più avanzata.
E' il momento dell'organizzazione!
E' il momento del programma!
E' il momento dell'attacco!
La nuova organizzazione, l'organizzazione dell'autonomia l'abbiamo imparata e cominciata a costruire in questi anni. Il suo punto centrale sta nel riconoscimento che la centralità operaia si costruisce oggi nel rapporto che stringe il ghetto della fabbrica alla metropoli. La rottura che il blocco corporativo del PCI tenta di costruire nella fabbrica contro l'operaio sociale, può essere fatta. Al centro del processo organizzativo va posta, come abbiamo posta, l'affermazione scientifica che il lavoro produttivo è ormai esteso alla fabbrica sociale intera, che il giovane disoccupato incorpora ormai una enorme quantità di sapere nel suo lavoro potenziale, che non esiste differenza qualitativa fra giovane disoccupato e strati di lavoro tecnico e terziario. Non è vero che in Italia la base produttiva venga restringendosi: la base produttiva si allarga tanto più quanto la forza lavoro diventa, socialmente, condizione di produzione. Non pagare questa enorme forza sociale del lavoro produttivo è quanto il PCI e la borghesia vogliono fare: la nostra lotta è l'imposizione del riconoscimento che noi proletari costituiamo complessivamente la nuova base produttiva. Non siamo emarginati: siamo operai, siamo lavoratori, con un potenziale produttivo altissimo. Il nostro rifiuto del lavoro salariato è l'espressione del nostro altissimo valore come forza produttiva. I rapporti capitalistici di produzione soprattutto se ristrutturati e revisionati dal PCI, ci fanno schifo perchè sono nella più antagonistica contraddizione con la nuova realtà delle forze produttive. L'organizzazione è il riconoscimento di questa realtà: quando le "ronde" ricompongono nel quartiere, nel territorio metropolitano, i giovani proletari e tutto il precariato sociale, gli operai delle grandi fabbriche e le casalinghe operaie della casa; quando colpiscono gli straordinari nelle fabbriche grandi e piccole e l'organizzazione del lavoro nero, dello sfruttamento sommerso; quando attaccano il sistema statale di controllo territoriale sulla vita e la riproduzione della classe operaia ecc. ecc. Bene quando tutto questo avviene la "ronda proletaria" è un altissimo momento di organizzazione di classe. E' insieme contropotere in atto, forza conoscitiva, in quanto svolge l'inchiesta, e fatto organizzativo in termini propri, in quanto aggrega positivamente strati di classe che hanno la necessità di unirsi. La ronda operaia e proletaria è il nuovo modo di far politica che si è fatto nuovo modo di far organizzazione. E' la guardia rossa in scarpe da tennis, che percorre il territorio del padrone e colpisce il nemico ricomponendo la classe. Quando le ronde si coordinano assieme un ulteriore passo avanti nell'organizzazione viene compiuto: dall'area dell'autonomia al movimento dell'autonomia, questo passaggio avviene attraverso la capacità di portare sempre più avanti in termini di centralizzazione il coordinamento delle ronde, dei primi momenti pratici di riaggregazione della forza proletaria. Le ronde proletarie sono oggi quello che nel 1968 sono stati i comitati di base, cioè la forma espansiva del processo organizzativo adeguata alle necessità della lotta contro il capitale sociale. L'autonomia operaia pone in maniera sempre più matura, attraverso la sua pratica di lotta e di organizzazione, anche i temi del programma. Certo, hanno ragione i borghesi e i piciisti quando ci accusano di "estremismo egalitarista-permissivo". Detto in termini marxisti è dire quello che Marx ha sempre detto e che i comunisti hanno sempre confermato: e cioè la dittutura del proletariato è l'unica forma espansiva dell'organizzazione del potere. E' vero: noi pretendiamo che l'eguaglianza più radicale non comporti sacrifici ma godimento, come ha sempre affermato Marx. Noi siamo disposti a batterci per questo e a prefigurare nelle nostre organizzazioni questi momenti di programma. Quindi il nostro programma è la dittatura del proletariato, è la lotta dura, continua, per noi gioiosa ma feroce contro il nemico. Quando i piciisti dicono che di dittatura del proletariato non si parla più, noi gli ricordiamo che i freaks ne cominciano a parlare, quando tutta la borghesia ci racconta che la dittatura del proletariato è necessariamente da respingere perchè ha fatto tanti malanni in Russia, noi rispondiamo che la dittatura russa non è del proletariato ma della burocrazia. Quando ci dicono che la democrazia borghese è, malgrado tutto, la miglior forma di governo possibile, noi rispondiamo: merda a voi! La lotta per la dittatura del proletariato vive interamente nella nostra esperienza : soprattutto nelle esperienze più liberatrici, più autonome più radicali. La libertà comunista è la dittatura del proletariato, organizzate nelle forme dell'autonomia della classe operaia e di tutto il proletariato. Nessuno potrà più permettersi di strappare questa parola d'ordine dalle nostre bandiere, dalla nostra fede comunista. Noi non raccoglieremo nessuna bandiera che altri ha lasciato cadere dietro di noi: quando il futuro è vicino il masochismo non vale. La critica, l'autocritica, la esigiamo invece, in maniera generale e continua, nella lotta per l'organizzazione, per l'unità sempre più vasta del fronte proletario.
Compagni, è l'ora dell'attacco! Se riusciremo a tenere livelli d'attacco che siano capaci di produrre, se riusciremo a tessere al loro interno il filo rosso continuo dell'organizzazione, molte delle cose maturate in questi anni di incubazione di massa da parte dell'autonomia operaia e proletaria potranno conquistare quella realtà che il progetto politico esige. Siamo all'attacco: ora è il momento di estenderlo, di diffonderlo, di toccare quei settori di movimento che non sono stati ancora sufficientemente organizzati. Nelle grandi fabbriche, malgrado il tradimento picchiata e il controllo del sindacato capitolardo, la lotta è vicina: ma si tratta di collegarla all'intero fronte sociale dello scontro fra le classi. Nei settori del lavoro terziario, dove lo sfruttamento è altissimo e la bieca volontà capitalistica di restringere la spesa pubblica, l'assistenza, il salario indiretto per tutti i proletari, è arrivata a limiti di parossismo, anche questo è un punto centrale di attacco e di approfondimento del programma. Nei settori di lavoro intellettuale, di ricerca, di progettazione, ecc, dove l'accumulo di sapere sociale è massimo e tutto rivolto contro la classe operaia e il proletariato, anche qui c'è l'urgenza dell'intervento: questo sapere sociale va riappropriato dal proletariato. L'unità più larga dei diversi settori del sapere sociale insubordinato è il nostro obiettivo d'attacco, nella prospettiva della dittatura proletaria, attraverso un'organizzazione che sappia immediatamente esprimere le capacità di comando e di potere di cui la lotta operaia è portatrice. Lama non è riuscito ad ottenere nel 1977 quello che Seguy aveva ottenuto nel 1968. Il 1968 è dunque finito? Certo, perchè ora il proletariato italiano comincia a vincere senza infingimenti, senza complimenti dell'avversario, anzi sollevando il suo odio più terribile.
La lotta sarà dura ma la nostra forza è grande.
AUTONOMIA OPERAIA
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26 febbraio 77
PER UN MOVIMENTO ANTICAPITALISTICO ED AUTONOMO DEGLI STUDENTI
L'assemblea nazionale degli studenti, dei lavoratori della scuola e della Università, dei precari, dei disoccupati laureati e diplomati si riunisce in un momento di profonda crisi politica e sociale del capitalismo italiano. Uno dei fattori fondamentali di tale crisi è costituito appunto dall'insanabile contraddizione che il sistema vive nel campo della scuola e che la nuova ondata di lotte ha portato alla luce. Da questa assemblea, espressione delle strutture che il movimento ha creato nel corso della mobilitazione dipendono le prospettive immediate per il movimento, in particolare la possibilità di elaborare una piattaforma unitaria, che non sia il risultato di un compromesso tra linee politiche, ma che cerchi di raccogliere e dare risposte alle esigenze più profonde del movimento. La possibilità di costituire una struttura organizzativa razionale impegnata nell'assolvimento e nell'arricchimento di tale piattaforma, di trovare la via per realizzare l'unità operai-studenti contro qualsiasi manovra della borghesia, dei riformisti e di quanti si fanno portavoce dei riformisti in seno al movimento. La proposta di analisi e di obiettivi che presentiamo, rappresenta uno dei tanti punti di vista che possono contribuire al dibattito di questa assemblea. Essa è il frutto dell'esperienza e della discussione tra compagni di diverse città raccolte perlopiù intorno ai collettivi e al foglio di intervento "Università Rossa".
LA CRISI DELLA SCUOLA BORGHESE
Occorre partire dalla considerazione che la scuola non riesce più a qualificare la forza-lavoro secondo le esigenze del capitalismo e non riesce più ad imporre integralmente l'ideologia borghese. Non si può pretendere di istruire sempre più la forza-lavoro e nello stesso tempo di far accettare ai lavoratori la loro sempre maggiore dequalificazione e soggezione all'interno della fabbrica e della società; né può crescere la credibilità dei valori dominanti quando tutti possono vedere con i propri occhi la vita disumana e alienante che ha prodotto la società borghese. Questo meccanismo, inceppatosi definitivamente nel 1968, non ha più potuto funzionare come prima. Se la sucola borghese è potuta sopravvivere in questi anni è solo per la mancata estensione dell'opposizione rivoluzionaria di massa alle altre istituzioni tradizionali del potere borghese. In Italia, per esigenze dello sviluppo capitalistico, il potere ha favorito l'afflusso massiccio di giovani nella scuola, nel corso di tutta la fase espansiva degli anni 1950 e 1960. La scuola italiana, concepita come scuola di élite (e caratterizzata da una tradizionale arretratezza nei modi dell'insegnamento), si è trasformata parzialmente in scuola di massa senza che le strutture si adeguassero alla nuova situazione, finendo col paralizzare il nuovo apparato. Di qui tre conseguenze:
1) a causa dello sviluppo anarchico del capitalismo l'istituzione della scuola non è riuscita a seguire le fluttuazioni del mercato del lavoro ed è fallita clamorosamente ogni previsione e tentativo di pianificazione dei ruoli professionali e lavorativi;
2) la paralisi delle strutture ha impedito alla scuola di svolgere la sua funzione tradizionale (la formazione di forza-lavoro qualificata e la riproduzione di quadri dirigenti), costringendo il capitale a cercare surrogati con le scuole private, i corsi di qualificazione nelle industrie, borse di studio privilegiate all'estero e trasferendo fuori della scuola i meccanismi principali della selezione;
3) la scuola frigorifero non può più mascherare il sempre più grave aumento della disoccupazione e della sottoccupazione. Oggi si avvicina al milione la cifra dei laureati e dei diplomati disoccupati. L'altra faccia della medaglia, però, continua ad essere la persistente esclusione della gran massa dei figli dei lavoratori dall'Università, tramite meccanismi di selezione classista nella scuola secondaria, nella società e, in misura ancora considerevole, all'interno dell'Università stessa. Il combinarsi della contraddizione interna (scuola di massa - selezione di classe) e della contraddizione esterna (formazione scolastica - mercato del lavoro) ha aggravato la potenzialità esplosiva della crisi della scuola borghese, rendendo sempre più diretto lo scontro tra i giovani e l'apparato di potere borghese: lo Stato.
DISOCCUPAZIONE INTELLETTUALE E MERCATO DEL LAVORO
La borghesia italiana, dopo il rifiuto di massa della scuola di élite e dopo il rifuto attuale della falsa scolarizzazione di massa, si è trovata davanti al dilemma: selezione e qualificazione o socializzazione e sottomissione ideologica. Infatti, per funzionare come strumento di controllo sociale, un sistema scolastico deve essere strutturato in maniera tale da svolgere in modo equilibrato queste due funzioni. Se dà troppo peso alla selezione ed ha, di conseguenza, una struttura troppo chiusa, corre il rischio di non far passare al suo interno un numero sufficientemente elevato di giovani per un numero sufficiente di anni, cioè di non svolgere adeguatamente la funzione di controllo ideologico. Se d'altra parte, dà troppo importanza alla funzione di socializzazione e si presenta per questo motivo con una struttura interna aperta, corre il rischio di non svolgere in modo adeguato la funzione di selezione del personale qualificato. Da questa contraddizione nascono le fluttuazioni tra un atteggiamento "aperto" e un altro che punta un numero chiuso e alla privatizzazione dei servizi per spingere il giovane a pagarsi i costi integrali della condizione studentesca. La storia dei progetti di riforma di questi ultimi dieci anni ripercorre abbastanza fedelmente questo tipo di oscillazioni, anche se in tempi più recenti l'enfasi riformista sembrerebbe essersi spostata decisamente a favore del numero chiuso e l'inasprimento della selezione tramite meccanismi presi a prestito da altri paesi imperialistici. Permanendo la divisione capitalistica del lavoro e la struttura del mercato del lavoro che ne è espressione, nessun miracolo riformista potrà rispondere alle esigenze seguenti, né ovviamente alle tante altre che elencheremo in seguito:
1) Assicurare un'equivalenza in linea di massima tra la preparazione che la scuola fornisce e il profilo professionale reale corrispondente all'occupazione cui il titolo scolastico dovrebbe dare accesso;
2) prevedere la reale utilizzabilità del titolo conseguito anche nell'ipotesi irreale che i contenuti abbiano una validità corrispondente in rapporto alla dinamica della domanda di lavoro e all'occupazione effettivamente esistente;
3) precedere nel tempo le trasformazioni che investono la struttura occupazionale creando nuovi tipi di mansioni e professioni.
La realtà è che il continuo mutamento delle tecniche nei processi produttivi comporta una costante dequalificazione a livello di massa e riqualificazione di forza-lavoro funzionale al sistema a livelli però di selezione più alta. In questo quadro le qualificazioni fornite (almeno in teoria) dalle scuole secondarie appaiono sorpassate, e la rigidità del sistema scolastico è tale che ogni riforma delle strutture formative riproduce ritardo rispetto alle modificazioni del settore produttivo. Il fatto che all'Università il ritmo di adeguamento sia più rapido non fa una differenza reale. Lo stesso problema della disoccupazione intellettuale si pone oggi in termini qualitativamente nuovi rispetto alla dimensione che aveva assunto nella crisi del 1968. "Oggi su cento giovani che si iscrivono all'Università, circa 20 lo fanno per mancanza di lavoro" (Censis). Si tratta di una forma di frequenza forzata "dovuta alla mancanza di sbocchi professionali. Il cinquanta per cento degli studenti universitari non riesce a raggiungere la laurea, e l'Università non fa altro che restituire al mercato del lavoro una massa notevole di diplomati dopo averli tenuti per qualche tempo in frigorifero". D'altro canto, mentre più del 60 per cento dei laureati rientrano nella scuola attraverso l'insegnamento, la forza-lavoro qualificata ad alto livello occupata nell'industria rimane stabile, a causa del brusco rallentamento intervenuto nel ciclo di espansione capitalistica del dopoguerra, particolarmente brusco in Italia.
LA NATURA ANTIRIFORMISTA DEL MOVIMENTO E LE DIFFERENZE CON IL 1968
Dopo i progetti di riforma Gui, Sullo, Ferrari-Aggradi è fallito miseramente anche il progetto Malfatti. Quello del PCI, invece, non uscirà mai, probabilmente dall'aula parlamentare. Più che riforma, tuttavia, nel caso Malfatti si sarebbe dovuto parlare di un tentativo parziale di razionalizzazione della struttura selettiva post-laurea. Anche la borghesia italiana, infatti, come quella di altri paesi sembrerebbe aver rinunciato a qualsiasi velleità di riforma di una istituzione decrepita come quella universitaria. Di illusioni sulla presunta riformabilità dell'Università che pure erano ancora presenti agli inizi delle lotte degli anni 1967 e 1968 non si trova la minima traccia nel movimento scoppiato a febbraio di quest'anno. Quelle forze politiche come AO e PDUP che invece non hanno abbandonato queste illusioni non a caso sono state colte di sopresa dalla ondata, si sono inizialmente trovate ai margini o addirittura in alcune situazioni come Roma e Milano hanno sistematicamente puntato a dividere il movimento delle occupazioni. L'essenza della nostra lotta si può esprimere con due parole: anticapitalismo e antiriformismo. La nostra lotta, a differenza del 68, non si limita a dirigersi contro la cultura, i valori e l'ideologia borghesi in crisi, non si limita a colpire il potere dei baroni o l'autoritarismo che sotto varie forme ricompare nell'organizzazione della didattica (vedi appunto la circolare Malfatti sugli appelli). Né si contenta di denunciare la spaventosa carenza di strutture scolastiche, l'inefficienza della ricerca post universitaria o la dequalificazione del titolo di studio. La lotta che oggi unisce il fronte degli studenti, delle migliaia di disoccupati intellettuali, dei precari, mette direttamente in causa l'utilità stessa dell'esistenza di questa Università. In quanto studenti non ci aspettiamo più nulla dalla scuola, in quanto disoccupati siamo coscienti che la nostra "disoccupazione qualificata" rientra in una scelta storica obbligata del capitalismo italiano. In questa situazione né il vertenzialismo, né il minimalismo o il parasindacalismo, possono rappresentare un'asse unificante della mobilitazione, ma al contrario rappresentano un pericolo da battere fin dall'inizio. Gli unici obiettivi unificanti credibili per il movimento possono essere solo obiettivi politici generali: contro Andreotti che ci regala stangate fiscali, disoccupazione di massa e la "riforma" Malfatti; contro la politica delle astensioni praticata dal partito comunista italiano; contro il compromesso storico. Siamo anche contro la riforma per Univeristà presentata dal PCI: basta leggere l'art. 1 per rendersi conto che dietro la proclamata necessità di programmare gli sbocchi post-laurea in funzione di una più generale programmazione economica e sociale c'è, in realtà, l'intenzione di introdurre per legge il "numero chiuso" e di reintrodurre la selezione meritocratica. L'avversione del movimento verso il riformismo è il frutto dell'esperienza diretta del movimento stesso nel corso delle lotte degli anni 1967-1970. Negli anni successivi a queste lotte il PCI ha tentato di riportare la normalità nei licei e nelle Università tramite la mistificazione "democratica" dei decreti delegati e dei parlamentini. A ragione, dunque, il PCI è tenacemente contrario al movimento delle occupazioni di queste settimane e continuerà a esserlo nel futuro, perchè è cosciente che la dinamica anticapitalistica può generare un analogo e ben più pericoloso processo di politicizzazione delle masse operaie. Il PCI oggi non è più all'opposizione di governi borghesi, ma ne condivide nei fatti le scelte. La nostra lotta deve partire dalla denuncia delle illusioni sulla riformabilità della scuola italiana, all'interno degli attuali rapporti di produzione, e tendere ad innescare un processo analogo e convergente nella base operaia del PCI all'interno del sindacato e dei consigli di fabbrica.
LA NORMALIZZAZIONE TRA GLI STUDENTI MEDI
Per quanto riguarda il progetto di riforma della media superiore, basta sottolineare come anche questa proposta esprima le stesse caratteristiche di fondo e la stessa volontà politica contenuta nella circolare Malfatti. E' certo che si vuole mettere ordine anche in questo settore della istruzione pubblica e anche qui si tenta di rimettere in sintonia il mondo della media superiore con le esigenze sociali, economiche, politiche e di controllo ideologico della borghesia. Quale senso abbia tutto ciò è facilmente comprensibile: l'indifferenza con cui liceali, tecnici e professionali hanno accolto i primi tentativi di "normalizzazione" balza agli occhi sin dalla famosa vicenda dei cosiddetti parlamentini. Il vuoto, l'impossibilità di un inserimento reale, o comunque corrispondente al proprio studio, nel tessuto sociale, la costante frustrazione della propria esistenza sono concrete prospettive degli studenti. Come pensare che anche i medi prima o poi non se ne sarebbero accorti? Certamente esistono modi differenti in cui questa comprensione si manifesta e variano anche secondo i tipi di studio. I liceali non possono essere sicuramente convinti del futuro di prossimi intellettuali, élite dirigente, che viene prospettato dalla ideologia dominante; i professionali difficilmente possono sperare nella stessa possibilità di trovare una occupazione qualunque, anche prescindendo dalla qualifica che la scuola loro rilascia; i tecnici, che si trovano nella medesima situazione, hanno in più la beffa di dover esser disoccupati, si ma... altamente qualificati. La scuola quindi non riuscendo assolutamente a sintonizzarsi con le esigenze del mercato del lavoro, difficilmente collocabili in altre situazioni, tenta di garantirne il controllo, soprattutto in termini ideologici, per costruire il consenso indispensabile alla sopravvivenza del sistema. Anche qui dunque l'idea stessa di una riforma non trova il terreno migliore per attecchire; lo stesso successo della FGCI, in situazioni come quella romana è da attribuire alla totale mancanza di prospettive generali della sinistra cosiddetta rivoluzionaria piuttosto che a una reale presa dell'ideologia e della politica riformista. Infatti, non appena la mobilitazione nelle Università è andata crescendo, questa è risultata punto di riferimento politico e organizzativo anche per le lotte dei medi. Le esigenze di fondo non possono essere che le medesime, medesime quindi anche le aspirazioni, le tensioni e la lotta. In confluenza della mobilitazione dei medi in quella generale, l'organizzazione in un movimento complessivo degli studenti all'interno di una prospettiva anticapitalistica e antiriformista, questo l'obiettivo.
IL SIGNIFICATO DELLO SLOGAN "UNIVERSITA' ROSSA" E L'ORGANIZZAZIONE DEL MOVIMENTO
Essere al centro di una contraddizione insanabile del sistema, viverla sulla propria pelle giorno per giorno e in un arco di anni decisivi per la nostra vita e rifiutarsi di dar credito alle promesse false del riformismo non basta. Occorre una linea politica generale, occorrono degli obiettivi che esprimano e articolino questa linea, e occorrono delle strutture organizzative funzionali alla mobilitazione e alle esigenze che nella mobilitazione trovano espressione. In questo senso il movimento di questi anni e di questi giorni ha chiaramente respinto qualsiasi tentativo (anche quelli più subdoli) di far coincidere le strutture della mobilitazione con le correnti politiche organizzate di gruppi o partiti, ha impedito cioè una settarizzazione del movimento e una sua strumentalizzazione a fini diversi da quelli espressi a livello di massa. Resta diritto e dovere ovviamente di tutte le correnti politiche, organizzate o non, di presentare al movimento i suggerimenti e e le piattaforme che si ritengono più utili per una crescita della mobilitazione, ma questa va fatto attraverso un coinvolgimento di queste correnti all'interno del movimento e fornendo tutte le garanzie di accettazione dell'autonomia del movimento, che significa in primo luogo accettare i principi della democrazia diretta, del confronto politico e dell'unità nell'azione. Con lo slogan dell' "Università Rossa" si vuole esprimere appunto la necessità che il movimento degli studenti e dei giovani inclusi o esclusi dalla scuola si riappropri integralmente delle strutture scolastiche, degli spazi fisici e di dibattito, allo scopo di lottare, organizzarsi e crescere come movimento anticapitalistico: come movimento che sorto sul terreno specifico dell'istituzione scuola e dei disagi, dell'alienzaione e dell'oppressione giovanile esprime una sua proposta positiva di trasformazione della società a fianco dell'unica forza sociale in grado di farlo, il proletariato, i lavoratori. Precondizione per l'assolvimento di tale compito politico è che l'Università venga spalancata ai figli dei lavoratori, agli strati popolari e più disagiati, non per offrire loro l'illusione di un avanzamento sociale ed economico che noi reputiamo impossibile, ma per coinvolgere sul terreno della mobilitazione anticapitalistica strati sempre più ampi di giovani proletari, emarginati, disoccupati o sottoccupati. La struttura organizzativa del movimento degli studenti dipende quindi dalla maggiore o minore possibilità di tradurre in pratica la prospettiva dell'Università Rossa. Sono organismi di base del movimento tutti gli organismi di classe, di facoltà, di istituto, di donne, di giovani, di intervento culturale-artistico e così via che sono disposti a lottare per le proprie esigenze all'interno del più vasto movimento anticapitalistico degli studenti, con l'obiettivo di stabilire un fronte di alleanze intorno al proletariato. Ciò non significa quindi soffocamento o appiattimento delle esigenze specifiche, ma la loro inclusione in un movimento più ampio. Allo stesso tempo, rifiutando la logica dei parlamentini, degli organismi collegiali o dei vecchi organismi "rappresentativi" cari ai riformisti, il movimento eleggerà i suoi delegati, sostituibili e revocabili in assemblea in qualsiasi momento, da cui dipenderà l'applicazione della linea generale che il movimento si dà nelle sue istanze cittadine e nazionali. Solo dopo un periodo di sperimentazione di tali strutture, di tale linea e dei delegati al livello cittadino, si potrà pensare al passo successivo necessario, la costituzione di un coordinamento nazionale degli studenti e dei giovani in lotta.
UN PROGRAMMA DI GOVERNO OPERAIO PER I GIOVANI E PER LA SCUOLA
La coscienza anticapitalistica e antiriformista del movimento degli studenti lo porta a superare il terreno specifico su cui si formano ed esprimono le sue esigenze e a riunificare l'insieme del movimento su un terreno di scontro politico generale, in cui vengono battuti tutti i rischi di corporativismo e di parasindacalismo studentesco. In Italia, oggi, questo terreno unificante tra studenti, giovani, donne radicalizzate, disoccupati ecc., e tra questi il movimento operaio, si esprime in un obiettivo politico centrale: l'unità degli operai e degli studenti per il rovesciamento del governo Andreotti e per porre fine alla politica di collaborazione di classe della direzione riformista del PCI e dei vertici sindacali. Al di là delle motivazioni ideologiche che agiscono su alcuni settori del movimento e che li spingono ad accettare senza esitazioni il terreno di lotta per il rovesciamento del governo Andreotti e la sua sostituzione con un governo operaio, è dovere dell'insieme del movimento stesso fornire la motivazione di fondo per un tale obiettivo politico. E' necessario in particolare indicare i terreni specifici di scontro che concorrono a canalizzare la lotta contro il governo attuale della borghesia e gli obiettivi politici concreti che si presentano in alternativa al programma di normalizzazione borghese dei riformisti. Un governo operaio (ben distinto dal progetto riformista di "governo delle sinistre" e da quello di "salute pubblica") sarà costituito da quelle correnti e organizzazioni operaie che rifiutando qualsiasi alleanza con forze borghesi, fondandosi sulla mobilitazione delle masse, accetteranno di portare avanti un programma generale anticapitalistico, espressione delle esigenze più profonde del proletariato e del suo fronte di alleanze sociali. Gli studenti, i giovani e le donne radicalizzate, componente essenziale di tale fronte di alleanze, saranno pronti a fornire il loro sostegno politico e militare, se necessario - solo a un governo delle organizzazioni operaie che sul terreno specifico della scuola e delle esigenze più generali del movimento sia disposto a battersi per gli interessi reali degli sfruttati e degli oppressi. Solo un tale governo, infatti, può affrontare una tale "riforma" della scuola, solo una pianificazione generale dell'economia può permettere un tale accordo tra le esigenze della produzione collettivizzata e la formazione scolastica, eliminando la disoccupazione giovanile. Solo un governo operaio potrà impostare la sua politica scolastica in modo da integrare armonicamente i problemi di preparazione tecnica e scientifica con la prospettiva generale di una produzione rivolta a soddisfare i bisogni delle grandi masse lavoratrici e in modo da sviluppare fortemente le capacità critiche dei giovani, unica garanzia contro il soffocamento delle esigenze più vitali e creative delle masse. Queste le nostre proposte ai lavoratori, agli studenti, agli oppressi, ma anche a chi nel movimento operaio e sindacale vuole battersi per gli scopi del movimento:
1) contro la scuola di classe, per una scuola aperta a tutti. La scuola secondaria deve essere unificata (con l'eliminazione dei ghetti tecnici e professionali) e completamente gratuita oltre che garantita fino ai 18 anni. Le scuole materne devono essere pubbliche, gratuite e autogestite a livello di zona, fabbrica e quartiere. Nessun finanziamento alle scuole private. Biblioteche di classe gratuite e autogestite. Libertà di scelta delle materie e dei metodi di insegnamento. Liberalizzazione totale dei piani di studio universitari. Abolizione delle tasse di frequenza e di tutte le misure di numero chiuso. Presalario generalizzato e difeso contro il carovita. Mense di zona e alloggi garantiti per studenti e studenti-lavoratori. Drastica riduzione del numero di alunni per classe. Laurea come titolo abilitante per l'insegnamento e abolizione dei concorsi. Riduzione generalizzata dell'orario di lavoro a parità di paga. Qualsiasi misura in generale che favorisca la scolarizzazione di massa fino ai livelli universitari, il proseguimento dell'attività di ricerca indipendentemente da preoccupazioni economiche e l'impiego immediato della forza-lavoro intellettuale disponibile;
2) per la totale agibilità politica delle strutture scolastiche. Apertura dei corsi, delle assemblee e delle altre attività a tutte le organizzazioni del movimento operaio, piccole o grandi che siano. Abolizione di qualsiasi discrezionalità disciplinare da parte di strati particolari del personale scolastico. Autogestione dell'informazione politica, dei servizi d'ordine e dell'organizzazione interna da parte delle strutture del movimento;
3) contro l'oppressione ideologica, per una reale libertà didattica, di ricerca, di pensiero, di espressione. Libertà di intervento nei corsi, controcorsi e seminari di massa autogestiti. Sostituzione del lavoro collettivo all'isolamento, all'egoismo e l'individualismo; abolizione degli esami individuali e riconoscimento fiscale del lavoro di gruppo. Fine di ogni interferenza religiosa, in particolare della Chiesa Cattolica nella scuola. Pluralità di espressione per diverse correnti politiche che accettino il principio dell'autonomia e la disciplina del movimento;
4) contro l'oppressione dei giovani, delle donne, e degli emarginati. Gli studenti dovranno invadere e distruggere tutte le istituzioni della borghesia che assicurano la perpetuazione dell'oppressione sociale più generale. Oppressi in quanto studenti, ma anche in quanto giovani, in quanto donne, omosessuali, emarginati ecc. essi esigeranno e imporranno tutte le misure che i movimenti reali delle donne, dei circoli giovanili proletari, degli omosessuali ecc. riterranno necessario portare nel movimento per ottenere una crescita e un maggiore coinvolgimento di classe. Per la liberazione della donna, per la fine di ogni discriminazione sessuale, per una completa riappropriazione del proprio corpo, per i consultori di scuola, per gli anticoncezionali gratuiti, per la libertà di aborto anche alle minorenni. Contro la mercificazione dei valori umani, artistici, dell'amore, dell'amicizia, ecc. ecc., contro il conformismo del consumo, per un'arte creatrice, indipendente e di massa. Contro l'uso borghese della droga, ma anche contro la repressione borghese di chi si droga.
Queste misure ed altre che il movimento stesso esprime quotidianamente ed esprimerà in misura sempre maggiore nel futuro, sono le misure elementari che possono permettere nel mondo della scuola e dei giovani di riconoscere un programma di governo operaio rivoluzionario da un governo della borghesia, anche se eccezionalmente composto da soli partiti operai. Gli studenti sanno già che nessun regime borghese potrà mai dare soddisfazione alcuna alle nostre esigenze di fondo. Lo stesso PCI non potrà per la sua stessa natura rompere con i rapporti di produzione borghesi e schierarsi dalla parte degli oppressi e degli sfruttati. Ma gli studenti sanno anche di non poter vincere nessuna battaglia senza l'aiuto della massa di operai che ancora oggi segue il PCI e che domani lo dovrà abbandonare per poter lottare per i propri interessi di classe. Una linea politica, però non può essere qualcosa di astratto e appeso nel vuoto. Oggi la discriminante politica non deve passare su ogni singola misura che si propone nel movimento. Questa discriminante si riassume nello slogan oggi centrale: "Operai e studenti uniti per rovesciare il governo Andreotti". Nel corso di questa lotta di massa si potrà costruire e mettere alla prova una struttura organizzativa nazionale del movimento e si apriranno le possibilità di imporre soddisfazione alle esigenze di noi giovani e studenti.
"UNIVERSITA' ROSSA"
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26-27 febbraio 77
Mozione approvata a grande maggioranza dall'Assemblea nazionale del movimento di lotta sviluppatosi nelle Università
Compagni,
l'assemblea si impegna alla diffusione generale del dibattito emerso in questi giorni di lavori: nelle Università, nelle scuole, nei quartieri, nelle fabbriche. Riassume il proprio immediato programma in questi punti:
1) l'Assemblea afferma il carattere proletario del movimento di lotta sviluppatosi nell'Università in queste settimane. Protagonisti di queste lotte sono i proletari disoccupati, sottosalariati, gli studenti, i lavoratori precari intellettuali, le donne, i supersfruttati del lavoro precario e marginale;
2) l'Assemblea rivendica l'antifascismo militante di P.zza Indipendenza, si mobilita e si batte per la libertà dei compagni DADDO e PAOLO, per la libertà dei compagni D'Arcangelo, Marini, Panzieri, Loyacono, per la libertà di tutti i militanti comunisti, di tutti i combattenti rivoluzionari prigionieri del nemico di classe. Il movimento si mobilita e si batte per la riassunzione al proprio posto di lotta, subito, di tutte le avanguardie colpite dai licenziamenti politici;
3) l'Assemblea denuncia l'intervento di Lama all'Università, ne sottolinea il carattere corporativo, il tentativo di divisione del movimento proletario, l'organicità con l'intervento della polizia e le leggi speciali di Cossiga;
4) l'Assemblea si mobilita da subito perchè i Comitati di Lotta, gli organismi politici di base, le avanguardie autonome della fabbrica, dei quartieri, della scuola e dell'Università rilancino nell'immediato la lotta sul salario e sul reddito, per la riduzione dell'orario di lavoro, contro la ristrutturazione e il ricatto sull'occupazione, contro la politica dei sacrifici (è un caso emblematico il regalo ai padroni delle sette festività lavorate, che equivale a migliaia di posti di lavoro in meno), contro il lavoro nero e lo sfruttamento nelle fabbriche e nei quartieri;
5) il dibattito tra proletari-operai, studenti, disoccupati, donne proletarie, lavoratori in genere deve avvenire nelle assemblee di fabbrica di reparto, di scuola e di quartiere; non è tempo, oggi, di mediazioni tra rappresentanze. Le assemblee sono oggi l'istanza centrale del movimento.
Rispetto alla proposta di partecipazione all'assemblea dei delegati metalmeccanici, l'Assemblea nazionale del movimento di lotta avanza all'FLM la controproposta di aprire al movimento, al dibattito tra le situazioni di lotta, le assemblee di fabbrica e di reparto. La delegazione di massa, a Firenze è vincolata ad alcune discriminanti:
- diciamo no al tentativo di discriminare all'interno del movimento tra una parte, "violenta e intimidatrice" e una parte che sarebbe disposta all'apertura e al confronto;
- diciamo no al tentativo di reintrodurre nel movimento organizzazioni giovanili e di partito che di fatto sono come la FGCI estranei o contrapposti allo sviluppo del movimento;
- il giudizio che il movimento ha dato dei fatti di Roma è molto chiaro, la provocazione è partita dal servizio d'ordine del PCI mascherato dal servizio d'ordine del sindacato, cosa rilevata da molti consigli di fabbrica presenti alla manifestazione. La giusta risposta a questa provocazione è stata data da tutto il movimento e non da una frangia di esso.
La delegazione di massa a Firenze è vincolata ad esprimere il programma immediato del movimento:
- riduzione dell'orario di lavoro e difesa del reddito proletario;
- contro il decreto Stammati;
- contro il piano di preavviamento al lavoro;
- contro la politica dei sacrifici portata avanti dal governo delle astensioni.
Il movimento ribadisce il suo rapporto privilegiato con le avanguardie delle fabbriche, con la nuova opposizione operaia. L'Assemblea si impegna:
- a organizzare in tutte le sedi una giornata di lotta contro la riforma Malfatti e il progetto di riforma del PCI;
- ad appoggiare la manifestazione cittadina del movimento fiorentino indetta per il 7 marzo;
- ad organizzare per il 12 marzo a Roma una grande manifestazione nazionale di lotta contro l'attacco al reddito proletario e all'occupazione, contro il regime del lavoro salariato, per la ripresa della lotta operaia e l'organizzazione autonoma degli operai, degli studenti, dei disoccupati, e di tutti gli sfruttati.
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Fine febbraio
Compagne,
il femminismo non può e non deve essere soltanto lotta contro l'oppressione maschile e per una sessualità libera, scissa da una più complessiva lotta contro il sistema capitalistico e lo specifico sfruttamento che esso pratica sulle donne. Non esiste infatti possibilità di liberazione per nessuno all'interno del sistema oppressivo. Intendiamo per ciò fare chiarezza con tutte quelle componenti del movimento femminista che si dicono di sinistra ma che in realtà avendo come unico obiettivo la lotta fra i sessi, sono oggettivamente borghesi e fanno il gioco del revisionismo. Noi ci riteniamo completamente interne all'occupazione dell'Università e aderiamo totalmente alla sua piattaforma politica, tanto più in quanto supera la dimensione "studentesca" per investire la gestione capitalistica della società. Intendiamo dunque rivendicare la specificità e la centralità delle donne in questa lotta, in quanto prima emarginate negli studi e nella società, condannate alla disoccupazione o al massimo a essere manodopera di riserva. Noi non chiediamo nulla a questo governo (il più saldo e duro governo antioperaio di questi anni), né al PCI, sempre più chiaramente partito organico della borghesia. Lottiamo invece perchè cada il governo delle astensioni e dei sacrifici. Chiariamo anche che rifiutiamo perciò, tanto più ora, qualunque momento unitario di mobilitazione con l'UDI, organizzazione totalmente subalterna al PCI.
INVITIAMO TUTTE LE COMPAGNE A PARTECIPARE ALLE RIUNIONI DELLE COMPAGNE FEMMINISTE DELL'UNIVERSITA' PER ELABORARE UNA NOSTRA PIATTAFORMA SPECIFICA ALL'INTERNO DELLA LOTTA STUDENTESCA E IN PARTICOLARE A INTERVENIRE ALLA RIUNIONE DI MARTEDI' 1 MARZO ALLE h. 17 ALLA CASA DELLO STUDENTE (VIA CESARE DE LOLLIS) PER DECIDERE LE FORME DI MOBILITAZIONE PER L'8 MARZO.
UN GRUPPO DI COMPAGNE FEMMINISTE DELL'OCCUPAZIONE.
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3 marzo 77
Posizione del comitato di Lettere, Filosofia e Lingue in merito ai lavori e alle conclusioni dell'Assemblea nazionale del movimento
1) L'assemblea nazionale svoltasi sabato e domenica nella Facoltà di economia è stata voluta a Roma da tutto il movimento romano come primo momento di dibattito e di confronto tra le diverse realtà di lotta e di movimento esistenti in Italia. Ci si è battuti perchè l'Assemblea si svolgesse a Roma perchè in questa città il movimento ha dimostrato di essere più forte e nuovo che altrove. I compagni di Roma, e prima di tutti il comitato di Lettere non hanno saputo, però, garantire una gestione di movimento dell'assemblea stessa. Il confronto tra le diverse realtà, così indispensabile per poter giungere a posizioni comuni del movimento senza sacrificare l'autonomia delle varie sedi, è stato così schiacciato dallo scontro tra gruppi organizzati contrapposti che hanno riproposto una logica e delle posizioni che sono estranee al movimento e che, se prevalessero, segnerebbero l'immancabile fine del movimento e il ritorno a una pratica politica rifiutata da tempo dalla grande maggioranza dei compagni. Prevaricazioni nell'assemblea sono venute da ogni parte, tanto da chi si è impossessato con la forza della presidenza dell'assemblea, quanto da chi è venuto in forze all'assemblea per cercare di imporre la propria linea politica. La stessa votazione finale è avvenuta in assenza della maggioranza dei compagni e in un clima tale per cui quasi la metà dei presenti non ha potuto manifestare il prorpio dissenso della mozione presentata. A conferma di questo giudizio citiamo il fatto che in contemporanea ai lavori dell'Assemblea nazionale si sono svoltre altre assemblee, una delle quali, in particolare, ha visto la partecipazione di centinaia di compagni di tutte le espressioni del movimento, uniti dalla volontà di rifiutare la violenza e la prevaricazione nella vita politica del movimento stesso.
2) Il comitato di Lettere nel ribadire la sua ferma volontà di impedire che da parte di forze estranee al movimento si attuino divisioni all'interno del movimento tendenti ad isolare, una per volta, le varie componenti del movimento stesso, e nel ribadire d'altra parte il carattere antiriformista delle lotte in queste settimane, ritiene di non potere accettare le conclusioni dell'Assemblea nazionale e non le considera vincolanti per la propria pratica politica futura. Questo non solo per una questione di metodo, pure decisiva, ma per un problema di contenuto: nella mozione conclusiva gran parte delle cose espresse dalle diverse realtà del movimento romano non ha trovato, non a caso, il minimo spazio. Il comitato di Lettere crede d'altra parte che non basta rigettare come estranea al movimento la mozione conclusiva approvata da una parte dei compagni presenti. Si tratta infatti di autocriticare noi stessi in quanto non abbiamo saputo garantire gli impegni che ci siamo presi di fronte ai compagni di tutta Italia.
3) l'autocritica non può e non deve essere formale. Si può trasformare una sconfitta del movimento in una vittoria se, a partire dalla volontà della gran parte dei compagni di garantire il carattere pacifico e non prevaricatorio della vita del movimento, si riesce ad aprire un dibattito sulla natura del movimento, sui suoi compiti e sulle strutture organizzative necessarie al movimento stesso. Questo non nello spirito di contrapporre una organizzazione del movimento a una dei gruppi e del PCI, non nello spirito di rispondere a una prevaricazione con un'altra prevaricazione; ma anzi ribadendo che questo movimento è nato a partire dall'individuazione dei diversi bisogni che la massa dei giovani esprime, e vive con la convinzione che siano i bisogni e l'essere sociale il terreno unificante del movimento, e la contrapposizione tra linee politiche precostituite il terreno di divisione, praticando il quale il movimento morirebbe come in passato. Si tratta dunque di aprire con più forza un dibattito su chi siamo e cosa vogliamo e su come garantire che il movimento non sia sempre prevaricato da gruppi e forze organizzate, quale che sia la loro etichetta. Questo dibattito ha senso se vede la partecipazione della maggioranza dei compagni che del movimento sono stati e sono protagonisti; e se viene condotto fuori da ogni preclusione dogmatica, come ulteriore momento di critica della politica e del modo di far politica.
4) il comitato di Lettere si assume la responsabilità di indire su questi temi un'assemblea cittadina del movimento, della quale si impegna a garantire il regolare e pacifico svolgimento, al fine di poter arrivare a prendere delle decisioni comuni per garantire la vita del movimento. Il comitato di Lettere assume come punto di partenza di questo dibattito la proposta di organizzazione del movimento elaborata dai compagni della commissione inchiesta e decide di stampare questa mozione in un volantone da diffondere in tutto l'Ateneo.
17
3 marzo 77
ABBIAMO DANZATO A LUNGO INTORNO AL TOTEM della nostra Lucida Follia....
Abbiamo danzato e giocato intorno al fuoco della nostra Umanità. Abbiamo dipinto i nostri volti con i colori della Guerra e della Festa, della Fantasia e dell'Amore, della Gioia e della Natura. Abbiamo scaldato i nostri corpi con il fuoco delle nostre Vibrazioni, con la tristezza e il sorriso, con le lacrime e la felicità dei nostri sguardi. Abbiamo danzato e lottato con il volto bagnato dalla pioggia, con i capelli sferzati dal vento.....
LA STAGIONE DELLE GRANDI PIOGGE E' FINITA.... 10, 100, 1000 MANI OVUNQUE, SI SONO STRETTE PER INNALZARE L'ASCIA DI GUERRA!!!! LA STAGIONE DEL SOLE E DEI MILLE COLORI E' ARRIVATA!!!!!
E' TEMPO che il popolo degli Uomini scenda nelle verdi vallate per riprendersi tutto il mondo che gli appartiene da quando i fiumi scendono dalle montagne, le nubi solcano il cielo e gli uccelli nell'aria cantano il loro messaggio d'amore. Le giacche blu hanno distrutto tutto ciò che un tempo era vita, hanno soffocato con l'acciaio e il cemento il respiro della natura. HANNO CREATO UN DESERTO DI MORTE E LO HANNO CHIAMATO "PROGRESSO"! Ma il Popolo degli Uomini ha ritrovato se stesso, la sua forza, la sua fantasia e la sua volontà di vittoria e grida più forte che mai, con gioia e disperazione con amore e odio: GUERRA!!!
Che i nostri TAM TAM suonino più forte che mai... Che il nostro canto giunga a tutte le tribù degli emarginati, fricchettoni, apprendisti, drogati, studenti, omosessuali, femministe, poeti pazzi e pazzi poetici, bambini, animali, piante per radunarsi in un grande HAPPENING di guerra e festa MERCOLEDI' ALLE ORE 17 a Campo de' Fiori per imporre ai visi pallidi la loro resa senza condizioni sugli obiettivi approvati dall'assemblea del Popolo degli Uomini il 25 febbraio:
1) Libertà per Paolo E Daddo e tutti i compagni arrestati;
2) abolizione dei carceri minorili (come tappa per l'abolizione di tutte le prigioni), abolizione del foglio di via;
3) requisizione di tutti gli edifici sfitti per la loro utilizzazione come centri di aggregazione, socializzazione dei giovani per una via alternativa dalle famiglie;
4) finanziamento pubblico dei centri alternativi di disintossicazione dall'eroina e di tutte le iniziative culturali autogestite;
5) riduzione generale dei prezzi del cinema, teatri e di tutte le iniziative culturali alla cifra fissata dal movimento giovanile;
6) liberalizzazione totale della MARIJUANA, HASHISH, LSD, PEYOTE, dell'uso, abuso, circolazione e coltivazione, con monopolio tutto ciò esercitato dal movimento;
7) retribuzione dell'ozio giovanile;
8) chilometri quadrati di verde per ogni essere umano o animale;
9) liberazione immediata di tutti gli animali prigionieri nelle case o nelle gabbie;
10) demolizione del giardino zoologico e diritto per tutti gli animali prigionieri di tornare nel loro paese di origine;
11) demolizione dell'altare della patria e sostituzione di esso con tutte le forme di vegetazione, con gli animali che aderiscono spontaneamente all'iniziativa, con il laghetto per le anatre, cigni, rane, e altra fauna ittica;
12) l'uso alternativo degli aerei Hercules per servizi di trasporto gratuiti dei giovani a MACHU PICHU (Perù) per la festa del sole. L'assemblea del popolo degli uomini propone da subito la pratica a livello territoriale di RONDE ANTIFAMIGLIA MILITANTI, per strappare i giovani e specialmente le giovani alla tirannia patriarcale e poter vivere collettivamente il giorno, il pomeriggio e le mille notti che verranno!
GLI INDIANI METROPOLITANI
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5 marzo 77
Domenica giornata di festa e di lotta della Luna Nuova
Le giacche grigie (cioè le Guardie di Finanza) vogliono sgomberare il "IV Novembre", un grosso edificio occupato da più di sedici lune dai compagni di Ostia per farne un centro sociale. Vogliono sgomberarlo per allargare il loro forte (adiacente al centro sociale) e ricacciare i compagni nelle riserve dell'emarginazione e della noia. Gli indiani metropolitani suonano i loro tamtam per chiamare a raccolta tutte le tribù del popolo degli uomini. Per impedire che il loro territorio libero del "IV Novembre" torni nelle mani dei cervelli di latta. Domenica la luna nuova illuminerà i nostri volti segnati dai colori di guerra per una giornata di festa e di lotta con i compagni di Ostia, per difendere i nostri spazi e conquistarne altri mille.
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5 marzo 77
Come Intercommissioni Femministe dell'Università sentiamo l'esigenza di rispondere alle accuse che ci sono state rivolte da alcune compagne sia in un volantino distribuito all'Università il 23-2 che in un manifesto affisso a Lettere il 2-3. A queste compagne che puntano a far apparire il Movimento femminista dell'occupazione spaccato tra una linea di falsa sinistra "sessista" e una di classe, vogliamo chiarire che quello che ha qualificato la nascita stessa del Movimento femminista è stato l'assumere fino in fondo la contraddizione uomo-donna e questo per noi, significa essere di sinistra ma senza un'ottica di schieramento. La società borghese porta profondamente dentro di sé questa contraddizione e il nostro modo di opporci è proprio quello di affrontare tutti i momenti di oppressione partendo dalla nostra condizione di subalternità nella divisione sessuale dei ruoli. Il Movimento femminista nell'Università non si presta ad essere etichettato in schieramenti di destra o di sinistra in quanto esiste come Movimento che ha all'interno varie componenti in autonomia, che si riconoscono nella lotta alla divisione sessuale dei ruoli. Sono tutte false le dichiarazioni per cui il movimento femminista romano avrebbe deciso di aderire alla mobilitazione dell'UDI dell'8 marzo. Noi l'8 marzo vogliamo scendere in piazza sui contenuti, ben lontani da ottiche solo emancipatorie e su questi ci vogliamo confrontare con tutte le donne (e non organizzazioni!). Riguardo la lotta contro l'obiezione di coscienza dei medici da portare a tutti gli ospedali, che è partita dal S. Giacomo è nostra volontà e necessità sviluppare il rapporto con tutto il personale medico e paramedico. E' mistificante attribuirci strutture verticistiche dato che il movimento ha sempre concepite e vissute le assemblee come momenti di confronti sui contenuti e non come arene in cui si combattono schieramenti e fazioni. La nostra autonomia non può essere volutamente interpretata come separatezza dal sociale: in questi giorni di occupazione all'Università le compagne hanno dimostrato la capacità di rapportarsi in modo propositivo al movimento di lotta che si è sviluppato e di stare dentro questo progetto di opposizione con IDENTITA' POLITICA, CHE ESPRIME CHIARAMENTE CONTENUTI ANTIREVISIONISTI. SIAMO PROPRIO NOI CHE COME MOVIMENTO VOGLIAMO ROMPERE L'ISOLAMENTO IN CUI LE DONNE SON TENUTE DA SECOLI DAL PUBBLICO E DAL POLITICO!
Via Prati della Farnesina, 58
Marzo 1977 Cicl. in proprio
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5 marzo 77
Comunicato stampa della commissione controinformazione del movimento di lotta dell'Università
La manifestazione contro la condanna di Fabrizio Panzieri, infame e provocatoria nei confronti del movimento, era stata convocata a piazzale delle Scienze, alle ore 16 e 30. Tra le 16 e 30 e le 17 migliaia di compagni si concentrano all'interno dell'Ateneo e cominciano a formare le file del corteo. La polizia, schierata in modo intimidatorio, blocca tutto il piazzale delle Scienze e perquisisce chiunque si avvicini all'Università. Alcuni delegati dei Comitati di Lotta iniziano la trattativa con i reponsabili della polizia. La nostra proposta di un corteo che passi davanti al carcere di Regina Coeli e si concluda con un comizio a Piazza Mastai viene bocciata. Il corteo, ci viene detto, non può avvicinarsi al carcere, perchè c'è pericolo di rivolta dei detenuti. Proponiamo allora un percorso alternativo, che raggiunga Trastevere senza passare per Regina Coeli. Anche questo percorso viene vietato. Le ultime parole dei funzionari sono inaccettabilmente provocatorie: Non deve partire nessun corteo. Gli scontri sono cominciati con una carica assolutamente ingiustificata dei carabinieri contro alcuni compagni che, provenendo da Via dei Liburni e da Via dei Marruccini, volevano riunirsi alla manifestazione. Subito dopo è partita una fitta scarica di lacrimogeni contro i compagni riuniti all'interno dell'Ateneo. La risposta del movimento è stata ferma e responsabile. Nonostante la criminale quantità di lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo abbiamo difeso l'Università quanto è bastato per organizzare dei cortei che sono usciti da via de Lollis. Così si è ottenuto un doppio successo politico: si è evitato un massacro all'interno dell'Università e si è riusciti a battere la prevaricazione del Ministero dell'Interno. Diversi cortei, dei quali uno di diecimila persone, sono riusciti a portare la protesta fino al centro cittadino. Questi cortei sono stati più volte aggrediti da cariche della polizia, che, sconfitta, aveva ormai perso la testa: da cariche a freddo, caroselli, colpi di pistola, raffiche di mitra.
LA NOSTRA AUTODIFESA E' STATA DI MASSA, COME DIMOSTRA IL FATTO CHE I CORTEI SI SONO MANTENUTI COMPATTI E NUMEROSI, USCENDO DALLA GIORNATA CON UNA GRANDE VITTORIA POLITICA.
Il movimento di lotta, con la giornata di sabato 5 marzo ha ribadito il suo diritto a manifestare come e quando ritiene opportuno. E se riaffermare questo diritto richiede l'uso della forza è perché lo Stato, il Governo, le istituzioni, usano la forza per impedire i movimenti di rivolta contro quest'ordine Sociale. I giovani proletari, i disoccupati, i laureati senza lavoro, le donne, gli operai, gli studenti che vivono in condizioni oggettive di povertà, non hanno altri strumenti per organizzarsi che partire dai propri bisogni. La DC e il governo o usano la polizia o varano disegni di legge antioperai e antipopolari che non lasciano spazio al soddisfacimento dei bisogni di chi non ha salario né lavoro. Il PCI e le direzioni sindacali, nella loro politica di sostegno al governo Andreotti, nel loro rispetto delle compatibilità imposte dalla crisi capitalistica, usano una falsa contrapposizione tra occupati e disoccupati per soffocare i nuovi movimenti di lotta (come si è tentato a Roma e a Torino) e con la continua, vergognosa campagna di stampa de l'"Unità", e di altri giornali da loro controllati. La richiesta di reddito, di salario, di lavoro, il diritto alla vita sono rivendicazioni sacrosante e pongono dei problemi che vanno risolti. Il movimento di lotta, mentre rivendica con forza la libertà dei compagni arrestati durante le criminali cariche della polizia, diffida la magistratura, la polizia, la stampa, a costruire montature contro questi compagni per fare di loro dei capri espiatori di una mobilitazione che invece ha visto la partecipazione di migliaia di persone.
PER RIAFFERMARE CON FORZA I NOSTRI BISOGNI, IL NOSTRO DIRITTO ALLA LOTTA INVITIAMO I GIOVANI PROLETARI, I DISOCCUPATI DEL SUD E DEL NORD, LE DONNE, GLI OPERAI, I PROLETARI, TUTTI I RIVOLUZIONARI A UNA SETTIMANA DI INTENSA MOBILITAZIONE E DI LOTTA CHE VEDA UN PRIMO MOMENTO DI UNIFICAZIONE E DI LOTTA NELLA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEL 12 MARZO A ROMA
COMUNICATO STAMPA DELLA COMMISSIONE CONTROINFORMAZIONE DEL MOVIMENTO DI LOTTA