Riccardo D'Este

INTORNO AL DRAGO

 

Un Drago si aggira per il mondo. Con le sue lingue di fuoco, il fiato mefitico e velenoso, i terribili colpi di coda che diffondono distruzione e morte. Che sia di origine satanica non sembrano esservi dubbi, anche se taluni ne parlano come di un "flagello di Dio", della risposta di un Jahvé vendicativo e risentito con gliuomini per lo scarso rispetto sinora portatogli.

Ma i San Giorgio non sembrano mancare, anzi sempre di nuovi si propongono sulla scena internazionale, da quelli con la spada fiammeggiante consentitagli dal potere, dalle leggi e dalle polizie a quelli più dimessi che, "nel concreto", come dicono, si contentano di combattere i più periferici ma decisivi effetti di qualche lingua di fuoco, di qualche zaffata del letale alito.

Il quadro pare suggestivo, articolato e complesso. Lo si vede quotidianamente delineato sulle pagine di giornali e riviste, trasmesso e ritrasmesso iterativamente da tutte le televisioni (bisogna pur che i giusti concetti entrino, magari a forza, anche nelle teste dure come sono quelle degli scettici) sul Drago vengono scritti libri d'ogni sorta, da quelli con maggiori pretese scientifiche ai romanzi ed alle autobiografie dolenti e pentite; i San Giorgio occupano la scena con uno sferragliare d'armi ed un rimbombo di parole e minacce che di per sé soli inducono al timore qualsiasi persona di medio buonsenso, che tuttavia tollera tutto ciò, proprio per l'atroce incubo del Drago.

E’ uno stato d'emergenza ormai pubblicamente dichiarato. Le forze sane delle nazioni sono chiamate a raccolta, quale che sia la loro condizione sociale o la loro ideologia, dietro gli stendardi di questa santa guerra contro il Male. Certo, con le dovute differenze e le inevitabili polemiche, anche perché le regole dello spettacolo richiedono apparenti sfumature, concorrenza, competitività tra simili.

E’ ormai risaputo che gli Stati contemporanei vivono di emergenze successive, reali o presunte o inventate; dichiarare un'emergenza dopo l'altra giustifica la loro esistenza, che è, essa sì, un'emergenza seppur ormai storicizzatasi, ma che nondimeno continua ad apparire a molti come un'escrescenza della vita sociale, spesso addirittura un bubbone. Lo stato d'emergenza è divenuto l'emergenza di Stato, lo Stato delle emergenze. Ma serve, comunque, a compattare la popolazione, a creare un clima interclassista ed interideologico: se straripa un fiume o c'è un'alluvione, ci si rimbocca le maniche tutti, dal parroco al sovversivo, dal padrone all'operaio. Si costruisce la comunità fittizia della solidarietà. (Non che la solidarietà in sé sia fittizia, tutt' altro, ma quelle di questo tipo lo sono senza dubbio, essendo rivolte ad obiettivi fra loro diversi, spesso contrastanti). Il clima di unità fallace che così si costruisce serve soltanto a chi si è fatto gestore del fittizio, amministratore dell'unità sui contrasti.

Ma non tutte le emergenze sono uguali. Ve ne sono alcune che parti considerevoli di società non accettano come tali, ed allora è possibile che le divisioni che si provocano siano maggiori delle unità cui lo Stato aspira; ve ne sono altre che sono prettamente interne ad uno Stato, che altri Stati non riconoscono come proprie, e dunque la solidarietà e il coinvolgimento risultano alquanto limitati; ve ne sono, infine, altre ancora che pretendono l'universalità, che coinvolgono cittadini e Stati, che sono al tempo stesso interclassiste e internazionali e, naturalmente, queste sono le migliori, le più utili.

Le guerre hanno sempre svolto egregiamente questa funzione. In effetti, dividevano il mondo in tre: le due schiere belligeranti ed una terza porzione, spesso non esigua, disimpegnata dal conflitto.Però, all'interno di ciascuno schieramento, provocavano il mirabile risultato di una cooperazione e solidarietà nazionale (e internazionale, con i paesi alleati) altrimenti del tutto insperabile. E’ pur vero che spesso esistevano voci di dissenso o addirittura di opposizione, ma non era difficile metterle a tacere, dato il clima di guerra. Galera, campi di concentramento, eliminazione fisica: queste erano le misure adottate contro gli oppositori ed assolutamente giustificate con quell'emergenza dell'emergenza che è una guerra. Questo in entrambi gli schieramenti, con un ondeggiamento utilitaristico dei paesi neutrali che si compattavano sotto la profittevole bandiera della neutralità, commerciando con gli uni e con gli altri, in attesa dei vincitori. Se nell'ultima guerra mondiale, l'astuto, prudente quanto immondo staff dirigenziale hitleriano concentrò e poi liquidò fisicamente prima i comunisti (specie se di sinistra e radicali) e successivamente i socialdemocratici e poi gli ebrei, non si contano i fucilati per "tradimento" da parte dei democraticissimi inglesi. Non solo, ma anche la solidarietà internazionale, all'interno dello stesso campo, funzionò perfettamente. A sentire George Orwell, persona sicuramente degna di fede, mai l'Unione Sovietica di Stalin riscosse tante simpatie popolari nell'Inghilterra di Churchill come durante l'alleanza bellica tra i due paesi. E lo stesso Orwell, già allora criticissimo verso il regime staliniano, si vide costretto, nelle trasmissioni BBC che conduceva, rivolte all'India, a difendere e in qualche modo esaltare l'URSS perché "paese alleato", contro la "barbarie nazista" (in sé assolutamente vera e dunque immeritevole di virgolette, ma che peraltro serviva da demone unificante, giustificativo di altre e non molto minori barbarie - se pensiamo alla politica coloniale inglese o a quella staliniana).

Ma fra tutte le guerre, è la guerra santa quella che funziona da massimo collante, all'interno di una nazione e nei rapporti fra le nazioni. Essa deve soprattutto contenere in sé un alto valore morale, almeno dichiarato, propagandato ed apparente; deve partire da dati di fatto inoppugnabili, riscontrabili da tutti, ancorché interpretati secondo un'ottica del tutto particolare; deve proporre o promettere soluzioni universalmente vantaggiose, anche quando queste, ad un'analisi spassionata e dettagliata, mostrano facilmente la corda e indicano la loro verità ultima: sono delle spudorate menzogne che nascondono interessi inconfessabili.

La guerra al Drago possiede queste caratteristiche, con­tiene tutti questi vantaggi. Con uno supplementare: di liqui­dare a priori tutte le possibili critiche, soprattutto se radicali, tutti i possibili oppositori, in specie se esterni ai rackets poli­tici ed ideologici, con il potente e ricattatorio richiamo all'u­nanimità morale. Se in una guerra il dissenziente viene sem­pre considerato disfattista, nemico di quel bene supremo che dovrebbe essere la patria , e dunque passibile di condanna per tradimento, nella guerra al Drago, dove tutti i valori co­siddetti morali e sociali vengono spregiudicatamente buttati sul terreno, chi critica, dubita o si differenzia pubblicamente dall'opinione corrente passa immediatamente per "amico del

Drago", viene bollato e squalificato, se non criminalizzato, affinché trionfi il surrettizio unanimismo. Se, poi, qualcuno osa affermare che il Drago in quanto tale non esiste, che è un prodotto, peraltro assaimateriale, dello spettacolo integrato, ebbene, costui ' è un nemico pubblico, con tutte le conseguen­ze che ne derivano.

Una manovra assai abile per mantenere un clima costante di guerra interna ed internazionale.

Gli avvertimenti sono stati già lanciati, e con quella grossolanità ed arroganza che contraddistingue gli

amministratori della glaciazione sociale. Tutti (o quasi) gli intellettuali e gli opinion-makers corrono a supporto, da brave salmerie.

  Il terrorismo si diffonde. Il Drago è ovunque. Il Drago ti ascolta. Il Drago uccide. Mentre la verità è che lo Stato ed il Drago si sono unificati, l'uno essendo partecipe agli interessi dell'altro, mutuamente.

Pur con il timore che queste condizioni eccezionali impongono a chiunque non sia santo e martire, noi osiamo affermare ed argomentare alcune verità di base: che il Drago non esiste o, per dir meglio, che è stato così abilmente simulato da cominciare ad esistere, non come Drago ma come mortiferi effetti; che i San Giorgio sono i suoi migliori alleati, perché senza un Drago da debellare i San Giorgio apparirebbero per ciò che sono in realtà, dei miserabili faccendieri dell'economia o della politica o della morale; che la menzogna reiterata e diffusa rischia di divenire terribile realtà; che il Drago, oltre che fermamente voluto e costruito, è un colossale business nelle sue tre componenti: ideologica, economica, poliziesca; che non ci si potrà mai liberare dal Drago senza liberarci dai San Giorgio.

Il Drago di cui si sta parlando è la droga, anzi la Droga, se ancora non si era capito. Né interessano in questa sede i sottili e spesso acuti distinguo operati da alcuni (pochi) studiosi seri del problema, riguardo alle differenti caratteristiche e pericolosità delle varie droghe.

Salta agli occhi che il concetto di droga è inadeguato, generico, indifferenziato ed usato per lo più in senso terroristico e criminalizzante. t evidente a chiunque non sia troppo ottenebrato dall'ideologia e dalla martellante propaganda che hashish e cocaina non sono la stessa cosa, come non lo sono anfetamina ed eroina.Ma, di più, è immediatamente percepibile da chicchessia che tè, caffè, nicotina,alcol sono anch'essi delle droghe, sia pur legalizzate e legali, ma non per ciò meno nocive soprattutto per quel che riguarda tabacco e alcol che sicuramente determinano un tasso di mortalità o di infermità assai più alto non solo rispetto a quello prodotto dalla bonaria marijuana, ma anche dalla stessa cattivissima eroina. E, poiché si è degli estremisti coerenti, non ci spiacerebbe aggiungere all'elenco delle droghe l'automobile (che, è statisticamente provato, procura un 200% di decessi in più della pur mortifera eroina e un grado di assuefazione e dipendenza incomparabile, soprattutto come effetti sociali) o il culto delle vacanze, a cui si sacrificano intere vite, o lo stesso lavoro, in società capitalista: i morti da lavoro, diretti o indiretti, sono incommensurabili rispetto a quelli da eroina (una stima cauta potrebbe parlare di 1000 a 1). Ma, nel clima della guerra santa questi possono sembrare dei sottili distinguo, la difesa di un avvocato che, alla fine, è costretto ad appellarsi al buon senso della Corte, mentre si sa che ogni Corte ne è orgogliosamente sprovvista, altrimenti non sopravvivrebbe alle sue contraddizioni.

Qui invece interessa esaminare la droga come Drago, la sua utilizzazione spettacolare quanto materiale, i giochi politici, ideologici e, ovviamente, economici che le ruotano intorno. Sicché volontariamente si accettano le banalissime, volgari e profondamente inesatte definizioni di droga che vengono propagate, gonfiate artatamente e diffuse dai mass media. Quando si parla di droga, qui, se ne parla come la intenderebbe qualsiasi bottegaio o qualsiasi craxi.

Il Drago è questo: non una realtà specifica e specificamente determinata, bensì il Drago, un demone da esorcizzare, un'operazione ideologico - politica da condurre in porto, con innegabili vantaggi economici, e vedremo quali. A buon titolo, si assume il concetto di droga per com'è stato socialmente imposto e la figura del drogato, come quella del traviato, senza valori, capace di scippare le vecchiette, inetto ad ogni partecipazione sociale, secondo le descrizioni che se ne danno.

Quando si tratta di suggestioni simboliche ed esorcistiche, non servono i distinguo interni, cioè riformisti, vale a dire che assumono il quadro concettuale dato per contestarne parte. Una critica radicale, e questa vuole esserlo, assume fino in fondo il dato avversario per contrastarlo fino in fondo.

Per dirla in termini chiari e preannunciativi, non interessa, dal punto di vista della teoria, che i drogati vengano chiamati così, o tossicodipendenti, o devianti o quel che è; che venga loro ritirata la patente per un mese invece che per sei; che vadano in comunità terapeutica (le lucrose fabbriche di dementi ed integrati di cui i drogati forniscono la materia prima) invece che in carcere; che vengano chiamati utenti invece che delinquenti. Interessa invece stabilire che ci troviamo in una società drogata, drogogena e drogorepressiva, che la droga, proprio per la sua proibizione, è il business del secolo, la merce per eccellenza, in cui il valore di scambio si è quasi totalmente autonomizzato dal valore d'uso; che droga - Drago e Stato sono interconnessi e interdipendenti, entrambi valorizzando la necessità del controllo etero ed autodiretto; che la ricompattazione morale contro il Drago è il trionfo della glaciazione sociale; che la droga appare "bella" perché la sopravvivenza sociale è orribile, grigia, incolore; che non si va lontano, tranne che per i politici e le loro menzogne, "studiando" soluzioni limitate; che se la droga - intesa non come insieme di sostanze ma come Drago - è il male del secolo, con la degna coda spaventevole dell'Aids, essa è la figlia naturale di cotanti genitori: la società del capitale e dello spettacolo.

Per società drogata intendiamo una società che si euforizza artificialmente, alterata nelle sue condizioni reali o potenziali, che si intossica delle sue produzioni e ideologie e da esse viene inquinata e condizionata, che è dipendente da quei meccanismi economici, politici, spettacolari che peraltro la consumano e distruggono, che è incapace di riconoscersi in quanto tale - come comunità di esseri umani - ma che, per un processo di autoidentificazione, ha bisogno di alienarsi collettivamente, che ha ridotto tutto a merce, anche le relazioni umane, amorose, amicali. Ebbene, la società presente è una società drogata.

Per società drogogena intendiamo una società che, rendendo l'esistenza di tutti e di ciascuno di difficile sopportazione, spinge gli individui a drogarsi, attraverso droghe considerate lecite oppure illecite (quelle propriamente dette). Fra chi corre allo stadio o in discoteca nella disperata ricerca di "dimenticare" almeno per un giorno, per un'ora, l'insopportabile pesantezza della sopravvivenza e chi, perseguendo il medesimo scopo, sniffa a cocaina o si inietta eroina, la differenza è assai più apparente che reale. Spesso addirittura i fenomeni entrano in combinazione moltiplicatoria. Una società che condiziona la domanda attraverso l'offerta, seguendo precise regole mercantili, che produce droghe e le diffonde e che, con la seduzione e contemporanea proibizione di quelle definite illecite, crea dei mercati fittizi, gonfiati, drogati, per l'appunto, com'è quello delle cosiddette droghe e favorisce così un'organizzazione di

accumulazione capitalistica e di controllo sociale di tipo criminale, parallela a quella ufficiale, statale, è una società drogogena. Ebbene le società presente è una società drogogena.

Per società drogorepressiva intendiamo una società che persegue i consumatori di droghe classicamente intese, dopo aver stimolato il loro diffondersi, la loro "necessità", il loro commercio, dopo aver assunto in sé quella valorizzazione della merce che la droga evidenzia al massimo livello. Senza la repressione delle droghe e dei loro consumatori, una simile valorizzazione non sarebbe stata né sarebbe possibile, come sarebbe stata impensabile la creazione di un simile, gigantesco indotto. La repressione, come accresce smisuratamente il valore di scambio della merce droga (da cui l'interesse delle organizzazioni mafiose che dispongono di molto materiale umano da "sacrificare" e di cospicui capitali da far rendere al massimo, nonché di strutture "clandestine" capillari, così come richiede il mercato), così fa lievitare la loro appetibilità da parte di tutti quei soggetti che patiscono questa società e che, attraverso il consumo di droghe, cercano un'ipotetica trasgressione. In ultimo, ma non come importanza, la repressione consente il permanere di un esercito di repressori di vario tipo e ideologia e delle loro strutture, di veicolare ogni sorta di ideologia conservativa sotto forma di impegno morale, di amalgamare, agglutinare ed appiattire diversi soggetti sociali potenzialmente antagonisti sotto lo stendardodella "lotta alla droga", di rivalorizzare ideologie altrimenti intaccatedalla crisi (quella della famiglia, del lavoro, quella religiosa ecc.). Ebbene, la società presente è una società drogorepressiva.

Ed è appunto questa società, attraverso gli Stati che se ne assumono la rappresentanza e gli uomini politici che, a loro volta, vogliono condensare in sé l'essenza dello Stato contemporaneo, che si è costruita il Drago per celare il più a lungo possibile la sua reale natura. Il mantenimento del mistero sulle reali connessioni sociali, affumicate ed oscurate dalle false rappresentazioni, e sull'essenza della società attuale è la condizione indispensabile per la perpetuazione della società stessa. Ma il mistero lo si conserva ed alimenta attraverso due tecniche spesso tra loro combinate: quella del segreto in senso stretto, come ben sanno i vari "servizi", utile quasi esclusivamente durante la preparazione e la commissione di determinate attività, e quella dell'informazione eccessiva, sovrabbondante, nella quale dati veri e dati falsi risultano così strettamente commisti che nessuno riesce più a districarsene e soprattutto a prendere efficacemente partito.

Le singole operazioni vengono mantenute il più rigorosamente possibile segrete; successivamente, attraverso i media, si lascia filtrare l'informazione che esistono dei segreti - in una fase ulteriore, molti segreti, o presunti tali, vengono " denunciati" (assai raramente svelati in senso proprio) pubblicamente, diffusi massmediaticamente con sovrabbondanza di dettagli più o meno interessanti e, in questo eccesso, "verum et falsurn coincidunt". Se Hegel poteva formulare la tesi che il falso è un momento del vero e Debord, utilizzando e rovesciando acutamente l'assunto, in termini contemporanei, che "nel mondo realmente capovolto il vero è un momento del falso", noi possiamo affermare che la falsificazione del vero e l'inveramento del falso sono momenti complementari della medesima strategia, attuata attraverso differenti e complementari tattiche (il segreto, la disinformazione, l'informazione eccessiva e indifferenziata), volta a mantenere tutto e tutti nell'incertezza, sicché l'unica "verità" venga costituita da ciò che apparepiù "immediatamente".

Cosa appare più immediatamente? L'esistenza di droghe e drogati, gli effetti nefasti, la presenza della Mafia e così via.

Assume queste “come verità” e in qualche modo chiunque le può toccare con mano, non è troppo lungo il passo successivo, quello che conduce a parlare di Droga, del Drago.

E le informazioni che vengono fornite sul fenomeno tendono semplicemente ad accrescerlo. Altrettanto fanno le deformazioni. Le informazioni trasmesse divengono inutilizzabili da ciascun soggetto, mentre le deformazioni lo influenzano, lo condizionano. Gli elementi informativi di cui si può venire in possesso si presentano scollegati, cioè indisponibili ad un'analisi critica unitaria, mentre l'immagine del Drago, essa sì, appare unitaria, anzi granitica.

Qualsiasi lettore attento può essere "informato" della stretta amicizia e collaborazione fra l'attuale presidente USA, Bush, e l'ex dittatore di Panama, Noriega, quando il primo era a capo della CIA ed il secondo suo agente "mille usi", compreso quello di spacciare droghe, se ciò serviva ad impinguare segretamente le casse del "servizio", nonché quelle personali dei singoli. E se Noriega è stato davvero al centro di un grande traffico di droga, come sostengono gli americani, che non hanno esitato ad invadere lo stato di Panama, con migliaia di morti fra la popolazione civile, per "assicurare alla giustizia" tanto criminale e, in realtà, per controllare con maggiore sicurezza il decisivo canale nonché per colpire le indebite ingerenze in traffici ormai consolidati e, di passaggio ma esemplarmente, per mettere alla berlina il servitorello che si era voluto metter su bottega in proprio, non lo era certo da qualche anno e, per giunta, all'insaputa degli onesti yankees; certi ruoli non si improvvisano e Noriega il suo senz'altro l'ha ereditato dal suo predecessore, insieme al potere. Così, chiunque può logicamente dedurre che, per interessi politici ed economici, la CIA e Bush fossero già da allora implicati in simili traffici con il Drago, anche se oggi si ergono a San Giorgio internazionali.

Lo spettacolo montato successivamente, il dispiegamento militare, l'invasione di Panama, l'arresto del "traditore" con suo conseguente trasloco negli USA, non senza l'intervento della Chiesa cattolica, sempre attenta ai maneggi terreni oltre che a quelli suppostamente celesti e, in verità, inimitabile in quanto ad uso della doppiezza ed a sagacia spettacolare, tutto ciò non ha fatto altro che riaffermare l'esistenza del Drago, e la necessità della lotta contro di esso, invece di mettere a nudo le reali connessioni, gli effettivi interessi in gioco.

Infatti, cosa se ne fa uno di tutte queste informazioni note e notorie? Praticamente nulla. Il problema è stato spostato, l'attenzione sociale attratta dalle roboanti dichiarazioni bellicose e moralizzatrici del governo americano, da un lato, dalla "guerra" con i "narcotraficantes" dall'altro e, soprattutto, dai guasti che effettivamente produce l'abuso di stupefacenti. Così nessuno, o quasi, si chiede più cosa c'è sotto, chi c'è dietro, quali sono i meccanismi innescati, quali i valori, materialisticamente intesi, posti in essere o messi in discussione, vale a dire contesi.

L'opera di falsificazione è completa.

Così l'informazione della passata amicizia e alleanza tra Bush e Noriega viene fatta circolare perché già precedentemente sterilizzata, resa innocua al punto che ben pochi ne possano trarre le dovute conseguenze. (Mentre, va da sé, gli affari, quando avvenivano, erano coperti da un rigoroso segreto). I pezzettini del mosaico sono così ben sparpagliati e frammischiati che riesce estremamente difficile ricomporli e dare un effettivo senso al mosaico stesso. Così sfuggono taluni, aspetti fondamentali della questione, sforzo ideologico e spettacolare americano a parte: che gli USA hanno iniziato ad "indignarsi" quando il cosidetto cartello di Medellín ha cominciato a produrre eroina, il cui controllo sino ad allora era stato quasi esclusivamente in mano ai "servizi" americani; che, fallite varie politiche per il controllo stretto del Centro e Sud America, i cui esempi più clamorosi sono stati la risibile speranza nella forza dei "contras" in Nicaragua e l'appoggio sfacciato a regimi fascisti in Salvador, gli USA dovevano in qualche modo ingerirsi "autorevolmente", cioè "moralmente", in quello che definiscono il loro "cortile di casa"; che dovevano trovare un collante autoritario per vincolare a sé sempre di più i loro alleati europei, scegliendo un "tema forte", come si usa dire, e difatti il signor Craxi ha lanciato la sua campagna antidroga, meramente repressiva, dopo un lungo ed accalorato incontro con Rudolph Giuliani, allora procuratore capo a New York, successivamente sindaco trombato e, da sempre, strettamente legato a quell'ambiente economico - politico - militare che ha come suo braccio armato i "servizi" e che è difficile non definire di stampo mafioso.

Ma il caso forse più sconvolgente, ed esemplare per quanto riguarda la povertà di senso delle informazioni nell'epoca della loro voluta sovrabbondanza, è quello di Khun Sa. Costui regna di fatto sullo "Stato degli Sban", a cavallo tra Birmania, Laos e Thailandia, nel cuore di quello che è stato definito il "Triangolo d'oro". Si calcola che controlli l'80% della produzione di oppio e della sua trasformazione in eroina. Questo signore, noto da tempo al pari dei suoi traffici, recentemente è salito sulla scena della spettacolo internazionale ' ha raccontato i complessi rapporti avuticon uomini della CIA, della DEA ed anche del Kuomintang, offrendo dati e nomi e cognomi di persone implicate nel traffico internazionale, spiegandone le ragioni politiche. Ma le sue affermazioni, quasi sicuramente veridiche, hanno avuto il peso di una piuma: tutto si è risolto dentro H meccanismo dello spettacolo.

Anche in Italia queste informazioni sono state offerte con abbondanza. Sono state effettuate trasmissioni su RAI 3, su Canale 5 e vari articoli sono apparsi su riviste ed anche su giornali quotidiani. Ma, a quel che sembra, nessuno ne ha tratto delle conclusioni logiche.

Le parole e perplessità dello stesso James Bo Gritz, l'ex colonnello delle forze speciali statunitensi, conosciuto come il "vero Rambo" (perché dalle sue "gesta" nel Viet Nam sarebbe stato costruito il personaggio di fiction di Rambo), sono cadute nel vuoto. Questo Bo non spicca certo per eccessiva intelligenza o perspicacia, ha il cervello imbottito di stelle e strisce, però non è neppure totalmente rincretinito e, soprattutto, ama svisceratamente la "sua" America e i "suoi" soldati. Né, ovviamente, gli manca il coraggio. Solo che in questo caso ha avuto il coraggio sbagliato.

Riassumiamo brevemente la storia per chi non la conoscesse. James Bo Gritz, da autentico Rambo, soldato e patriota, ha impegnato gli ultimi anni della sua vita nella ricerca dei militari americani ancora prigionieri, soprattutto in Laos e Cambogia, dopo la fine della guerra del Viet Nam. A questo fine, emarginato dal governo Usa che voleva solo far dimenticare la guerra, suturare le non poche ferite e far risplendere nuovamente il sogno americano, si era messo a cercare qualche alleato o qualche possibile aiuto in zona. Nell'88, dopo vicissitudini inenarrabili e, per l'appunto, "rambiche", riusci a contattare Khun Sa nel suo "regno" e lì gli capitò la prima sorpresa, che per un animo semplice e militare come 2 suo, non doveva essere dappoco. Khun Sa non solo lo ricevette, gli fornì le informazioni di cui era in possesso, ma. forse perché ignorava la vera realtà politica americana o forse perché sovraestimava i poteri di un "Rambo", gli fece addirittura una proposta sconvolgente: era disposto ad abolire nel suo territorio la produzione di oppio (che, si ripete, è pari all'80% della produzione mondiale) in cambio di aiuti USA per la riconversione delle colture e del riconoscimento del cc suo" Stato. Ma l'astuto orientale sin dall'inizio mise sull'avviso il muscoloso cocacolaro: che stesse attento con chi parlava, perché i suoi migliori clienti erano sempre stati proprio gli uomini della CIA, che già avevano finanziato con il traffico di eroina la guerra in Laos e Cambogia, dopo che il Congresso aveva votato contro i finanziamenti bellici. Bo Stelle - e­-Strisce, da buon americano, non si diede per vinto, tornò negli USA, corse alla Casa Bianca dove raccontò tutto, e nessuno manco gli diede retta. Il povero "Rambo" aveva scoperto un segreto di Pulcinella e addirittura stava diventando fastidioso. Adesso Bo conduce una guerra solitaria, "contro la droga" e per recuperare i "suoi" soldati ancora prigionieri, ma il suo fallimento è assicurato e dimostrato proprio dal "rilievo" che la società spettacolare ha concesso alle sue interviste e dichiarazioni. Tutto è ormai sotto controllo, tutto sterilizzato.

I notabili statunitensi non si sono neppure presi la briga di smentire formalmente, ad alto livello, le dichiarazioni di Khun Sa successivamente riportate da "Rambo" (e, sia detto di passaggio, è a tale giustificata noncuranza che quest'ultimo, questo eroe cretino da fumetti, deve la sua sopravvivenza) né si sono particolarmente impegnati affinché simili rivelazioni venissero tenute nascoste. In effetti non ce n'era e non ce n'è bisogno. L'anestesia preventiva aveva già funzionato sull'informazione. Anzi si può affermare che l'informazione stessa, intesa come tecnica di diffusione di fatti e notizie, tenda di per sé all'anestesia preventiva del suo fruitore.

Ritorniamo un attimo a Khun Sa ed alle sue dichiarazioni che appaiono del tutto verosimili, tanto più che già in passato alcune indagini giornalistiche serie avevano documentato come la "via della droga" (allora si trattava essenzialmente di morfina ed eroina; il boom della cocaina è assai più recente) partisse dal famoso 'Triangolo d'oro" e come i suoi fili venissero tirati direttamente da agenti americani (CIA e DEA). Dunque, un lettore medio e di media intelligenza è tendenzialmente incline a ritenere vere le informazioni di cui viene in possesso e nondimeno ciò gli serve a poco o a nulla per un giudizio complessivo ed articolato sulla gestione del "fenomeno droga", sulle sue cause, sulla nascita del Drago, sulla sua diffusione e spettacolarizzazione. Questo perché nella notizia, anzi nelle notizie e nella loro circolazione, sono stati già immessi sufficienti "anticorpi", elementi cioè che ne sviliscono la credibilità effettiva e soprattutto la possibilità pratica di trarne le debite conseguenze.

In primo luogo, Khun Sa è veramente uno dei massimi produttori e venditori di droga e dunque viene "spontaneo" (vale a dire suggerito in modo che sembri spontaneo) ritenere che qualsiasi sua asserzione sia strettamente legata ai suoi specifici interessi, verso i quali si ha un moto di ripugnanza. Quindi, le verità da lui eventualmente affermate sono già sottoposte anticipatamente al vaglio morale, perdendo con ciò gran parte della loro carica pratica. In altri termini, l'indignazione morale contro il Drago fa aggio sulla ricostruzione delle effettive responsabilità, impedisce che si operino quei collegamenti storici e logici che permetterebbero di capire quali sono le ragioni reali, politiche, economiche e spettacolari, dell'iperdiffusione delle droghe a partire dalla seconda metà di questo secolo, dal momento in cui gli interessi capitalistici e statali hanno progressivamente abbandonato le "valvole di sfogo" dello spreco assoluto determinato da conflitti mondiali, scegliendo quella dei conflitti locali o delle "guerre interne". In altre parole ancora: Khun Sa e altri cento dicano quello che vogliono, ma il Drago c'è, questo è quello che conta, il resto sono inezie.

In secondo luogo, è altrettanto "evidente" (nel senso che viene offerto alla pubblica vista, è mostrato, è manifesto) che gli Stati, e i loro capi, si stanno impegnando nella guerra alla droga, nella sfida al Drago. Questa "evidenza - , fortemente impregnata di moralità e di difesa sociale, è ciò che più nitidamente si staglia sull'immaginario collettivo e, dunque, cancella a priori molte delle domande che sarebbe lecito porsi: com'è stata possibile la nascita di un simile fenomeno, a chi ha giovato e giova, i mezzi per combatterlo sono adeguati oppure no, quali interessi manifesti ed occulti sono in campo, quante sono le relazioni fra di essi e, più in generale, con la politica degli Stati, il controllo sul pianeta, le esigenze di un mercato sempre più fortemente ideologizzato e dunque t( drogato". Ma di fronte a tanta "evidenza", il cittadino medio e di medio buonsenso, non tende a dubitare: questa è la 44 verità" di fondo, il senso, per quanto lui può cogliere. E se effettivamente, come racconta Khun Sa e come si evince da molti altri dati, nello sviluppo dei traffici delle droghe sono stati implicati alti funzionari governativi, di questo o quel paese "all'avanguardia nella lotta alla droga", ebbene saranno state delle singole deviazioni, non tali da mettere in discussione l'insieme, il sistema, la sua logica, il suo modo di operare.

In terzo luogo, ed infine, vi è la cultura della s/connessione, che da sempre è stato un obiettivo dell'informazione sovrabbondante e sprovvista di qualsiasi valenza critica. Vengono offerti dei fatti, spesso addirittura dei colpevoli di essi, ma questi medesimi fatti vengono isolati, castrati di quel col legamento analitico e critico che potrebbe mettere in discussione il senso del sistema stesso e delle sue pratiche. Al contrario, la pubblicizzazionedi talune magagne anche ai livelli massimi (per esempio, Watergate, Irangate o, in Italia, la P2 o i "servizi deviati") favorisce l'immagine di credibilità del sistema, la sua intrinseca controllabilità e dunque la sua democrazia. Ed è proprio su questa "deviazione", intesa come margine di errore umano, sulle ipotesi di deviazioni, per ciò stesso correggibili, che ottiene il consenso, e dunque fonda il suo potere, quel capitalismo mondiale integrato di cui parla Guattari e che, in modo molto più corretto teoricamente e pregnante, Debord definisce come lo spettacolare integrato.

Quelle che sono delle contraddizioni intrinseche al sistema vengono offerte come contraddizioni marginali. I servizi segreti deviati, gli abusi delle polizie, i capi di stato corrotti o corruttibili, e via discorrendo, sono tutte deviazioni che ritrovano la loro unità ed utilità nello spettacolo diffuso. A questo punto, tornando al tema, data per scontata l'esistenza di un Drago e della necessità della Difesa Sociale, cosa può importare che questo o quell'uomo di governo sia stato implicato in simili affari? Una volta inghiottita l'esca, e cioè che la "piaga sociale del XX° secolo" ha un'origine malefica indecifrabile, com'è per le sventure naturali, l'importante è stringersi a coorte, salvare la società e le sue regole, colpire i malvagi (di cui vi è addirittura una sovrabbondanza esposta alla pubblica attenzione), recuperare i devianti ai valori sociali predominanti, rispolverare i valori antichi su cui si è fondato lo "sviluppo" della società: l'etica del capitalismo, prima e, poi, l'immagine spettacolare.

Ne consegue, paradossalmente, che tutte le "informazioni" fornite su questo o quel traffico, su questa o quella "corruzione", le varie "rivelazioni" o le grida d'allarme, le divergenze politiche e massmediatiche, in realtà servono a costruire l'esistenza del Drago, a diffonderne lo spettacolo quanto i letali risultati.

E’ la logica per cui gli avversari si ritrovano alleati quando c'è o si inventano un comune nemico, anche quando questi è stato da loro direttamente prodotto e voluto. I singoli commercianti o bottegai sono disposti a scannarsi tra loro senza esclusione di colpi, pur di prevalere, ma tutti soggiacciono alla stessa logica della merce e del commercio; tutti si alleano momentaneamente, e fondano e rafforzano le polizie, di fronte al "ladro", a colui cioè che, frutto diretto della logica della merce, serve per negativo alla sua perpetuazione e riproduzione (la merce ha un tale valore che si può anche andare in galera o morirne pur di essere compartecipi al suo possesso).

Alla fine: tutti in comunità. Sociale, politica, ecclesiale o terapeutica. Qualsiasi, purché fittizia. Purché il terribile rischio della comunità umana reale e realizzata venga scongiurato.

Non c'è stato tanto abuso dei termini "comunità", "socialità", "umanità", "solidarietà", "democrazia" quanto in quest'epoca che manifesta brutalmente la loro inesistenza o scomparsa.

(RdE)


Indice - Maledizione - Avvertenza per il lettore - Intorno al Drago - Avviso ai naviganti - Transmoralia - Ci è cresciuta - Tutto in comune, anche dio - 911 Italo Talwino - Sulla recente evoluzione del fenomeno droga in Gran Bretagna - Appendice


nelvento.net - webmaster