Riccardo D'Este

AVVISO AI NAVIGANTI

(Annamaria Pes)

Navarro suonava il sax in una band nella cantina, pezzi semplici, improvvisati, tanto per allenarsi alla comprensione veloce con gli altri e dare spazio a tutti e quattro. Finivano uscendo con le ragazze che si spartivano fino all'ultima birra all'alba. Ma Navarro no, rimaneva in cantina, solo solo, con la sua Signora sdraiata sul cucchiaino aspettando di essere sciolta e trasparente e calda, la sua puttana calda su cui lavorava freneticamente con le agili dita di sassofonista, attento come un seduttore a controllare il sudore delle sue dita, che non si rovesciasse come gli succedeva di solito quando era in carenza, e stava lì, seduto ad aspettare di essere qualcos'altro. Stava aspettando una modificazione dolce, che gli alleggerisse la voglia di esistere e che gli permettesse di suonare senza soffrire, senza che la sua anima sanguinasse, senza che gli altri dovessero lamentarsi di lui. Con se stesso aveva trovato il compromesso perfetto: quando era in carenza e la sua sensibilità era a fior di nervi, immaginava in note la sua disperazione. Una musica nel cervello fino all'isteria, ma, per eseguirla e sopportarla, l'accompagnava la sua Signora calda, la sua Signora, la sua bianca, il suo maglione scaldaanima. Aveva trovato il ponte con se stesso, lo percorreva ogni giorno. In calo e fuso, fuso e in calo. Si nutriva di se stesso e il suo se stesso nutriva la Signora. E la Signora si pappava tutta la sua musica, trasformando il suo jazz in anestesia ascoltabile e dormiva sul suo sax, soffiava l'indispensabile, il consumabile istantaneo, l'accenno vago che confermasse la sua esistenza. Aveva la noia e la sua soluzione, poteva soffermarsi su qualsiasi pensiero e non sentire la viscosità delle sue contraddizioni, né il respiro delle sue emozioni avvolte in quell'impermeabile assonnato che era il suo corpo. Il tempo ucciso, le domande strozzate passavano dentro lo stantuffo e si trasformavano in nulla, incrostando il suo bel cervello di tempo ucciso, di tempo senza memoria. E la mattina gli esplodeva in testa, dopo poche ore di sonno e si ritrovava nella palude delle lenzuola bagnate d'acqua acida, divorato dalla ripetizione dell'attesa, l'angosciosa morsa di lucidità che lo percorreva con un tremito, facendo rimbalzare tutti i suoi punti più deboli, sia fisici che mentali.

Aspettando nell'insopportabilità del tempo che Vicky arrivasse. Bella Vicky con la roba. Vicky suonava il campanello e Navarro schizzava dalla sua cuccia con la coperta addosso, percorrendo il lungo, interminabile corridoio senza che il sudore gelato lo pungesse di aghi di pelle d'oca. Riusciva a rianimarsi e a prendere forza solo se Vicky suonava alla porta con la roba in tasca. «Preparamela tu Vicky io tremo troppo. Fai in fretta piccola non mi reggo più», diceva passandosi una mano sulla fronte per staccarsi i capelli bagnati. Interrogava i calli del suo braccio, dove avrebbero permesso all'ago di entrare questa volta. Gli sembrava che le vene gli rispondessero saltando quasi fuori dalle loro piste nere callose. E Vicky, che sapeva la storia delle sue vene, si regolava come su una carta geografica nota, piena di fiumi neri, scegliendo quella meno rischiosa, la più praticabile e sicura, saggiando con i polpastrelli se erano calli quelli che sentiva o se sotto c'era ancora un po' di vena disponibile. Gesti rapidi e sicuri, quelli di Vícky, senza che la sua faccia muovesse un'emozione; levava l'ago dal braccio e gli diceva: «Navarro ora sei al caldo, sei normale, stai bene ora. Goditelo il flash. E’ buona la roba del Cinese, è puntuale come lui e spacca il secondo cioè lo annienta, insomma fa del bene, fa del bene. Corretto il Cinese ... ». Era tempo ormai che quando Vicky gli preparava la roba parlava in continuazione scaricando l'ansia del raggiungere la sua vena. Chiacchiere, concetti, commenti. Navarro l'immaginava come se stesse parlando al finestrino di un treno mentre stava per partire dicendo le ultime cose prima che il cigolio e lo strattone delle ruote se la portassero via. Prima che lo stantuffo arrivasse a zero e di colpo si zittisse. «Per ascoltarsi dentro - diceva Vicky con gli occhi chiusi - a diminuire di cinque chili di scimmia» , e ridacchiava. «Capolinea», pensava Navarro guardandola, «il tuo capolinea è davanti alla mia porta, il mio quando la apro. Tutti e due viviamo in una stazione».

«Già, con un Cinese dall'altra parte», rispose Vícky rauca. «Mi hai letto nel pensiero?», chiese Navarro aprendo gli occhi allarmati con uno sforzo. «No, no Navarro, hai pensato a voce alta. Tranquillo, no pasa nada, abbiamo l'Orient Express, il Cinese, l'Orient Express, Navarro. Siamo in carrozza! ».

«No, Vicky, io sono in una sala d'attesa finché tu non arrivi. Sono inchiodato al letto. Il tuo ottimismo mi fa incazzare è esasperante il tuo ottimismo».

«Navarro, io non ce la farei senza, non ce la farei a portarti la roba tutte le mattine.Il mio ottimismo ... Pensa Navarro, ma come pensi che si stia nel metrò alle 6 di mattina? Come pensi che si stia in pieno inferno, dove ti stritolano e gli odori umani ti danno la nausea, ti senti pesante come il piombo e per un attimo invidi la gente che non ha la scimmia. Come pensi che farei ad aspettare di avere la roba per buttarmi nel primo cesso con la chiave, farmi e riprendere il metrò e galoppare fino a casa tua? Il mio ottimismo ti fa stare bene ogni mattina, Navarro. Sono la tua infermiera, la tua tetta calda, gonfia di roba. Il tuo ponte col fuori, il tuo pronto soccorso. Se manco, sei fottuto Navarro, te la dovresti vedere con questo fuori così freddo, con tutti gli esseri assuefatti te la dovresti vedere, Navarro. E per te non sarebbe facile. No, no. Chiedere ed aspettare le ore al freddo trascinandoti in cinque o sei posti diversi chiedendo sempre la stessa cosa mentre magari chi te la deve portare è fuso e non si rende conto che lo stai aspettando. Magari lo ritrovi due isolati dopo sdraiato fra due macchine parcheggiate con le labbra viola, la lingua di cartone che gli sta andando in gola. Come stanotte con un tipo. Sai, ho dovuto arpionargliela con le unghie per tirargliela fuori, la lingua, avevo le unghie piene di sangue, aveva l'odore della morte in bocca, l'alito fermo, i suoi polmoni si stavano bloccando e ti prende un conato di rifiuto, il terrore che la morte ti comunica e tu non hai nemmeno una fiala di Narcan e sei incarenza. I tossicomani intorno sono spariti tutti, schizzati via, merde in proprio, loro! Ed una percentuale di infami. Ho sentito qualche imbecille che farebbe il carabiniere così può sequestrare roba in piazza.

L'adrenalina molte volte è migliore di qualsiasi autocontrollo. Mi è salita tutta insieme contro quell'odore di morte, l'ho sbattuto contro il cofano della macchina mandandogli a finire il cuore a ballare dall'altra parte della cassa toracica, su e giù, gli urlavo di vivere, figlio di puttana, di vivere, di respirare, respirare. Ecco cosa dovevo fare, farlo respirare. L'ho sdraiato sul marciapiede, gli avrei prestato i miei polmoni respirando con lui. Ma Bea non mi aveva mollato come credevo, era andata a chiamare l'ambulanza."Bea la sai fare la respirazione? Aiutami". Ci abbiamo provato ma non ci riuscivamo. Non potevamo mollarlo proprio allora; l'abbiamo issato contro un muro per caricarcelo e bloccare una macchina.Due non si sono fermate benché la strada fosse stretta e andavano piano, ed è la mia isteria che ha bloccato la terza con un calcio nella portiera. "Sta morendo, muoviti o ci resta, è in overdose. Sta schiattando, vai più forte che puoi". Io ero fradicia di sudore incazzata e Bea con un panno fuori ed una mano sul clacson, il tipo era scioccato e muto, ma guidava velocissimo. Nella corsia all'ospedale sono riuscita a controllare dai calzini in su che non avesse niente di strano, di compromettente nelle tasche e nel portafoglio. L'autista balbettava spaventato, aveva più paura di noi infilando l'ingresso del pronto soccorso.

"Dottore, è in over": l'urgenza della nostra voce non ammetteva repliche, dubbi o ipotetici shock anafilattici che hanno gli stessi sintomi dell'over. E stato bravissimo. L'ha salvato, l'ha riportato in vita, ha fatto in tempo ed è uscito dall'infermeria con la faccia di chi se l'è vista brutta, ma brutta. Ho stretto Bea che è così minuta ma forte, ma il mio calo mi ha afflosciato portandomi i reni nei calzini, il culo sulla panca e tutto il resto in sudore acido. L'adrenalina era scesa, sparita, ero un sacco vuoto bagnato di febbre. Il dottore mi ha guardata, ero imperlata di sudore fino ai capelli, gli occhi liquidi e le pupille larghe.

"Fammelo un pronto soccorso, dottore, non reggo più". Gli avrei baciato i piedi per la sua conoscenza dei sintomi della carenza. Mi ha misurato la pressione nel lettino vicino a quello del resuscitato che con gli occhi aperti mi guardava chiedendomi come mai eravamo in ospedale, ma io non rispondevo limitandomi ad aspettare che il dottore finisse di farmi l'intramuscolare di morfina mentre Bea aspettava fuori. "Grazie dottore per la tua conoscenza", sai quante volte si arriva in ospedale in piena astinenza e quanti dottori nella loro ignoranza o cattiveria gratuita o vendetta contro questo 'pus' non riconoscono un calo e diagnosticano: "No, tu vuoi solo sballarti, stai benone" e tu gli auguri che i loro figli diventino tossicomani e te ne vai più disperato di prima mentre immagini di chiudere quel dottore in una stanza, fargli roba per un mese di seguito e poi troncare di brutto e fargli sentire cos'è un calo. Oppure che gli dai una coltellata nel fegato o nei reni come quelle che senti tu mentre strisci per i muri di questa città come un animale mezzo morto cercando roba insieme alla voglia di ucciderti che hai. No, Navarro, li fuori strisceresti per i muri scaraventandoti nello stridio del metrò. Le rotaie attraggono quando senti che non hai scampo dalla tua scimmia. Navarro, nella tua malattia sei un privilegiato. Non abbiamo scampo tutti e due, non abbiamo una soluzione per vivere in un altro modo e se c'è dovrebbe essere distante da qui, dove il sole possa scaldarci ed asciugare il nostro corpo ed il nostro cervello. Sarebbe già una bella sfida decidere davvero e scegliere un posto per smettere. Un buon posto per smettere.

Navarro, una decisione così, presa per bene e li inculiamo tutti: strutture, comunità, assistenti sociali, medici, tutti, Navarro, stan facendo carriera sulla nostra pelle! Il tossico rende. Siamo materiale umano redditizio, serviamo anche agli esperimenti con nuovi farmaci; se ti ricoveri per smettere ti fanno firmare e fai la cavia. No, Navarro, l'unica è smettere da soli. Al sud, al sole. Troppi amici stanno morendo per la roba, per l'aids.

Forse anche loro avevano un posto dove smettere nel solaio della loro mente, ma non hanno fatto in tempo ad andarci. Si sono fermati per sempre su una panchina, in silenzio, sugli scalini, dentro ad un cesso, ad un letto, sul metrò, ovunque . In silenzio. Qualcuno non ha fatto nemmeno in tempo a togliersi il laccio. Noi tossici siamo silenziosi e con poco tempo. Siamo portati a pensare di avere tutto il tempo che vogliamo e così rimandiamo facilmente la nostra coscienza e prendiamo finte decisioni, sempre più in là, sempre il prossimo mese, il prossimo anno, il prossimo niente. Navarro, non abbiamo che il vantaggio di sapere cosa ci aspetta attraverso tutte le fasi, sapendo che il tempo passa lo stesso ed il corpo si rigenera. Dopo l'aver scalato col metadone o con la roba stessa, tutti i pezzi si reincastrano e ci si può stupire delle memorie che avevamo scordato di avere e delle sensazioni vivide ritrovate e riprese in possesso. Il nostro male si guarisce, si dissolve. La sappiamo questa resa dei conti. Siamo fottuti se non smettiamo. Da quanto tempo non facciamo l'amore? E da quando non giochiamo più e non scherziamo e non proviamo più niente che non abbia a che fare con la roba? lo non ho ancora finito di giocare. Voglio giocare ancora, io!

La roba ci scava fuori e dentro. Ci fa vecchi e stanchi ed assomigliamo sempre di più a questa città e sempre meno a noi stessi. Stiamo diventando indifferenti a tutto. Tutto dello stesso colore grigiomerda. Col nostro io appallottolato in fondo a qualche vena tappata e sempre più deboli. No, non possiamo darci in pasto così. Almeno questo atto d'amore ce lo dobbiamo. Vorrai mica andare a produrre mobiletti o artigianato per le comunità terapeutiche?! Sai che bello spalare la merda dei maiali e chiamarti numero 128 e dichiarare che sei felice e fare carriera per riconquistarti il tuo orologio che ti hanno sequestrato insieme ai documenti appena entrato. E la sera, dopo aver lavato 1200 piatti e aver mangiato i prodotti della "nostra terra", quello stare tutti insieme e, come tristi boy-scouts, battere le mani e cantare la riconoscenza per quel moderno lager dove la spersonalizzazione è la prima allucinante regola. E tutto ben organizzato: c'è anche chi si sostituisce al tuo pensiero. Mettigli in mano a quei bastardi un ragazzo debole e provato dalla roba, impaurito, che magari non si stima più molto ed il prodotto finito sarà un perfetto operaio lobotomizzato e tanto devoto da non volere più tornare nel mondo. E meno perversa la galera, almeno le regole sono chiare. Preferisco la fottuta galera, allora.

No, sarebbe proprio uno scorno, Navarro, dopo tutto questo stare male finire in questa specie di succursali della Fiat! E' come finire in qualche pensionato per arresi, aspettando che la vita passi ... e loro a fregarsi le mani contenti dei loro buoni investimenti. Il tossico rende, è un buon business. Che rabbia, e che tristezza! Restiamo esseri umani, Navarro, tagliamo la corda. Quando torneremo qui saremo più forti e nessuno ci avrà amministrato un bel niente. Quando tutta questa gente saprà che abbiamo smesso senza il loro controllo ci guarderà con diffidenza e con paura. Schiatteranno di rabbia, non è bello perdere clienti per nessun Muccioli della terra: gli faremo ingoiare i loro badili spalamerda e tutto il resto.

Ci preferirebbero morti ad ingrassare le statistiche, saremmo più comodi che vivi, pensanti e incazzati fuori dal loro controllo. Andiamocene Navarro, abbiamo ancora un pezzetto di noi stessi. Andiamogli in culo».

 

Qui finisce il racconto o il resoconto o il resoracconto o il resoconto reso racconto. Ma, naturalmente, non la resa dei conti. Perciò, ad uso dei naviganti , si offrono tre differenti soluzioni o conclusioni o uscite. Ciascuno scelga la più affine alla sua sensibilità, alle sue voglie, alle sue inclinazioni. O ne scelga due o anche tre (il lettore problematico).

a)

Navarro si tirò su con una fatica dell'ostia. La testa gli cadeva sul petto, la roba era buona davvero, ma la voglia di alzarsi ancora di più. «Sì, andiamocene. Però subito, perché dopo è troppo tardi, lo sai che da anni viviamo sul lastrico delle buone intenzioni». Parlò sottovoce, non c' era bisogno di proclami, eppoi la lingua era ancora impastata, la roba era buona. Vicky si infilò il suo giubbottino quotidiano senza parole, era già una fatica muoversi.

Faceva freddo fuori, quando si ritrovarono magicamente in strada. Una voglia pazzesca di tornare in casa. Però la casa era morta, bisognava pur seppellirla. Anzi, che la seppellissero gli altri.

«Quanti soldi hai?», chiese Vicky in un sorriso quasi ironico.

Navarro si fece serissimo, concentrato come quando maneggiava il suo sax o scaldava la Signora o faceva all'amore. Ispezionò con attenzione tutte le tasche, e ne aveva molte, sapendo che in casa aveva lasciato tanti sudori acidi ma sicuramente non soldi, la sua unica proprietà era il suo corpo, arredi connessi, più il sax che però era da un'altra parte. «Beh, mica tanti.», concluse, «lire quarantaduemila trecentocinquanta, e si notino le cinquanta».

«Io c'ho un cento tutto intero», soffiò maliziosamente Vicky, «sai, era per il prossimo round, ma se abbandoniamo la partita ... ».

Navarro sorrise. «Maledette donne accumulatrici, per fortuna che ci siete. Quando metterò la testa a partito ti nominerò segretario».

Il sax, bello e lucido, non lo andarono a raccogliere. Intanto, a Giorgio sarebbe rimasto un ricordo sonoro, anzi suonante, eppoi il Cinese non sapeva suonare. Soprattutto bisognava prendere il treno subito, prima che la voglia diventasse nebbia acida

b)

«Già gli siamo andati, in culo», scandì Navarro, quasi fosse uno slogan in una manif , «perché», continuò, «siamo perfettamente, ontologicamente inutili e, quando ci mettiamo, pure dannosi». E, con una piccola smorfia, quasi un sorriso, quasi una ferita, «prima che smetta io, vita mia, gli faccio smettere al Cinese. Come dicevi? Che il Cinese è uno corretto? Un Cinese corretto con il sax, ti regalo per il tuo prossimo noncompleanno, mia dolce Alice». Si girò con un sorriso, o una smorfia, o una ferita.

Nel quartiere se ne parlò a lungo. L'opinione che prevaleva era: «mah?». I giornali, con il loro noto gusto e quel rabbrividente senso dell'umorismo che li distingue, titolarono: «Il giallo del Cinese», «Lo chiamavano Cinese, chi l'ha ucciso? Siamo in pieno giallo», «Mauro, detto il Cinese: è già giallo» (dove, sia detto tra noi, la cacofonia la vince addirittura sul cattivo gusto).

Insomma, 'sto Cinese - in realtà Mauro Agostini o, per dirla meglio e più ufficialmente, Agostini Mauro, nativo di Bruzzano, provincia di Milano, però con gli occhi un po' immandorlati o forse un'epatite pregressa - fu trovato morto nel suo miniappartamento del suo maxiresidence. Una bella botta sulla testa, forse anche due o tre. Finis. Era tornato in polvere, dove non aveva mai smesso di restare.

Gli acuti inquirenti hanno parlato di ennesimo morto nella guerra per il controllo della droga nella città, ma non possiedono, purtroppo, altri dati; i giornali si sono dati al folklore, giocando sul nomignolo, "il Cinese", ricordando non solo che era un pregiudicato per spaccio ma anche che in passato aveva posseduto una "Mercedes Pagoda", che adesso girava su un fuoristrada "Toyota" e giù giù nell'umorismo da cortile. Nessuno escludeva lo scopo di rapina, visto che non fu rinvenuto né un grammo né un soldo né un gioiello.

Quelli del quartiere dicono che ridevano, che erano in due, uomo e donna - o al contrario, se si preferisce -, e chiacchieravano e ridevano quella mattina presto, che fu trovato morto il Cinese, anzi il signor Mauro Agostini, anzi, Agostini Mauro, pregiudicato.

c)

Ma Navarro dormiva, non rispondeva. Vicky si alzò in silenzio, rimaneva un po' di roba, quella per dopo e Navarro dormiva, non rispondeva, tanto valeva farsela. Non si sarebbe lamentato, Navarro, poi gliene prendeva dell'altra o davvero partivano per il sole, o magari restavano, tanto il sole c'è dappertutto, in giro.

Dai verbali di polizia:

«Alle ore 21,30 del 12 ottobre del corrente anno, questo Commissariato venne allertato, da parte di persona rimasta anonima e che si definì genericamente "vicino di casa" , che qualcosa di strano o illegale era avvenuto al numero 33 di via De Amicis, nell'alloggio sito al terzo piano, porta destra. Il verbalizzante, brig. Onofrio Gennari, non appena venuto a conoscenza del sospetto di cui alla telefonata, si recò immediatamente sul luogo, in compagnia degli agenti Agostino De Nellis e Fabio Padovan (autista). Poiché nell'alloggio segnalato nessuno rispondeva, nonostante i ripetuti scampanellii e i colpi alla porta (con le nocche della mano) effettuati dal verbalizzante e dagli altri colleghi, si consultò via radio il Commissariato e, di comune accordo, venne deciso di sfondare la porta, che peraltro non oppose alcuna consistente resistenza.Colà entrati, ci ritrovammo in numero due stanze di abitazione, sporche e disordinate ma senza segni apparenti di una precedente colluttazione. Vi giacevano due persone, ormai prive di vita, come il verbalizzante potè riscontrare personalmente e quasi immediatamente. Un uomo, dell'apparente età di anni 25-30, giaceva riverso su un divano, come se dormisse, accartocciato o, se ci è concesso dirlo, in posizione fetale. Una donna, sicuramente di sesso femminile, dell'apparente età di circa anni 20, era immobilmente seduta su una sedia con il capo reclinato sul tavolo.

Più tardi entrambi i soggetti furono identificati e trattasi esattamente di Antonio Ansaldi, di anni 27, detto "Navarro", di professione musicista ma, per quanto risulta a questo Ufficio, nullafacente, con precedenti penali per furto, rapina, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti; e di Vincenza Lamanta, di anni 23, detta 'Ticky", incensurata ma già schedata presso questo stesso Ufficio come prostituta e tossicodipendente.

Le salme vennero prontamente trasportate, per i doverosi accertamenti, presso l'Istituto di Medicina Legale, dove, come in atti documentato, venne redatto un certificato di morte, per entrambi, a causa di una ingestione eccessiva, presumibilmente per via endovenosa, di sostanza stupefacente, nella fattispecie eroina.

Non avendo riscontrato alcuna evidente traccia di violenza sulle persone o anche sulle cose, il verbalizzante, convenendo così con il giudizio del perito dell'Istituto di Medicina Legale, ritiene di poter affermare che il decesso dei suddetti è dovuto a cause accidentali o "naturali", se ciò può dirsi, e più precisamente a sovradose (o overdose) di eroina, senza che vi sia stato dolo da parte di terzi.

Nondimeno questo Ufficio sta attivamente indagando per individuare e assicurare alla Giustizia il venditore o i venditori della suddetta sostanza, causa diretta del decesso dei verbalizzati.

Il verbalizzante è convinto di poter fornire entro breve tempo notizie rassicuranti a codesto Ufficio e, intanto, si firma, brig. Onofrio Gennari»

 

Il Corriere della Sera:

«Si sono o li hanno uccisi? Due altri morti per overdose»

Il Giorno:

«La morte corre nella vena. Due morti»

Il Giornale nuovo:

«Si muore sempre di droga»

La Stampa:

«Tragico errore o suicidio? O era "roba" tagliata?»

La Repubblica:

«L'ultimo concerto. Muore per overdose, con la fidanzata, "Navarro", apprezzato sassofonista jazz»

Il Manifesto:

«Ciao Navarro. Se tu hai perso, non sarà Bettino a vincere»

 

Sembra che Beatrice Ferri, detta Bea, reperita e interrogata dal giudice inquirente, dott. Adelmo Gianquinto, abbia dichiarato, fra l'altro: «Ma che suicidio, che roba tagliata, che overdose! è la vita che uccide, cioè l'Orient Express!»

(A.P.)


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