IL FEROCE MONARCHICO BAVA

(1898 - autore anonimo)

 

 

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Alle grida strazianti e dolenti
di una folla che pan domandava,
il feroce monarchico Bava
gli affamati col piombo sfamò.

Furon mille i caduti innocenti
sotto al fuoco degli armati caini
e al furor dei soldati assassini
"morte ai vili!" la plebe gridò.

Deh non rider sabauda marmaglia
se il fucile ha domato i ribelli,
se i fratelli hanno ucciso i fratelli,
sul tuo capo quel sangue cadrà!

La panciuta caterva dei ladri,
dopo avervi ogni bene usurpato,
la lor sete ha di sangue saziato
in quel giorno nefasto e feral

Su piangete mestissime madri
quando oscura discende la sera
per i figli gettati in galera,
per gli uccisi dal piombo fatal.

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Il canto

Il canto, scritto in seguito ai fatti di Milano e noto col titolo "Il feroce monarchico Bava", viene solitamente classificato fra gli inni socialisti. Esiste però una copia manoscritta, sequestrata all'anarchico Luigi Fabbri durante il domicilio coatto, da cui si ricava non solo il titolo originario - Inno del Sangue (1) - ma anche il ritornello e tre strofe mancanti (...). L'autore non è conosciuto mentre l'ispirazione politica può indifferentemente essere socialista, anarchica o repubblicana (4). (...)
In epoca più recente si ha una citazione dei fatti di Milano anche in "Le parole crociate", di Dalla-Roversi: "Chi era Bava il Beccaio/ bombardava Milano/ correva il novant'otto/ era un anno lontano".


Fiorenzo Bava Beccaris


Per rinfrescare la memoria

Nel 1898 scoppia la guerra tra Spagna e Stati Uniti che provoca subito un forte rincaro del pane: questo significa un aggravio per le popolazioni in Italia le quali già patiscono la fame. Il governo non provvede e in tutta la penisola si moltiplicano le manifestazioni di protesta contro il caro vita che sfociano in tumulti e scontri con la forza pubblica. Gli scioperi e le agitazioni saranno repressi soprattutto a Milano dove il generale Bava Beccaris, per ordine del "re buono" Umberto I, soffocherà nel sangue i tumulti. L'ordine di sparare sulla folla inerme provocherà
ufficialmente 80 morti e per questo gesto, per aver riportato "l'ordine", Bava Beccaris sarà decorato dal re.
Sulla carneficina perpetrata durante le quattro giornate di Milano (dal 6 al 9 maggio 1898) la storiografia riprende l'informazione governativa che indica in numero di 80 i morti nelle strade del capoluogo lombardo e 450 i feriti; altre fonti non riportano alcun numero limitandosi a scrivere di numerose morti, altre notizie parlano di centinaia di morti
[trecento] (2), per altri giornali dell'epoca il numero è di 500 e nel canto "furon mille i caduti innocenti, sotto il fuoco degli armati caini" (3), che può anche essere solo una "licenza poetica".

 

Note
1 - Archivio Centrale di Stato; casellario politico, fascicolo Fabbri Luigi di Curzio (cfr. anche: Jona - Liberovici, "Il 29 luglio del 1900", p. 73). Una nota informa che il canto è ripreso in un canzoniere bilingue (italiano e spagnolo) privo di copertina e di alcune pagine ma con l'indicazione manoscritta «La Questione Sociale», Buenos Aires.torna al testo

2 - Scrive N. Colajanni: «Intorno al numero dei morti corsero, anche sulla Tribuna, delle esagerazioni: si parlò di 800, di 300 morti. Accettiamo la cifra ufficiale, benché ancora discussa: circa 80 morti e 450 feriti...».
In N. Colajanni, "L'Italia nel 1898. Tumulti e reazione", Milano, Società editrice lombarda, 1898. Lo scrittore Paolo Valera in un suo libro elenca, invece, i nomi di 127 morti di parte popolare [in "Le terribili giornate del Maggio '98. Storia documentata", Milano, edizioni La Folla, s. d. ma 1905, p. 290 e ss.]torna al testo

3 - A un secolo di distanza dalle cannonate di Bava Beccaris il quotidiano "Corriere della Sera" (2 marzo1998) in un articolo a firma di Dario Fertilio riprende pari pari le informazioni ufficiali del tempo: "...più di 80 morti e 450 feriti, oltre duemila arresti e 823 processi davanti ai tribunali militari, 11.164 pallottole sparate per le strade dalle truppe,
barricate e selciati divelti...". E l'articolo, scritto quasi come a prendere le distanze dalla scelta fatta dal giornale durante i moti del 1898, schierato con la reazione, termina con un riferimento a Gaetano Bresci pur non nominandolo: "... la storia del '98, come sappiamo, nonfinì in un pacifico ristabilimento dell'ordine. Dopo tanto sangue versato,
un'ondata di processi colpì leader di sinistra [sic] e semplici cittadini, e in gran parte i verdetti furono di condanna [...] Ma si sa che violenza chiama violenza. Uno sconosciuto anarchico venuto dall'America già preparava nell'ombra la vendetta: due anni dopo, a colpi di pistola, crederà di vendicare i morti di Milano uccidendo il re".torna al testo

4 - P. C. Masini, "Poeti della rivolta. Da Carducci a Lucini". Antologia.
Milano, Rizzoli, 1978. p. 399.torna al testo

(Santo Catanuto-Franco Schirone, Il canto anarchico in Italia nell'ottocento e nel novecento, Edizioni Zero in condotta, Milano 2001, pp. 127-128)



Barricate verso via Volta e Porta Garibaldi
Le barricate erano già state uno strumento della lotta popolare durante le Cinque giornate del marzo 1848

 

Alcuni link per approfondire
Cronologia (1) (2)
Gaetano Bresci (1) (2) (3)
La classe dominante italiana ed il suo stato nazionale
Il tentato omicidio sabaudo di Garibaldi

 

Barricate sul corso Garibaldi


TELEGRAMMA
Roma, addì 6 giugno 1898 - ore 21,20


Ho preso in esame la proposta delle ricompense presentatemi dal Ministro della Guerra a favore delle truppe da lei dipendenti e col darvi la mia approvazione fui lieto e orgoglioso di onorare la virtù di disciplina, abnegazione e valore di cui esse offersero mirabile esempio. A Lei poi personalmente volli conferire di motu proprio la croce di Grand'Ufficiale dell'Ordine Militare di Savoia, per rimeritare il grande servizio che Ella rese alle istituzioni ed alla civiltà e perché Le attesti col mio affetto la riconoscenza mia e della Patria.
Umberto

vedi anche onoreficenza sul sito del quirinale



Una barricata sul corso Venezia.

A proposito della putredine sabauda e del suo infausto rientro in Italia:

Da "Umanità Nova" n. 14 del 21 aprile 2002

Torna il re! Prosegue l'attesa per fante e cavallo


Con la votazione favorevole della Camera, successiva a quella del Senato del mese scorso, sembra sia quasi fatta per il rientro in Italia dei Savoia.

Sui divieti d'ingresso ho sempre ritenuto più importanti quelli messi alle migliaia di dannati della terra che cercano di entrare in Italia per sfuggire alla morte per fame, che non quelli posti ai fortunati discendenti Savoia che vivono un esilio dorato frutto delle rapine perpetrate a generazioni di italiani.

Non credo però che sia questo il motivo per cui questo argomento è stato confinato, nei media, nella cronaca rosa o nel dibattito tra le preferenze residenziali dei postremi maschi Savoia: se andranno a vivere a Torino, Roma o Napoli.

Mi sembra che ci sia una scelta di mantenere un basso profilo mediatico per evitare le consuete gaffe che hanno contrassegnato tutti i precedenti tentativi di rientro che fallivano alla prima sparata fatta da uno degli aspiranti oriundi. Speravo sarebbe cessato per un periodo maggiore dell'anno trascorso dall'ultima affermazione di Emanuele Filiberto Umberto Reza Ciro René Maria, principe di Venezia e Piemonte, sulla sua disponibilità a "regnare sull'Italia".

Probabilmente questa volta riusciranno nel loro intento, visto che sono stati, sicuramente, consigliati meglio: hanno addirittura proclamato la propria fedeltà "al Presidente della Repubblica", cosa che, a parte la signora Franca Ciampi, non ci pare abbia fatto alcun altro cittadino italiano.

Non credo che l'eventuale rientro dei Savoia modifichi la struttura del potere in Italia. Non lo crede neanche l'attuale presidente del consiglio, visto che verrà consentito anche l'elettorato attivo e passivo ai Savoia: evidentemente ritiene improbabile che vogliano proporsi per la premiership alla stregua dell'ex re bulgaro Simeone II in quel paese.

Il ritorno dei Savoia in Italia appartiene a quel meccanismo orwelliano di riscrittura della storia per adattarla alle necessità dell'oggi. Non c'è stata, da parte dei titolati esponenti della famiglia, alcuna parola di condanna della storia della casata. Addirittura Vittorio Emanuele Alberto Carlo Teodoro Umberto Bonifacio Amedeo Damiano Bernardino Gennaro Maria, Principe di Savoia e Napoli, dichiarò un paio di anni fa, a proposito delle infami reggi razziali del 1938 promulgate dal nonno, che "non erano poi così gravi".

In tempi di diffusi (e poco impegnativi) mea culpa i Savoia non hanno neanche pensato di chiedere scusa alle vedove e agli orfani (tuttora vivi) dei morti della guerra, dei soldati richiamati alle armi con le cartoline firmate da loro nonno e dei civili morti nei due macelli mondiali in cui la regale dinastia ha trascinato l'Italia.

Figurarsi poi se qualcuno ricorda le stragi perpetrate dal bisnonno ai danni del popolo che chiedeva pane, o la concessione della medaglia d'oro a Bava Beccaris per aver cannoneggiato i milanesi in rivolta.

Per non parlare dell'ignobile fuga dell'8 settembre a Brindisi per salvarsi pelle, trono e portafoglio ai danni dei loro sudditi, a Roma, a Cefalonia, al Nord Italia, e a danno dei soldati del regio esercito massacrato da tedeschi.

D'altro canto i comportamenti della progenie Savoia sono coerenti con la storia della casata.

Nessuno parla più del povero Dirk Hammer, velista tedesco colpevole di dormire nella propria barca ormeggiata di fianco a quella dell'aspirante monarca, che quella sera aveva aspirato anche qualche bottiglia di troppo e che, durante una litigata con il playboy Nicki Pende per una storia di donne, aveva deciso di mettersi a sparare.

Chissà poi di chi era la tessera numero 1621 della P2, intestata a "Savoia Vittorio Emanuele, casella postale 842, Ginevra". Di questi tempi, visto il ruolo ricoperto dai confratelli di loggia, è meglio non rivangare queste vicende.

C'è anche un altro aspetto, poco analizzato, che va sottolineato. Sta formandosi, in Italia, una cultura che tende a riaffermare la giustezza del diritto dinastico. Tanto per capirsi meglio: uno dei motivi per cui il capitalismo si dichiarava eticamente superiore al feudalesimo era nel fatto che il capitalista si arricchiva perché aveva lavorato, prodotto ed era stato più bravo e più intelligente di altri. Il fatto che qualcuno potesse nascere ricco (e quindi, di suo, non avesse meriti) era motivato dalla necessità di far avere al capitalista un atteggiamento legato al mercato, e non alle proprie vicende personali (un capitalista anziano avrebbe venduto tutto) ed era mitigato dalla presenza della tassa di successione. Ovviamente anche questa è una finzione che serve solo a giustificare, da un punto di vista morale, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

Adesso sta imponendosi una cultura della ricchezza che non necessita di alcuna giustificazione morale. Si vincono miliardi rispondendo a domande del tipo "Qual è il nome di Garibaldi?". Questo è uno dei motivi, l'altro sono le vicende personali e dinastiche dell'attuale presidente del consiglio, per cui è stata abolita, senza colpo ferire, la tassa sulle successioni.

Già ora si celebrano le epopee televisive degli amori dei principi inglesi, il giubileo della regina Elisabetta, i matrimoni dei reali di Norvegia e Olanda. Con il ritorno dei Savoia, e con l'aumentato clamore mediatico che accompagnerà tutte le vicende della casata, questo processo di legittimazione della differenza dovuta solo alla casta di provenienza verrà accentuato. O forse pensate che il messaggio che verrà lanciato al momento dell'inumazione delle salme reali al Pantheon sia che sono sepolti lì perché sono tifosi della Juventus?

Assisteremo alla legittima proclamazione di qualche dinastia di ricchi "per grazia di Dio e per volontà della nazione": in fondo il denaro è l'araldica moderna.

Certo l'esilio sembra una pena medioevale, però si intona bene a questi residui di medioevo piovuti ai giorni nostri. Anzi, se si pensa che il metodo più comune per scalzare una corona dalla testa è stato la decapitazione, potrebbe essere considerata una pena "umanitaria".

Anche la responsabilità di famiglia è medioevale. Noi siamo abituati ad un concetto di responsabilità personale, non di clan. D'altro canto quando si usa la storia della propria famiglia per proclamarsi "Re d'Italia", si accettano anche i debiti che la propria famiglia ha con la storia.

Questi signori non hanno mai voluto riconoscere questi debiti. Non hanno mai affermato di voler rinunciare alla corona d'Italia. Non hanno mai pensato di restituire il proprio patrimonio (o almeno una parte di questo) frutto di storiche ruberie, che, nella loro condizione di italiani off-shore, non ha fruttato una lira di tasse.

Insomma, questo rientro ha tutte le caratteristiche dell'ennesimo tassello nel mosaico dello sfruttamento, la lotta contro questi signori non è cambiata.

Fa ben sperare il fatto che, quando qualche nostro compagno si è incontrato con qualche esponente della Real Casa, i maggiori problemi li abbiano avuti loro.

Fricche

http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2002/un14/art2143.html


Una curiosità: Bava Beccaris, l'infame, aveva paura di Critical Mass?


L'esecuzione de Il feroce monarchico Bava è tratta da
"L'uovo di Durruti", di Joe Fallisi, di prossima pubblicazione.
Editing e mastering digitali: Virtual Light Studio, Paolo Siconolfi, Vedano al Lambro (Mi)
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