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5 luglio 77

 

L' appello degli intellettuali francesi.

 

Nel momento in cui, per la seconda volta, si tiene a Belgrado la conferenza Est-Ovest, noi vogliamo attirare l'attenzione sui gravi avvenimenti che si svolgono attualmente in Italia e più particolarmente sulla repressione che si sta abbattendo sui militanti operai e sui dissidenti intellettuali in lotta contro il compromesso storico. In queste condizioni che vuol dire oggi, in Italia "compromesso storico"? Il "socialismo dal volto umano" ha, negli ultimi mesi, svelato il suo vero aspetto: da un lato sviluppo di un sistema di controllo repressivo su una classe operaia e un proletariato giovanile che rifiutano di pagare il prezzo della crisi, dall'altro, progetto di spartizione dello Stato con la DC (banche ed esercito alla DC; polizia, controllo sociale e territoriale al PCI) per mezzo di un reale partito "unico". E' contro questo stato di fatto che si sono ribellati in questi ultimi mesi i giovani proletari e i dissidenti intellettuali. Come si è arrivati a questa situazione? Cosa è successo esattamente? Dal mese di febbraio l'Italia è scossa dalla rivolta di giovani proletari, dei disoccupati e degli studenti, dei dimenticati dal compromesso storico e dal gioco istituzionale. Alla politica dell'austerità e dei scarifici essi hanno risposto con l'occupazione delle Università, le manifestazioni di massa, la lotta contro il lavoro nero, gli scioperi selvaggi, il sabotaggio e l'assenteismo nelle fabbriche, usando tutta la feroce ironia e la creatività di quelli che, esclusi dal potere, non hanno più niente da perdere: "Sacrifici! Sacrifici!", "Lama, frustaci!", "I ladri democristiani sono innocenti, siamo noi i veri delinquenti!", "Più chiese, meno case!". La risposta della polizia della DC e del PCI è stata senza ombra di ambiguità: divieto di ogni manifestazione a Roma, stato di assedio permanente a Bologna con autoblindo per le strade, colpi d'arma da fuoco sulla folla. E' contro questa provocazione permanente che il movimento ha dovuto difendersi. A coloro che li accusano di essere finanziati dalla CIA e dal KGB gli esclusi dal compromesso storico rispondono: "il nostro complotto è la nostra intelligenza, il vostro è quello che serve ad utilizzare il nostro movimento di rivolta per avviare l'escalation del terrore". Bisogna ricordare che:

- trecento militanti, tra i quali numerosi operai, sono attualmente in carcere in Italia;

- i loro difensori sono sistematicamente perseguitati: arresto degli avvocati Cappelli, Senese, Spazzali e di altri nove militanti del Soccorso Rosso, forme di repressione queste che si ispirano ai metodi utilizzati in Germania;

- criminalizzazione dei professori e degli studenti dell'Istituto di Scienze Politiche di Padova di cui dodici sono stati accusati di "associazione sovversiva": Guido Bianchini, Luciano Ferrari Bravo, Antonio Negri, ecc.;

- perquisizioni nelle case editrici: Area, Erba Voglio, Bertani, con l'arresto di quest' ultimo editore. Fatto senza precedenti: la raccolta delle prove viene tratta da un libro sul movimento di Bologna. Perquisizione delle abitazioni degli scrittori Nanni Balestrini ed Elvio Facchinelli. Arresto di Angelo Pasquini redattore della rivista letteraria ZUT;

- chiusura dell'emittente Radio Alice di Bologna e sequestro del materiale, arresto di dodici redattori di Radio Alice;

- campagna di stampa tendente a identificare la lotta del movimento e le sue espressioni culturali come un complotto; incitare lo Stato ad organizzare una vera e propria "caccia alle streghe".

I sottoscritti esigono la liberazione immediata di tutti i militanti arrestati, la fine della persecuzione e della campagna di diffamazione contro il movimento e la sua attività culturale, proclamando la loro solidarietà con tutti i dissidenti attualmente sotto inchiesta.

 

J.P. Sartre, M Foucault, F. Guattari, G. Deleuze, R. Barthes, F. Vahl, P. Sollers, D. Roche, P. Gavi, M.A. Macciocchi, C. Guillerme e altri.

 

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15 settembre 77

 

Adesione di Radio Città Futura di Roma

 

L'accordo dei sei partiti dell'arco costituzionale ha aperto e caratterizzato una nuova fase politica, evidenziando la fine di qualsiasi opposizione svolta dai partiti della sinistra storica e segnando la svolta della collaborazione di classe anche a livello governativo. Mentre da una parte la borghesia si vede costretta, dopo il 20 giugno e l'avanzata del PCI, ad aprire nei confronti di questo partito per risolvere una crisi di direzione sviluppatasi negli ultimi anni dall'altra, e in maniera sempre più evidente, cerca di utilizzare a fondo questa nuova disponibilità del PCI-nuova per ampiezza alla collaborazione e al compromesso al fine di disorientare e dividere il movimento operaio e assestare gravi colpi all'intero schieramento di classe, colpi capaci, di ristabilire i tassi di profitto, aumentare il saggio di sfruttamento sulla classe operaia e avviare la necessaria ristrutturazione capitalistica. In questo contesto i disegni del PCI appaiono fin troppo chiari: il controllo sociale, la pace in fabbrica, il blocco delle lotte operaie rappresentano la merce di scambio per un accelerato inserimento, in termini di potere politico, all'interno dello stato borghese. Nelle sue intenzioni il PCI si è già fatto Stato - come interpretare diversamente la nozione di ordine pubblico democratico che vede il PCI lanciato in una difesa appassionata delle forze repressive borghesi o il richiamo di Argan all'esercito come braccio armato del popolo? - ma questa sua attiva collaborazione di classe gli costa prezzi altissimi in termini di disorientamento e indebolimento della forza operaia, che era andata crescendo nell'ultimo decennio di lotte. A questo disorientamento crescente, a questa sfiducia che investe anche vecchi quadri di partito, la direzione burocratica del PCI risponde oggi compattando la sua base su una guerra santa contro l'estremismo che è presentata come una difesa dei suoi festival delle sue sezioni, dei suoi comizi sindacali. In questo la direzione del PCI trova facile gioco grazie alla politica demenziale di settore dell'autonomia organizzata che considerano il partito comunista e le sue strutture come nemico principale ed elemento centrale dello stato del capitale. In questa nuova fase l'unico ruolo di opposizione politica di massa è stato finora svolto dal movimento di lotta che si è raccolto da febbraio in poi intorno alle Università estendendosi ad altri settori proletari in lotta per l'occupazione, la difesa del salario e dei livelli di vita. Nonostante tutti gli errori che a volte hanno facilitato la ghettizzazione di questa opposizione, il movimento di lotta ha saputo amplificare e moltiplicare le contraddizioni che la politica collaborazionista portava in sè. Se per la borghesia questo movimento era, da subito, un nemico da eliminare attraverso la sua criminalizzazione, per il PCI esso rappresentava un grave pericolo con il suo carattere anticapitalistico ed eversivo. Il partito comunista si trovava nella difficoltà di mostrare alla borghesia un controllo sociale operante anche sulla cosiddetta seconda società. Questa prova di forza è fallita il 17 febbraio con la cacciata di Lama dall'Università di Roma. Da allora la repressione è andata crescendo e questa funzione di criminalizzazione ha trovato concordi borghesi e riformisti, presentandosi come un motivo di compattamento interclassista e ridando vigore all'ipotesi di compromesso storico. In questa situazione il Convegno di Bologna si deve porre come momento di chiarezza sul fatto che il discorso sulla repressione non è soltanto salvaguardia degli spazi democratici ma anche momento di analisi complessiva su come si va configurando l'accordo DC-PCI. Deve essere chiaro a tutti i compagni che ogni risposta che non tenga conto della mobilitazione di massa è destinata ad essere perdente; né una difesa istituzionale o di semplice denuncia con l'aiuto di pochi intellettuali democratici, né l'illusione di potersi opporre alla repressione accettando il livello di scontro che lo stato impone al movimento possono sostituire la forza di un movimento di massa. Dietro queste risposte si nascondono due ipotesi contrastanti ma entrambi fallimentari: la prima punta a ricoprire uno spazio di opposizione istituzionale lasciato vacante dal PCI, la seconda, portando alle estreme conseguenze un'analisi sbagliata tutta incentrata sui concetti come la socialdemocratizzazione del PCI e il rafforzamento dell'esecutivo all'interno di una germanizzazione già in atto nel paese, delega alla risposta armata l'unica possibilità di opposizione reale, coinvolgendo il movimento in uno scontro frontale perdente. Invece, l'opposizione reale deve nascere da una maggiore consapevolezza del movimento nel porsi il problema delle alleanze, diventando polo di aggregazione di tutti i settori attaccati dalla crisi e dalla ristrutturazione capitalistica. Questa è la prima tappa per la costruzione di un fronte anticapitalista che si ponga coscientemente il problema della rottura dello stato borghese e della costruzione del socialismo. In quest'ambito l'impegno di Radio Città Futura è un preciso momento di lotta contro il monopolio dell'informazione borghese e contro le barriere che l'informazione riformista è riuscita finora ad innalzare tra movimento di lotta e classe operaia sindacalizzata. Per questo i lavoratori di RCF aderiscono al Convegno di Bologna e si impegnano a un'informazione militante e alla massima divulgazione dei temi di dibattito e delle iniziative di lotta che da qui emergeranno.

 

15 settembre 1977

L'assemblea dei lavoratori di RCF

 

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17 settembre 77

 

Intervento al dibattito su Lotta Continua del 17 settembre di un gruppo di compagni del Movimento Romano.

 

Per intervenire della discussione in corso su LC a proposito dell'assemblea di Bologna, abbiamo scelto la forma dello scritto collettivo perchè abbiamo riscontrato nel corso dell'attività di questi mesi nel movimento romano, una convergenza di idee su alcune questioni fondamentali che riguardano, a nostro avviso la vita e la crescita del movimento stesso. A partire dalla manifestazione nazionale del 12 marzo, e dai gravi errori che poterono manifestarvisi, abbiamo cercato con risultati solo parzialmente soddisfacenti, di suscitare una riflessione profonda e autocritica sulle cause che impedivano al movimento di dispiegare le proprie potenzialità e di agire come propulsore di una vasta opposizione rivoluzionaria al compromesso storico operante. Nello stesso tempo ci siamo sforzati di evitare che il movimento cadesse nella trappola che lo Stato andava tendendo e incontro alla quale si dirigevano settori consistenti dell'autonomia organizzata. I problemi di allora si ripresentano quasi immutati in vista dell'incontro di Bologna che di fatto si configura non come un raduno di generici dissidenti ma come assemblea nazionale del movimento che ha lottato nei mesi scorsi e di coloro che con esso hanno attivamente solidarizzato. A differenza, però, delle precedenti assemblee nazionali, non ci si può né ci si deve attendere lo scontro tra mozioni, la vittoria di una linea, bensì che il maggior numero di compagni possa contribuire con idee, proposte, iniziative e, perchè no, teoria, alla crescita qualitativa e quantitativa dell'opposizione rivoluzionaria in Italia. Innanzitutto ci pare indispensabile una riflessione sul movimento stesso. Sui mesi passati sta già crescendo una piccola mitologia, alimentata anche dall'apparato di informazione borghese che, ben ammaestrato dal '68, ha sviluppato una capacità di manipolazione elevatissima e riesce a rendere moda e a vendere anche la rivolta, se questa non si evolve e non si sviluppa. Secondo noi, il movimento ha avuto una grande importanza perchè ha rappresentato la prima risposta di massa al compromesso storico operante e perchè, in potenza, costituiva e può costituire ancora un esempio generalizzabile tra la classe operaia. La cacciata di lama dall'Università di Roma ha mostrato che un movimento di massa dalle caratteristiche assai varie, ma comunque organizzato in gran parte secondo idee e obiettivi marxisti metteva in crisi il controllo revisionista e il compromesso storico. Però proprio a partire dalla cacciata di Lama, sono affiorati, almeno a Roma, i limiti del movimento stesso. Intanto il ruolo della cosiddetta autonomia organizzata è cresciuto notevolmente e non ha trovato subito una organica opposizione teorico e pratica. Lo scontro contro l'apparato dello Stato che proprio su questo terreno voleva trascinarci, è divenuto l'elemento distintivo all'esterno. Il governo e il PCI sono riusciti a spostare tutta l'attenzione della gente, ed anche della classe operaia nella sua maggioranza, sullo scontro militare tra Stato e movimento. Ci siamo soffermati su questo argomento in un lungo tatsebao documento affisso nella facoltà di Lettere ai primi di maggio che almeno molti compagni romani avranno avuto modo di leggere. E non intendiamo, per limiti di spazio, insistervi troppo. C'è da dire, però, che la polemica sul militarismo e sull'insurrezionalismo ha costretto il movimento romano - e ci pare, anche quello delle altre città - a trascurare la battaglia contro quelle posizioni ideologiche e quelle interpretazioni della realtà italiana che sono alla base delle deformazioni militariste stesse. Di questo prima, durante e dopo Bologna, dovremo parlare. Nella più benevola delle ipotesi, si può dire che i gruppi dell'autonomia di origine "potere operaista" e i Comitati Autonomi Romani, pur tra differenze, confondono alcune linee di tendenza possibili con la realtà in atto. Così come la "nuova sinistra" trasse a suo tempo, da alcuni indizi favorevoli del 20 giugno, la conclusione che l'Italia sarebbe stata presto "Rossa" ed era il momento del "governo delle sinistre", ora questi compagni traggono dall'accentuarsi della repressione contro alcune avanguardie e dal rafforzarsi dell'autoritarismo statale conclusioni catastrofiche e paragoni avventati con la Germania (se non addirittura con la Polonia). Il grottesco è che proprio i teorici dell'operaismo italiano per anni si erano affannati per dimostrare che la classe operaia "utilizzava" il PCI solamente per i propri fini, che mai e poi mai avrebbe consentito al PCI stesso l'inserimento nell'area del potere borghese. Ed ora la stessa classe operaia, nel giro di un anno avrebbe permesso l'instaurarsi della cosiddetta "socialdemocrazia autoritaria" o germanica, senza colpo ferire. Ci sembra che questi compagni non si rendano conto che consistenti strati operai e popolari seguono tuttora la linea del PCI non per entusiasmo verso il compromesso storico, ma perchè si illudono che per questa via si possa uscira dalla crisi nel modo meno doloroso. E' vero che il PCI ha fatto propri contenuti e pratiche della socialdemocrazia e che oggi è portato naturalmente a farsi carico dell'autoritarismo statale e della repressione, ma l'accentuarsi della crisi economica in presenza di un movimento che riesca a collegarsi con gli strati operai che la crisi stessa libera dall'egemonia revisionista e sindacale ci fa ritenere possibile un contrattacco che spezzi la ristrutturazione capitalistica e le tendenze autoritarie. A meno di non concludere che la stessa classe operaia è consapevolmente riformista o complice della repressione (e lo si comincia a dire, seppur tra le righe!) oppure che la classe operaia vera è un'altra (e si ricorre all'operaio "sociale", al "non garantito", all'intellettuale disoccupato come nuove figure rivoluzionarie). Certo oggi lo scontro frontale con la linea del PCI è all'ordine del giorno. Ma ritengono veramente i compagni dell'autonomia che possa avvenire nei modi e nelle forme con cui ci si scontra con la DC o con i fascisti? Come ha scritto su LC Sergio Bologna: "Voi crederete che in questa situazione PCI e sindacato continueranno a svolgere pura opera di repressione? Voi pensate che un movimento operaio che non è una socialdemocrazia tradizionale ma una socialdemocrazia che ha introiettato, esorcizzato tutti gli elementi di leninismo possa farsi fregare così banalmente? Già si parla di "nuovo autunno", già si ripresenta la storica ambiguità del partito e del sindacato ed ai cervelli.... in perenne ricerca di schemi semplici.... si presenteranno nuovi grattacapi". In effetti sono circa dieci anni che qualcuno ci spiega che il PCI sta per essere travolto dalle masse, salvo poi farneticare quando le cose non vanno come aveva previsto! Noi crediamo che il patto stipulato tra i partiti dell'arco costituzionale non risolva affatto i problemi della borghesia italiana. Non si vede infatti quali frazioni di essa siano in grado di organizzare un consenso sociale attorno ad una dura opera di stabilizzazione: né la borghesia italiana può certo garantire alla classe quelle contropartite economiche che hanno consentito al capitalismo tedesco di sopire la lotta di classe, reprimere le avanguardie ed estendere su tutta la società il suo comando. Anche solo per questi motivi la difficoltà ad imbavagliare la lotta di classe si accentueranno e molte occasioni si presenteranno per chi vuole costituire un'opposizione rivoluzionaria in Italia. Ma ci sono anche molte insidie: non solo lo Stato fomenta e ricerca lo scontro frontale col movimento, ma anche il PCI cerca lo scontro di piazza per mascherare quello politico e strategico. Questa osservazione, è ovvio, vale, in particolare, per i tre giorni che passeremo a Bologna: ma già alcuni fatti intorno a sezioni del PCI a Roma sono segnali di allarme sulle intenzioni del PCI e sulle facilità con cui queste provocazioni vengono accettate e rilanciate da settori del movimento. (Due righe di sfuggita sul Manifesto, che ha approfittato per strillare "Il PCI non si tocca! Esso adempie alle funzioni di sempre ma con una differenza. Mentre ieri poteva rappresentare il legame sotterraneo del PCI con quanto si muoveva alla sua sinistra, oggi deve ricorrere all'imbroglio, alla truffa per far parlare di sè. Fa credere di essere una componente del movimento e minaccia grandi battaglie: è una minaccia che non può mantenere perchè può contare, al più, su un paio di osservatori e/o giornalisti nelle file del movimento. La Rossanda, che, dopo il 19 maggio, aveva invitato tutti ad imparare dal movimento romano, si guarda bene, e non a caso, dal dare il buon esempio). Queste sono alcune delle cose che dovremo discutere a fondo. Un'ultima osservazione: non ci si può nascondere l'estrema fragilità del movimento sul piano della battaglia culturale. Per restare agli ultimi avvenimenti per es., è innegabile che se l'appello degli intellettuali francesi è stato utile per frenare la repressione ha anche costituito un cappello su tutta l'iniziativa di Bologna, di cui avremmo fatto volentieri a meno. Ogni giorno gli "operatori culturali" borghesi ci attribuiscono i legami culturali più disparati e ambigui (vedi il lancio pubblicitario dei noveaux philosophes) senza che da parte nostra ci sia un'iniziativa culturale adeguata e autonoma. Fanno di tutto per dimostrare che non abbiamo niente a che fare con il movimento operaio ed è male sottovalutare il peso di questa campagna (che non si rovescia solo con le lotte). Ma c'è dell'altro ed è anche più importante. Molti compagni hanno smesso di fare i "militanti a vita" non tanto perchè il PDUP si è diviso, Il Manifesto si è incanaglito e il gruppo parlamentare di DP si è rivelato quel circo Barnum dell'opportunismo che ci si poteva aspettare: bensì perchè sono stati colpiti in alcune grandi certezze o in alcuni grandi ideali, se si preferisce. In questo senso, ad es., il crollo del mito Cina non è stato valutato ancora nelle giuste dimensioni. Aver identificato marxismo, leninismo e Cina ha fatto si che alcuni ora percorreranno il cammino inverso e, rifiutata la politica del PCC, si cominciano a domandare se la colpa di tutto non sia del marxismo. La parola stessa "socialismo" rischia di diventare indefinita se non si affrontano le questioni di che cosa c'è nei Paesi dell'Est, in Cina, a Cuba, nel Vietnam. Il marxismo è certo in crisi, ma non pensiamo che il problema si risolva a colpi di psicanalisi o di linguistica. Se le risposte non cerchiamo di darle noi utilizzando il marxismo, ci sarà sempre qualche "nuovo opportunista" che contrabbanderà per idee nuove quanto i più intelligenti difensori dello Stato liberalborghese hanno scritto da decenni a proposito dell'URSS. Per quanto riguarda l'organizzazione del convegno riteniamo opportuno che i compagni di Bologna prevedano accanto alle assemblee generali una articolazione in commissioni di lavoro per riprendere e sviluppare i temi proposti ed i temi di lotta emersi nei mesi scorsi e che acquisteranno ancor più valore nell'immediato futuro: la lotta per l'occupazione e per un lavoro diverso, per la difesa e l'accrescimento del salario reale, per la casa, per la scuola di massa per l'estensione della democrazia, per la difesa dell'ambiente contro le multinazionali del petrolio e nucleari.

 

Piero Bernocchi, Enrico Compagnoni, Paolo D'Aversa, Cesare Donnhauser, Cesare Filleri, Franco Mistretta, Raoul Mordenti, Gianni Proiettis, Renzo Rossellini, Massimo Scalia, Raffaele Striano.

 

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Fine settembre

 

Adesione del Coordinamento Soldati Democratici di Roma e Mov. Dem. dei soldati del Nord Italia.

 

L'assemblea del coordinamento del Movimento dei Soldati del Nord Italia riunitosi a Milano il 3/9/1977 ha visto la partecipazione delle seguenti situazioni: Novara, Bellinzago, Lenta, Torino, Roma, Udine, Solbiate Olona, Milano. Il coordinamento ha preso in esame la legge sui principi recentemente approvata dalla Camera. Il dibattito ha messo in luce come tale legge costituisce un attacco alla reale democratizzazione delle FF.AA. ed in particolare al movimento e alle lotte dei soldati democratici che si sono organizzati all'interno delle caserme. E' stata rilevata la demagogia con cui la Dc e le forze politiche astensioniste tendono a presentare questa iniziativa come un avanzamento dei diritti politici dei soldati democratici. Tale legge riconferma invece nella sostanza la logica e la tendenza reazionaria funzionale al processo di ristrutturazione e all'utilizzo dei militari in ordine pubblico. In particolare è evidente il tentativo di non permettere ai soldati di discutere dei problemi inerenti alle FF.AA. e di delegare a dei rappresentanti facilmente strumentalizzabili la difesa delle condizioni e delle esigenze politiche democratiche dei militari. Ritiene fondamentale che tutti i nuclei e i coordinamenti del MdS sviluppino in sede locale ampi momenti di discussione e di iniziativa per fare la dovuta chiarezza su tale legge e a riproporre gli obiettivi propri del MdS. I compagni intervenuti hanno evidenziato che oggi come mai la lotta contro tale legge deve vedere momenti di unità e di organizzazione sulla base di obiettivi precisi tra il MdS e tutti i movimenti di lotta che si stanno schierando all'opposizione contro il governo delle astensioni e a tutto ciò che esso esprime: dalla complice fuga di Kappler, alle tangenti del Friuli, dalla repressione, alle leggi liberticide. In particolare sul terreno della democrazia è decisivo che il MdS sviluppi analisi e proposte proprie. Su questi temi il coordinamento decide di aderire al convegno sulla repressione che si terrà a Bologna nei giorni 23, 24, 25 settembre. Invita già da ora tutti i compagni dei vari nuclei e coordinamenti del MdS a partecipare a questo convegno e a garantire la più ampia partecipazione di soldati, portando e inviando tutto il materiale di controinformazione prodotto dalle varie strutture. Scopo di questa centralizzazione di materiale è quello di incominciare a dare gambe concrete alla realizzazione del libro bianco di controinformazione sulla questione delle FF.AA. Del processo di svolta autoritaria portato avanti dal governo, fa parte anche la legge Lattanzio, che mira alla distruzione del movimento dei soldati e che vorrebbe far si che le FF.AA. si stringano ancor di più alle scelte governative. La legge mira a lasciare spazio all'intervento in ordine pubblico dell'esercito, come è stato dimostrato dai fatti accaduti negli ultimi mesi (...). Il coordinamento dei soldati democratici di Roma si impegna a stabilire rapporti di unità e di lotta con le forze sociali per allargare il fronte di opposizione all'attuale schieramento politico, e come primo momento sceglie di partecipare al convegno di Bologna come ha già fatto il coordinamento dei soldati del nord italia. Invita poi tutti i soldati che non potranno venire a Bologna per il 23, 24, e 25 a tenere forme di propaganda e discussione sul tema della legge Lattanzio, dell'emarginazione dei giovani in caserma sulla repressione, ecc. Il movimento dei soldati parteciperà al convegno di Bologna tenendo presente la necessità di portare il punto di vista dei soldati su una serie di problemi che vanno dalla repressione portata avanti dagli apparati dello Stato, agli allarmi di marzo e di maggio, portando la voce di chi il 19 maggio stava in caserma (...). Altrettanto importante sarà l'esperienza di lotta che i compagni del movimento porteranno ai soldati presenti a Bologna. Noi militari democratici di leva sottolineiamo che la caratteristica del convegno dovrà essere quella del confronto e del dibattito aperto, e non quella della prevaricazione.

 

Coordinamento dei soldati democratici di Roma.

 

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Fine settembre

 

Adesione dei docenti Precari dell'Università di Bologna

 

Noi come docenti precari nell'Università presenti nel movimento sebbene in esigua minoranza, abbiamo scelto di partecipare a questa commissione come lavoratori, perchè vogliamo in quanto lavoratori essere nel movimento non come componente corporativa ma in linea con l'opposizione di classe espressa dal movimento. Noi auspichiamo un allargamento dell'organico per i giovani docenti perchè ci inseriamo nella logica dell'allargamento della base studentesca cioè per una scuola di massa che funga anche come centro di aggregazione di sempre maggiori strati di proletariato giovanile. Nell'Università il lavoro c'è ma lo si nasconde, sia a livello di organico di non docenti, sia a livello di docenti, ricercatori. La svolta che si inserisce nel processo di ristrutturazione che tutte le forze politiche della non sfiducia auspicano si muove nella logica dell'espulsione sia di studenti sia di personale docente sia per il blocco delle assunzioni per non docenti. Sino a qualche anno fa il reclutamento del personale docente veniva effettuato su quegli strati sociali di neo laureati che potevano permettersi il lusso di un lunghissimo parcheggio in attesa della stabilizzazione del posto di lavoro. Oggi in mancanza anche all'esterno di sbocchi di lavoro, la composizione sociale del precariato va lentamente cambiando in senso proletario. La logica dell'espulsione tende proprio a colpire quelle fasce di precari meno garantiti sul piano sociale e clientelare. La logica dell'espulsione è funzionale alla ristrutturazione dell'Università in senso efficientista e di selezione di classe sulla massa studentesca. Al progetto di ristrutturazione tutte le forze politiche sono partecipi. Il sindacato in prima persona avalla tale politica, andando a svendere le richieste avanzate da tutte le componenti interne all'Università, non docenti, studenti, docenti precari. Noi perciò non ci riconosciamo più negli organismi sindacali, perchè vera espressione del corporativismo lavorativo. La politica del sindacato nell'Università attualmente tende ad impedire una reale unificazione politica delle varie componenti nell'Università. E, nell'ambito stesso di una medesima categoria di lavoratori tende a creare ulteriori spaccature proponendo regalie, mance, garanzie per questo o quel tipo di lavoratore. Finora le lotte dei precari si sono mosse sempre con addosso la pesante ipoteca corporativa dell'aspirante baronetto/barone. Noi abbiamo deciso di rompere una volta per tutte con queste ambiguità. Ci riteniamo solidali ad un fronte di classe rivoluzionario e intendiamo lavorare in questo senso e diciamo quindi NO alla ristrutturazione, NO all'espulsione dei proletari dall'Università. SI alla pratica del dimostrare che il lavoro c'è anche se lo si nasconde. Ci rendiamo conto che l'insieme dei precari è un insieme eterogeneo, ricco anche di parassiti e opportunisti che vedono nel lavoro nell'Università solo una copertura di prestigio per i loro intrallazzi professionali (vedi medicina ed architettura). Noi non intendiamo avviare delle ricomposizioni ecumeniche sotto l'etichetta del "precariato", ma avviare delle spaccature reali, politiche fra opportunisti, mafiosi e quanti realmente intendono opporsi in senso rivoluzionario all'attuale fase di ristrutturazione, per un'Università di massa come centro di aggregazione eminentemente politico e per una appropriazione della scienza e della creatività da parte del proletariato.

 

I precari nel movimento

 

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Fine settembre

 

Adesione della rivista "Cerchio di gesso"

 

Sono questi, a Bologna settimane e giorni in cui si sta preparando, costruendo "inventando", tra difficoltà e contraddizioni (la criminalizzazione preventiva della stampa borghese, le "preoccupazioni" repressive dei partiti, la falsa coscienza "reale" della piccola e media borghesia qui e ora...), il convegno del 23 25 settembre. Il Cerchio di gesso parteciperà al convegno con i suoi mezzi di riflessione,e di critica e di intervento (Brecht, ricordiamo, parlava a proposito di un pensiero "politico", di "pensiero che interviene") pubblichiamo un supplemento del suo primo numero dal titolo "Agenda n.1", in cui sono discussi alcuni problemi che ritiene fondamentali (dal dissenso alla repressione, dalla democrazia autoritaria all'ecologia, dal problema dei bisogni a quelli della scrittura d'avanguardia al dibattito coi noveaux philosophes); e presentandolo quale "materiale di lavoro", nel suo ambito determinato, per le giornate del convegno stesso. L'adesione del "Cerchio di gesso" non è da noi, considerata come l'adesione di "intellettuali" dall'esterno, nelle forme tradizionali della solidarietà, della "partecipazione" provvisoria della collaborazione, più o meno "interlocutrice": a vario titolo, tutte, crediamo, strumentali. E non lo è, neppure e peggio, nei modi del "dibattito" del "confronto", del "fare opinione", ecc., secondo il gergo e il cerimoniale della cosiddetta "cultura" impegnata o "militante"..... in nessuna forma "rappresentativa" l'adesione del "Cerchio" è, lo ripetiamo la presentazione e la discussione di materiale di lavoro di analisi e di ricerca, di un "dissenso" teorico e politico "nella" organizzazione del dissenso "di massa" del movimento. Siamo convinti che, ormai si è rotta l'alleanza tra intellettuali e potere; che non ha più senso né l'intellettuale "impegnato", né l'intellettuale "organico"; che in questo momento l'intellettuale non può né deve avere alcuna funzione di mediazione tra potere e produzione di conoscenza e di critica. Il dissenso intellettuale (e dell'intellettuale); secondo noi non può praticarsi se non come "rivelazione" di questa crisi e rottura; come trasformazione dell'intellettuale da funzionario del potere (intellettuale di stato, o di regime), di "consigliere del principe" e di "servitore del popolo" in "critica" del potere, non nel senso di essere "organico" a un nuovo potere, ma nel senso di pratica, nelle forme possibili, del dissenso, individuale e collettivo, che è il modo di pensare e praticare politica "in altro modo" (né istituzionale, né "rappresentativo", né "profesionistico disciplinare" ecc.). Siamo convinti oltre che della crisi di "alleanza" tra intellettuali e potere, della necessità di una nuova "critica" della società del capitale, di nuove forme di espressione diretta dei "bisogni" di trasformazione della qualità della vita e del lavoro, della crisi del rapporto tra classe e partito, e tra classe e critica rivoluzionaria; di nuove forme, infine, di lotta di classe "generale", nelle nuove contraddizioni "interne" di classe di proletariato "non specifico", ecc., il problema fondamentale, teorico e politico, è il problema del potere nei termini di "critica" del potere e di "produzione di libertà". La "critica", come diceva Marx, è, per definizione "scandalo e orrore" è senza vergogna e timore; include simultaneamente la comprensione positiva dello stato di cose esistenti e la comprensione della negazione di esso. Dissente e, anche, si ribella. Il "dissenso come critica" impone una elaborazione teorica e una analisi una serie di domande finali, una costruzione di ipotesi strategiche che vorremmo definire "postmarxista", a significare il profondo e irreversibile "occultamento" che il marxismo storico, istituzionale, organico, "organizzato", e il socialismo "reale", hanno compiuto della critica marxiana; per cui crediamo che la parola all'ordine del giorno (nel senso di Benjamin, di "giorno di giudizio") possa e debba essere quella pronunciata da Marx, verso la fine della sua vita: "tutto quello che so è che io, non sono "marxista"". E' assolutamente necessario per noi, porre contro ogni "realismo" politico, scientifico ideologico, istituzionale e di potere, i problemi che il "marxismo" (diventato, da scienza degli oppressi, filosofia e amministrazione del potere, volontà di governo e di stato...) ha abbandonato al "nemico amico": la critica radicale del capitalismo industriale nelle sue forme ormai "totalitarie" dell'estensione della pratica sociale dello "scambio" e dell' "equivalenza" all'insieme delle attività e degli istituti della società; la critica radicale del "produttivismo" e della ideologia del "progresso" come "razionalità" della vita e della storia: per cui lo sviluppo delle forze di produzione è, insieme, aumento delle forza di distruzione della natura e dell'uomo quale essere sociale e naturale (ente di "bisogni"), e lo sviluppo della "democrazia" sociale è "socializzazione" capitalistica; la critica radicale della "rappresentatività" democratico capitalistica come progressivo assorbimento della società da parte dello stato (e, più profondamente, del potere) nella "generalizzazione" del rapporto sociale produttivo di classe. Occorre, e radicalmente, appunto, "ricominciare la critica", pensare "diversamente", cioè "liberamente". Soprattutto nella situazione, come dicevamo, di occultamento dell'analisi marxiana nelle forme storiche e presenti, apparentemente anititetiche ma complementari, dello stalinismo (e della socialdemocrazia) e dell' "eurocomunismo"; e nella tendenziale conversione della democrazia borghese capitalistica in democrazia autoritaria e "sociale" con il consenso di massa e di classe. Occorre, insomma, porre a oggetto dell'analisi e dell'azione la forma "totalitaria" (o totalitario corporativa) che assume il capitalismo nella sua logica globale di "dominio", per cui tutti i rapporti sociali tra gli uomini diventino rapporti sociali tra cose. Nel lavoro, nel corpo, nel linguaggio, nella "vita quotidiana". Le libertà "formali" sono illiberali nella sostanza; la libertà "limite" e la libertà "partecipazione", nell'universo totalitario dell'essere merce, del lavoro e della natura come merce, dei rapporti sociali come merci non possono più servire a spiegare e a praticare la "libertà contro il potere", nella sua macro e microfisica nella "rete" dei poteri; e a cui "le forze politiche e sociali organizzate" pretendono di collaborare. Ecco la "radice" della repressione in atto, e della sua durata. Sappiamo che le difficoltà sono di una complessità e gravità estreme; e che il dissenso e la critica sono difficili, dolorosi, crudeli. Scriveva un poeta, che amiamo: "Non c'è crudeltà, senza coscienza applicata". La crudeltà del mondo in cui abitiamo e a cui siamo "abituati", e la crudeltà, che ci deriva, dal "diritto di sognare", sono certe: è necessario aggiungere sempre la coscienza. Tutto non è perduto; come tutto non può essere giustificato. Per noi, intellettuali dissenzienti, e intellettuali "perchè" dissenzienti e non viceversa, è vero quello che diceva Benjamin: "essere uomini abbastanza per far saltare il "continuum della storia"". Di questa storia "preistorica".

 

Per "Cerchio di gesso"

Roberto Bergamini,

Giulio Forconi,

Maurizio Maldini,

Paolo Pullega,

Gianni Scalia

 

47

Fine settembre

 

Adesione del Collettivo femminista di Scienze di Bologna

 

Alcune compagne del collettivo femminista di scienze, quelle già tornate a Bologna, si sono trovate per discutere del convegno del 23, 24, 25. Abbiamo letto quello che alcune compagne hanno scritto su Lotta Continua abbiamo parlato con altre compagne di Bologna e ci è sembrato giusto intervenire con questa lettera che non vuole essere un'analisi approfondita, ma solo l'espressione di un'esigenza nostra l'invito al dibattito a tutte le compagne e agli altri collettivi. Noi di scienze, come moltre altre compagne di Bologna, da marzo a oggi siamo sempre state nel movimento vivendo la contraddizione di sentirci dentro come compagne, ma fuori come donne. Di questo problema non siamo mai riuscite a discutere fra noi e con tutte le altre, nonostante qualche tentativo. Per questo pensiamo che le compagne di Bologna dovrebbero discutere prima possibile del convegno, di come lo viviamo, di cosa rappresenta per loro. Noi vediamo il convegno di Bologna come un momento di lotta, di incontro e di dibattito per tutti quelli che sono contro questo stato questo sistema, che ne sono oppressi e a maggior ragione potrebbe esserlo per noi donne che subiamo tutti i giorni la repressione dello stato, delle istituzioni della società, dentro la famiglia, sul lavoro (o nella disoccupazione), nella scuola, per la strada, in ogni momento della nostra vita. Ma proprio perchè crediamo nella nostra specificità, sentiamo l'esigenza di incontrarci e di discutere con le altre donne, il bisogno di riaggregarci sui nostri contenuti e desideri. Per fare ciò pensiamo sia necessario riprenderci un nostro spazio all'interno del convegno e cominciare da subito a discutere su come gestircelo. Vorremmo un confronto su questi problemi con le compagne delle altre città e le invitiamo fin da ora a parlarne e a scriverne sui giornali.

 

Collettivo femminista di scienze Bologna.

 

48

Fine settembre

 

Adesione della assmblea nazionale dei delegati dei ferrovieri.

 

L'assemblea Nazionale dei delegati dei ferrovieri decide di partecipare attivamente al convegno di Bologna del 23, 24, 25 settembre sui problemi dello stato e della democrazia in Italia, della repressione, dei giovani, dei disoccupati, documentando la repressione aziendale e la pratica antidemocratica presente all'interno dei sindacati di categoria. I delegati, gli attivisti sindacali, intendono portare al convegno le proprie esperienze, valutazioni e lotte sulla compressione salariale e degli organici; sul rapporto sindacati, disoccupati, riduzione della base produttiva: sulla repressione come necessità di far passare questi obiettivi antipopolari. I compagni ferrovieri di Bologna presenti al Convegno invitano tutti i ferrovieri presenti a far pervenire una informazione puntuale su casi di repressione aziendale e sindacale all'interno dell'azienda impegnandosi a portarli ai lavori del convegno.

 

Mozione presentata dai delegati a Bologna ed approvata all'unanimità.

 

49

Fine settembre

 

Documento di adesione degli intellettuali francesi

 

Parlare di repressione in Italia è sembrato sconvolgente. Si è accusati da un lato di incompetenza, di ignoranza della realtà italiana dall'altro di complotti internazionali, di sabotaggio del compromesso storico. Noi siamo nonostante ciò ben coscienti del carattere particolare dei problemi italiani e non confondiamo le forme e i mezzi della repressione in Italia, in Germania e in Francia. Per esempio in Francia noi abbiamo la legge anticasseurs e in Italia la legge Reale; noi sappiamo che non è la stessa cosa. Per esempio ancora la Germania a forza di proibire ogni conflitto in nome di una società ordinata non lascia altra possibilità che l'azione terrorista alla opposizione di sinistra; e sappiamo che le azioni terroriste in Italia sono differenti e vengono piuttosto dalla maniera in cui i conflitti nella società si introducono in tutte le situazioni (conosciamo la situazione particolare del lavoro nero in Italia). Noi non crediamo che la differenza di situazione da un paese all'altro impedisca di sentirsi coinvolti. Al contrario noi abbiamo su questo tema un problema comune. Il dissidente russo Amalrik ha lanciato un avvertimento che non valeva soltanto per l'URSS: se i problemi della opposizione della sinistra e delle minoranze non parlamentari non trovano la loro espressione politica nessuno potrà evitare la crescita del terrorismo dal basso come sola risposta ai sistemi repressivi che d'altra parte si intensificheranno molto di più. Noi non abbiamo mai paragonato l'Italia al Gulag, non abbiamo assolutamente a che vedere coi "noveaux philosophes" né con l'antimarxismo di questo tipo. Noi constatiamo soltanto che il Pci è il primo partito comunista dell'europa dell'ovest a non essere più all'opposizione: questa è la sua politica e per la opposizione di sinistra questa ha un valore esemplare. Noi non crediamo che sia esagerato parlare di una repressione molto inquietante in Italia per la applicazione della legge Reale, a causa del numero dei morti a partire dal 1975, a causa delle manifestazioni di Roma e di Bologna e a causa del numero di arrestati attualmente ancora senza processo. Noi ci ricordiamo che il Pci si era opposto alla legge Reale a suo tempo ma ci inquietiamo molto di più in questo senso per le dichiarazioni recenti di dirigenti del Pci. Né Zangheri dica agli intellettuali di diventare amministratori e formatori di quadri. Uno dei caratteri della situazione italiana ci sembra essere l'importanza e la forza dell'opposizione di sinistra di queste minoranze, le possibilità creatrici di queste minoranze in Italia. Noi non opponiamo lo spontaneismo di massa all'organizzazione di partito ma crediamo al carattere costruttivo di forze e situazioni di sinistra che non passa necessariamente attraverso il compromesso storico. Così come non passa in Francia attraverso il programma comune la questione di sapere quali termini di dialogo il Pci ha intenzione di avere con questo movimento al di fuori della repressione brutale ci sembra essenziale. Le riunioni di Bologna porteranno ad un inizio di risposta in un senso o nell'altro, comunque per una migliore, comprensione politica.

 

Questo documento è stato sottoscritto da:

Gille Deleuze,

Daniel e Alain Guillerme (sociologi),

Christian Bourgois (editore),

Jean Jaques Lebel (scrittore),

Jean Pierre Bizet (fisico),

e altri intellettuali francesi.

Altre firme si stanno raccogliendo.

 

50

Fine settembre

 

Lettera al movimento di Bologna dai compagni rinchiusi nel carcere di S. Giovanni in Monte

 

Sono passati ormai sei mesi dalle giornate di marzo. Nell'ultimo mese altri 5 compagni sono stati arrestati. Il sequestro di militanti politici come vendetta ed anticipazione terroristica contro il movimento, continua. Noi riteniamo che questa manovra induca un salto di qualità alla repressione di massa in Italia, tuttavia sappiamo che il proletariato nella sua ricchezza di comportamenti quotidiani e scadenze di lotta ancora una volta saprà fermarla e superarla. Noi, siamo ostaggi nelle mani del nemico di classe, la nostra liberazione è la riconquista della libertà per tutti. Il potere in tutte le sue espressioni vuol farci tacere ma incercerarci non è sufficiente. Siamo e saremo sempre presenti in tutte le istanze di lotta dentro e fuori il carcere e al convegno internazionale porteremo il nostro preciso contributo al dibattito politico. Tuttavia, vi sono aspetti nel modo di condurre l'istruttoria da parte di Catalanotti che devono essere a nostro avviso smascherati e semplificati. Per questo inizieremo dal 14 settembre uno sciopero della fame in collegamento con tutti i compagni rinchiusi negli altri carceri emiliani, coi seguenti obiettivi:

1) Ci hanno isolati in carceri diversi per distruggere la nostra volontà di lotta e per dividerci dal movimento, ma vogliamo ribadire, nella maniera più esemplificativa possibile, la nostra unità che è data dalla nostra internità al movimento. Dividerci non serve perchè è il movimento che ci unisce e ci rivendica. Chiediamo che vengano riportati a Bologna tutti gli imputati per le istruttorie di Catalanotti;

2) Le istruttorie Catalanotti si giovano della copertura di tutta la cosiddetta stampa indipendente e di partito, ad esclusione di Lotta Continua. Questo fatto ne rileva l'uso terroristico e contro chiunque lotti per impedire la chiusura di fabbriche, gli sfratti, l'aumento dei prezzi e delle tariffe, ecc.

3) Chiediamo di fronte alla assoluta mancanza di prove e di indizi che non siano ideologici o di militanza politica, la immediata chiusura delle istruttorie e la scarcerazione di tutti i compagni detenuti

4) Vogliamo, in concomitanza col convegno internazionale, colloqui con i giornalisti, gli intellettuali francesi ed europei.

 

Maurice Bignami, Albino Bonomi, Franco Ferlini, Rocco Fresca, Patrizia Gubellini, Maurizio Sicuro.