Trascrizione di un'intervista a Joe Fallissi e Roberto Ginosa realizzata da alcuni compagni per il film "Bombe sangue capitale"

>Sergio: cè un’altra intervista di Joe o è sempre questa? A quanto ho capito dovrebbe essercene un’ altra con Joe e Roby. Fatemi sapere.

>Paolo: Infatti - e c'è pure un pezzo di intervista a me - fatto da altri compagni per un film che ha già incominciato a circolare, sebbene non lo si consideri ancora concluso, che si chiama "Bombe sangue capitale" e racconta delle bombe di piazza Fontana e della Milano del 1969. Credo che i materiali di quel film siano ottimamente inseriti nel nostro progetto. A giorni dovrei vedere i compagni della Calusca (che peraltro mi apre ci leggano, no?) e vedremo che cosa si può fare. Intanto vedrò di mandare la trascrizione


links:

Il Reichstag brucia? Volantino IS su piazza Fontana - 1969
Bombe sangue e capitale - Volantino su Piazza Fontana - 1970
Volantino comontista - elezioni 1972 in cui venne candidato Valpreda
La ballata del Pinelli
Il feroce monarchico Bava

Com’era la Milano prima della strage? Com’era la situazione di movimento?

Joe: Nei mesi precedenti la strage penso che s’avvertisse già l’incombere di una atmosfera nera, che poi avrebbe prevalso. Non bisogna dimenticare che ci furono gli attentati ai treni che già sono stati la prova generale della strage di Stato del 12 dicembre per i quali, tra l’altro, vennero arrestati e tenuti in prigione per tanto tempo Tito Pulsinelli e altri miei amici e compagni; io stesso con Cesarano con altri del nostro gruppo Ludd fummo arrestati poi scarcerati dopo tre giorni per mancanza d’indizi. Che qualcosa si stesse preparando penso che di questo ci fosse un vago sentore, un livido vago sentore. Inoltre c’erano stati in continuazione da un anno e mezzo scontri a volte grandiosi, a volte tragici, di piazza; appena prima della strage di piazza Fontana ci fu quella manifestazione in cui morì Annaruma.

All’interno della Statale di Milano si era andato sempre più enucleando, costruendo come un mostro che prende sempre meglio la sua espressione, la sua dimensione, questo Movimento Studentesco diretto, capitanato dagli stalinisti dell’epoca cioè dai Capanna, dai Toscano, dai Cafiero, da tutta questa gentaglia. E il clima all’interno della Statale, che probabilmente era il centro pulsante di tutto il movimento della gioventù, divenne sempre più plumbeo. Quando arrivarono queste bombe il 12 dicembre in un certo senso da tutti i punti di vista il terreno era pronto ad accoglierle. Perché è indubbiamente vero che c’erano altroché grandiose lotte proletarie, alzi le bombe vennero proprio per stroncarle – tuttavia si sentiva sempre di più diciamo il peso pratico nell’azione di concezioni e ideologie arretratissime, diciamo reazionarie, antirivoluzionarie che erano purtroppo quelle prevalenti anche nella massa dei giovani, mi riferisco qui di nuovo alla Statale dove aveva preso possesso di questo luogo d’incontro e di scambi questa dirigenza stalinista. Per non parlare delle manifestazioni certo grandiose in cui c’erano centinaia di migliaia di giovani in continuazione nelle strade che esprimevano chiaramente un rifiuto della società presente; però in quelle stesse manifestazioni – mi ricordo come fosse ieri – c’era la presenza di centinaia, di migliaia di persone con tanto di ritratto di Mao Tse-tung e di tutti i vari stendardi di Servire il Popolo. Purtroppo per chi ha conosciuto per chi è stato in Francia nel ’68-69 e però era italiano e conosceva la situazione italiana la differenza tra i due mondi balzava nettamente agli occhi; là dove in Francia una critica pratica di tutte queste ideologie arretrate e retrive di tipo stalinista di tutti i vari versanti dello stalinismo era stata fatta – non dico assolutamente che anche lì la maggioranza dei giovani sposasse delle posizioni libertarie e fosse ricerca di qualcosa di nuovo però si sentiva nettamente nell’aria un profumo di anarchia, il bisogno di esperienza di libertà. Qui invece il prevalere maledetto della tradizione cattolica, e appunto stalinista, non dimentichiamoci siamo nel paese del compromesso storico, anche nel movimento rivoluzionario era pesantissimamente presente.

Posso dare questo ricordo personale. Per una mia storia d’amore il giorno precedente la strage mi trovavo a Roma – bisogna dire un antefatto:per la manifestazione nel corso della quale ci fu l’omicidio di Annaruma io fui ricercato e dovetti espatriare in Francia. Tra l’altro in tutto questo trambusto mi aiutò proprio Pinelli sul quale torneremo. Poi per una vicenda d’amore, per il fatto che mi ero veramente scocciato di stare lontano dai miei compagni e da tutto quello che stava succedendo in Italia e anche reputando che forse avevamo esagerato nei timori sul mio destino presi un treno, tornai in Italia senza essere arrestato. Da Roma tornai a Milano nel tardo pomeriggio di quel tragico 12 dicembre. Dalla stazione centrale presi quella che allora si chiamava la N, credo che sia la 60 di oggi, che passava per piazza Fontana. Ricordo benissimo che s’era fatto buio e fino a quel momento non avevo sentito nulla né radio né altro, anche la gente sull’autobus non diceva niente. Invece quando arrivammo da quelle parti vidi già una assiepata folla, tutto un trambusto ecc. Allora chiaramente interessato, incuriosito, avevo sentito che era successo qualcosa di grave scesi proprio in piazza Fontana e lì m’accorsi immediatamente di quella che era l’atmosfera di Milano e che sarebbe stata così per molti mesi, cioè la svolta che rappresentò nelle coscienze, nell’immaginario, nel sentire della gente comune e di tutti quel fatto. Io che, come tutti i giovani, ero abituato a ben altri contesti, magari di scontro con gli stalinisti, in ogni caso all’interno di un movimento di compagni, mi trovo immediatamente in una piazza fascista. In una piazza dove si palpava nell’aria il livore della maggioranza silenziosa. Certo, tra l’altro , la maggioranza silenziosa aveva già fatto le sue manifestazioni, ma io, come è ovvio, non le avevo frequentate. Però era una cosa che si sentiva molto profonda e potente all’interno non di un qualche gruppo specifico di popolazione; era purtroppo un timore-livore diffuso. Seppi in quel momento di quello che era successo, la voce era: “gli anarchici, sono gli anarchici”.

 

Perché secondo te in Piazza Fontana fu individuato il gruppo degli anarchici?

Joe: Il motivo per cui i dirigenti del SID, dei servizi segreti nient’affatto deviati, basterebbe studiare bene la storia dei servizi italiani e stranieri, per non definirli deviati poiché questo è stato anche, in molti casi soprattutto, il loro compito, hanno sempre operato in questo senso, non dimentichiamoci del golpe Borghese e di tante altre cose di questo genere in cui sono stati potentissimamente implicati, ebbene i dirigenti dei servizi evidentemente avevano, col montare di queste lotte proletarie, di scioperi enormi che l’Italia non aveva mai conosciuto dagli anni venti, evidentemente decisero una vera e propria strategia: occorreva un fatto eclatante per dare una svolta che terrorizzasse la popolazione, che imponesse di tornarsene a casa, di mettere una pausa sostanziale a questo moto di ribellione sociale. E quale cosa migliore di una strage. Una strage tremenda che si attuasse tra la gente comune com’è successo alla Banca della agricoltura dove morirono non certo i funzionari della banca stessa e i dirigenti, ma della gente comune. Ci fu l’elaborazione di una strategia, ci furono le prove generali come dicevo prima con altri attentati. Già da queste prove generali si può vedere come gli strateghi avessero cercato di enucleare degli anarchici al fine di aver poi il capro espiatorio più adatto. Il motivo non è molto difficile da comprendere, dato che gli anarchici hanno avuto al loro interno un consistente filone votato all’azione diretta e anche agli attentati, e quindi non contrastava, anche nell’immaginario, la figura, anzi è proprio questa, anche se in modo riduttivo, la figura dell’anarchico che si è voluto imprimere nell’immaginario e nelle coscienze. Poi specificamente, io penso che loro abbiamo operato come una sorta di esame e di scelta specifica. All’interno di tutti i raggruppamenti che si muovevano in questo magma della contestazione che si potevano rifare all’anarchia quali erano i gruppi, i nuclei, gli individui più adatti per avere su di sé questo marchio e per essere presi come capro espiatorio. Ci provarono anche con noi, come dicevo prima, soltanto che nel nostro caso era più difficile, anzi era sicuramente più difficile non solo per la mancanza assoluta d’indizi e di prove ma per il fatto che eravamo più agguerriti teoricamente forse anche immagino saremmo stati più difesi forse, penso a Giorgio Cesarano, allora aveva ancora parecchi legami con una certa qual intellighentsia, pur essendo già allora nettissimamente contro tutto il mondo ufficiale della letteratura, ormai i suoi interessi, lui era veramente un rivoluzionario, erano sempre più al di fuori delle gabbie dorate della società culturale fuori dalla società dello spettacolo, però mi ricordo ad esempio che ancora lui allora aveva ancora rapporti di una certa stima con Pasolini e altri, immagino che noi avremmo potuto essere più difesi, eravamo meno isolati pur essendo ultra estremisti e poi effettivamente più agguerriti teoricamente e quindi più capaci di rispondere a questa provocazione. Sta di fatto che ci provarono anche con noi, poi desistettero e invece scelsero questo gruppetto di Roma tra cui vi era il povero Valpreda, tra l’altro un carissimo amico che ricordo con grande affetto e che abbraccio. Il problema era che Valpreda era una persona generosa, possiamo dire giovanilista, lui era come se tutto

Suono di citofono.

Joe: Fantastico

Joe: Quanti giorni sei stato? Dieci giorni, ah! minchia è vero, porca troia.

Roberto: Dieci giorni, mi hanno liberato il giorno del mio compleanno, il 22 dicembre.

Joe: Dieci giorni… a San Vittore.

Roberto: Quattro giorni in Questura tra l’altro ricordo è caduto Pinelli…

Joe: E appunto, tu dov’eri?

Roberto: Ero a fianco, c’era Pinelli, Valitutti ed io. E io e Valitutti ne abbiamo parlato attraverso gli spioncini quando l’hanno buttato giù.

Joe: Ma tu, questa testimonianza… non sei andato in trib…

Roberto: Ma l’ho detto un milione di volte, per esempio al Processo Calabresi…

Joe: Ma tu al processo Calabresi non hai mai testimoniato… perché non hai mai testimoniato… Come hanno chiamato Lello e non han chiamato te. Cos’è che è successo esattamente?

Roberto: Il 15 dicembre quando è caduto giù Pinelli c’era al quarto piano… […] Al quarto piano c’era qua l’interrogatorio, dove entrava Panessa, Caracuta… il Lello e nella stanza a fianco qua ancora io. Quando abbiamo sentito il casino di là.

Joe: Che cosa avete sentito esattamente?

Roberto: Eh, casino…

Joe: Grida o solo trambusto?

Roberto: Trambusto… grida nel corridoio, sembrava appunto che fosse successo qualche cosa e che avessero chiamato, non so se Calabresi fosse proprio presente, credo che non fosse proprio presente…

Joe: No lui sarà stato nella sua stanza.

Roberto: Esatto, per cui probabilmente l’hanno ammazzato eccetera e qualcuno è uscito a chiamarlo per cui ho sentito: «Porco Dio», casini nella sala agitazione nel corridoio. Al che io e Lello parlando attraverso gli spionicini – sai che in questura c’erano queste porte con lo spioncino che si alzava con i tre buchetti – abbiamo detto: «Ma che cazzo è successo di là?» e ci siamo proprio confrontati su questa cosa qua che era successo un casino.

Joe: A voi non hanno detto niente?

Roberto: No, assolutamente. Io l’ho saputo che ero uscito… no, no, in galera. […] Però non mi hanno mai chiamato.

Roberto: Un’altra cosa va detta. Il giudice istruttore, che era quello di turno, era D’Ambrosio […] mi sembra fosse D’Ambrosio ecomunque era un giudice di sinistra che è sto poi il buco di culo attraverso cui siamo usciti, perché in effetti questo…(toglierei)

Joe: Valpreda era, come dicevo, sicuramente giovanilista. Lui era un anarchico, un ballerino, era una persona che senz’alto anche all’interno del movimento anarchico aveva delle caratteristiche sue precipue, come del resto è giustissimo per un anarchico, nel suo caso si distingueva effettivamente anche dai suoi più vicini compagni che erano sicuramente Pinelli e gli amici e compagni di Pinelli che appartenevano ad un gruppo che si chiamava Bandiera Nera, insomma il Ponte della Ghisolfa di allora. Perché appunto non era un lavoratore non so con un posto fisso come Pinelli, per esempio, che era ferroviere. Non era neppure un professore piuttosto che un impiegato come la maggior parte dei compagni di Pinelli. Era un irregolare, con un grande cuore, pieno di fantasia, pieno di desideri, che proprio voleva sperimentare tutto della vita, e aveva una grandissima vitalità e riconosceva come suoi amici più immediati soprattutto giovani e giovanissime, in questo senso dico giovanilista, con un apparato critico che funzionava ma non esageratamente, con conoscenze anche teoriche limitate, tuttavia Valpreda non era affatto uno stupido; non è che non conoscesse molte cose fondamentali che occorreva conoscere per orientarsi in quel tempo. Il fatto è che appunto in lui c’era un’avversione netta verso qualunque cosa gli ricordasse l’ordine, gli ricordasse probabilmente una famiglia ristretta, gli ricordasse una qualche forma d’incatenamento sociale. Sicché lui tendeva a starsenecon questi giovani qua con cui cercava di creare dei nuovi modi d’essere insieme. Purtroppo il suo giovanilismo era superiore alle sue facoltà critiche e alle sue necessità critiche, era più necessario per lui, evidentemente, questo bagno di vitalità e di gioventù che non sentire come necessario la comprensione di quello che stava veramente succedendo e di cosa veramente si diceva e si faceva. Cosicché insieme a questi giovani alle manifestazioni lanciava degli slogan– spesso anch’io più di una volta mi sono trovato a criticarlo perché mi sembrava idiota – tonitruanti come: «Bombe, sangue, anarchia», perciò da questo punto di vista Valpreda e il gruppuscolo con il quale s’era messo, oltre tutto scombinatissimo, purtroppo in questo gruppuscolo romano c’erano effettivamente dei fascisti, degli ex fascisti. Queste sono cose che come me, come tanti miei compagni, sono cose che si son conosciute dopo.

Cioè forse qualcuno, questo Merlino, o forse Gargamelli, senz’altro Gargamelli me lo ricordo benissimo, Merlino mah, forse, l’ho incrociato al convegno della FAGI, nell’estate del ’69, insieme con Edie, a Carrara. Se l’ho incrociato sicuramente non mi ha fatto grande impressione, già allora la mia idea che fosse così completamente sballato, sia Valpreda sia questo raggruppamento. Ai miei occhi, come senz’altro agli occhi di Edie e degli altri miei amici non dicevano niente di interessante, alla fine era la solita rivendicazione dell’individualista anarchico, ma però appunto dopo tanti anni, a morte avvenuta del povero Valpreda, penso che così posso ora sintetizzare e comprendere il perché lui avesse fatto questo gruppo, avesse fatto parte di questo gruppuscolo. Io penso soprattutto per questo slancio vitalistico che senz’altro gli ha anche un po’ ottuso le capacità critiche.

Ed effettivamente in questo gruppuscolo c’erano anche ex fascisti, o gente che nel frattempo, come questo Merlino, intrattenevano rapporti con fascisti schifosi come Delle Chiaie. Purtroppo la realtà è complessa e anche nella nostra storia ci sono state tante contraddizioni. E questa è una delle tante. Comunque credo che gli strateghi della strategia della tensione avessero individuato in un gruppetto così debole anche teoricamente, teoricamente e praticamente, perché nessuno si è sognato le difese di Valpreda, se non noi, per esempio nessuno dell’intellighentsia, Valpreda era a tutti gli effetti il capro espiatorio perfetto. Oltre tutto poi aveva anche delle caratteristiche fisiche che nell’immaginario da linciaggio popolare potevano andare benissimo: era zoppo; era ballerino, era un irregolare, infatti questo è servito benissimo, è stato servito su un piatto d’argento proprio dai media. Mi ricordo ancora articoli schifosi su questo versante, proprio di andare a solleticare gli istinti più schifosi del popolo, tra virgolette, usciti sul «Corriere della Sera» e su «il Giorno».

Anzi a questo proposito mi viene in mente che subito dopo la strage ci fu una retata in cui alcuni miei compagni vicinissimi come Roby Ginosa furono arrestati e stettero in carcere alcuni giorni. Anch’io ero ricercato e mi nascosi; tuttavia quando avvenne , tre giorni dopo, l’omicidio di Pinelli, pensai che bisognava immediatamente reagire, assolutamente. Tutti noi nascosti o non nascosti credo che, in quel tornante storico, facemmo quel che si doveva fare: ci opponemmo in tutti i modi cercando di far luce sui fatti e di dire la verità. Questo lo rivendico pienamente perché questo è quello che è avvenuto. Per esempio nel mio caso la prima conferenza in cui si disse chiaramente che la strage era una strage di Stato, che Pinelli era stato ucciso e che Valpreda era innocente fu una conferenza organizzata e tenuta da me e da anche un altro compagno che si chiamava Chicco alla sede del Ponte della Ghisolfa che era allora sul ponte della Ghisolfa e che era il circolo di Pinelli. In quell’occasione tra l’altro espellemmo il giornalista del corriere della sera proprio per le cose ignominiose che aveva scritto e c’è testimonianza di quella conferenza perché pare fece scalpore proprio per quel fatto. In ogni caso lì le cose furono dette in modo chiarissimo e netto. Nel frattempo e dopo ci furono invece molte fughe molti travisamenti; poi piano piano tutti quelli che dicevano di essere contro quei misfatti si accodarono nel definire la strage, appunto, strage di Stato e nell’affermare chiaramente che Pinelli era stato ucciso. Intento dire per esempio Lotta Continua e questa gente qua.

Parliamo degli incontri con Pinelli.

Joe: Riguardo al circolo di Pinelli ho un ricordo personale fortissimo perché io allora ero un ragazzino che era stato espulso da un collegio di preti, di salesiani, il Collegio Don Bosco di Borgomanero. Mia madre era morta di cancro e mio padre mi mise in un convitto laico, finalmente, a Milano, il Convitto Colasanti, in ripa di Porta Ticinese e stavo lì e andavo a scuola al liceo Manzoni. Espulso a metà anno della seconda liceo Classico, finii quindi la seconda, feci la terza e presi la maturità. Poi m’iscrissi a medicina poi siccome ero preso completamente dalla Rivoluzione, dalla poesia, dagli amori ecc. cosa insostenibile anche perché me ne ero andato di casa, non avevo soldi, e stare tutto il giorno a studiare anatomia, preferivo conoscerla l’anatomia in altro modo, passai da Medicina a Filosofia. E questo cursus di studi si trascinò indefinitamente per parecchi anni – gli anni però anche forse più interessanti della mia esistenza. Ero in questa situazione di convittuale e appena potevo scorrazzavo per Milano alla ricerca della poesia per strada. Una sera mi ricordo che capitoin Piazza Duomo e allora Piazza Duomo era una specie di Hyde park, la gente non era stata ancora inghiottita definitivamente, inglobatadentro il tubo catodico dentro le case, e quindi vi era ancora una certa agorà, una certa discussione pubblica, il piacere dell’incontro e dello scontro pubblico della dialettica. Ed effettivamente in P.zza Duomo verso sera, quasi ogni giorno, soprattutto il sabato – il sabato non si lavorava – si formavano spontaneamente dei crocchi di persone che discutevano animatamente fino ad arrivare alle botte, no quasi mai, su temi che soprattutto temi di politica – quelli erano d’altra parte i tempi – potevano esserci anche dei fascisti, vi era una certa libertà, tra di noi senza dubbio, tra di noi libertari, in quell’ambiente non c’era quell’odiosa volontà di negare la parola a chicchessia. Lì c’era una certa libertà che invece a qualche centinaio di metri subito si viveva, bastava andare nei paraggi della Statale dove quell’orrenda schifosa dirigenza stalinista che se ne era impadronita esercitava la sua miserabile dittatura, che come ovvio, come qualunque di questedittature staliniste prevedeva prima di tutto la cancellazione della libertà di pensiero e di espressione. Lì chiunque invece poteva instaurare una discussione; certo l’orientamento prevalente era nettamente di sinistra, su questo non c’è dubbio. Però c’erano tante opzioni: c’era la gente del PCI che parlava e gli arrivavano delle bordate micidiali da anarchici, da bordighisti, insomma qualche volta venivano fuori dei discorsi interessanti.

Allora mi ricordo che arrivo lì verso il crepuscolo, vedo un gruppetto – non so per quale motivo ne sia stato attratto –, mi sono avvicinato e c’era al centro un ometto, un uomo non alto, con il suo pizzetto, gli occhi brillanti che aveva un eloquio semplice ma preciso, mi aveva dato subito il senso di qualcuno che le cose che diceva le aveva studiate da sé, le aveva comprese, le aveva fatte proprie, in quel senso: un autodidatta. D’altra parte questa figura dell’autodidatta poi mi è sempre rimasta cara, per me ha sempre denotato il meglio umanamente di tanti anarchici di una certa età che io amato. Quelli di una certa età tra gli anarchici che io ho più amato erano tutti così, ad esempio Franco Leggio che infatti era amico di Giuseppe Pinelli. Ancora vivo, lo saluto, vecchio leone, oggi malatissimo, editore de La Fiaccola, Anteo, La Rivolta, lui lo stesso, autodidatta meraviglioso.

Sono persone le cui conoscenze sono veramente salse perché sono state fatte da se stessi e non per un qualche obbligoo abitudine esteriore. Tra parentesi voglio ricordareche tutti i libri bellissimi anticlericali li pubblicava con questo sistema: lui lavorava come minatore e operaio in Germania poi i soldi li dava alla famiglia in parte pubblicava libri. Questa è la tempra umana degli anarchici di una certa età che io ho amato. Pinelli era di una certa età, nel senso che io ero giovanissimo e lui non era vecchio ma era un uomo di mezz’età. Lo sto a sentire e diceva delle cose giustissime a riguardo di queste galere sedicenti socialiste, i paesi dell’Est. Io, già ero stato dal collegio perché avevo chiarissime intenzioni, tendenze anarchiche, radicali, anarchiche, poi stavo insieme con una ragazza del paese che… Poi un’altra volta vidi un’edicola in piazza del Duomo e un giornale che era «Umanità Nova», contro la famiglia, contro lo Stato – «Ma come queste sono le cose che penso io» – e quindi tutto il mio essere tendeva verso una certa dimensione critica, poi mi son trovato completamente d’accordo, avevo le mie idee, le ho esposte, Pinelli era d’accordo con me altri in disaccordo alla fine comunque, dopo una mezz’oretta di questa dialettica il gruppo si è sciolto e siamo rimasti io e Pinelli. Lui molto fraternamente ha simpatizzato con me e la stessa cosa è stata spontanea immediata da parte mia. Domandai: «Ma voi chi siete?, esiste veramente un gruppo di persone che la pensa come te?». «Sì, sì, vuoi venire a vedere la nostra sede?» «Dài subito». Partimmo immediatamentecon il suo motorino e mi porto alla sede di allora di quello che sarebbe diventato il Ponte della Ghisolfa, che era in viale Murillo, stavano anzi facendo il trasloco.

Roberto: Era il ’67?

Joe: Sì. Cominciai a frequentare questa sede. Devo dire che effettivamente facevano tante cose interessanti a livello culturale,contro-culturale. Lì c’era quasi ogni settimana una conferenza molto interessante, tra cui per esempio me ne ricordo una di Bruno Rizzi che venne, mi ricordo ancora, aveva un imbracamento, che ne so avrà avuto un colpo della strega, non so che cosa aveva, sembrava un colonnello prussiano, sai tipo quello del Viale del tramonto del grande Von Stroheim, tutto rigidissimo, diceva le sue cose controla burocrazia. Tra l’altro a quella conferenza vennero anche i tre che facevano parte della sezione italiana dell’Internazionale situazionista.

Ci fu un battibecco furioso tra Pinelli e loro perché a un certo punto il Salvadori criticando Rizzi, nel suo eloquio venne fuori a dire «Vivaddio».

Minchia! non l’avesse mai detto: «Qui nella nostra sede nessuno cita Dio».

Successe un casino. Oltre a questo tipo di conferenze ve ne furono altre molto interessanti, anzi, io credo, quello fu il periodo d’oro del Ponte della Ghisolfa. Pinelli apparteneva a un gruppo che si chiamavaBandiera Nera al quale non ho mai appartenuto, ma col quale avevo rapporti fraterni allora, di perone, come anche Pinelli, che io giudicavo avessero avuto un passato assolutamente stimabile. Anche perché erano coloro che avevano organizzato e partecipato al sequestro di un console spagnolo ai tempi del franchismo per la liberazione di perseguitati anarchici, che erano quindi stati capaci praticamente e non solo teoricamente di affermare certe idee, la necessità di liberazione. Tra di noi per un annetto circa, per un po’ di mesi senz’altro ci fu un interazione teorica dove senz’altro io, che ero giovanissimo stavo più a sentire che non poter dire la mia, ma intanto questa mia, tra virgolette, si stava formando con letture, con frequentazioni diverse, mi ero subito reso conto che il loro ambito teorico, quello stesso condiviso da Pinelli, dirò in seguito della maggior ampiezza di vedute di Pinelli – era – qui mi riferisco per esempio a Amedeo Bertolo, Luciano Lanza, Nico Berti, quest’ultimo uno storico che allora abitava in Veneto ma veniva spesso a Milano, faceva parte dello stesso raggruppamento, il loro ambito teorico era da un lato, il Bakunin di Lavoro manuale e lavoro intellettuale e Stato e Anarchia, recepito attraverso la lezione e la traduzione di Elia Vinci Leone Corradini e di Proudhon e dall’altro, infine, Bruno Rizzi e la sua idea della tecnoburocrazia come nuova classe dirigente secondo loro anche nei paesi industrialmente avanzati, e quindi anche in Italia. Il tutto unito a un fortissimo antimarxismo, quindi non solo antistalinismo e antileninismo ma proprio antimarxismo, direi persino viscerale. Dire questo può avere anche un certo interesse poiché la mia parabola è simile a quella di altri, non solo miei amici che ho conosciuto direttamente. Così come ero interessato a questo tipo di impostazione teorica, cercavo di approfondire, mi ero letto tutto quello che si poteva leggere, nello stesso sentivo che era insufficiente sia per comprendere effettivamente il periodo storico nel quale ci trovavamo e la sua organizzazione sociale sia per una prospettiva di superamento perché, a mio avviso, l’apporto di una critica dell’economia politica portata alle sue ultime conseguenze, cioè fino alla critica della società dello spettacolo era assolutamente indispensabile, quindi l’apporto di Marx, l’apporto più importante di Marx e la visione stessa di Rizzimi sembra che portasse a proposte arretrate, mi sembrava sempre una nostalgia del primo mercantilismo, una nostalgia di un capitalismo infantile. Non mi sembrava che quel tipo di impostazione teorica potesse preludere a degli sviluppi futuri veramente rivoluzionari. Ad ogni modo c’era ancora tra noi un rapporto dialettico e critico senza calunni e anche senza rotture. Tuttavia nell’arco dei mesi un certo distacco avveniva. Per esempio già quando io, studente universitario, non solo in università, comincio ad avere e tessere altri rapporti. Per esempio conoscendo Edie Ginosa, Roby, Giorgio Cesarano, Piero Coppo e questo in un certo senso fu percepito male da questo gruppuscolo che era estremamente chiuso e che considerava per esempio tutto il movimento dei giovani di allora, il movimento studentesco, inteso qui in generale, non quel gruppuscolo schifoso di cui parlavamo prima, la dirigenza, come rappresentanti di questa tecnoburocrazia che avrebbe poi preso il potere, quindi tutti quanti rappresentanti di una nuova classe di padroni. Nel frattempo maturava sempre più un distacco però, e qui torniamo a Pinelli, non è che Pinelli fosse un teorico, ripeto era una persona intelligente, equilibrata e sensibile, molto sensibile e proprio per la sua sensibilità aveva la percezione di come fossero necessari altri apporti di gente giovane fresca e sincera. Quindi lui, anche per questo, il rapporto con me non lo interruppe mai. Anche quando gli altri suoi amici erano sempre più distaccati da gente come me e del resto io da loro, io e Pinelli rimanemmo sempre amici al punto che quando l’ultima volta che lo vidi fu quando in seguito all’omicidio Annaruma io ero ricercato e lui mi aiutò a espatriare. Ricordo che mi diede per andare in Francia la sua giacca. Poi, inoltre diede a me e a Lello Valitutti le chiavi del Circolo Scaldasole, sicuramente fece delle cose per le quali immagino che fu criticato dai suoi più intimi amici per questa sua apertura. Ma tant’è, questa è la verità. Non soltanto per me ciòdimostra la nostra amicizia che andava al di là delle possibili diatribe ma anche al sua apertura mentale e umana.

Parliamo della Ballata del Pinelli.

Joe: Allora avvenne questo, quando ci fu la Strage di Stato anch’io ero ricercato quindi mi nascosi in una casa il cui indirizzo era a conoscenza solo di alcuni miei amici intimi. Non potei partecipare al funerale di Pinelli. Aspettavo a casa le notizie da un amico che infatti venne la sera, dopo il funerale, e mi raccontò cos’era successo; mi portò un testo dicendomi che dei compagni di Mantova, credo quelli che facevano la rivista che si chiamava «Bleu» e che erano abbastanza vicine alle posizioni mie e dei miei compagni più prossimi , quelli con cui avevo fondato «Ludd - Consigli proletari», di Milano, Genova, Trento anche di Roma, cioè quelle di unire il meglio dell’esperienza critica marxista rivoluzionaria e lo spirito libertario. Se mi chiedevano di dare una definizione, pur con i limiti d’ogni definizione, penso che mi definissi marxista libertario. Era un testo che questi compagni che avevano fatto subito dopo il funerale, era un bel testo e c’era anche una musica, soltanto che questo mio amico non se la ricordava, bofonchiava qualcosa ma non si ricordava bene. Quando ebbi in mano questo testo, proprio nell’immediato, la notte stessa o il giorno successivo vi misi mano, lo cambiai, aggiunsi quattro strofe e feci molte modifiche forse rendendolo più tragico, anche se sicuramente più duroe tra l’altro in una strofa scrissi : «“Progressisti”, recuperatori, noi sputiamo sui vostri discorsi» chiaramente lì mi riferivo a tutta questa canea anche di giornalisti e di gente che avevo sentito all’Università piuttosto che per strada o che in quei giorni leggevo e che pure avrebbero dovuto essere di sinistra e che invece si erano accodati alla vulgata sulle bombe di Piazza Fontana, sugli anarchici eccetera. Il testo fu cambiato e poi la musica fu fatta ex novo. La musica cantata ai funerali era quella antica della ballata dei morti di Bava Beccaris e io non la conoscevo. A me venne invece in la minore, cedo appunto molto più tragica anche forse più consona ai tempi che stavamo vivendo, quindi nell’arco, non ricordo più, se di uno o due giorni la canzone era pronta. E d’allora io la cantavo in giro, dappertutto.

Roberto: Ti ricordi quell’incontro con le commesse dell’UPIM che avevano occupato o facevano un presidio davanti all’UPIM, che è stata una delle prime volte che l’hai cantata in pubblico e c’è stata tutta una interazione con loro che suggerivano delle parole… ti ricordi?

Joe: Qualcosa sì, comunque riguardo a questa canzone la storia vera è questa. Devo fare una premessa. A quei tempi per quanto io e i miei compagni più vicini fossimo criticissimi del movimento studentesco in mano, lo ripeto, a quella miserabile dirigenza stalinista che se ne era impossessata, e per quanto questo portasse anche a degli scontri fisici in cui noi venimmo aggrediti, ricordo ancora una scena, come potrò mai dimenticarla di Edie Ginosa che, tra l’altro per difendermi, fu sprangato da questi porci e scrisse col suo sangue sui muri della Statale “W i Consigli operai”, pur in quella situazione tremenda fatta di emprise dello stalinismo sul movimento dei giovani purtroppo, stalinismo e cattolicesimo le due cose più luride, pur tuttavia fino ai primi Settanta ma anche dopo una certa maggiore libertà, in poche parole il ’68 non fu invano in nessuna parte del mondo, portò una ventata di libertà, una ventata di bisogno di sperimentare cose nuove che tutti sentirono, persino nelle classi dominanti – mi ricordo che nel ’68-69 c’era una generosità che è impossibile persino da immaginare oggi: un’apertura di case, dovevi dormire? non c’era problema dormivi da qualche parte. Dovevi mangiare? mangiavi cioè senza sfruttare nessuno, tra l’altro, perché questa apertura di cuori, la sensazione che si era a un tornante della storia e qualcosa bisognava inventare e che non si poteva continuare con tutti questi piccoli egoismi, c’era indubbiamente. In Francia si verificò un meraviglioso momento di pausa, per un momento nessuno lavorò più e lì era possibile tutto. In Italia meno, in Italia c’era questo peso maledetto del cattolicesimo e dello stalinismo che frenava tutto, che portava indietro. Però anche qui si ebbe questa ventata di libertà. Di conseguenza c’erano dei rapporti molto meno formali tra individui che però appartenevano a raggruppamenti diversi. Certo con dei limiti, certo che io ad esempio rapporti di questo genere mai avrei potuto averli – li ho avuti per un brevissimo periodo e si sono conclusi con una rottura aperta – con gente del Movimento Studentesco. Mi ricordo che io fui arrestato per il primo processo degli studenti, il processo Trimarchi, e già in carcere mi ero menato con questi qui, Toscano e Cafiero. Lì c’erano ben pochi discorsi che potevamo fare, eravamo a distanze siderali, però per esempio avevo dei rapporti con alcuni di Lotta Continua. Sentendo questa canzone che avevo iniziato a cantare in giro alcuni di loro, mi ricordo un nome, Manconi, che poi divenne il sociologo televisivo che conosciamo, allora era un dirigente di Lotta Continua, abitava a Milano, vicino a Cadorna, con un ragazzo molto più giovane, di cui ero amico, un sardo come lui. Parlando con questo ragazzo e con Manconi loro mi dissero: «Che bella questa canzone, bisognerebbe farla assolutamente». Io non avevo una lira come al solito mentre loro di mezzi ne avevano tanti, perché Lotta continua era un settimanale, una grande organizzazione, mezzi finanziari ecc. Allora ne parliamo un po’, perché dicono questa versione qua, la tua,è migliore facciamola, peròmisi subito in chiaro che se l’avessimo fatta avremmo dovuto fare un disco senza nessuna indicazione né d’autore, perché non me ne fregava di fare pubblicità a me stesso, ma neanche di organizzazione. Cioè doveva essere un’espressione del movimento rivoluzionario punto e basta