In ricordo di Francesco Kukki Santini
che non seppe piegarsi alla mediocrità.

(Claudio Albertani 1999)

A maniera di introduzione per la ristampa di Parafulmini e controfigure, numero speciale della rivista "Insurrezione" (vedi nota)

Je mange pas de ce pain-la
Benjamin Peret

Tra il 1968 e il 1980, grandi movimenti di rivolta scossero in Italia
le fondamenta dello stato nato nel 1945 sulle ceneri della dittatura
fascista. Era quello uno stato prigioniero di interessi oscuri che
viveva in simbiosi con la mafia e la grande criminalità e che
persistentemente usava la strage per disfarsi degli oppositori.
Di quella situazione, il Partito detto Comunista era
contemporaneamente complice, vittima e beneficiario. Complice perché
accettava le regole del gioco, vittima perché quelle stesse regole gli
impedivano l'accesso al potere e beneficiario perché in cambio di
garantire la pace sociale, gli era concesso qualche privilegio
nell'ambito dell'industria culturale e delle amministrazioni locali.
Era ovvio che quei movimenti si dovessero, prima o poi, scontrare con
le forze della sinistra e con i suoi epigoni, adottando, forse proprio
per questo, forme ed espressioni assai più ricche e radicali che in
altri paesi.
Fu così che la lotta di classe in Italia oltrepassò presto i cancelli
della fabbrica per invadere il territorio e la vita quotidiana: si
occuparono case, si crearono luoghi di incontro, riviste, radio libere
(ovvero non controllate dallo stato e neppure commerciali), gruppi di
discussione, giornali murali. Si inventarono forme nuove di
comunicazione e la poesia, secondo le indicazioni di
Lautreamont, smise di essere l'affare dei poeti, per diventare la
necessità di tutti.
Per la prima volta, nel nostro paese si espresse chiaramente
l'esigenza di sovvertire i ruoli sociali, di abolire il lavoro
salariato, di rifondare la politica, di creare nuove relazioni e di
esplorare i molteplici campi dell'esperienza umana.
Anche se adesso può far sorridere, quella fu in Italia l'epoca del
possibile: una parte minoritaria però molto attiva e rumorosa della
popolazione, visse come in un grande laboratorio sociale dove la
gratuità era all'ordine del giorno, così come il diritto alla pigrizia
e alla felicità.
E fu precisamente l'inquietante radicalità di quei momenti a produrre
il panico e lo sconcerto nel campo nemico. Prima che la macchina della
riproduzione sociale si inceppasse, i contingenti della reazione si
riorganizzarono per sferrare il contrattacco.
Colpirono con intelligenza, riducendo la complessità dello scontro
sociale in atto al terreno della lotta armata dove non potevano che
uscire vincenti.
Una parte consistente del movimento cadde nella trappola credendo che
sarebbe bastato seguire le deliranti indicazioni del partito armato per
colpire il cuore dello stato ed organizzarne i funerali.
Il gruppo di persone raccolte nel 1977 intorno alla rivista
"Insurrezione"(che portava come sottotitolo la frase 'Chiunque parli di
rivoluzione senza riferirsi alla vita quotidiana ha in bocca un
cadavere'), attivo soprattutto a Milano, si oppose fin dal principio a
quella prospettiva, meritando per questo l'accusa di opportunismo o,
addirittura, di pusillanimità. Ironicamente, molti di coloro che allora
pronunciarono quei giudizi, appena arrestati, accettarono di
collaborare con le forze della repressione.
Parafulmini e Controfigure - opuscolo polemico e d'occasione- uscì nel 1980, ossia con un certo ritardo rispetto al diffondersi
dell'allucinazione armata che viveva in quel momento i suoi momenti più alti di fulgore mediatico. Adesso sappiamo che a quel punto i giochi erano fatti, tuttavia allora pochi compresero che il movimento era ormai prossimo ad implodere e ad inabissarsi. Da laboratorio della
rivoluzione, l'Italia era ormai diventata, il luogo della ricomposizione neocapitalista che si dispiegherà con grande potenza nel corso degli anni ottanta. A nostro avviso, il peccato originale del modello italiano, la chiave del suo successo, sta proprio in quella controrivoluzione totale e capillare iniziata allora e di cui viviamo tuttora le conseguenze.
I testi qui raccolti hanno il vantaggio di offrire uno spaccato della
realtà di quegli anni. Mentre i primi due furono scritti ad hoc, gli
altri erano stati divulgati in precedenza attraverso la rivista e
altrove. Si aggiunsero anche i contributi di Raoul Vaneigem e di
Giorgio Cesarano; la loro data di pubblicazione - molto anteriore ai
fatti in questione - li rendeva immuni dall'accusa di opportunismo,
così irresponsabilmente impiegata contro quanti cercavano di sfuggire
alla falsa dialettica coraggio delle armi/viltà della critica.
Motivo occasionale era l'apparizione di un nuovo gruppo clandestino,
Azione Rivoluzionaria, che, paradossalmente, amava presentarsi con un
profilo libertario, annoverando tra i propri ispiratori anche chi, come
appunto Vaneigem, era appassionatamente ostile a tali prospettive.
Ai nostri occhi, tutto ciò dimostrava che il punto di non ritorno era
stato ormai raggiunto e che la politica armata poteva ormai nutrirsi di
qualsiasi ideologia, senza più alterare la propria essenza. Secondo
noi, la sua natura profonda si esprimeva in pratiche sacrificali,
cospirative e catacombali che conducevano al nichilismo o, peggio, al
collaborazionismo.
Riletto ai giorni nostri e sia pur rilevando qualche inevitabile
forzatura, Parafulmini si presenta ancora come uno dei pochi testi
critici che dall'interno del movimento, indicarono con chiarezza la
necessità di una scelta di campo su quei temi. Inoltre, nonostante il
ritardo - dovuto anche al rifiuto di varie riviste di accettarne la
pubblicazione - mostrava in maniera convincente come il feticismo delle
armi avesse divorato l'unico grande tentativo di cambiamento sociale
avvenuto in Italia nella seconda metà del secolo che muore. E non in
modo generico, ma nella migliore tradizione degli opuscoli
rivoluzionari, praticando la critica ad hominem.
Purtroppo, proprio perché andava contro la corrente, il libretto passò
pressoché inosservato. Serve a poco, ribadire che avevamo ragione: é
una magra consolazione per chi, come noi, aveva puntato tutto sulla
rivoluzione sociale.

Claudio Albertani

note:
Forse varrebbe la pena chiarire che scrissi quel testo qualche anno fa (nel 1999, per l'esattezza) su richiesta di alcuni compagni greci che volevano tradurre Parafulmini e controfigure, numero speciale della rivista "Insurrezione". Non ho mai saputo se lo hanno poi fatto.
Un saluto,
C. A.

Paolo: forse sì: comunque, per ora io direi che conviene mettere in circolo tutto ciò che in qualche modo si collega al tema, per poi decidere se stamparlo, se metterlo solo sul sito come riferimento, o se non farne un cazzo del tutto. Naturale che, se si pubblica, conviene anche spiegare i testi da dove nascono e quale funzione avevano al tempi in cui furono scritti, ammesso che noi si sia in grado di rammentarcene