Giorgio Cesarano

L'insurrezione erotica

(Autocritica della corporeità metaforica)

da Manuale di sopravvivenza, Dedalo, Bari, 1974

 

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"...fin che l'amore toglie, in piena assenza d'oggetto, la riflessione, strappa all'opposto ogni carattere di un estraneo, e la vita trova se stessa senza ulteriore difetto. Nell'amore è ancora il separato, ma non più come separato: come Unificato; e il vivente sente il vivente. "

33.

[Premessa. La « famiglia » è uno strumento di produzione, storicamente delimitato, della soggettività fittizia. Una superficiale conoscenza della storia basta a rivelarla come una funzione accessoria e di secondo grado, rispetto alla produzione originaria dell'alienazione della soggettività reale alla « persona (maschera) sociale », produzione radicata a partire dalla creazione dell'utensile-linguaggio, in cui la specie realizzò materialmente l'inizio del movimento che la separò dalla condizione animale. La costellazione familiare è dunque già un prodotto culturale. Il suo apparire, ai sensi stessi, come l'origine e la cosmogonia, procede direttamente dalla lacunosità dell'immaginazione alienata. Il superamento dell'alienazione non consisterà semplicemente nell'abolizione della famiglia, ma nella capacità conquistata di demistificarne la tenacissima opacità di feticcio dell'origine apparente. Qui e oggi, la lotta è ancora, ancora per poco, contro il potere della sua seduzione all'annientamento.]

34.

Il desiderio di superare la miseria della coppia è un'evidenza che emerge non appena inevitabilmente ogni coppia si aliena dalla cognizione dialetticamente vissuta dell'estasi, quanto basta a riprecipitare ciascuno dei suoi componenti nel vuoto problematico del suo « sé ». Non altrimenti da come la caduta individuale nel carcere della presenza alienata al suo senso, coincide sempre con una restaurazione storicamente imposta dell'architettura dell'Io, (il « sopravviversi », dopo un movimento vitale, esprime sempre l'alternativa reale della sua ambiguità sensibile: la presenza come suicidio immanente e come premessa a ulteriori movimenti vitali), il serrarsi della clausura « nuziale » attorno agli amanti, che con tanta efficacia, mostrandoli come un « pieno plastico », li svuota di ogni sostanza, è un prodotto automatico della macchina sociale: nessuno può sperare di sfuggirvi definitivamente senza che sia stata prima distrutta la macchina, definitivamente.

35.

Illudersi di superare la miseria claustrofobica della coppia aprendo l’« in sé » della coppia come un barattolo, e aprendolo dal basso, significa accontentarsi dello sgorgare melanconico di qualche liquido seminale, per svenderlo al primo acquirente come l'elisir della gioia socializzata. Non c'è coppia che possa resistere alla clausura del suo « in sé ». O vi muoiono entrambi i componenti, divenuti oggetti del vincolo che li contrae alla necrosi, o vi impazzisce almeno il meno morto, dando mano allo strumentario del sacrificio fallico, più o meno metaforicamente. A ragione Cooper afferma che prima di amare un altro, ciascuno deve riuscire ad amare se stesso. Ma, dell'impresa di amare, fa un torto, quando, da questa banalità di base, estrapola un'apologia della separazione che ne liquida in limine ogni senso di superamento dialettico.

36.

« Tutto ciò che dobbiamo fare è sperimentare quanto più completamente possibile un amore estatico in una completa separazione. » (Cooper, op. cit., p. 118). « Nel secondo capitolo di questo libro ho definito l'amore come basato su un'azione corretta tesa a stabilire una separazione. » (Ibid., p. 107). Il passo più rivelatore in questo senso, contenuto nel secondo capitolo è il seguente: « Il consueto stato di cose è che l'Io brancola vacillando nel mondo familiare che è sia dentro che fuori della sua mente, e poi entra incespicando nel mondo che è al di fuori della sua famiglia. Trova che questo mondo cerca di essere il più possibile simile al mondo familiare che ha precedentemente conosciuto, proprio come il mondo familiare cercava di uniformarsi il più possibile al mondo esterno. Sembra che non ci sia alcuna differenza degna di nota tra i due, a meno che l'Io, l'individuo, non sia capace di inventare questa differenza. Se l'individuo si rende conto di questo, che in realtà l'essenza dell'essere una persona noiosa consiste nel non aver oltrepassato con l'immaginazione per lo meno, i limiti orizzontali della propria famiglia, e nel ripetere o colludere con ripetizioni di questo sistema restrittivo al di fuori della famiglia; che, in breve, essere una persona noiosa significa essere membro di una famiglia, trovare la preminenza della 'loro’ esistenza nel riflesso dello specchio anziché in ciò che vi si riflette; allora l'individuo può ritornare dove era partito e cercare di incontrare se stesso, corteggiare se stesso, e sposare se stesso. [Segue schema topografico.] Naturalmente quando l'individuo ritorna al suo Io la sua visione è distorta da una serie di rifrazioni attraverso gli altri prima al di fuori e poi all'interno della famiglia, e, sempre attraverso gli altri, all'interno come all'esterno della sua mente (sempre accompagnata dalla percezione di una differenza se non da una determinante consapevolezza). Infine, tuttavia, quando questo progetto è stato portato a termine, l'Io incontra se stesso in un deserto mondo interiore - tutti gli altri sono avvizziti per le irradiazioni del suo spirito, ed egli vaga da solo nel deserto, trovando sostentamento nella pietra che succhia e nella cenere che assorbono i pori della sua pelle. Poi, se vorrà un'oasi, ne costruirà una tra le collinette della sua sabbia con le lacrime che versa. Allora potrà invitare un'altra persona a raggiungerlo per trovare in lei sostegno e per fornirglielo. Ma rimarrà sempre nel deserto perché questa è la sua libertà. Se un giorno non avrà più bisogno della sua libertà, allora anche questa sarà la sua libertà. Ma in ogni caso il deserto rimane ». (Ibid., pp. 41 - 42).

37.

La superficialità tutta mondana di Cooper - in confronto al quale la feroce ideologia del profondo di Lacan appare come l'alta statura di una maîtrise monumentale - si tradisce nella frivolezza dei termini di cui fa uso: « Se l'individuo si rende conto di questo, che in realtà l'essenza dell'essere una persona noiosa... »; (corsivo mio); « in breve, essere una persona noiosa significa essere membro di una famiglia, trovare la preminenza della 'loro’ esistenza nel riflesso dello specchio anziché in ciò che vi si riflette (corsivo di Cooper); allora l'individuo può ritornare dove era partito e cercare di incontrare se stesso, corteggiare se stesso, e sposare se stesso. » Lo specchio, in simile contesto, non è quello tragico e lampeggiante di Lacan. E’ proprio lo specchio del salotto-comune, dove un Io così privo di immaginazione da sentirsi « individuo » (essere indiviso) può cogliersi in tutto e per tutto come « persona noiosa », e in questa lussazione della presenza pensare che la colpa sia tutta di papà e mamma, interiorizzati al punto che lo specchio li rimanda in primo piano, anziché riflettere la desolazione, assai più tragica, del salotto-comune in cui lo psicodramma ha il suo luogo

« naturale ». Non può meravigliare che quest'Io, ritornato donde era partito a cercare di incontrare se stesso, non trovi che la consolazione di « corteggiare » se stesso e « sposare » se stesso. Né meraviglia il fatto che « quando questo progetto è stato portato a termine, l'IO incontra se stesso in un deserto interiore - tutti gli altri sono avvizziti per le irradiazioni del suo spirito [lo 'spirito' doveva pure tradirsi, onnipresente com'è in ogni psicagogia], ed egli vaga da solo nel deserto trovando sostentamento nella pietra che succhia e nella cenere che assorbono i pori della sua pelle. Poi, se vorrà un'oasi, ne costruirà una tra le collinette della sua sabbia con le lacrime che versa. Allora potrà invitare un'altra persona, ecc. ». Questo deserto da turismo del malessere, non poteva finire che con un « invito ». Tuttavia « l'Io rimarrà sempre nel suo deserto perché questa è la sua libertà. Se un giorno non avrà più bisogno della sua libertà, allora anche questo sarà la sua libertà. Ma in ogni caso il deserto rimane ». E’ tempo che ciascuno si assuma le responsabilità del « materialismo» delle metafore e delle immagini di cui fa uso. Al linguaggio è dovuto questo riconoscimento di verosimiglianza concreta, oltreché un doveroso scavo nelle sue stratificazioni archeologiche. Dietro il deserto « turistico », c'è la spiaggia infantile, ma dietro e «sopra» entrambe c'è la più seria e consapevole reviviscenza dell'anacoresi, dell'ascetismo religioso. Il film neo-cristiano si scenneggia secondo queste sequenze: ai tremori dell'Io, della persona « noiosa » (dove l'attenzione è puntata sul fatto che risulta annoiante, piuttosto che al fatto di come e perché si annoi), dell'individuo, significativamente indicati come sinonimi (nel «nome del padre», tutti i figli sono alter ego), fa, nello specchio, da sfondo l'incombente coppia parentale dei fornicatori castratori, in una prospettiva che conduce, attraverso l'uscio schiuso della casa paterna, a scorci di un paesaggio di stato disposti a svelarsi come la collusiva e ripetitiva dilatazione di quell'interno familiare. Che fare? Imboccare incespicando quell'uscio, beninteso attraversando lo specchio. Verificato che tra « esterno » (in senso filmico) e « interno » non vi sono differenze degne di nota - « a meno che l'Io, l'individuo, non sia in grado di inventarne qualcuna » - l'Io-individuo-persona-noiosa torna a casa a cercarsi, si trova, si corteggia, e si sposa con se stesso. Avvengono naturalmente distorsioni visive e rifrazioni attraverso gli altri, secondo il canone psichedelico. A questo punto, il protagonista si trova nel deserto - gli altri sono avvizziti, per quei fiori che erano, irradiati dallo spirito, evidentemente santo, dell'eroe - e di fatto l'Io é l'anacoreta che sopravvive prodigiosamente in modo fachiresco. E’ in grado, se vuole, di costruirsi un'oasi fra le collinette della sua sabbia con le proprie lacrime. E’ in facoltà di invitare un'altra persona a raggiungerlo per trovare in lei sostegno, e per fornirglielo. Ma il deserto è irreversibilmente la sua libertà. A meno che non senta di non averne bisogno, il che costituirà una libertà di secondo grado. Comunque, il deserto rimane il luogo sacro all'avvento. E' tutto.

38.

« Al di là della distruzione futura, che ricadrà pesantemente sull'essere quale io sono oggi, che ancora si aspetta di essere, il cui senso anzi, piuttosto che quello di essere, è quello di attendere di essere (quasi che non fossi la presenza che sono, ma l'avvenire del quale sono in attesa e che tuttavia non sono), la morte annuncerà il mio ritorno alla purulenza della vita. Così posso presentire (e vivere nell'attesa) quella purulenza moltiplicata che, per anticipazione, celebra in me il trionfo della nausea. » (Bataille, op. cit., p. 65). Assolutamente geniale, questa proposizione erompe inattesa dalle pagine in cui Bataille rimastica il bolo indigeribile dell'equivalenza tra interdizione alla violenza e interdizione all'erotismo. E’ qui che pronuncia il suo proprio oracolo, qui trae somme che non sono d'evasione fiscale. L'essere che ancora si aspetta di essere, il cui senso anzi, piuttosto che quello di essere, è quello di attendere di essere (quasi che non fossi la presenza che sono, ma l'avvenire del quale sono in attesa, e che tuttavia non sono): costui è l'Io fallimentare che vive di credito, erogando la propria presenza devalorizzata al riscatto di una riscossione sempre fuggente - come non vedere, in sintesi, nel flash mirabile, l'autoritratto del cristiano e l'identikit del capitale fittizio? - finché « la morte, annunciando il mio ritorno alla purulenza della vita », rende così possibile « presentire (e vivere nell'attesa) quella purulenza moltiplicata che, per anticipazione, celebra in me il trionfo della nausea. » Ecco che cosa, orripilato, seppellisci. La vita pullulante dei vermi, dalla dissoluzione del tuo corpo, ti appare melanconicamente come l'irrisione oscena a tanto perdurare in aspettativa, cumulando meriti valorizzati dai dubbi. (Cfr. passo successivo, Ibid., p. 65).

39.

Eccola, la vita, brulicare quando l'Io è dileguato. Miserere nobis. In hoc signo. Sic transit. Il disordine ferino, o il brulicare purulento: contro questo, l'«ordine», la regola. Per non vedere, in quel transire di animali in vita, la coerenza impietosa ma rigorosa del bios, il limine da superare traversando, vincendo angustia e orrore, l'ordine insufficiente all'agognata signoria di sé, cui opporre, in un lungo corso di messe a prova, sanguinose e temerarie architetture di disordine, verso la sortita al sommo, nell'ordine superiore della coerenza totale conquistata. Ma la ratio, la produzione, il valore, l'accumulazione, la signoria edificata sulla povertà, le miserabilia: questo è il disordine. Il dominio del morto sul vivo. La prigionia del desiderio, la schiavitù del bisogno stravolto, l'orribile storpiatura degli infanti, la legge della rapina, del sacrificio, dell'assassinio, la guerra, l'orrore dell'umiliazione e della menzogna: questo destino generalizzato di violento disordine, di violazioni alla coerenza organica, questa fabrica contro natura di biopatie.

40.

« Troppo spesso dimentichiamo gli sforzi che abbiamo dovuto compiere per imporre ai nostri figli le avversioni che ci hanno costituito quali uomini » (1) . « I nostri figli non partecipano nelle nostre reazioni da soli, spontaneamente. Possono provare avversione per un alimento, e lo rifiuteranno: ma dobbiamo insegnare loro, mediante una precisa mimica, e se occorre mediante la violenza, quella strana aberrazione che è il disgusto, aberrazione che ci tocca al punto di esserne sconvolti e il cui contagio ci è stato trasmesso dai primi uomini, attraverso innumerevoli generazioni di bambini sgridati. » (Ibid., p. 66). L'oscenità degli organi genitali. « Inter faeces et urinam nascimur. » Di tutti questi sacri e imposti disgusti, ne sanno qualcosa le meretrici.

41.

Come piangono, gli « uomini », nel gorgoglio del piscio chiamando la mamma. Come si allattano all'orifizio. Ma ormai, è cosa pubblica: i produttori del vizio surgelato in rappresentazioni (che più sacre di così mai ne ha vedute il mondo) hanno saccheggiato tutti i Kraft-Ebing, gli archivi di polizia criminale, i confessionali, gli schedari degli psichiatri; ed eccole, le « vergogne », fotografate a colori, patinate, ecco in controluce il rivolo quasi georgico di piscio, fin nel bacile di plastica, eccola la nascita prodigiosa dello stronzo, nel caramello della ceramica e del nylon. Dov'è più la nausea? Cosa ne vanno facendo del mistero, del divieto, che messa celebrano questi pii maîtres? Run, run show! Al cinema accanto, teste volano in un bengala di sangue, mani di principesse strappano, in un sol gesto gratiae plaenum, stomaci, fegati, quindi si leccano le dita con lingue rosee, di gattine. Le stesse, sui glandi. I rivoli di sangue e sperma convergono. Proiettate, proiettate, qualcosa ne rimarrà. Persuasi di giocare con la sacra merda (feci-oro), giocano col fuoco. Che cosa vanno imparando i figli di questi fedeli della nuova messa spettacolare? Dove troveranno la forza del disgusto? In nessun luogo: è finita, sta finendo, la regola del divieto. E’ cominciata, sta cominciando, la coerenza del voler vedere. Il sesso è il sesso, la morte la morte. Il processo, doppiato un limine, avanza a ritroso. Dalla rappresentazione verso la nuova verità. Nel tempo enormemente dilatato del pornoshow ciascuno scopre di assistere alla tortura di tutta la propria

« vita », inchiodato alla sedia della sua perpetua astanza finalmente rivelata.

42.

La scoperta della dissacrazione introduce lentamente ai contenuti celati dietro le figure fittizie della sacralità. Nel momento storico in cui tutto trapassa nel mercato, l'anticipazione del vero che ivi sta caricandosi la trovi sul banco del mercato. Il capitale, divelta ogni ambiguità, gioca di planimetrie, stampa ogni sorte in piano. Sbudella, spreme fuori, spiaccica, pressa. Ogni « vita » è un imbuto che scodella il terrorizzato « figlio » in quel deserto, in quella piattitudine. Ma pur sotto i colpi quotidiani del maglio, pur nella pressione rotativa della continuità, i corpi ritrovano spessore. Solo le cose restano quello che erano: simulacri di falsa dimensionalità. Squartata, spiaccicata, dissezionata, esibita, la miseria di essere solo così si impara. Niente è più efficace della contiguità manifesta. Niente fa scattare più rapidi nessi e sintesi delle analogie disvelate. Crollano a perdifiato quinte, scenari; si eviscerano i sogni e le memorie più segrete; e doppi fondi, scantinati, passaggi segreti, cantine, soffitte, cessi, sgabuzzini, sottoscala, cellette, cabine, biscanti, vialetti, androni, angoli di giardini, forre, cespugli, dune, tutto è come da una potenza centripeta risucchiato sul posto, violentemente convocato, strappato alla memoria, dissacrato, disvelato, estirpato dall'unicità, dall'angosciosa prelibatezza garantita dall'unicità, e qui pubblicato, rovinosamente, impudentemente. E’ fatta violenza indicibile al più violento dei «sentimenti»: la vergogna di sé. Non dico sia questo il migliore dei modi di procedere, dico che è il modo storico, concreto, materiale, con cui la logica del profitto attinge alla banalità terribile della prigionia e del dolore, e dico fermamente che non poteva esimersene, e che ne pagherà le conseguenze.

43.

Il dissequestro della sessualità operato dal capitale non poteva non avere questo aspetto di stupro glaciale. Non poteva che rivelarsi devastante e ammorbante. Ma perché tale era la materia. La fedeltà obiettivante è indiscutibile. E’ proprio questa fedeltà, che agghiaccia e violenta. E’ questo

« no, no » di disconoscimento, questo assistere irrigiditi come condannati ad ascoltare la diagnosi, che dimostra l'onestà paradossale dell'operazione. « E’ altrimenti, è di più, è di meno »: non è mai vero. E’ così. La materia: è questa. Ed è bene che si veda, in tutta la sua « miseria » e « ricchezza » insieme, stampate in piano. Certo che c'era di più. Anche nel culto dei morti c'è di più che la morte. Ma è tempo che finalmente si sappia: la prigionia è fra quelle figure del lutto e dell'angosciosa deprivazione. Quanto manca, è venuta l'ora di conquistarlo altrimenti che nel cullarsi nel culto vergognoso del sogno proibito.

43 bis.

Guardino, i radicali, tutto il campionario. Vi riconoscano la propria debolezza e i punti di partenza dei propri desideri. Ve li troveranno, l'una e gli altri. Ma guardino senza tremare. Niente sogghigni, niente tentazioni di classificazione. Al di là dell'ira, della vergogna, del disprezzo; dell'estetica, del « buon gusto », della mistificazione. La collera è un'altra da quella che fa stornare lo sguardo. La collera scenda a far luce negli scantinati. Si trovi, la collera, si riconosca. Riporti su il bambino che frigna. Su, alla faccia, su, agli occhi. Su a vendicarsi e vendicare. Su, a dire il vero, finalmente.

44.

Seme e sangue confluiscono. Il morto attizza la nostra colpa e incarna eloquentemente il nostro credito; il vivo-morto sequestra nella torre-teatro dell'IO la chiave dell'estasi. Sentiamo tutti di avviarci verso una resa dei conti orgiastica, verso uno spasmo dei destini che è esecuzione e liberazione. Il morto che fu dio, perché il vivo s'impietrisse, nell'attesa di un proprio avvento, finché morte non ne svelasse la scaduta illusione. Ma il morto di oggi, dissacrata ogni traccia del procedere, al terminal nihilista del progressismo, disvelata ogni orma d'onore dai Verbi spesi, il morto di giornata, la salma quotidiana gravida di tutti i sensi morti, chi è, se non la « machina », l'ordigno in noi interiorizzato, che si ricarica di noi, il capitale giunto alla sua putredine? E che può fare ormai, se non ostentarsi, potente solo della sua sterminata oscenità e barbarie, della sua incredibile (e perciò non creduta e non vista, non ancora intiera) banalità spalancata, immane vuoto a perdere, a fronte di millenni di dolori. Spalancarsi, indicarsi come il gorgo, il vuoto, la fine. Rivelarsi. Prodursi come sbigottimento, e inanità. Come il trionfo dell'impotenza maniacata. Di questo sono vuoti anche gli occhi degli angeli, i militari disarmati del « Beautiful People »..

39.

La distruzione realizzata dal capitale è irreparabile. Niente di ciò che esso ha devastato né può né deve essere restaurato. Tutto si troverà, cercandosi. Ma perché possa farlo, occorre che il senso di tutto il cammino preistorico si ricapitoli nella cognizione della manque. Ciò che ci manca, indica la via. Le mutilazioni sono i segni. Nessuna pacificazione col presente è possibile. Coloro che osano amarsi, scoprono il labirinto in cui si addentrano. Tutto ciò che un momento di vero conquista, un momento di incertezza revoca, un momento di viltà capovolge. « Prendersi » è una sfida continua alla perdita: di sé nella pietra desertica dell'altro, dell'altro nel gorgo paludoso di sé. L'amplesso, è un duello tra pieno e vuoto, e non certo nel senso codardo della virilità fallica e della femminilità avviluppante. Ben altra la dialettica!

46.

« La falsa coscienza... emblematica di quel segreto patto suicida stretto dal nucleo familiare borghese, quel nucleo che si autodefinisce 'famiglia felice'. » (Cooper, op. cit., p. 9): Già non più. Da quando l'autocritica è il bisturi castratore del terrorismo terapeutico, l'autodefinizione è, senza equivoci apparenti, di « famiglia infelice », affinché con l'infelicità gli ergastolani, identificando la propria genesi con quella delle loro catene, sempre più si familiarizzino. La via dell'ospedalizzazione generalizzata procede da questo capolinea: la costellazione della genesi diventa sigla, e sintesi liquidatoria, del periplo infernale. A morte quei dubbi astronauti dell'estasi dai cui orgasmi, se mai ci furono, precipitò l'extraterrestre nella culla di Procuste. La luna era di fiele. Purché si inumi più profondamente nell'oblio colui che era pur nato. Il vivo, finalmente, prende il luogo del Morto, del Sacrificato, da quando siamo tutti popolo di crocefissi. Il dubbio ortogonale alla disperazione: questa la croce.

47.

« Che la morte sia anche la giovinezza del mondo, ecco un'affermazione che l'umanità è concorde nel respingere. A occhi bendati, ci rifiutiamo di vedere che soltanto la morte assicura senza posa un rinnovamento, in mancanza del quale la vita declinerebbe. » (Bataille, op. cit., p. 67.) Ed è il contrario che si è avverato. E’ l'aver visto la morte sopra tutto, la morte come fine, è questo che ha vibrato gli uomini, in un movimento non di ripulsa e di fuga, ma di aggressione armata, di volontà di superamento. Insinuando nei quali, certamente, l'orrore, il contrappeso dialettico, il «prezzo». Ma orrore essenzialmente del limite, indicato senza posa dalla prigionia d'ogni animale nella sua identità di dipendenza; dipendenza dall'habitat, dalla sua « natura » e struttura, dagli stereotipi istintuali, dalla cecità dei somatismi. Questo era, ed è, avere la morte come destino. Questa economia stretta, avara, che avviliva la pienezza del senso istante, questa prigionia nella termodinamica della sussistenza, degli estri riproduttivi, dell'orizzonte metabolico. Questa pochezza della vita, questa imperfezione del bios. Questo essere nel processo, ma cieco alla totalità del processo. Questo sotto-essere, sussistere in un sotto-insieme. Questa coerenza miniata al sussistere, ignara della generalità delle coerenze. Questa istintualità accecata ai propri limiti. Le mutazioni della vita, sintesi eloquenti della dialettica reale in atto tra invarianza e teleonomia, marcano una differenza qualitativa che assegna alla morte il ruolo di zero (anche in senso aritmetico: di moltiplicatore e di riduttore). Il livello di organizzazione è il segno del senso vivo. La complessità: la ricchezza. Anche (e soprattutto) materialmente: habitat (Umwelt) più vasto, attività più articolata, con-prensione. Come confondere il senso di vita complesso di un primate vivo, col senso di vita elementare espresso dai vermi che brulicano nel suo cadavere? Come non vedere lo scarto qualitativo, non coglierne il significato?

48.

Et tout se tient. Chi vede l'origine come soggezione atterrita alla morte, non può vedere che

la morte dietro ogni fine: non può essere che religioso. Ogni religione colloca le chances dell'essente al di là della morte. E’ così che l'essere coincide con la fine; il fine, con il cessare di esistere. Avere la fine come fine. In un sistema chiuso che suggella al di qua della morte il sussistere come un periplo vacuo, un automatismo che ignora il suo fine; dacci oggi la nostra preghiera quotidiana affinché il lavoro appaia meno insensato, si faccia accettare come un accento dell'insensatezza, un attributo della pena del sussistere, un « dovere » che persino ne riscatta e solleva, accumulando meriti-crediti, per la festa dei morti, di là da venire.

49.

La religione occulta l'incedere del processo, nella materialità; si accanisce a stornare l'evidenza dialettica. Chiudendosi come una pietra sepolcrale su ogni presente schiaccia nella tenebra del non-senso ogni istante che proceda verso l'essenza. L'essenza è interdetta al sussistere. E' questo il divieto religioso. Tutto deve venire nel pretesco al di là. Il modo più efficace di combattere la trascendenza materiata del processo: in nome della « trascendenza », dell'immaterialità. Accecare all'evidenza, puntando tutto sulla lentezza efferata dell'evidenza, sull'arco doloroso dell'iter - nascita vita e morte - per riconoscere, in un flash troppo spesso flebile, il senso dell'inganno subito e, nel medesimo istante, l'incedere certo del disvelamento, il passo della storia contro la menzogna. Di questo spreco che è la vita incatenata al lavoro, comporre il feticismo dello spreco.

50.

« Se si considera la vita umana nel suo complesso, si constaterà come questa aspiri fino all'angoscia allo spreco; fino all' angoscia, fino al limite in cui l'angoscia non è più tollerabile.(…)Poiché al culmine della convulsione che ci forma, la testardaggine dell'ingenuità la quale continua a sperare che quella cessi, non può non aggravare l'angoscia, per cui la vita tutta intiera, condannata com'è al movimento inutile, aggiunge alla fatalità il lusso d'un goduto supplizio. Poiché se per l'uomo è inevitabile essere un lusso, uno spreco, che dire di quel lusso che è l'angoscia? » (Ibid., p. 68-69). La flessuosità « dialettica » di un passo come questo, e la sua «beltà», non potrebbero stornare più efficacemente la dialettica reale della vita come esperienza angosciosa della manque, e come lotta non inane contro la stasi. Ecco che pur di azzerare il senso del processo e del movimento, storicamente evidente nell'iter della specie e nel superarsi, opponendosi dislocate rispetto allo specchio dell'inessenza, delle generazioni che si succedono (sempre significativamente diverse nel dolore), ecco l'angoscia scivolar fuori dall'alveo della manque in cui pulsa, anticorpo in lotta contro l'intossicazione della stasi, venire a collocarsi sull'«accadere», con la connotazione adornativa del «lusso». Che dire di questo detournement «lussuoso» del movimento che è l'angoscia?

51.

« La vita tutta intiera, condannata com'è al movimento inutile, aggiunge alla fatalità il lusso d'un goduto supplizio. » Chi può godere di questo lussuoso supplizio, se non colui, falso uomo, che sa di aver patria altrove da questa « valle di lacrime »? Chi deliba il calice fino alla feccia? Chi trionfa inastato cadavere, nel livore del supplizio? Chi se non il « rospo crocefisso », il corpo di morte, il cadavre exquis? Questo non-uomo. Il figlio di dio che viene, a dissacrare la pena, la storica e non inane pena umana di resistere, di desiderare, di sussistere angosciosamente, di conoscersi imperfetti e mutilati nella mancanza, e di lottare e da capo lottare, perché al di là di sé, e non al di là della vita, la mancanza maturi la pienezza, la vita erompa dalla sopravvivenza, il sogno concreto si realizzi, contro la concretezza sempre più fragile dell'incubo reificato. « Al culmine della convulsione che ci forma, la testardaggine dell'ingenuità la quale continua a sperare che quella cessi, non può non aggravare l'angoscia... » La testardaggine dell'ingenuità. A questo, pur di fugare il senso della storia, e delle « storie », il verminoso « pensiero » religioso riduce l'esperienza combattuta, la sapienza della lotta, la sola vera e sanguinosa conoscenza. Del non mai inutile movimento che è l'angoscia, dentro la stasi della non-vita. L'albero della conoscenza, il serpente. Questa la trasgressione: conoscersi, disconoscendo la fatalità.

52.

La fatalità è la stasi. La « personalità » vissuta come il giudizio inappellabile, la condanna all'ergastolo. Per sempre entro i muri eretti dall'alterità. La definizione in negativo, per esclusione. La costellazione delle presenze, in cui ti conosci come assenza, come involucro del vuoto. L'IO dettato in nome del padre, sentenza e croce: il dubbio ortogonale alla disperazione. Il nome e cognome. La fisionomia impietrita nello specchio. Il viso che tasti tremando, nell'angoscia. L'angoscia-madre, l'angoscia-travaglio, il premere contro le pareti per nascere: per nascere, finalmente. Lungo tutta la « vita ». Il movimento spastico, il movimento-cuore. Nel silenzio, nauseato e atterrito dalle parole. La parola dis-conoscente. I nomi che negano. La neutralità omicida delle frasi, gli sguardi che negano il vedersi. Gli occhi che ti inchiodano a ciò che non sei. La figura di te: l'altro. Riconosciuto senza fine - ogni « tu », ogni « ciao » - mentre si disconosce e rivolta, senza fine. Gli occhi del padre, della madre, gli occhi dei fratelli, gli occhi dei figli. L'oggettificazione. « Che cos'hai? Parla! » La prigionia, la negazione ineffabile nel linguaggio. E la prigionia, la negazione eloquente nel silenzio. Di cui ciascuno è l'auscultazione raccapricciata. L'intelligenza sbarrata dalle parole. Dalle parole tradite, monetizzate, depauperate. Fatte cadere. Schiacciate. Le parole-schegge. Le sfere frantumate. Il bagliore sbriciolato. « Come stai? » « Che cos'hai? » « Spiegati. » « Non capisco. » « Perché mi guardi così? » Tra intendere tutto, a un millimetro, a un istante, e non voler capire, in un sempre che è la stasi, che è la fatalità. Ma rotta, divelta, a spasmi, in ciascuno, in un segreto che è di tutti, velato appena dall'interdizione, sempre più trasparente, sempre più imminente, nel movimento-angoscia, nel desiderio-angoscia, nel patire che matura il sommovimento, nell'intendere che si avvicina, che si vuole. Altro che lusso. Altro che spreco. L'angoscia è l'incedere gigantesco della storia, miniato nella peripezia di ciascuno. La bancarotta imminente del credito, dell'attesa. La crescita del desiderio che esige, la lotta dell'istante che rifiuta di sacrificarsi. L'erezione appassionata del presente. L'insurrezione silenziosa ma sterminata dei corpi. Tanto più forte, quanto più clandestina. Tanto più certa, quanto più occultata dalle forme dirotte della derelizione. A mano a mano che il niente sembra trionfare. Più l'insurrezione si fa potente, più incombe la desolazione. Il nihilismo è la fragilità trasparente del fittizio. La traslucidità dello schermo vicino a spezzarsi. Il disgregarsi dello specchio, in cui il passato dilegua, col suo potere. L'assottigliarsi dei muri. L'indebolirsi e il disperarsi della fatalità, scudiscio ormai snervato d'ogni tirannia. L'impallidire dello sbirro: l'agonia dell'angelo custode. La timidezza, anche, della potenza che si scopre, incredula, dello spazio che cede, della catena che si allenta. Il vizio duro a cedere dell'umiliazione. L'oscenità dell'assuefazione. La coazione a ripetersi il divieto.

53.

L'angoscia è il memento vivere della corporeità. La testardaggine della intelligenza naturale: il diniego a concludersi in quella costellazione di apparenze oggettive. La consapevolezza

insepolta di un destino superiore. La denegazione dialettica della fatalità negatrice del movimento. Il movimento estatico, uscita dal sé fittizio, uccisione del custode-Io, è il contrario della fuga dal corpo. E' la conquista in atto della corporeità realizzata, e della totalità coerente come suo contesto naturale. Quando la corporeità riconosce il potere trascendente del proprio senso in processo - materialmente trascendente - è allora che nell'azzardare (nelle carezze in cui dilegua il vetro della separazione, negli sguardi disaccecati, negli atti temerari della passione) la pienezza attraversa i confini del soma, trabocca irrompendo nel mondo, colma col proprio pulsare ogni spazio e tempo, conquistandoli a sé, realizzandoli come i suoi. E’ così che il corpo dell'essere amato si rivela come un territorio, un paese, un'era. Schiude la ricchezza, antichissima e futura, della sua vastità; si smisura, abbandona la segregazione rattristata dei « connotati », dei contorni umiliati della propria figura, aggricciata nel respiro breve dell'angoscia, impedita a espandersi dalla corazza della sua

« identità », che è identità necrotica con la comunità familiare dei carcerieri e con il loro tempo, scandito dalla ciclotimia produttrice dell'impossibile.

54.

In limine all'estasi, è l'incredulità. L'impossibile esercita una resistenza feroce. Trafigge, schidiona ogni impulso, lo trae alla cucina del sarcasmo, dove ogni carnalità trapassa in macelleria, ogni sangue in salsa, ogni linfa in untuosità di brodi. Ogni uccisione sacrificale è sempre finita in una digestione. Fuori dal corpo il fuoco, a rosolare il morto. Questo il tuo corpo. Il vassoio delle delizie estirpate. Non viverle, consumale. Lenisciti, al di qua dell'azzardo. Rimpicciolisciti, nel desiderio ridotto ad appetito. Cibati, digerisci, defeca: sii nel ciclo, nella quotidianità e nella liturgia.

55.

Al cuoco di visceri, il desiderio sa avventarsi, riconoscere il suo possibile sul varco, scorgere, nel corpo-a-corpo, in un colpo d'occhio, la grandiosità della sortita. E' già al di là. Non appena osa vederlo, lo spazio-tempo dell'estasi è già il suo presente. Ogni gesto apre, dissuggella, sprigiona, riconosce, libera, comincia. Per breve, per minacciato che sia dai più imperativi divieti e dalle labilità e impotenze, riconosciamo il senso insurrezionale dell'estasi. Disimpariamo a misconoscere i sensi. Crediamo, infine, ai nostri occhi, quando l'impossibilità osa negarsi.

56.

La magia entusiasmante del potere dell'estasi, che è potere e magia di sintesi, di risoluzione. L'irrompere spiegandosi e sciogliendosi di ogni passato-nodo, il disparire del tempo della prigionia. Dileguarsi della quotidianità. Esplodere del sé-oggetto. Fuggire della cosalità. La presenza lampante della corporeità superantesi, scatenata verso il di più e l'oltre, sfuggita alla morsa dell'alterità, nella potenza del desiderio. L'evidenza irrevocabile del trascendersi dell'«animale» e della «persona». La pienezza che attraversa il chiuso della pelle, l'attraversa come si entra in una luce, in un'acqua, in un bosco, incedendo senza resistenza, solennemente, fondendosi. Questo conoscere aprendolo l'essere suggellato. Questo senso vivo del corpo d'amore, chiaro a tutti i sensi, sontuoso. Questo superamento attraversante e inverante, questa abolizione solenne della separazione, dell'alterità, dell'angustia, della prigionia. Questa identità rivelantesi dell'« interiorità » con l'« esteriorità »: il loro perdere senso, il perdere senso dell'«identità» carcerata nell'Io, stampata nel vuoto del sé dalle forme ossessive delle assenze, dalle « persone », dagli « altri », l'identità-intimità con l'uccisione, con il divieto ad essere e a sentire. Questa dimostrazione « per assurdo » della possibilità d'essere. Questa conquista armata del presente, affinché in essa la volontà potente si risponda esaudendosi, sgominando l'assise del passato, decapitando giudici e sgherri, rovesciando re e regine, strangolando sacerdoti, spie e metafisici. Questo far giustizia in sè della famiglia regale, e questo disparire del palazzo, delle sue aule e stanze, dei suoi usci del pianto, dei suoi mormorii e orecchiamenti di gemiti, delle sue camere di tortura, dei suoi corridoi labirintici, delle sue cantine, dei suoi topi dei suoi insetti dei suoi pipistrelli dei suoi vermi dei suoi draghi. Questo profondo respiro dell'altrove, in cui il soggetto si rivela a sé. Questa guarigione senza terapia, questo lenire resuscitando, questa morte della pietà e del pianto. Questa vittoria.

57.

Troppo breve. Troppo assediata. La vendetta del tempo, della quotidianità desertica, contro l'istante. L'ironia, e peggio, il suo contagio: l'autoironia. Il contagio dell'incredulità. L'astio, pronto a infiltrarsi, nel rivolo del risentimento. « Ma è stato vero? » « Ma anche tu? » « Ma come me? » Proprio perché l'estasi può essere quella vittoria, quando il procedervi cade prima di toccarla, quando viene meno al suo progetto e alla sua premessa, il dubbio inquina la presenza vicendevole degli amanti, ne indebolisce il potere, fa sì che riappaia come feritoia nella prigione. Spasmi di dubbio: il cui veleno si annida nella labilità con cui si profilano, nell'apparire-disparire, sfuggendo l'affrontamento, conservando l'immunità del perdurare irrisolti. Scarti spastici di prospettiva. Il corpo che si avviava ad espandersi, a farsi mondo, come in una zumata si raggrinzisce. Il sentire-capire sanguigno, il confluire dei sensi col senso, regredisce a « pensiero », a incertezza. Il respiro è riconquistato dal progresso dell'ansia. Si cessa di trans-crescere, di procedere, con la pelle (premendola nella forza dall'interno, attraversandola-affermandola) al di là del suo delimitarsi. Ci si distacca, col venir meno della propria presenza corporea. Si giace nel proprio-corpo. Dovunque non qui, comunque purché non in presenza. L'altro è già l'Altro. La presenza è del boia alieno che giace castrando, raggrinzendosi, non sai se in te, nell'altro, che si equivalgono, immiserendosi, carcerati nell'identità del non-essere, definiti nell'alienità.

58.

La caduta può essere peggiore della perfidia dei custodi. Quando il corpo, perduta la « grazia » dell'incedere, nel fuoco interno, verso l'uscita dal sé, sconfitta la gloria dell'insurrezione, smarrisce l'onore del vero fino a convertirsi, al di là del brivido, nel proprio simulacro, e precipita nella vergogna di mimare l'avventura, sopprimendo financo l'avvertimento sinistro dell'assenza di piacere: allora a muoversi, a galoppare, è la macchina, il fallo-coltello, la vagina-tagliola, alacri a contundersi, a negarsi ferendosi, mentre le mente, specchio della mancanza, evoca dalla castrazione infantile le icone gessose delle più remote ossessioni onanistiche, nella luce chirurgica dell'assassinio primario. L'irrisione è pronta a svuotare i corpi come circhi evacuati. Gli atleti-attori, i gladiatori clowns, cui senza mistero e senza magia sono ridotti gli esseri che mossero verso le clarine dell'estasi, trovano, nell'eiaculazione « liberatoria », il fischio dell'arbitro che pone fine alla partita. E nella delusione risentita, scoprono d'essere stati essi stessi gli spettatori disincantati, i barbari masticatori di farse. L'Io riconquista così, non appena gli si conceda uno spiraglio di dubbio, lo spazio-tempo dell'estasi, immediatamente convertendolo in scena, e immediatamente rappresentandosi nei corpi, che cessano di muoversi realmente. Pulcinella, rimanga un segreto.

59.

E’ di questa competenza dell'oscenità, che la « cerchia », la riproduzione mondana del lager familiare, intesse la sua intimità. Ogni raro apparire della passione, suscita la folata dell'astio, a scuotere ogni spina nelle anime-pruni, a sollevare sabbie disseccate e a scagliarle, con tutta la violenza dell'odio per il «disordine» della passione, nell'intollerabile dolcezza di chi ha un mondo a fior d'occhi. Mai l'amore incede incolume, nella cerchia. La cerchia: che è l'accerchiamento, in cui ciascuno è a un tempo volpe e membro indistinto della canea. L'uso della parola oggettivante è il fissativo che connette gli amanti, fatti « coppia », nella comunità fittizia: famiglia, cerchia, racket, milieu. Essere nel gioco: preso, « dato », in pegno, in ostaggio. Il patto esplicito è di non

« trascendere »: non trascendersi come identità opaca, non smentire la connotazione. Pena la perdita d'ogni connotato. L'essere-o-non-essere nell'ambito della cerchia è sospeso a questa oscillazione: essere (dato e preso) nella connotazione oggettivante, o venire espulso dal circuito connotante, gettato in quello sfondo raccapricciante che è la « cosalità » del « fuori », l'oggettificazione dei vuoti a perdere; dei consumati o non più consumabili, dei deteriorati, dei rifiuti.

60.

Ciascuno, nella cerchia, è parlato. Detto. Descritto. In presenza o in assenza. Sempre in un sotteso terrore. L'economia politica, trapassata corpo ed anima in psicologia politica, produce la personalità come la Cosa che è Detta, la rappresentazione coniata del valore creditizio, la carta di credito che torna, a ogni giro-girone circolatorio del giorno-ciclo, accresciuta di un profitto d'assenza. Essere nella cerchia: sussistere nella figura di sé, erogarvisi co-edificandola, questo prodotto collettivo che è la personalità dell'assenza.

61.

II « lavoratore combinato » ha toccato le radici del patto sociale, si è identificato nella matrice del valore personificato; l'oggetto per eccellenza è il soggetto fittizio, la merce sublimata nel mero contenersi, in una forma, del vuoto. Un corpo, è un supporto. Un vuoto, la marca del sé. L'eloquio è il sound, la colonna sonora della produzione di vuoto. Con o senza chitarre, ogni chanson è la sigla che promuove l'assenza, che celebra l'onnipotenza del passato e del non-stato, indissolubilmente dall'apologia del credito futuro. L'essere così si pronuncia / produce esclusivamente nella commemorazione, che introduce senza soluzione di continuità, saltando a piè pari il presente, nella promessa. Tra commemorazione e promessa si tende lo schermo in cui le figure di sé vengono proiettate a celare il vuoto nel quale sgorga silenzioso, come da una tubatura che perda, il presente, cui è fatto divieto di avvertirsi. Si parla di ciò che non si è: per prodursi concatenati nel non-essere, nella liturgia del commentario.

62.

Mai la society fu così assorbita dal cerimoniale del « problema » e mai così democraticamente uniforme, in ogni sfera della sopravvivenza socialmente garantita. Mentre gradatamente tendono ad eclissarsi le distinzioni tra le classi, nuove generazioni « fioriscono » sul medesimo stelo della tristezza e dello stupore che si commentano, in una generalizzata e pubblicizzata eucarestia del «problema». E mentre il gauchismo più « duro » (e a suo modo più coerente) rivendica un salario per tutti, sempre più il capitale accarezza il sogno di saperlo accontentare: depurarsi dalla pollution produttiva fino al punto da consentire agli uomini semplicemente di prodursi come le sue forme piene di vuoto, come i suoi contenitori, dinamizzati dal loro stesso enigma: perché ci sono?

Agosto-dicembre 1973

 

note:

1. Torna il passo di Lacan: "Giacché l'uva verde della parola con cui il bambino troppo presto riceve da un padre l'autentificazione del nulla dell'esistenza, e il grappolo della collera che risponde alle parole di falsa speranza con cui sua madre l'ha ingannato nutrendolo con il latte della sua disperazione, legano i suoi denti più che se fosse stato svezzato d'un godimento immaginario, od anche fosse stato privato di certe cure reali". (J. Lacan, op. cit., Einaudi, pp. 217-18).


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