Giorgio Cesarano

L'insurrezione erotica

(Autocritica della corporeità metaforica)

da Manuale di sopravvivenza, Dedalo, Bari, 1974

 

1

 

Hegel, L'amore, la corporeità e la proprietà.

0.

La sensazione di pena e mancanza suscitata dai rapporti formalizzati, fa sì che l'esigenza di spezzarne i limiti, per superarne la miseria più evidente, si manifesti come desiderio di farli "saltare" mediante l'irruzione della sessualità. Ma si tratta ancora di un riflesso della miseria, un corto circuito in cui l'intolleranza immediatistica del minimo cui è ridotto il tessuto sociale gli avvicina il massimo cui riesce a tendere, in condizioni di umiliazione e di fame, il desiderio, facendo apparire i due "estremi" come e prossimi quasi comunicanti, non appena l'intenzione qualitativa spezzi la separazione. Ma si svela così l'illusione. Né ciò che manca ai rapporti degradati è la sessualità, né la sessualità così com'è, storicamente determinata, punto più alto in cui la valorizzazione isola il piacere come salario della passione addomesticata al lavoro (prestazione energetica, investimento di tempo-denaro), può concentrare in sé ogni requisito qualitativo. Il dissequestro della qualità e del piacere è il compito rivoluzionario destinato a scongelare il feticcio della sessualità e, al tempo stesso, liberandola dai suoi falsi contenuti surrogatizi, magico-religiosi, a dispiegarne la ricchezza stornata. L'erotizzazione dei rapporti, la realizzazione qualitativa del loro tendere alla totalità, non vedrà più la sessualità né come mezzo, né come fine, ma come momento significativo del rapporto essenziale tra le qualità del vivente.

1.

“È solo nella violazione — al livello della morte — dell’isolamento individuale, che fa la propria apparizione quell’immagine dell’essere amato che per l’amante rappresenta il senso di tutto ciò che esiste.” Così Bataille (L’erotismo, Mondadori, p. 28). Ma l’isolamento individuale di cui parla è la prigionia nella figura di sé — violarne il fortilizio è davvero un rischio mortale —: l’apparizione di “quell’immagine dell’essere amato” è innanzitutto l’apparire della liberazione possibile, nella coniugazione col mondo, il senso appunto di tutto ciò che esiste. Al di sotto di ogni psicodramma dell’amore, negli inferi della carcerazione in sé, questa è la tragedia: l’al di là di sé appare come una “immagine”, una cifra simbolica della totalità agognata. Essa risplende di tutta la forza cresciuta nella compressione della manque à être, non tanto perché ne sia la proiezione allucinatoria (e in questo senso fittizia), quanto perché effettivamente la manque conosce e chiama l’être che le è assente, sa che esiste fuori dal sé, lo aspetta e lo cerca da sempre. L’immagine è dunque la promessa d’essere, e, insieme, la dimostrazione della sua concreta possibilità. Essa è infatti incarnata; è, come infelicemente ma realisticamente si è abituati a dire, una “persona”, ossia la maschera di un dramma, ma la maschera indossata da qualcuno che è, o più esattamente desidera essere. Una menzogna antichissima, e un’allucinazione sempre nuova, istituisce a questo punto una simmetria perfettamente illusoria. Due “persone” si trovano l’una in presenza dell’altra, si desiderano e si amano, non gli resta che congiungersi. Ma due “persone” non possono, letteralmente, congiungersi: non appena si apprestano a farlo, ecco che si separano, tanto più sostanzialmente quanto più formalmente il congiungimento appare ricco e animato. La ricchezza è accumulazione di forme metonimiche, l’animazione è di figure, di cartoons. L’ostinazione cieca con cui due “persone” si sforzano di congiungersi è simile a quella con cui taluni animali, e i bambini, si sforzano di lottare, o di congiungersi, con la propria immagine riflessa nello specchio. A fronteggiarsi sono infatti due immagini reciprocamente speculari, e speculari particolarmente nella loro diversità (l’alterità sessuale e/o l’alterità fisiognomica, in senso lato) e nella loro specificità individuale.

2.

L’angustia — la sofferenza di cui parla Bataille (“l’amore ci impegna pertanto alla sofferenza, poiché la piena fusione è apparente; e tuttavia l’amore promette la fine della sofferenza”, ibid.) — implacabilmente soffoca il piacere in questo cozzo di due architetture o “macchine”, belliche e carcerarie insieme. Ciascuno è per l’altro ciò che non è in sé. Ciascuno, per incontrare l’altro, deve uscire da sé. Di questo è fatta l’estasi, questa sortita armata fuori dal fortilizio del sé. Ma non appena l’estasi tende a spiegarsi, ad affermarsi, negarsi come istante e cercarsi come totalità e come durata, l’altro si svela essere come una pietra o un albero, o come un idolo: un oggetto, una “cosa”, un’entità comune al mondo delle cose, una cosa del mondo in cui il fortilizio ha fondamento. In questo, l’altro indica già, nell’istante stesso dell’estasi, la via del ritorno alla prigione, segnalandosi come cosa dell’orizzonte della prigione, significandosi come la pochezza in cui si disconoscono desideri e volontà, in cui si riconoscono frustrazione e inanità. Questo è vero per ciascuno; è così che gli amanti conoscono insieme e nel medesimo movimento la gravità del progetto contenuto nel desiderio e la miseria della sconfitta espressa dalla mancata realizzazione. O meglio: dalla realizzazione della mancanza. Ma guai a chi, di questa banalità del proprio destino, fa la trappola in cui va a morire ogni destino. Chi cessa di progettare l’evasione, chi cessa di osare tendervi e di detestare la miseria della carcerazione nel sé, muore chiuso nel sé, fa di sé la storia di una morte mentre muore alla storia, pone fine alla sua via mentre resta un ciottolo della grande via.

3.

L’amore, prescrive il cinismo dei proverbi, è una lotta. Di questa saggezza miserabile si inorgoglisce il sorriso dei vili: a che vale, muoversi alla ricerca dell’estasi, quando sai che non potrai trovare se non il corpo del niente, che il desiderio della fusione e della sortita dalla prigionia si conoscerà, stravolto, come un corpo a corpo di fantasmi? Se è anche vero che l’amore è una lotta, è più vero che la lotta è di ciascuno contro la propria miseria e contro la propria prigionia. Non si lotta contro l’altro, si lotta contro il sé. Nessun manuale di strategia amorosa vede la moralità di questa lotta. È più osceno il presunto realismo delle “astuzie” d’amore che le eiaculazioni sul viso della pornografia. Bataille scrive, temerariamente: “L’essere amato è, per chi lo fa oggetto d’amore, la trasparenza del mondo. Ciò che attraverso l’essere amato appare (...) è l’essere pieno, illimitato, cui l’individualità non oppone più barriere”. L’essere amato è la trasparenza del mondo finché non si riduce ad apparire come l’oggetto d’amore, e non appena appare come l’oggetto d’amore ogni trasparenza dilegua, l’opacità spezza lo sguardo, la specularità lo fa regredire al passato. Guarda l’essere che ami nel cuore di un paese: vedrai, se l’amore è forte, quanto è grande il paese del tuo cuore, e come esso è un regno, e come la tua e quella dell’essere amato volga ad essere la signoria senza schiavitù. Ma guarda ancora l’immagine della persona che ami al centro di un paesaggio: vedi la serva-padrona che fu tua madre e il forzato-sbirro che fu tuo padre, al centro focale del tuo passato, proiettato come un incubo onnivoro e ossessivo, sopra ogni presente, contro ogni futuro. Fai del progetto amoroso un oggetto d’amore e vedrai il tuo passato come la barriera specchiante che ti separa dal presente.

4.

Sei mia sono tua, la mia donna, il mio uomo: l’essere è già sgominato, l’avere già si impone con il suo contenuto di niente. Eppure non è liquidando la fedeltà alla scelta, la temerarietà di un progetto comune, che si supera la pietrificazione e l’annientamento. Se è vero che due amanti giacciono l’uno “con” l’altro come due amuleti, o due figure di un gioco tetro, o due bracci di un congegno, è però vero che essi solo così trattengono, nella loro ostinazione a volere, e anche quando essa appare come un’immotivata coazione a distruggersi, il sogno di una cosa che è al di là della cosalità in cui giacciono, il progetto d’essere che effettivamente è la loro sola ragione d’esistere, il loro solo onore, e il solo onore che trapassi l’atrocità dell’infanzia.

5.

“È, in una parola, la fusione dell’essere visto come liberazione a partire dall’essere dell’amante” scrive ancora Bataille, e: “C’è in quest’apparenza un’assurdità, un’orrenda mescolanza: ma, al di là dell’assurdità, della mescolanza, della sofferenza, splende una verità miracolosa. Niente, a conti fatti, è illusorio nella verità dell’amore: l’essere amato equivale, per chi lo fa oggetto d’amore, e naturalmente solo per chi lo faccia oggetto d’amore (ma che importa?) alla verità dell’essere. Vuole il caso che, tramite l’oggetto d’amore, sparita la complessità del mondo, l’amante scorga il fondo dell’essere, la semplicità dell’essere”. Ciò che l’amante vede nell’amato, l’ho già detto, è la concretezza possibile esistente fuori di sé, nella generalità, di un progetto d’essere che è, al tempo stesso, suo e non-suo, squisitamente personale, individuale e unico e patentemente sovrapersonale, comunista, “storico”. L’indulgenza ipocrita con cui l’universo mondano tollera la presenza degli amanti maschera a malapena l’astio e l’intolleranza per ciò che sempre l’amore trasmette d’eversivo, e lo maschera facendosi forte sulla comicità patetica, sulla goffaggine degli amanti. Coloro che incespicano tenendosi per mano. Coloro che “si illudono”. La mondanità pregusta la vendetta storicamente preparata. Finirà, quell’amore, come tutti gli altri, nel risentimento e nel vuoto; si accomuneranno, quei comunisti, alla comunità dei relitti e della desolazione. Ah sì, l’orrenda mescolanza prepara effettivamente in anticipo una sconfitta certa. Finché la vita non sarà liberata, ogni battesimo è un memento mori, ogni abbeverata un avvelenamento.

5 bis .

La misura individuale si conclude nella morte, solo la specie, la comunità totale, possiede la misura della vita verso la quale procede. Ma la vita realizzata riscatterà dalla morte l’individuo, non appena gli consentirà di superare la dimidiazione, di fondersi, indiviso, con la totalità, nel flusso del processo.

6.

Tutto, “a conti fatti”, è illusorio nell’amore, se si tratta di fare i conti. L’essere amato equivale davvero, per chi lo fa oggetto d’amore, alla verità dell’essere: le equivale nel senso che ne è la cifra simbolica, la moneta-figura. L’oggetto è l’equivalente generale dell’essere, in una circolazione di capitale fittizio in cui l’essere ha per requisito essenziale quello di mancare. Non si capirà mai a sufficienza la portata positiva di ciò che è assenza. Ciò che manca è potente, ciò che manca si impone d’essere, di ciò che manca il processo nutre la sua dinamica inseguitrice.

7.

Si disperi chi vuole, di non avere: avrà pure saputo perché desiderava. Di tanto piangere mormorando in debolezza a margine, sulla vita che è fuggita, la vita se ne fotte, scorrendo per miliardi di esseri nuovi, fiume gonfio inarrestabile. La lotta passa attraverso i corpi accesi nella forza della passione. “Oh!, lungo il cammino delle generazioni, la luce!... che recede, recede, ... opaca... dell’immutato divenire. Ma nei giorni, nelle anime, quale elaborante speranza!... e l’astratta fede, la pertinace carità. Ogni prassi è un’immagine,... zendado, impresa, nel vento bandiera... La luce, la luce recedeva... e l’impresa chiamava avanti, avanti, i suoi quartati: a voler raggiungere il fuggitivo occidente... E dolorava il respiro delle generazioni, de semine in semen, di arme in arme. Fino allo incredibile approdo.” (C.E. Gadda, La cognizione del dolore, Einaudi, pp. 84-85).

8.

A chi si lascia spegnere non resta che il suo piagnucolare. Io, io, io. “... Il solo fatto che noi seguitiamo a proclamare... io, tu... con le nostre bocche screanzate... con la nostra avarizia di stitici predestinati alla putrescenza... io, tu... questo solo fatto... io, tu... denuncia la bassezza della comune dialettica... e ne certifica della nostra impotenza a predicar nulla di nulla,... dacché ignoriamo... il soggetto di ogni proposizione possibile...” (C.E. Gadda, op. cit., p. 124) Il cazzo piccolo, la fica frigida, il pene-clitoride, la famiglia assassina, gli amici bastardi: fosse andata altrimenti, si fosse potuto avere! E potessero riuscire a parlarsi: come vedrebbe quanto nessuno ha, come si è tutti identici nella deprivazione e nella “sventura”, come a ciascuno accade lo stesso mortificante gioco di tarocchi truccati, grazie al quale non uno riesce più a scorgere ciò che realmente vive, o potrebbe vivere non appena sorreggessero passione incarnata, desiderio concreto, volontà di realizzarsi. Contempla invece affamato le illustrazioni dello splendido Altro, immensamente profuso di tutto ciò che gli manca. A questo almeno, ed è molto, gli amanti sanno brevemente scampare. Essi si guardano, dunque sanno vedersi. Si desiderano, dunque si riconoscono. Si deludono, dunque sanno che cosa cercano. Si odiano, dunque sanno di non bastarsi.

9.

Tramite l’oggetto d’amore, sparita la complessità del mondo, l’amante scorge il fondo dell’essere, la semplicità dell’essere? Addomesticato al feticismo religioso, Bataille non distingue tra l’essere e il simbolo, la “figura”. È vero che la complessità del mondo — il labirinto in cui indementisce ognuno, perdendosi nella propria architettura — sparisce nella contemplazione dell’oggetto d’amore. Ma è, questo, l’istante e lo spazio che coniuga due mondi, il sito-tempo in cui simbolo e essere coesistono, liturgia e verità si combattono compresenti. È quando l’oggetto d’amore — il feticcio dell’essere — si fa trasparente fino a svelare d’essere una via, un movimento, una sovra-agnizione, un’iniziazione, quando perde la sua opacità d’oggetto e fascinazione di feticcio, che veramente l’amante scorge, non il fondo, ma il principio dell’essere possibile, e la sua semplicità luminosa e terribile. È in questo istante che l’amante conosce la gravità dell’impresa, è ora che vede l’amore come conquista e superamento, come comunione al di là del sé, lotta per la vita, come comunicazione concreta e pragmatica del possibile, come insurrezione.

10.

Gli amanti corrono per mano verso un’acqua lustrale, esattamente come negli shorts pubblicitari verso un sale da bagno o una cocacola. Gli amanti si accaniscono a spillarsi l’uscita da sé, esattamente come nei coiti della pornografia. Ma nessun mercenario della regia riuscirà mai a profanare la sacralità di quella corsa, la solennità di quella lotta, per quanto si incanaglisca a dilapidarne le immagini, ad affogarle nel gorgo della mercede che lo strangola, fecale. In questo ogni immagine conserva una sua innocenza: nel potere resistente dell’evocazione, e al tempo stesso, nell’evanescenza manifesta della sua natura di simulacro.

11.

Il capitale ha creduto di liquidare facilmente la resistenza millenaria dei contenuti radicali manifesti nella sacralità delle situazioni topiche. Non ha potuto che saccheggiarne l’iconografia. Sorprendentemente, neppure questo gli è riuscito senza danno. Schiacciata sotto i rulli delle macchine da stampa, l’immagine dell’uomo futuro, racchiusa nella corporeità di ogni essere, è sempre capace di resuscitarsi. In un brivido, per un istante, come per equivoco, in un colpo d’occhio distratto, a tradimento, tra una trivialità e uno sbadiglio, tra l’una e l’altra parola del vuoto, un occhio improvvisamente ti fissa, un seno respira, una mano pulsa, un ventre trasale. Un secondo sguardo non troverà che la patina della carta, la lattescenza dello schermo; uno slogan si precipiterà a suturare la fêlure minima aperta nella corteccia del cinismo d’obbligo. Non è accaduto niente, e il lutto si rassicura: sei morto come sempre, in uno sterminato campionario di illustrazioni ferali. Ma non è mai vero del tutto, e lo è sempre meno. È tempo di invertire la prospettiva, di saper vedere l’estrema fragilità della catalessi imposta dal capitale. È tempo di capire che l’ineroe nihilista, questo egotista dell’autodistruzione e dell’annientamento, ha i nervi a pezzi, e che persiste con crescente difficoltà. Nessun ottimismo è lecito sulla facilità dell’impresa, ma è tempo di non lasciare accidiosamente ingrassarsi il verme del pessimismo.

12.

Se due “persone” non possono mai veramente congiungersi, ma soltanto vieppiù separarsi, è dunque vero un altro proverbio della “realpolitik”, secondo il quale l’estasi dell’uno comprende necessariamente la disillusione dell’altro? Si tratta ancora una volta della consumazione di un sacrificio? Da quando la schizofrenia è una condizione del sociale, ciascuno si guarda vivere sentendosi morire. Innanzitutto, chi è il soggetto reale: l’io che guarda? L’io che “agisce”? Alla soglia dell’estasi, uno dei due deve morire. È questo, il sacrificio necessario. Ogni sortita dal sé, è un’uccisione di sé.

13.

A trattenerci dal soccombere è la medesima dimidiazione che ci trattiene dal vivere: due nemici mortali si guardano con reciproco terrore all’interno della segreta dove il sé dubita senza fine. Sortirne, significa sboccare nella certezza. Uscire da sé significa conoscersi senza alcun dubbio. La fusione di cui parla Bataille, la fusione che ti fa individuo, essere indiviso, è innanzitutto la scomparsa sanguinosa dell’altro che è in te. L’amato è la comparsa prodigiosa dell’altro fuori di te l’occasione magica di un rapporto reale. Ma come è questo, è anche la “comparsa”, in senso teatrale, di un alter-ego.

14.

“Provami che non esisti solo nella mia immaginazione”: ossia provami che non sei una figura di me. Perché se lo sei, devi morire. Nessuno può tollerare un altro sé, fuori di sé. Dunque è vero: “Nel sacrificio non c’è solo il denudamento, ma c’è anche l’uccisione della vittima, o almeno l’eliminazione, il bruciamento di un oggetto inanimato.” (Ibid., p. 29). Ecco: l’oggetto inanimato è la “cosa” che l’estasi sacrifica, e che nell’estasi scompare. Nell’estasi “muore” la morte. Non ho motivo, qui, di inventariare casistiche intorno alle combinazioni possibili. Sapere che sono numerose basta a spiegare perché l’estasi simultanea di due amanti è un evento di difficile realizzazione. Occorre specificare che non si sta parlando di “orgasmo”?

15.

Chi parla di fusione estatica pensando che si tratti di sincronizzazione degli orgasmi può seguitare a credere che nelle rubriche dei sessuologi si tratti d’amore, ma chi d’altra parte ne parla come qualcosa che non riguardi il venirsi reciproco degli amanti, non sa di che cosa parla.

16.

Si sta dunque parlando anche di orgasmo. Per quanto vi si trattiene di pertinente alla conquista della totalità, alla fusione unitaria, flusso liberato e dissequestro della corporeità. Tuttavia, Reich non ha avuta tutta la ragione. Solo una condizione storica di estrema miseria ha fatto sì che l’orgasmo apparisse come l’unica estasi possibile; ricorresse, nel ciclo della “rareté” come l’esclusivo riferimento concreto e corporeo alla fusione e alla conquista di una dimensione totalizzante. Ma è proprio concretamente che l’orgasmo si rivela come un valore sancito dalla penuria, rispetto al progetto di essere dal quale è pur vero che scaturisce. Come ogni limite o soglia, partecipa di due spazialità. Dalla segreta del sé alla totalità del corpo, eppure non è un uscio che si apre, quanto uno specchio che fonde. Il prigioniero diviene re, un re nudo, ed è il vero re; poiché è nudo, non si può che riconoscerlo. Troppo brevemente. Il freddo annuncia il ritorno degli incappucciati.

17.

“La vittima muore, gli spettatori partecipano d’un elemento che ne rivela la morte.” (Ibid., p. 29) Ma sono loro, gli spettatori, sono essi i sicari. Ognuno conosce, nello strangolamento dell’ultimo e già remoto spasmo, queste presenze di esecutori. La fine dell’orgasmo è sempre un’esecuzione capitale. La testa cade nella cesta dei giocattoli, il recipiente da cui sortirono ab initio gli spettri del pavor nocturnus. Non finisce mai di riprodursi la medesima tragedia preverbale. Tutto qui? Soltanto a voler essere più realisti del re spodestato.

18.

Se Reich redivivo vedesse la “liberazione sessuale” tremerebbe annientato nell’angolo. La vittima muore, dunque, e gli spettatori partecipano d’un elemento che ne rivela la morte. “Quest’elemento è ciò che potremmo definire, usando la terminologia cara agli storici delle religioni, il sacro. Il sacro è esattamente la totalità dell’essere rivelato a coloro i quali, nel corso di una cerimonia contemplano la morte di un essere frammentario.” (Ibid., pp. 29-30). Sappiamo chi sono, gli spettatori. Va detto una volta per tutte che non esistono in nessun luogo spettatori innocenti di uno spettacolo, ma sempre esecutori di un rito: liturgia, sentenza, linciaggio. Sempre è uno spettacolo di morte. Ancora sempre sono tutti a morire. E ognuno muore in atterrita solitudine, ucciso da tutti gli altri. Ogni morte solitaria è insieme un massacro, ogni massacro un suicidio.

19.

“Si determina, a causa della morte violenta, una rottura della frammentarietà di un essere: ciò che sussiste e che nel silenzio che sopravviene provano gli spiriti ansiosi è la totalità dell’essere, alla quale è ricondotta la vittima. Solo una messa a morte spettacolare, operata in condizioni a loro volta determinate dalla gravità e dalla collettività della religione, è suscettibile di rivelare quel che di regola sfugge all’attenzione.” (Ibid., p. 30). Stiamo in guardia: attenzione a questo insinuarsi della negatività, attraverso l’ipnosi religiosa di Bataille. Come ognuno che veda remota nei cieli la terra promessa, ogni volta che parla di vita è un doganiere che riscuote il trapasso. Ma chi sono questi “esseri” assorti, “spiriti ansiosi”, e che totalità dell’essere provano, cui è “ricondotta” la vittima? Questa assise di carnefici, incadaveriti, questa orrida eucarestia del non-essere qui, per “essere” non-qui. L’orgasmo pone fine all’ansia, sentenziano i sessuologi, e la ragione che possono avere è quella sancita dagli incubi di maggioranze di frigidezze, di eiaculationes precoces, cui l’ansia di giungere alla fine dell’ansia strangola in limine ogni decollo verso la potenza. L’ansia di questa assise di morti caccia ogni presente lontano dalla gioia. Essi sono, dunque, i sicari che presenziano l’uccisione di ogni estasi, essi gli esecutori. Nessuno ignora questo venire a morte nella spettacolarità, questo lasciarci la pelle al centro della piazza. “Mi fai morire”, dice, tentata a vivere, la ragazza che viene. Letto a due piazze, appunto. Lite di condannati. Questo soltanto?

20.

Il corpo è forte. La sua caparbietà, il resuscitare inesausto della fame, non è qui una dialettica? La scherma magistrale del desiderio ne è una lezione. La sacralità del piacere: la promessa. Nessuno, si dice, è capace di ricordare la sensazione dell’orgasmo. Là dove si verifica la fusione istantanea di corpo e mente, la memoria brucia come una valvola. La memoria è il terminale dell’apparato che disgiunge il corporeo dal mentale. La sensazione dalla riflessione. È il custode vigilante del non-essere coatto. La memoria è la funzione del dimenticare, non del ricordare. Ogni censura, ogni rimozione, ogni rimozione della censura, è opera della memoria. Ogni oblio del proprio senso. La memoria è il sigillo di garanzia del memento mori. Il sacro, questo apparire disparendo. Apparire dell’essere nella sostanza, disparire nella forma che la memoria cristallizza, per celarlo. Per farlo morto. Il senso vivo nascosto dalla forma che il senso morto immobilizza per occultarlo. Tutto questo “sesso” nel dominio apocalittico del capitale. Tutte queste forme denudate di cazzi e fiche. Come sognare, ancora, freudianamente, spade, scrigni? Rupi, polle? In tutto questo filo spinato di peli pubici. Sperma glacé, glandi tostati, ostii brasati, alla mensa ufficiali dei cresimati. Questo il mio corpo, questo il mio sangue: Vostro Padre Capitale.

21.

E tuttavia davvero può essere il tuo corpo, il tuo sangue. Come sa la trivellazione vertiginosa dell’onania. Al di là dell’immagine, ancora la freudiana polla, lo scrigno. Nell’ombra della morte. Non sai se sta per scomparire o per incombere. Se sei stato per resuscitarti o per ucciderti. L’acredine della lotta si essica odorando. Te ne lavi le mani. Tornerà. Ti inebrierai di nuovo al sentore di te. Procederai galoppando. Immagini dietro immagini. Ma la folgorazione, lo spasmo e la delizia: irrevocabili, e immediatamente revocati. Quanto competente cinismo nell’iconografia patinata, e brutale cognizione del dolore. E quanto simmetrico terrore inane, nell’iconoclastia sessuofobica dei gauchisti. Non voler vedere, non voler sapere. L’ideologia della polla, come l’ideologia della natura, giusto al momento storico in cui ogni polla schiuma di tossici, ogni natura germoglia profitto e spine. Attenzione, neoadamiti, la vipera è tornata.

22.

Mai così cedevoli le vagine, e mai così immemori. La rosa mistica, il bocciolo promesso al di là della battaglia contro il drago. Ad esso procedeva il cavaliere inastato. Chi ricorda più questi sensi dell’incedere sacro verso il piacere quale conquista? Il principe che si suscita, baciato, dal rospo; la beltà dormiente nella foresta; la prigioniera della torre e la sua treccia... I miti fiabeschi ci mentivano, ma quale menzogna è più disarmante della nudità scevra di magia? Questi corpi desolati. Grami come aree edificabili. C’era più passione nel maniacale libertino che collezionava dessous, di quanta non se ne trovino in cuore questi trasognati neoadamiti, nudi della nudità dei lager.

23.

Almeno, non se ne inorgoglissero. Covi, in taluni, la “morbosità”, resista il bilico del “peccato”: qualcuno seguiti a sapere che la via attraversa l’“inferno”, se dall’inferno vuole uscire. I più timidi. Nel batticuore dell’erezione azzardosa, nella trepidazione della vagina difficoltosa. Guai alle slot-machine dell’orgasmo, guai ai flipper dell’eiaculazione. Nessuno restituirà loro l’avventura e la conquista scialacquate. La dialettica è nell’ambivalenza dei desideri e dei terrori, nel porsi in dubbio del sangue, nel negarsi-profondersi dei corpi. Ogni ritualità ha oltrepassato, verso l’interno, i confini delle scorze, cortecce, epidermidi. La drammaturgia è ormai viscerale. Un ciclo sta per concludersi: all’origine, il corpo sacrificato proiettò la pena della manque e la premonizione dell’intierezza su tutte le figure in cui il sacro prese forma; ormai l’eclissi del sacro preannunzia la sintesi dello scontro ultimativo, conquistata dalla corporeità prossima all’essere, al di là dell’alienazione istintuale e al di là della alienazione razionale. Hic Rhodus, hic salta. Ma il piede che si carica dello slancio conoscerà, prima di lasciare la proda dello Stige, la forza contenuta nella forma della sacralità: l’orma profonda del lunghissimo slancio, verso la conquista reale dell’essere nella vita, oltre. Tra gelo e febbre, sentiamo tutti che questo è un tempo solenne. Siamo noi gli assorti “spiriti ansiosi”, quando l’attesa è della forza, quando il sacrificio che si prepara è quello della morte. Siamo noi i sicari, i giustizieri, finalmente i vendicatori: cerchiamo la gola, i testicoli della morte. Sono nostri l’urlo, il salto, il colpo che stronca o eviscera, dobbiamo rivendicarli. Corri, corri, spettacolo (1), alla tua morte nel tuo fine.

24.

“L’esperienza mistica legata a certi aspetti delle religioni positive, si contrappone a volte a quest’approvazione della morte fin dentro la vita, in cui vedo il senso profondo dell’erotismo. Ma la contrapposizione non è mai necessità. L’approvazione della vita fin dentro la morte è una sfida, e ciò tanto nell’erotismo dei cuori che nell’erotismo dei corpi: una sfida alla morte lanciata dall’indifferenza. La vita è accesso all’essere; se la vita è mortale, la totalità dell’essere non lo è. La vicinanza della totalità, l’ebbrezza della totalità, domina la considerazione della morte. In primo luogo, il turbamento erotico immediato ci conferisce un sentimento che supera ogni altro, per cui le cupe prospettive connesse alla condizione dell’essere individuale cadono nell’oblio. Poi, al di là dell’ebbrezza connessa alla giovinezza, ci è dato il potere di contemplare la morte in faccia, e di scorgervi infine l’apertura alla totalità inintelligibile, inconoscibile, che è il segreto dell’erotismo, e di cui solo l’erotismo possiede la chiave.” (Ibid., pp. 31-2). Rifletta ciascuno da par suo di fronte a questa parole di Bataille. Ha la potenza ieratica di un esorcismo. E ne ha la debolezza terrorizzata. È la parola di un nemico, raccolto in positura di combattimento dinnanzi al varco che intende nascondere. Immediatamente al di là di questo servo-soldato di Cristo, si apre la via per comprendere, per iniziare ad accedere. Sappia ciascuno vedere questa figura di guardiano, così vicino allo spazio della luce da esserne compenetrato e scolpito. Scelga ciascuno il punto dove colpire. Questa parole che esorcizza l’amore, questa figura illuminata del divieto alla luce, è in ciascuno di noi (nei migliori dei casi). Facendola fuori, si procede.

25.

“Come ho detto, l’erotismo appare ai miei occhi come quella condizione di squilibrio in cui l’essere pone se stesso in forse coscientemente. In un certo senso, l’essere si smarrisce oggettivamente, ma allora ecco che il soggetto si identifica con l’oggetto che si smarrisce. Se è necessario, potrei dire che, nell’erotismo, IO mi perdo.” (Ibid., p. 37). Certo: è necessario. Ma l’Io che si perde nell’erotismo, l’Io che tenta di perdersi, è forse il soggetto reale? E chi è colui che si identifica con l’oggetto che si smarrisce? Quelle bataille! Chi vuole perdersi? Chi conquistarsi? Liberarsi dell’Io, questa è la battaglia. Perdere le proprie catene, corpi di tutto il mondo, di tutta la preistoria. In quel getto minimo? In cui il cinismo dei proverbi vuole ravvisare il pianto (omne animai post coitum triste)? Ma dov’è, dove è stato nascosto lo scatto, il golpe dialettico che rovescia come una clessidra i termini del tempo, mentre l’impresa è in corso, e fa sì che più proceda, più torni sui suoi passi? Il soggetto è colui che conquistando l’estasi, realizza il potere di esserci. Colui che si fonde, coniugandosi con la totalità. Che importa, per un istante, se tutto oggettivamente si raggruma in un poco di umore sparso, se di tanta vastità e di tanto fulgore non resta che l’affanno di chi, ritrovandosi, si sta perdendo? Ma si sta perdendo: fu un istante. La continuità è il non-essere, il tempo di ferro e di carta del capitale, l’obbligazione contratta e che contrae, il Nome del Padre, l’affermazione della morte continua nella vita intermittente, l’Io tuo signore nella schiavitù ignominiosa, l’animale che si raggrinza, la pudenda che si imbavaglia, la nevrosi l’ossessione la paranoia la melanconia la ciclotimia: la diagnosi che “spacca il cuore della gnosi”. L’Io è colui che non può.

26.

“Ma la volontarietà della perdita implicita nell’erotismo, è flagrante: nessuno penso ne dubiterà.” (Ibid., p. 37). Di questa certezza indubitabile si armarono i divieti: che non si perdessero, gli IO miserabili, o il tempo sarebbe esploso. Sorsero le figure assorbenti dei numi. A dio, a dio! Ma addio, numi e dei: siamo al dunque. Più miserabili e più sperduti che mai, perché così vicini alla perdita liberatoria dell’Io, così vicini ad essere, corpi fusi nell’aurora della totalità. Come rideranno, i liberi, i finalmente uomini, della goffaggine d’ogni “signore”, essi che saranno la signoria e la conoscenza, la potenza creatrice e il fine manifesto.

27.

“L’esperienza conduce alla trasgressione compiuta, alla trasgressione riuscita, la quale, se mantiene la proibizione, la mantiene per trarne piacere. L’esperienza interna dell’erotismo richiede, da parte di colui che la compie, una sensibilità per l’angoscia che fonda il divieto altrettanto grande che per il desiderio che induce a infrangerlo. È questa sensibilità religiosa, che sempre lega strettamente desiderio e timore, piacere intenso e angoscia.” (Ibid., p. 45). Aufheben, ma degradato alla balbuzie della coazione a ripetere. Abbiamo dovuto impararlo — inorridendo — che le cose (le “cose” della sessualità, le miserabili cose) stanno anche così. Ma per sapere che non è solo così, saperlo con il furore eversivo del corpo insorgente, nella ribellione alla ratio livellatrice; saperlo nel sogno, nell’incubo, nello struggimento con cui sentiamo l’estasi abbandonarci, l’essere recedere, il volto amato, lo sguardo amato, ricoagularsi, la vicinanza allontanare, l’affermazione negare, la verità smentirsi, la certezza rovesciare lo stomaco del dubbio. Tutti inchiodati alla “macchina” dove il divieto s’incrocia col desiderio? Tutti appesi alla ruggine e alla cancrena di questa parodia della dialettica? Militari di Cristo, tenetevi la vostra squadra euclidea, i perpendicoli retti, da sempre la croce ortogonale sbarra la curvatura degli spazi. Chi può soffrire l’angustia di questa ragioneria, come ridurre l’onore del vero a questa equivalenza da bottegai francesi? La “sensibilità religiosa”: ma può religare davvero qualcuno a un tariffario siffatto dell’Eros? Certo, essere è trasgressione: spezzatura dell’ingorgo, dell’occlusione. Ma l’infrazione-effrazione, l’uscita dalla prigione del sé, la perdita volontaria dell’Io, l’accesso battagliato all’essere, l’uccisione dello sbirro negatore, l’insurrezione, la sortita: a che varrebbero, se non immettessero immediatamente in una dimensione inequivalente, se non annientassero d’un colpo ogni ratio compulsiva, se non cancellassero ogni misura (se non smisurassero), se non irrompessero nella totalità, oltre ogni limite, ogni meccanica causale ed ogni suo sistema, ogni bilanciamento speculare, ogni nozione di ritorno, di ricaduta, di ripetizione, di riciclazione, di identità, di contrari? Se non introducessero alla dimensione sovra-preistorica del processo, se non rivelassero il senso unitario dell’incedere, se non dimostrassero lo splendore, irriconducibile a qualsiasi pretio, dell’individuo totale, inequivalente, l’individuo-mondo, l’essere invisibile dalla “mondanità” degli “individui” dimidiati?

28.

Come il don Juan Yaqui di Castaneda (C. Castaneda, A scuola dallo stregone, Astrolabio), Bataille non vede la grandiosità di ciò di cui parla e di ciò che sperimenta (2), ma vede la regola: il senso del procedere s’acceca così al suo stesso fine, proiettando innanzi a sé, per non vedersi, l’immagine speculare della liturgia donde prese avvio, nella mondanità ormai remota (e così restituendosi, religato, alle ceneri da cui era sortito). Coerentemente, Bataille procede, nel campo minato dell’erotismo, affermando di cercarvi ciò che asserisce d’essersi lasciato alle spalle: lo spiritualismo, la religione. Procede infatti in un’armatura di crociato. Non mente, e torna a suo onore. Nessuno che sia radicale (che abbia attinto alle radici del dramma, disfacendosi di ogni psicodramma) consente senza porsi in guardia a un uso neutrale della parola religione. Esca Ulisse dal cavallo di Troia, lo riconosciamo all’odore. Scopra il volto, respiri lo zolfo, affronti il rischio della lacerazione a ogni passo. Ogni astuzia è denudata per sempre.

29.

“L’esperienza interna dell’uomo ha luogo nel momento in cui, rompendo la crisalide, l’uomo ha coscienza di infrangere se stesso, non già la resistenza oppostagli dall’ambiente esterno. Il superamento della coscienza oggettiva, che delimitava le pareti della crisalide, è legato appunto a questo rovesciamento.” (Bataille, op. cit., p. 46). Ab initio, la resistenza non è dell’ambiente esterno, ma dell’oggettività interiorizzata, della regola che ti commette implacabilmente in una costellazione oggettiva, separandoti innanzitutto da te, e facendo sì che ti “senti” e ti “guardi” come l’altro che sei tu. L’ambiente esterno, nel vissuto, viene dopo: è la catena (la concatenazione) causale, la “machina” (per chi vi si appende, la croce), il “dato” (cui sei dato, consegnato), lo pseudo-destino. Se ciascuno non fosse innanzitutto prodotto come il prigioniero nella crisalide — la larva dell’essere denegato, la larva che deve e non può, la “larva d’uomo”, seme del futuro detto non tuo, seme dell’al di là mediato dalla morte, seme del valore vigente nel disvalore — nessun “ambiente esterno” riprodurrebbe, per un istante di più la regola del divieto. Inutile cercare, nella catena causale, il punto d’origine: il pensiero lineare semplicemente non può rendersi conto delle strategie del processo, in quanto ne è il divieto prodotto a percepirle. La dialettica, sa intuire il processo, la sua dinamica ciclica, il gioco delle interazioni e delle retroazioni. Non qui intendo parlare di ciò. Ogni bambino sa, d’altronde, di che parlo: ogni bambino ucciso che resiste a spiegarsi nei sogni, rifacendosi strenuamente al principio, che è il principio della sua fine d’uomo. Si nasce alla morte, questa è la “vita”, questa la catena micidiale dei giorni, la quotidianità del non-essere. L’introibo è il sacrificio di sé. La continuità il lutto di sé. L’intermittenza dell’essere, l’insurrezione, la resistenza, la vera guerra civile, all’interno del palazzo dell’Io. Nessun Io gode nessun piacere. Al piacere — sintomo dell’essere — l’Io è sempre l’altro. Nessuna liturgia, nessun cerimoniale schiude all’Io l’accesso della gloria, nulla introduce il nulla nella totalità manifesta. “Esteriorità” e “interiorità” collimano nella scorza riflettente della crisalide, corteccia e corpo straniato. Il piacere, la gioia, la gloria dell’essere, negazione della negazione, affermazione della soggettività denegata, spezzano in un solo movimento i sigilli alla cella della corporeità, le mura dell’edifizio-Io e le porte del Palazzo d’Inverno; la regola interiorizzata e la legge, sua caricatura; il Nome del Padre e l’icona di dio; il forziere dei pubblici segreti e il tabernacolo delle banalità più esclusive. C’è ben altro nella dialettica reale, di quanto lo speziale Bataille voglia far intendere, con le sue equazioni e valenze derisorie, nihilista coerentemente cristiano.

30.

Per Bataille, dall’Australopiteco all’Homo faber, dall’Homo faber all’Homo sapiens, il farsi della specie coincide con il rifiuto della violenza (cfr., in op. cit., il capitolo II, Il divieto e la morte, pp. 47-56), rifiuto terrorizzato e fascinazione solenne insieme. Che la specie sui generis degli uomini si fondi su un inaudito rimando della vita, e che immediatamente la violenza stia a realizzarlo nel sistema più pragmaticamente annientatore mai conosciuto nel regno animale, il crociato non sospetta. Resta da intendere come possa, a partire dal rifiuto della morte, capire quale enigmatico rovesciamento presieda al divieto d’essere, da cui per trasgressione procede a suo dire esclusivamente ogni incedere nell’estasi. La violenza perpetrata contro la soggettività totale (e totalmente fusa nella presenza corporea) dell’infante, non è forse l’evidenza più certa di una devozione al non-essere che coniuga immediatamente ogni sussistenza alla perdita del sé totale, della presenza corporea, alla morte, la morte-in-vita, mentre, e nella medesima stasi (il raffrenamento coatto di ogni incedere), proprio nella morte si indica con tutta l’enfasi della religione necrofora l’estremo passo che immette alla totalità, alla comunità cherubica degli scorporati?

31.

L’evidenza dispiace a chi non ha l’animo di affrontare davvero la bataille. Ciò che il raccapriccio per il cadavere (3) suggerisce ai vivi , è la colpa dell’uccisione continuata di cui sono vittime e correi, nella violenza biofoba della “vita” quotidiana, nell’“ordine” del lavoro penitente, produttore del tempo nato perso e degli spazi delineati dalla carcerazione. Le salme che la specie comincia e non finisce più di seppellire sono la testimonianza insopportabile di quanto i vivi seppelliscono ogni giorno in sé: di quanto resta di ogni “vita” erogata, salma-statua eloquente del tempo perduto. Qui sì, “funziona” una facile simmetria; qui l’allegoria ha l’evidenza di un materialismo storico innestato direttamente sulle braci inconsumabili dell’istintualità, sotterrata ma persistente: sulla sapienza sotterranea della corporeità che matura il suo lungo salto al di là dell’“animalità” e della “civiltà” insieme.

32.

Perché non sia più una necropoli, occorre che la comunità umana cessi di identificarsi con i “suoi” morti. Che la colpa di non-essere venga inumata con essi nella fine della preistoria, nella fine del tempo di produzione. La corporeità enigmatica della salma, vista dall’orrore di sussistere scorporati, alienati alla presenza in-stante, fu la figura di dio, l’idolo archetipo. Il terrore fu di chi restava, abbandonato al sopravvivere. Del quale guardava il senso freddato, irrevocabile.

 

note:

1. Run, Run, Show (corri, corri, spettacolo) è il nome "d'arte" che si è dato Show I Fu, il produttore cinese dei film della violenza e dei massacri, dove l'antichissima arte marziale del Kung-fu viene utilizzata come spettacolo del corpo che uccide.

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2. Diventare un "uomo di conoscenza": "Un uomo va alla conoscenza come va alla guerra: vigile, con timore, con rispetto, e con assoluta sicurezza. Andare alla conoscenza o andare alla guerra in qualsiasi altro modo, è un errore, e chiunque lo farà vivrà per rimpiangere i suoi passi". (Castaneda, op. cit. p. 42)

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3. Cfr. Bataille, op. cit.

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