Preliminari sul Comontismo

contributo per l'infezione generale

Genova 20 gennaio 1972

contributo per l'infezione generale pag. 1
preliminari sul comontismo pag. 5


"Hey c'è qualcuno che ci segue, da dove spunta? "
"E' l'intero movimento della storia l'atto reale di generazione del comontismo, l'atto di nascita della sua esistenza empirica.”

CONTRIBUTO PER L'INFEZIONE GENERALE

“Qui si convien lasciare ogni sospetto/Ogni viltà convien che qui sia morta”.

Con questa citazione di Dante riferita all'economia politica Marx concludeva la sua prefazione a “Per la critica dell'economia politica”, con essa noi iniziamo il gioioso obbligo di esprimere organicamente la nostra esigenza di coerenza eversiva, che per essere tale deve essere libera da ogni esitazione (sospetto) e da ogni partecipazione che non sia totale (viltà). Tale esigenza ci spinge ad affrontare il compito di redigere un giornale che sia, praticamente, la critica di quell'economia politica che ha ormai invaso l'intero arco del vivibile, a cui gli individui hanno consacrato le ventiquattro ore di un'esistenza politicamente economica, nella misura in cui lo scambio di sé stessi mercificati (economia) deve seguire le regole della rappresentazione emblematica e del suo codice di rapporti di forza (politica).

 

La descrizione dell'inumano, cioè dell'umano inautenticamente vissuto, è già in atto non solo nelle tristi esperienze di ciascuno (povero attore di miserie più grandi di lui), ma nella sua coagulazione ideologica: la stampa, come tutti gli altri mezzi di comunicazione di massa. La stampa (quotidiani, settimanali, riviste specializzate e così via) si assume la funzione di “fissante” ideologico della non-vita di ciascuno, portando alla ribalta tutti quei fatti che esprimono la sconfitta, presentata tendenziosamente come permanente, delle pulsioni vitali di fronte all'organicità del capitale introiettato. L'ultimo match calcistico come l'ultima tenzone parlamentare (o, più in generale, politica) non sono altro, nei racconti fantasiosamente privi di immaginazione dei cronisti, che il resoconto, spettacolarmente deviato delle sconfitte degli uomini in quanto tali e delle loro “vittorie” in quanto cose, oggetti, merci, portatori insomma del capitale organico.

 

La cronaca nera e non è l'equivalente pratico di ciò che le pagine politiche, sportive, letterarie etc. rappresentano sul piano ideologico. L'accumulazione di miseria che la morte capitalista impone giornalmente agli individui esplode nella “vita” fittizia dell'ideologia e dello spettacolo, uniche forme in cui l'individuo dovrebbe riconoscersi perché a lui estranee (e questo è importante: riconoscersi nell'estraneo, nell'impossibile, per potersi misconoscere meglio nel comune, nel proprio possibile).

 

I giornali non sono, come vorrebbe una stupida e maniacalmente monotona pubblicistica di sinistra, semplicemente portatori ed organizzatori di menzogne borghesi: sono anche i descrittori fedeli del panorama grigiamente schizofrenico che ognuno è costretto a rimirare attraverso l'unica lente concessa: quella della propria esistenza eteroorganizzata ed autorepressiva, ma talora sono anche costretti a divenire i narratori dei sintomi della rivolta moderna.

 

L'ideologia stampata (i commenti, le note redazionali, le esortazioni etc.) pur nel suo sforzo titanico volto a comprendere tutto ed a tutto vomitare in spiegazioni dell'impossibile necessità di accontentarsi, non riesce, neppure nelle sue versioni più di sinistra e più “estremiste” dove il richiamo alla rivolta- rivoluzione è corollario di ogni dogma feticistico, a dissimulare nelle sue pagine amorfe l'effettiva rivolta che sta maturando e che è gravida di quel rivolgimento assoluto ed assolutista che ci ostiniamo a chiamare ancora rivoluzione nonostante le terribili deformazioni (volute) cui il termine è stato brutalmente sottoposto. L'involontario umorismo di certe pagine sportive o politiche mostra la reale incredibilità (anche per l'uomo-oggetto più oggettualizzato possibile poiché in fondo uomo rimane) dell'ideologia che vi è sottesa: il presidente eletto o il goleador conclamato, riassumono in sé tutta la povertà e l'insulsaggine della vita associata (e di tutti quei ciascuno che in essa sono costretti ad esprimersi) tanto da risultare totalmente assurdi e ridicoli in quanto grottescamente parodistici della realtà che in effetti esprimono. Al punto che le uniche persone vere (e in fondo gli “eroi”) rimangono il rapinatore solitario e il mostro stupratore. Essi rappresentano per ciascuno non soltanto momenti di inconfessata “voglia” di ribellione, ma addirittura il paradigma (in quanto tale ovviamente limitato e limitante) di una rivolta vissuta nei gesti minimi della propria esistenza e per ciò stesso credibile.

 

La rivoluzione sta crescendo nei gesti minimi dei proletari e può sfuggire (SFUGGE!) all'ingabbiamento delle rappresentazioni emblematiche ufficiali. La rivoluzione, frutto della tensione al piacere di milioni di individui, genera i MOSTRI. E l'assurdità dei giornali, delle ideologie in essi concentrate, ne viene sconfitta. Gli itinerari di queste sconfitte, le gesta dei proletari coscienti, i podromi della disfatta del capitale sociale ed organico non sono rintracciabili nelle sciocchezze dei fogliacci “estremisti” di sinistra. (Anche a loro, estremi recuperatori e propugnatori di una normalità che di rivoluzionario fa fatica a mantenere il nome, tuttavia qualcosa sfugge ed allora si riesce a vedere, sotto il velo di incomprensione e di ideologica sdolcinatura, un volto osceno ma vitale che è quello del proletariato moderno in moderna rivolta). Tutto ciò è nelle pagine di cronaca e di costume dei giornali più “seri” ed impegnati a mantenere l'ordine capitalista. Nelle pagine del Corriere della Sera c'è, involontariamente, più rivoluzione reale che in tutta un'annata del Manifesto. Chi non si rende conto di ciò non può nemmeno intravvedere, attraverso lo stravolgimento di ogni banalità vissuta per mezzo della semplicità della rivolta, la prossima disfatta di ogni ordine.

 

Tra il rompersi i coglioni per ogni giornale esistente e far esistere un giornale realmente NELLA rivoluzione iniziata (non parliamo dell'underground perché è alternativo al sistema così come lo può essere l'ultimo quiz televisivo rispetto al telegiornale), tra il far esistere un giornale rivoluzionario e la pratica della rivoluzione giornaliera c'è la pratica di ciò che noi chiamiamo COMONTISMO, cioè la tensione per instaurare l'effettiva comunità dell'essere umano, la rivoluzione totale. Per questo abbiamo atteso molto a fare un giornale perché non eravamo certi di vivere-comprendere l'eversione già in atto e di procurare quella definitiva. Ci siamo ora decisi, non solo perché siamo convinti di avere iniziato, in modo irreversibile, a vivere in NOI (ed è il necessario punto di partenza) quella rivoluzione che ormai sta prendendo corpo in tutto il pianeta, ma soprattutto perché ci siamo resi conto che è assurdo avanzare ipotesi su un ipotetico giornale rivoluzionario ma BISOGNA farlo, sviluppandoal massimo di coerenza la teoria sino a renderla prassi continua e cosciente.

PRELIMINARI SUL COMONTISMO

I

La pratica convenzionale della politica fonda la propria natura al di là e sopra gli schieramenti di parte, sui principi basilari della società mercantile.

La divisione del lavoro (ed il lavoro tout court, ovviamente), anche laddove è criticata in sede “teorica”, trova continua conferma tattica nella fissazione di ruoli, per cui esiste, in ogni raggruppamento politico (sorto ad immagine dei gruppi sociali), una profonda e stratificata divisione, prima all'interno degli individui, poi, con rimando dialettico, all'interno del collettivo.

Nell'individuo politico la divisione primaria, da cui discendono le altre, si attua tra “militante” (atomo sociale, agente come portatore di un'ideologia, poco importa se “rivoluzionaria”, conservatrice o addirittura reazionaria) e privato cittadino, impegnato pertanto nei ruoli che la società volta a volta gli impone: figlio, padre, operaio, studente etc. All'interno di questa divisione primaria, che è del pari contraddizione irrisolta, si sviluppa una congerie di ruoli e di immagini di sé stessi, da spacciare, che si riproducono continuamente sino a divenire delirio maniacale, se non viene innescato un processo rivoluzionario che inizi una dissoluzione dei ruoli e delle rappresentazioni di sé stessi.

Nel collettivo la divisione, già accettata ed amministrata dagli individui, si attua nella separazione tra lavoro intellettuale ed esecutivo, tra capo e seguace e su su sino alla farsa degli scontri tra fazioni formalmente opposte per le ideologie professate, ma sostanzialmente simili poiché tutte impegnate, sulla trincea della politica, nella conservazione del mondo della sopravvivenza. Ed è chiaro con ciò che il gruppo o partito, l'”Organizzazione” insomma, non è altro che uno spaccato della società rackettista e mai un suo superamento. E mai potrebbe essere un superamento reale poiché i gruppi politici, al pari di altre bande che operano a livello sociale, sono divenuti parte integrante nel processo di valorizzazione del capitale fattosi uomo. Infatti la produzione di ideologia materializzata (cioé merci che esprimono solamente il valore di scambio senza contenere più in sé un reale valore d'uso) ha assunto sempre maggior peso nell'ambito della produzione mercantile in generale. L'ideologia assume una funzione di tipo “creditizio” ponendosi come nuova forma di equivalente generale che, peraltro, non solo non abolisce la forma precedente e che l'ha storicamente fondata (vale a dire il danaro) ma, anzi, instaura con essa un rapporto di simbiosimutualistica. Nella produzione di merci materiali il capitale, nella fase moderna di dominio, tende progressivamente ed inevitabilmente a devalorizzare il lavoro vivente (operai) rendendolo subalterno e ridotto rispetto al lavoro morto, non solo nella forma di macchinari ma soprattutto sotto quella di scienza e tecnologia che nei macchinari vengono incorporate. (Così nasce, accanto alla figura del proletario estraniato nella produzione, quella del proletario estraniato dalla produzione, che è una delle basi della moderna lotta antisociale e antilavorativa, criminale insomma).

Al contrario nella produzione di merci ideologiche, rivolte all'ottenimento di consenso, il capitale-uomo, ponendo l'ideologia come equivalente generale, tende a valorizzare al massimo questo nuovo tipo di lavoro vivente (coloro che, non solo con i loro pensieri ma con tutta la loro esistenza, producono ideologie socialmente consumabili) rispetto a quella forma di lavoro morto che è l'ideologia accumulata e storicizzata. Da qui il fiorire di nuove ideologie e di nuovi “valori” morali e comportamentistici, vissuti in prima persona e nell'arco di tutta la giornata, che comunque mantengono la caratteristica della scambiabilità peculiare alle merci. Questo è il presente tentativo capitalista, che noi definiamo utopia, di sanare la sua insanabile contraddizione: quella tra processo di valorizzazione e processo di devalorizzazione. Ed è chiara quindi l'importanza, nell'ottica della perpetuazione dell'esistente, assunta dai gruppi politici in senso lato (ma non solo da essi, beninteso) come amministratori di ideologie, importanza che è paragonabile a quella assunta dal capitale circolante nel più recente periodo storico.

La pratica “positiva” della scienza, punto fondamentale e costitutivo dell'essenza del capitale, diviene, nella struttura della politica che da esso la mutua, magia. In ambedue, infatti la realtà è posta sempre e soltanto o come oggettività alienata ed alienante o come il suo opposto speculare: la soggettività ideologica. L'interdipendenza e l'interscambiabilità tra questi due aspetti nega di fatto ogni rapporto effettivo, e perciò dialettico, tra le realtà dei vari individui, e tra essi stessi ed i loro prodotti (per non parlare della “natura” vista anch'essa come merce). La parola allora, svuotandosi di contenuto autentico e formalizzandosi, assume pieno potere di azione esorcista sulla realtà, illudendosi di poterla mutare a piacere, come avveniva nelle antiche fantasie degli stregoni che ritenevano di poter incidere sulla realtà semplicemente sovrapponendosi a essa.

Nella politica la conoscenza è tautologia, ripetizione di formule prestabilite e “vere” per definizione; la coscienza di sé diviene accettazione altrui delle proprie immagini: il contatto con qualsiasi realtà pertanto non può che porsi come semplice ricerca di conferme sempre rintracciabili perché già volontaristicamente supposte.

La critica è scaduta a livello di metafisica, i suoi concetti sono divenuti categorie paralogiche il cui senso va trovato assai più nella fede che nella comprensione teorico-pratica (classe operaia, partito, democrazia, dittatura etc.). All'interno di queste strutture la pratica, diventata però vacuo agitarsi, è possibile solo se si abdica ad ogni effettivo concetto di rivoluzione e se questa viene ridotta ad una speranza impossibile, paradiso perduto che un giorno certo troppo lontano, giungerà in terra agli uomini di buona volontà.

 

II

 

Il comunismo, non certo nella sua accezione primitiva densa di contenuti autentici e portatrice di tensione verso la totalità, ma nella sua degenerazione posteriore, ideologica e burocratica, segna nel termine, e nel concetto che gli è sotteso, un ritardo rispetto alle reali esigenze di vita degli uomini. La comunanza dei beni, infatti, pone ancora la liberazione all'interno del mondo delle merci, divenendo perciò una non-liberazione. Coloro che attualmente parlano di comunismo, tranne poche eccezioni, lo degradano da teoria che era ad ideologia, non proponendo più, se non in modo fittizio, la soppressione della produzione mercantile e quindi del capitale come valore in processo, ma proponendo invece la sua gestione, sia pure “democratica” e collettiva. Ma l'abolizione della proprietà privata dei mezzi materiali di produzione (questo il fine dichiarato) non porta in sé necessariamente la totale liberazione umana in quanto, se non viene realmente soppresso il valore di scambio e realizzato praticamente il valore d'uso, ovviamente può avvenire, ed è ipotizzabile, un'autorepressione ed un autosfruttamento collettivi, per cui, il dominio reale del capitale si manifesta come dominio dell'ideologia (da cui la stratificazione del potere basato sul merito, sul prestigio, sulla “bellezza” etc, insomma sul possesso di una quantità maggiore di equivalente di scambio).

Solo l'abolizione di ogni forma di proprietà, compresa la proprietà di immagini e rappresentazioni spettacolari, può segnare l'inizio della storia, cioè della “reale appropriazione dell'essenza dell'uomo mediante l'uomo e per l'uomo” (Marx). D'altra parte il fatto che il comunismo ufficiale abbia assunto sempre più gli aspetti di quel comunismo rozzo di cui parlava sdegnosamente Marx , sino ad identificarsene, non è privo di significati. Questa colossale mistificazione ideologica, cui hanno fatto riscontro le pratiche più mortificanti, può essere spiegata del tutto non solo notando la più totale incomprensione (spesso interessata), da parte di chi l'ha posta in atto, del senso reale della rivoluzione, ma anche con le sconfitte storiche subite dal proletariato che ha potuto tollerare così a lungo ciò. Sarebbe ora, da parte nostra e di chi intende porsi sull'effettivo terreno del ripristino della teoria, antimaterialista e soprattutto antidialettico non applicare al “movimento comunista” storico ed attuale gli stessi metodi analitici ed interpretativi utilizzati nell'esame delle strutture produttive e sociali. Per cui a nulla servono sterili distinguo tra “comunismo autentico” e “falso comunismo” poiché la degenerazione cui sono stati sottoposti concetto e pratica originari è altresì valida per il termine che non si è potuto idealisticamente mantenere “puro” ma che ha assunto i connotati ideologici determinatigli dalle esperienze storiche del movimento politico formale che ad esso termine ha fatto riferimento. Né d'altra parte si può più oltre nascondere, e quindi tollerare, la natura recuperatrice di questa manovra tendente a screditare il significato autentico del comunismo ed a proporre la sua prospettiva come sostanzialmente non antagonista allo sviluppo del capitale che sta già, per suo conto, realizzando quel “potere” del lavoro che molti spacciano per rivoluzionario.

Il COMONTISMO, novità resasi necessaria per chiarezza terminologica, come concetto intende essere la restaurazione teorica di ciò che in Marx fu il senso del comunismo (la realizzazione della Gemeinwesen=comunità dell'essere) e di fatto si pone già come superamento del comunismo ufficiale e rozzo (che d'ora in avanti ci limiteremo a chiamare “comunismo” o “comunismo storico” poiché questa è la sua connotazione che si è sviluppata e che ora è presente), superamento poiché pone la propria finalità nella comunanza realizzata dell'essere umano, quindi nel mondo del qualitativo, dell'autenticamente vivibile e proprio dell'uomo, poiché il fine ed il segno della rivoluzione reale, cioé della distruzione della comunità fittizia del capitale e della instaurazione della comunità totale, è la riappropriazione dell'essenza umana. Essenza umana che non può essere intesa in senso escatologico, metafisico o morale, ma come fondamento naturale e sociale in opposizione al mondo reificato delle merci in cui persino i sensi umani hanno perduto il loro significato per assumere, alienati, “il senso dell'avere”.

Il comontismo sarà l'attuazione della comunità reale umana, la cui essenza verrà a configurarsi come momento continuo in cui la totalità ed individualità infine si compenetreranno dialetticamente per dialetticamente riaffermarsi, ma il comontismo è già ora presente, sia pure in nuce, nei momenti in cui il capitale è negato nella sua esistenza materiale ed ideologica dal proletariato che si ritrova come comunità d'azione e di intenti umani e dagli individui che, per riconoscersi in quanto tali, si pongono fuori dalla società e contro i suoi meccanismi. Questi momenti sono già in sé la rivoluzione, nella misura in cui iniziano a trasformare la realtà ponendosi il compito di abolirla, anche se non trovano quel legame di continuità che li porterà a trionfare.

Essere coerentemente rivoluzionari e perciò comontisti significa per noi tendere alla costituzione collettiva di quel legame (che nulla ha da spartire con i vari modelli di “organizzazione” politica) che porterà ad unificare definitivamente queste comunità ancora momentanee, poiché comincerà ad abolire al suo interno ogni divisione e già ora sfida arrogantemente la comunità fittizia del capitale ponendosi come tensione reale all'individuo.

 

III

 

Operata sino alle sue conseguenze finali e nei fatti la critica dell'economia politica della vita quotidiana, della politica e della realtà surrettizia ad essa collegata, i comontisti si pongono come compito prioritario la lotta contro la materialità dell'ideologia. Soltanto muovendosi in questo senso sarà possibile ristabilire la teoria all'interno del movimento, ricercare in ogni momento particolare la sua verità generale, onde pervenire all'unificazione definitoria e definitiva delle realtà rivoluzionarie nella continuità di un movimento proletario assoluto che abolisca la presente società delle merci ed inizi il regno dell'uomo laddove era il dominio di fantasmi.

Ma per ristabilire la teoria è indispensabile che aboliamo ogni separazione ideologica (costruzione di immagini sensibilmente sovrasensibili come la natura del capitale sociale che le determina e che di esse si forma) al'interno di noi stessi. Esigenza irrinunciabile è ritrovare la nostra unità definitiva come persone all'interno della comunità che la rivoluzione in atto sta già edificando. Tale comunità fondata sul bisogno di attuare una distruzione incondizionata del presente già manifesta la propria irriducibile volontà nei ghetti U.S.A., come nelle rivolte delle carceri, in certe lotte operaie che assumono un carattere antisociale ed antilavorativo come nella irrefrenabile criminalità “senza senso” dei moderni teppisti, il cui vero senso è quello dell'abolizione di ogni legalità (anche intesa come norma morale e comportamentistica), di ogni vincolo con la società della legge, la cui unica legge è la generalizzazione dell'inorganico e della morte su tutto il tessuto societario.

Ma la rivoluzione, nella misura in cui è la vita che sconfigge la sopravvivenza e tutto ciò che la riproduce, deve di fatto passare per la distruzione violenta di ogni forma di divisione (e la “politica” è una delle divisioni più importanti, proprio perché rappresenta un ulteriore tentativo di recupero) per affermare infine il dominio assoluto della totalità.

 

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Per una adeguata lettura di “Comontismo” il metodo corretto è quello di non limitarsi a ciò che nel giornale verrà detto: nessuna affermazione è rivoluzionaria in quanto tale, ma lo è solo se verificata nella sua dialetticità reale, nessuna “verità” continua ad essere eversiva se è relegata nell'asetticità del mondo delle idee. Se la nostra azione si limitasse a comunicare “verità in cui crediamo”, il comontismo sarebbe ancora una speranza lontana e non potremmo aspirare ad altro che a porci come i narratori, cioè i recuperatori a livello cultural politico, di nostre fantasie deliranti.

“Comontismo” è qualcosa di più di quello che dice, perché riuscirà ad essere sé stesso soltanto rifiutandosi, cioè negandosi in quanto “giornale” e fermandosi invece come momento di vita reale, di comunità finalmente non più fittizia ma divenuta autentica, in quanto vissuta da ciascuno come momento unificante di distruttività scatenata.

Per questo la genesi di “Comontismo” è più importante di “Comontismo” stesso, e comunque inscindibile da esso.

Genesi non data una volta per tutte, ma sempre in corrispondenza immediata con la nostra pratica quotidiana, e di cui ogni volta il giornale sarà al tempo stesso la risultante e la verifica.

Le varie redazioni si differenziano esclusivamente per la diversa collocazione geografica, contingenza che non impedisce però che ogni decisione, ogni articolo, ogni iniziativa sia frutto di una volontà comune, non in accordo ad assurdi principi sotto-democratici, ma in quanto i comontisti si pongono nella loro pratica già all'interno della comunità rivoluzionaria che il movimento che nega la presente società sta costruendo. Per cui la nostra pratica non può che essere che la teoria in atto, abolendo qualsiasi separazione, e quindi ogni specialismo, fermo restando che il livello di teoria non è dato dalle reminescenze culturali dello scrivente, ma è legato al suo grado di connessione con la realtà in movimento.

La certezza che il dominio reale del capitale sulla realtà ha cancellato ormai da essa ogni parvenza di autonomia, ci permette di non privilegiare a priori alcun argomento, ferma restando la totale unità dei falsi opposti all'interno della generalità spettacolar-mercantile, per cui gli aspetti meno “significativi” sono spesso i più significanti.

Al di là della eterogeneità dei temi trattati, il filo conduttore resta la teoria che coglie nei vari momenti separati le tensioni che anelano al tutto.

COMONTISMO

IL PRIMO NUMERO DI “COMONTISMO” USCIRA' ENTRO IL MESE DI FEBBRAIO

Le tesi qui raccolte non rappresentano un numero sperimentale del giornale, sono piuttosto una premessa indispensabile ad ogni lavoro futuro.

Infatti in esse aabiamo voluto esporre il più chiaramente possibile quelli che sono i punti fondamentali attorno ai quali ruota a nostra attuale pratica. Punti in sé non fissati e conclusi, ma piuttosto ipotesi di un lavoro futuro di cui il giornale rappresenterà, anche se in forme diverse, uno svolgimento coerente.

Accanto al giornale, le cui caratteristiche resteranno mobili, determinate di volta in volta dalle situazione createsi, si affiancherà una collana di pamphlet (di cui è giàapparso un primo esempio: Verso l'abolizione di ogni codice presente e futuro), in cui verranno svolti in modo organico quegli argomenti che non avranno trovato sul giornale un adeguato svolgimento.

 

LA LEGGE SULLA STAMPA, LALEGGE, LA STAMPA

Quando ci siamo messi in testa di fare il giornale “COMONTISMO - per l'ultima Internazionale - “ nostra intenzione era di creare casino intorno alla legge sulla stampa. NON perché ci prema la democratica “libertà di opinione” sul cui senso ci siamo già espressi (cfr. VERSO L'ABOLIZIONE DI OGNI CODICE PRESENTE E FUTURO – pamphlet da noi diffuso in ottobre '71) rilevando che questa “libertà” indica il bisogno capitalista di mantenere ed accrescere la produzione di ideologie, ma PERCHE' riteniamo indispensabile creare a noi stessi e ai reali rivoluzionari un minimo spazio per editare, e quindi diffondere, il proprio pensiero. E' chiaro che i rivoluzionari possono sbattersene delle norme che regolano le pubblicazioni, stampati (e molti, ..........................................................................................................................

nte fatto); ma è altresì chiaro che ciò comporta un oggettivo impedimento alla diffusione massiccia dei testi che risultano illegali. La nostra idea era di dare a “COMONTISMO” (come abbiamo fatto per questo numero unico) un direttore responsabile qualsiasi, cioé non iscritto all'Albo (dell'Intrepido Ordine dei Giornalisti e Pubblicisti) richiedendo nel contempo al suddetto ordine l'iscrizione nei suoi ranghi del nostro direttore, benché sprovvisto dei requisiti richiesti, al fine di poter registrare regolarmente la testata del giornale. Dato che i giornalisti berciano continuamente sulla libertà di stampa (ma certo intendono la LORO libertà di stampare le ideologie commistionategli) il più che probabile rifiuto avrebbe smascherato, anche agli occhi dei più ingenui, il vero volto di questi democratici della penna e la repressione stessa – che non sarebbe tardata sotto forma di sequestri, denunce etc. - non sarebbe più parsa SOLO come il frutto della “bieca reazione in agguato” ma ANCHE come portato del progressismo recuperatore, di fatto però altrettanto repressivo.

E' però ovvio che questa operazione, per avere il senso ed il peso dello scandalo, non può essere messa in piedi solo da noi (le teste calde, i provocatori) ma ci vorrebbe un contemporaneo intervento, sulla stessa linea, di un certo numero di giornali che si definiscono “alternativi” o simili, che, rinunciando al loro direttore “di copertura”, si ponessero coì sul nostro stesso piano. Un breve giro di opinioni (ristretto, è vero, ma significante) ci ha dimostrato che non sembra esservi nessuno disposto a mettere in gioco la sua testata. Per cui il senso di questa notarella è:

1) qualcuno ci smentisce facendosi vivo (ammesso che lo sia) e dicendosi d'accordo ed allora mettiamo in piedi tutta l'operazione.

2) siamo isolati in questo proposito e allora dobbiamo trovarci anche noi, giocoforza, un direttore regolarmente responsabile.

C'è qualcuno che è talmente consequenziale con le sue idee di “libertà di stampa” da offrirsi, benché sia noto che noi in quanto ci consideriamo coerentemente rivoluzionari siamo sì LIBERTARI MA ANTIDEMOCRATICI? Staremo a vedere. Sennò come sempre ci arrangeremo da soli.

 

“COMONTISMO – per l'ultima Internazionale -” avrà il formato di questo numero unico, sarà invece sempre di circa 20 pagine, costerà lire 200. -

ABBONARSI E' FACILE E CI AIUTA.

L'abbonamento a 12 (dodici) numeri costa L. 2000; 12 numeri + i pamphlets (almeno 6 annui) L. 3500.

a chi si abbona ora verrà subito spedito “verso l'abolizione...”

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BIANCA MOLINELLI - “COMONTISMO” Via BENETTINI 7-9 GENOVA opp. alle redazioni regionali.

Di questo numero unico sono state tirate 1000 copie.

Finito di stampare il 20 Gennaio 1972 in Genova.

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