Un cardinal recatosi a Lugo di Romagna
Per visitare in regola le scuole di campagna
Aveva dato un ordine ai parroci e ai pievani
Che istruir dovessero i bambini parrocchiani.
Figurarsi l’imbarazzi, trallallallera trallallallera,
D’istruir tanti ragazzi, trallallallera trallallallà.
In una delle scuole attende il cardinale
Una sorpresa orribile di cui non v’è l’uguale.
Una bambina interroga ed è la più piccina,
Essa risponde subito con flebile vocina:
«Cristellenza, cristellenza, trallallallera trallallallera,
Cristellenza, cristellenza, trallallallera trallallallà.»
Il cardinale attonito per simile risposta
Non si potea convincere che fosse fatto apposta.
Ma un giovinetto allegro con aria disinvolta
A lui si accosta e grida con forza un’altra volta:
«Cristellenza, cristellenza, trallallallera trallallallera,
Cristellenza, cristellenza, trallallallera trallallallà.»
Il cardinal sentendosi offeso in tanto ardire
Decide che il prelato è d’uopo ben punire.
Con aria grave dice: «Io stimo mio dovere
Di togliervi la curia, di togliervi il potere.
E più non sia concessa, trallallallera trallallallera,
Recitar la santa messa, trallallallera trallallallà.»
Il povero pretino la piglia in santa pace
E guarda il cardinale con aria assai mendace.
Poi dice dolcemente: «Non me ne importa un fico.
Troverò ben da vivere senza fare il mendico.
E in caso di riserva, trallallallera trallallallera,
Mi marito con la serva, trallallallera trallallallà.
E in caso di riserva, trallallallera trallallallera,
Mi marito con la serva, trallallallera trallallallà.