(Vincenzo Ruggiero)
Il contributo che segue è parte di un lavoro più ampio, e non ancora ultimato, che conduco da alcuni anni. Si tratta di uno studio comparato del fenomeno droga in Italia (in particolare a Torino) e in Gran Bretagna (in particolare a Londra). Tra gli obiettivi della ricerca, quello di valutare gli effetti dell'irruzione della merce eroina vuoi nella cosiddetta economia criminale, vuoi nell'economia tout court. Tra le ipotesi, che qui mi limito ad elencare in forma schematica, quella che vede nella merce eroina un condensato materiale e ideologico capace di rendere obsoleto ogni altro prodotto o servizio comunemente definito di natura criminale. Nel formulare questa ipotesi, pensavo naturalmente a una tendenza, accompagnata da altre "tendenze subordinate", tra le quali quella che si può così riassumere. Il predominio della merce droga nel ciclo produttivo e distributivo criminale richiede la mobilitazione di una forza - lavoro dequalificata le cui caratteristiche credo si possano indicare nella definizione sintetica: criminale-massa.
Il richiamo all'operaio-massa non è paradossale né casuale. Anche nel ciclo produttivo criminale, secondo le mie ipotesi, si richiede una forza-lavoro mobile, intercambiabile, priva di apprendistato e di conoscenza specifica del processo lavorativo in cui è impegnata. Ipotizzare che il crimine legato alla produzione e distribuzione delle droghe non richiede un previo "apprendistato criminale" mi è sembrato di non poca rilevanza anti-criminologica. Si pensi a quante teorie, appunto, "criminologiche", ne escono mortificate: teoria subculturale, teoria delle associazioni differenziali, teoria della deprivazione relativa e altre.
La realtà che ci circonda sembra offrire conferme schiaccianti per quelle che qualche anno fa credevo, candidamente, ipotesi provocatorie. Temevo all'inizio di trovare difficoltà nel condurre la ricerca col metodo dell'osservazione partecipante. Non amavo l'idea di dissimularmi, di fare il Jack London che si finge barbone per mescolarsi col "popolo dell'abisso". La realtà mi è venuta in aiuto togliendomi dall'imbarazzo: la partecipazione nel ciclo dell'eroina è talmente elevata, capilliare, inter-classe, assidua, che basta vivere normalmente, guardandosi intorno, per fare di ogni momento un momento di osservazione partecipante.
Qui di seguito esamino sommariamente alcuni tratti culturali di chi consuma e distribuisce eroina in Inghilterra, ma molte di queste riflessioni mi sembrano adatte anche a descrivere il panorama italiano.
Rileggendo questo articolo, mi viene da aggiungere una domanda finale, alla quale altri, in questa raccolta, cercano di dare risposta. Se coloro che consumano e distribuiscono droghe, ai livelli bassi del lavoro vivo, abitano un mondo tanto conformista, ottuso e alienato quanto quello di ogni altra produzione "lecita", perché fra tanti punire proprio loro?
* * *
Bisogna riconoscere che molta saggistica in tema di tossicodipendenza denuncia una visibile immobilità nelle categorie interpretative che stride in notevole misura con un fenomeno, al contrario, molto mobile e in continua evoluzione sul piano sociale. E' fin troppo frequente, infatti, imbattersi in descrizioni del fenomeno droga che, seppure basate su dati inediti di ricerca, trovano prudente adottare nessi esplicativi classici, come se questi ultimi, una volta assimilati, non possano più venire sottoposti a revisione o ad aggiornamento. In questa maniera si corre il pericolo che, nel divulgare teorie, che sono tali purché possano essere contraddette, il ricercatore si accontenti di perpetuare un insieme più rassicurante di dogmi.
L'esame del caso inglese contemporaneo consente di ripensare criticamente al diffuso diagramma interpretativo, diagramma che schematicamente si può cosi formulare:
- il consumatore di droghe interpreterebbe una cultura di tipo "astensionista", essendogli estranea l'adesione attiva ai valori correnti (1);
- adotterebbe, a fronte del proprio disagio e della propria inadeguatezza, un atteggiamento di "rinuncia", ponendosi ai margini di chi calibra efficacemente i fini e i mezzi della propria vicenda esistenziale (2);
- esprimerebbe, nella pratica quotidiana, dei principi "altri" di convivenza: una spiccata solidarietà comunitaria lo renderebbe trasgressivo nei riguardi della società individualistica e produttiva (3);
- il consumatore di droghe sarebbe vittima di callidi sconosciuti che lo inducono o lo obbligano ad intraprendere la strada della dipendenza;
- l'assunzione di droghe costituirebbe sempre sintomo di destituzione del sé, del vuoto, dell'abbandono del proprio essere a un'esistenza priva di volontà (4).
I materiali di ricerca relativi alla Gran Bretagna rendono conto, da un lato, delle modificazioni recentemente intervenute nella comunità dei consumatori di droghe e costituiscono d'altro canto un implicito scrutinio di quelle categorie che presso molti studiosi sembrano avere assunto lo statuto di verità apodittiche.
Può essere utile riportare alcune notizie preliminari. Il problema eroina è emerso in Gran Bretagna con relativo ritardo, se si considera che negli ultimi anni '60 i tossicodipendenti ufficiali ammontavano a poche centinaia e la loro presenza era circoscritta alla sola area londinese. Soltanto nel periodo 1979-81 il fenomeno assumerà dimensioni che, in maniera fondata o arbitraria, alimenteranno un diffuso allarme sociale. Intorno alla metà del decennio corrente il numero ufficiale di dipendenti da eroina aveva raggiunto le 12.000 unità, mentre stime ufficiose, basate su specifiche indagini vittimologiche indicavano in circa 70.000 unità la cifra più attendibile (5).
Va notato che l'assunzione di eroina, in Gran Bretagna, segue le modalità del cosiddetto "chasing the dragon", consistente nell'inalare i fumi prodotti dalla sostanza quando questa viene riscaldata attraverso un foglio di carta alluminata. Tale modalità si è rivelata cruciale per la diffusione della nuova droga in quanto ha consentito di rimuovere la consolidata barriera culturale che in passato si opponeva alla tecnica e al cerimoniale dell'iniezione. Il tipo di sostanza inizialmente importato, la qualità "brown" di provenienza sud-est asiatica, non sorprendentemente era adatta ad essere fumata essendo poco solubile e priva di acidificazione (6).
E’ interessante notare che solo dopo una prima fase di iniziazione o di consumo saltuario, quando cioè la tecnica del chasing si dimostra inefficace a un pieno rendimento della sostanza, la modalità del fumarla viene infine sostituita con quella di iniettarla. Il passaggio denota, in molti casi, l'inizio di una fase di uso abituale dell'eroina, nella quale il dipendente non può permettere che molta sostanza si disperda e se ne vada letteralmente in fumo. L'iniezione, insomma, diviene modalità privilegiata di consumo solo in quanto consente di ridurre il costo economico della dipendenza.
* * *
Molti ricercatori sono concordi nel ritenere i consumatori contemporanei di droghe pesanti molto lontani da quell'immagine vagamente bohèmienne trasmessa da certa letteratura degli anni '60. Il junky non abita più i piccoli alloggi del West End né dà vita alle colorate comuni di Notting Hill, dove l'esistenza in armonia, in un gruppo di elezione, supplisce alla deliberata assenza di rapporti con la comunità esterna. La fuga volontaria dalla dinamica sociale, seppure ispira gli esordi dell'avventura dell'eroina, non trova riscontro nella realtà quotidiana della tossicodipendenza (7). Quest'ultima è fatta al contrario di iperattività, hustling (sbattimento), di presenza assidua nel mercato e di relazioni incessanti di natura produttiva e commerciale. "Altro che morte bianca; l'esperienza dell'eroina conduce la persona ad una terribile vitalità. Si è vivi oltre misura e si osservano ritmi stressanti, intrappolati in una routine che non concede respiro (8)".
Vediamo alcuni aspetti di questo hustling. Intorno al mondo dell'eroina gravita un'intera economia parallela che l'accompagna trascendendo la semplice distribuzione illecita della sostanza. Tra le attività comprese in questa economia occorre ricordare la pratica, presso alcuni tossicodipendenti di entrambe i sessi, di prostituirsi allo scopo di guadagnare la somma sufficiente per la dose. E' noto come questa pratica porti col tempo a un circolo vizioso, per cui il tossicodipendente, che si prostituisce per la sostanza, ha poi ancora più bisogno della sostanza medesima per superare il ribrezzo che prova nel prostituirsi. Meno conosciuta è quella miriade di attività illegali, di scambi commerciali sommersi e di prestazioni semilecite che solo in maniera mediata vengono comunemente connesse al ciclo delle droghe. Ci si limita sovente a segnalare la quota di piccoli consumatori-distributori che sono partecipi di un'economia di sussistenza: lo smercio minuto, nel loro caso, produce un profitto appena sufficiente ad assicurare le dosi gratuite (9). Vengono invece tralasciate le altre attività illegali che si sostanziano principalmente nei furti in negozi e appartamenti, e che alimentano un mercato parallelo: da questo mercato attingono clienti del tutto estranei al mondo delle droghe. Le cosiddette attività illegali sono a tal punto connaturate all'esistenza quotidiana dei tossicodipendenti che, nella nozione di questi ultimi, l'apprendistato al piccolo crimine e la carriera di consumo degli oppiacei finiscono inevitabilmente per coincidere. Maggiore abilità nel furto e maggiore lucidità nella piccola rapina, paradossalmente, diventano sinonimo di maggior numero di sballi, vale a dire maggiori occasioni di rinuncia volontaria alla stessa lucidità.
Va segnalato che molti distributori accettano, in cambio di un numero equivalente di dosi, una gamma di merci rubate e che vige una scala di valori piuttosto minuziosa che decreta quale bene sia da ritenere leader in conformità agli umori del mercato. Alcuni tossicodipendenti dichiarano di uscire ogni mattina con una singolare "lista della spesa", con le indicazioni delle merci più richieste e, non di rado, con le opzioni relative alla marca delle merci stesse. Se alcuni evadono richieste che giungono loro direttamente da clienti conosciuti, molti non dispongono di un numero sufficiente di acquirenti che consenta ai loro furti una cadenza di routine. Per questo motivo il distributore di eroina diviene spesso un bizzarro coordinatore di un'agenzia multicommodity in grado di evadere richieste variegate quanto incessanti. Va da sé che a questi consumi paralleli si accompagnano prestazioni di lavoro irregolare e mutuI servizi occasionali che costituiscono la caratteristica quotidiana di intere aree urbane deprivate. Per completare la descrizione del laborioso bazar occorre Includervi il cosiddetto mercato grigio: metadone, prescrizioni mediche e psicotropi di ogni natura sono anch'essi dotati di un indice di equivalenza che ne permette lo scambio con prestazioni irregolari o merci di provenienza illecita (10).
Si intende qui sottolineare che i frequentatori del mercato dell'eroina sono lontani dal costituire un aggregato sociale impermeabile e che le loro attività finiscono per connettersi col mercato tout court. Il loro comportamento " anomalo", infatti, non esclude la possibilità di tessere rapporti commerciali "conformi" né di sottoporsi a legami di natura produttiva, in maniera da coinvolgere nella loro laboriosità gruppi sociali ben più ampi di quella "comunità disperata" di cui fanno parte. A questo proposito, alcune ricerche si sono recentemente spinte nel terreno di frontiera che separa quella appena descritta, definibile economia illegale, con quella che con sempre maggiore frequenza, e secondo un modello italiano, viene definita economia informale. Alcuni autori, ad esempio, hanno indagato su quelle figure sociali impegnate nell'economia dell'eroina che già occupano un qualche ruolo nell'economia tout court. Molti tra i giovani che devono la propria esistenza al poco generoso assegno di disoccupazione passano indifferentemente dal lavoro precario e, per così dire, al nero, alle attività specifiche del mercato nero (11)". Le piccole attività criminali, in altre parole, diventano una sorta di «secondo lavoro" che integra vuoi il reddito assistenziale, vuoi quello produttivo reperito nell'ambito dell'economia informale.
E’ questa una prospettiva di ricerca che potrebbe consentire, qualora approfondita, di capovolgere la nozione convenzionale secondo la quale il consumo di droghe conduce ad attività criminali indirette. Nel caso in esame, assume plausibilità il tragitto inverso, arricchito di un inedito passaggio: chi è impegnato nell'economia informale può accedere ad attività illegali; attraverso queste ultime il "lavoratore-delinquente" si incontrerà prima o dopo col mercato dell'eroina, finendo molto spèsso per fare uso della sostanza. A opinione di chi scrive, questa ipotesi di ricerca merita riflessione e verifica, se non altro perché consente di individuare alcune articolazioni intermedie nella abusata equazione: disoccupato-tossicodipendente.
Nel contesto sommariamente descritto, comunque, non sembrano esistere elementi che autorizzino la definizione del mondo della tossicodipendenza come un universo astensionista. L'elevato pendolarismo economico che distingue i consumatori di eroina testimonia del contrario, vale a dire di un assiduo presenzialismo nel mercato del lavoro, anche se quest'ultimo va riferito ad attività produttive che comunemente vengono escluse dall'economia formale. Del resto, un ultimo elemento depone a favore di questa ipotesi e può incoraggiare lo scrutinio critico delle categorie tradizionali. Si tratta della mutata situazione generale delle economie occidentali. Quando Parsons, nel 1951, identificava nel consumatore di droghe pesanti un cosiddetto sick-role (ruolo di persona malata) riferiva le sue osservazioni a un mercato del lavoro ufficiale dinamico, vivacissimo, tipico di un periodo di piena occupazione virtuale (12). In una simile condizione, la diffusa pratica in-out offriva non solo la possibilità di cambiare spesso il tipo di occupazione, ma anche il gradevole agio di frequenti periodi di inattività. Il sick -role era idoneo a interpretare una specie di periodo supplementare di vacanza, quando l'individuo si asteneva temporaneamente dagli obblighi della produzione e, di conseguenza, dalla conformità. Quella attuale non può che essere descritta come una situazione diametralmente opposta: l'esclusione dal mercato del lavoro ufficiale sembra permanente o si annuncia, nella più ottimistica delle ipotesi, di lunga durata. Uniche possibilità per gli esclusi rimangono le prestazioni precarie, sottopagate, connesse in più di un'occasione con l'economia illegale e che fanno anche del tossicodipendente un individuo altamente produttivo. La sua compulsione, infatti, è costituita da un sapiente intreccio tra deprivazione economica, dipendenza dal mercato e dipendenza dalla sostanza: di qui, probabilmente, la sua iperattività (13).
* * *
Altro topic piuttosto diffuso, che ha radici nel repertorio delle categorie tradizionali, vuole che il mondo dell'eroina sia contraddistinto da alterità culturale e trasgressione dei valori comuni. La ricerca sul campo, in Gran Bretagna, ha messo in rilievo uno scenario a dir poco contraddittorio, dove trasgressione e conformismo sembrano convivere e dove l'intensità di entrambi rivela esasperazioni valutabili solo se riferite al quadro culturale generale. Molti ragazzi intervistati nel Nord Inghilterra ammettono che, dopo l'iniziale sentimento di complicità, nei gruppi dediti al consumo di eroina si scatenano attitudini di reciproca intolleranza e di competizione aggressiva. Non pochi lamentano l'incombere di sinistri "pugnalatori alle spalle" nelle stesse comunità che un tempo osservavano, se non altro, principi di reciproco rispetto (14). E’ tipico l'esempio relativo ai rapporti tra i giovani neri caraibici e i giovani bianchi. Questi ultimi, se commettono l'ingenuità di cercare la "roba" nelle aree dell'immigrazione di colore, non solo non incontrano la comprensione che ci si aspetterebbe da coetanei dotati di una "antica" cultura della droga, ma vengono spesso maltrattati e derubati (15). La cosa si può spiegare con la tradizionale cultura della cannabis propria dei giovani neri, i quali sono propensi a considerare gli eroinomani al pari di rampolli degenerati della razza bianca e come tali meritevoli di ogni penalizzazione. Secondo un'interpretazione di tipo economico, invece, coloro che sono impegnati nel mercato delle droghe leggere non vedono con favore l'irruzione dell'eroina, temendo il potenziale predominio della nuova droga e il suo prevedibile monopolio dell'economia illegale (16).
Identici meccanismi di competitività sono in atto, del resto, tra i gruppi della stessa etnia e della medesima cultura. Non è raro che si verifichi, in condizioni di relativa carenza di sostanza sul mercato, un conflitto di tutti contro tutti nel tenere celati il luogo e la persona provvisti di eroina da smerciare. Né è infrequente che, tra amici, il terrore di rimanere senza sostanza conduca a comportamenti di ingenerosità o di spietato individualismo. Molti, contravvenendo a una consuetudine che si credeva immutabile, rifiutano di offrirne una dose e respingono quel tacito sodalizio secondo il quale quella dose verrà prima o poi restituita. Risulta inoltre che si verifichino episodi "predatori" all'interno della stessa comunità degli eroinomani: molti piccoli spacciatori adottano ogni misura di sicurezza per sventare le possibili rapine da parte di loro concorrenti o di semplici consumatori abituali disperati (17).
E’ un fatto che la sostanza, in passato ritenuta un artificio capace di mediare e favorire il rapporto con gli altri, oggi finisca per promuovere un semplice rapporto, notevolmente drammatizzato, del consumatore con se stesso. E la cosa non deve destare stupore se si considera che la cultura della droga spesso corrisponde, anche se in forme paradossali e devastanti, alla cultura egemone nella cosiddetta società sana. I rispettivi elementi costitutivi possono somigliarsi in maniera inquietante. Si pensi a quella che un nostro sociologo ha definito "cultura dell'io", intesa come rigetto delle azioni pubbliche e collettive; alla visibile difficoltà di mettere in atto forme di cooperazione; al livore urbano che dissuade dai comportamenti solidali (18). Si torni per un attimo al mercato dell'eroina, dove non si può mancare di cogliere come siano possibili, anche in questo mondo "trasgressivo", modalità conformiste di carriera, processi di accumulazione di ricchezza e formazione gerarchica dei ruoli "produttivi" non solo nelle fasce imprenditoriali e di élite di questa specifica attività, ma anche tra coloro che ne costituiscono la base di massa.
La letteratura sociologica e criminologica britannica offre splendidi studi dell'evoluzione dei ghetti, evidenziando la formazione, all'interno delle stesse micro-attività illegali, di leadership economiche e sofisticati diagrammi di potere (19). Analoga evoluzione in senso gerarchico ha avuto luogo nell'economia delle droghe pesanti, dove la spinta alla capitalizzazione è testimoniata dalla estrema varietà dei ruoli e dal continuo ricambio della sua forza-lavoro. L'elevata resilienza della sua struttura risulta essere di cruciale importanza laddove il rendimento medio di chi vi "lavora", visto l'inevitabile arresto, si aggira su valori piuttosto bassi. Diversificazione, vertiginoso turn-over, alta concorrenza tra la mano d'opera, sfruttamento, fanno dell'azienda eroina un modello poco difforme dalla cosiddetta imprenditoria d'avventura. La desolidarizzazione tra chi ne fa parte emerge in non poche testimonianze: "L'ipocrisia è essenziale per il junky, in un primo momento per proteggere la propria immagine pubblica dalle ovvie conseguenze dell'eroina, e in seguito per evitare di dover dividere la propria roba con altri". Gli eroinomani sono sempre più sospettosi l'uno dell'altro. "Temono più un compagno di sventura di quanto non temano la polizia" (20).
Altri palesi elementi di conformismo vengono alla luce quando si indagano i rapporti fra i due sessi. Agli eroinomani di sesso maschile non sembra estraneo l'uso strumentale della propria condizione per costringere madri, sorelle e girl-friends all'erogazione, in senso unidirezionale, di servizi emozionali. Nelle rilevazioni di Mc Robbie, ai ragazzi tossicodipendenti non piacciono le coetanee che bevono o fanno uso di droghe per gli effetti sgradevoli che inevitabilmente si manifestano "sul corpo femminile" (21). Secondo uno stereotipo che vige anche all'interno della comunità dei tossicodipendenti, alla donna viene spesso attribuito un ruolo di nurse o di assistente sociale privata cui è richiesto di prodigarsi per il benessere dell'uomo. Una sedimentata divisione dei ruoli, infatti, vuole che molti ragazzi inaugurino periodicamente delle fasi di divezzamento dall'eroina nelle quali, insieme ai tentativi di ricomporre un rapporto di affetto ritenuto necessario, sono implicite la propria posizione di protagonista e quella tradizionalmente gregaria della partner. Quest'ultima ne riceve una illusoria gratificazione, trovandosi nella posizione di chi è chiamato a redimere un individuo, ancor più, avvertendo di «averla spuntata sulla rivale eroina". Ecco allora l'erogazione di una serie di servizi di natura assistenziale che fungono da rinvigorimento fisico e rinforzo psichico. Una volta usufruitone, l'eroinomane tornerà all'uso abituale della sostanza con intermittenti periodi di cura, fatti di nuove prestazioni materiali e affettive da parte dell'inesauribile partner (22).
In altri casi, una ragazza con partner dedito abitualmente all'eroina non sembra avere scelta: "non potendo competere con una rivale di tale potenza chimica, o abbandona il campo o assume la stessa abitudine" (23). L'uso abituale, per di più, espone la ragazza a una doppia penalizzazione: sarà stigmatizzata in quanto dedita alla sostanza "maledetta" e sarà riprovata in quanto l'eroina non le lascerà tempo e danaro per curare il proprio aspetto. In molte coppie, inoltre, le donne si sacrificano prostituendosi onde evitare che i partner, già recidivi, compiano altri atti illegali e si espongano a condanne più severe. Nelle considerazioni di Marsha Rosenbaum, la donna eroinomane viene definita "merce danneggiata" che non gode di gran considerazione neppure nel suo stesso entourage. Secondo il sentimento convenzionale condiviso anche da molti eroinomani, dunque, "le donne non dovrebbero farsi (24).
* * *
Le descrizioni di Burroughs relative a una trentina d'anni fa non si addicono davvero al mondo contemporaneo d'eroina (25). L'irruzione della sostanza nelle città britanniche ha sortito effetti di natura involutiva e spiccatamente conservatrice. Interi ghetti si autogovernano per il tramite di un . piccola economia, in bilico tra il legale e l'illegale che, come Si è suggerito, è connessa all'economia informale. La competizione interna non soltanto alimenta l'autodisciplina, ma mette in campo un repertorio di sanzioni e di risposte strumentali: il ghetto funge da polizia di se stesso. La stessa caratteristica di immobilità geografica tipica di chi fa uso abituale di droghe pesanti, a ben vedere, costituisce un ulteriore elemento di conservazione. Si pensi al costume, molto diffuso negli anni della "swinging London", secondo il quale i giovani lasciavano la famiglia e si spostavano con frequenza da un luogo e da un lavoro all'altro: questo "educativo" nomadismo non sembra compatibile con l'uso di routine dell'eroina e con l'economia stanziale che lo sottende.
Quest'ultimo punto merita la seguente breve riflessione. La ricchezza materiale e culturale, così come la disposizione al nuovo, sono spesso sinonimo di dovizia nei rapporti comunicativi e di mobilità sociale. Se ne riceve una netta sensazione quando si osserva una città come Londra, dove la povertà coincide con una severa limitazione della possibilità di spostarsi e dove i mezzi di trasporto si avviano a diventare beni voluttuari. Ora, l'immobilità di coloro che assumono abitualmente eroina è congruente con la politica assistenziale governativa degli ultimi anni, che costringe i giovani a cercare nell'ambito della famiglia la fonte del loro sostentamento. L'assistenza viene infatti garantita solo a coloro che conservano il luogo originario di residenza e desistono dall'idea di riversarsi nel più prospero Sud, o di aggiungere con la loro presenza un supplemento di tensione nel mercato del lavoro delle gran di città (26).
Non si intende qui suggerire una nozione cospirativa dell'autorità; si desidera mettere in evidenza come gli effetti sociali dell'eroina siano consonanti con le politiche di restaurazione e preparino il terreno a una poco problematica governabilità. Né si crede alla teoria del complotto secondo la quale l'autorità, travestita da pusher, cerca di "drogare" e neutralizzare le comunità conflittuali. Al contrario, pare si possa dubitare della stessa plausibilità del termine pusher. La ricerca dimostra, contrariamente alle fantasie corrive, che nessuno spinge all'uso delle droghe o contamina, a mo' di untore, quelle fragili comunità che offrono una potenziale clientela. Tutti gli intervistati nelle inchieste più recenti affermano che la prima offerta di droga avviene da parte di persona molto amica, di partner, amante, marito o moglie. 'Friends not pushers" è divenuto un prologo obbligato per tutta la letteratura sull'argomento (27). E questo elemento aggiunge ulteriore riprova del fenomeno "autocontrollodel ghetto" cui si è fatto cenno e chegià altri autori hanno efficacemente sottolineato (28).
Autocontrollo e "desolidarizzazione", già manifesti al]'interno della comunità dei consumatori abituali di droghe, presentano poi espressioni esasperate nei rapporti tra quest'ultima comunità e quella esterna. Lo stigma crescente basato, da una parte, sulla frettolosa considerazione della improduttività del ghetto, dall'altra sulla consueta demonizzazione della sostanza, si traduce in episodi di ostilità e di violenza. Ne costituisce un esempio estremo la formazione, a Liverpool, di squadre di "giustizieri morali" ' che puniscono chi è in odore di eroina e ricorrono spesso al raid, con sequestro della sostanza contro i presunti piccoli spacciatori. Si possono sollevare dei dubbi sulla reale ispirazione di questi volontari della vigilanza, se accade persino che l'eroina sequestrata venga poi reintrodotta nel mercato dagli stessi moralizzatori (29). E’ uno degli altri effetti dell'irruzione dell'eroina: uno stimolo alla concorrenza adogni costo, che presenta singolari consonanze con la propaganda del "self-employment", con lo slogan "inventati un lavoro da te".
A conclusione di queste note, vale la pena segnalare un ultimo elemento caratteristico del panorama britannico, vale a dire il numero oscuro presumibilmente molto elevato dei consumatori di droghe pesanti. È segno che anche l'uso di eroina può essere, per così dire, compatibile con condotte "normali". Recenti ricerche hanno consentito di stabilire l'esistenzadi un'ampia fascia di consumatori di droghe in grado di controllare, in totale autonomia, quei processi di "decision-making" che scandiscono le fasi di uso piacevole, astinenza, cura, riduzione quantitativa e rotazione qualitativa della sostanza (30). Una significativa distinzione linguistica, adottata anche dalle agenzie ufficiali, mette infatti in rilievo le seguenti possibili varianti: uso, abuso, uso errato (use, abuse, misuse) (31). La controprova di questo fenomeno è molto eloquente: solo il 5% dei tossicodipendenti obbligati al ricovero in clinica o in centri riabilitativi abbandona poi l'uso abituale della sostanza. Le percentuali, al contrario, sono molto incoraggianti quando il tipo di trattamento e l'opportunità dello stesso vengono scelti autonomamente dagli utenti (32). Una intrigante risposta di "razionalità" da parte dei consumatori di droghe rivolta a quella tradizione di ricerca che si è prodigata lungamente a indagare sulla loro irrazionalità.
l. R.A.Cloward - L.E.Ohlin, Delinquency and Opportunity, London,1961.
![]()
2. R.K.Merton, Social Structure and Anomie in "American Sociological.
Review", N3, 1938. Dello stesso autore si vedano i saggi pubblicati
in lingua italiana in Teoria e struttura sociale, Bologna 1971.
![]()
3. Questa interpretazione , oltre che presente nella letteratura specializzata, è anche
cara alla cultura musicale degli anni '60. Sarebbe fin troppo semplice, a
questo proposito, citare brani delle canzoni degli Stones, Dylan, Janis Joplin,
Grateful Dead (nome sinistro quanto significativo: i morti riconoscenti),
del torturato Leonard Cohen o dei Velvet Underground che nella loro Heroin così si
esprimono: "I’m
going to try the Kingdom if I can".
4. Mi riferisco a quelle posizioni che si possono definire di "ossessione
terapeutica" e che cercano elementi di disagio e carenze di identità in
ogni condotta di indulgenza nei confronti delle droghe. Ne è un esempio
la pubblicazione, per altri versi utilissima, edita dal periodico "Le
Scienze", La droga a cura di V. Andreoli, Milano 1984.
5. AA.VV., Scoring Smack: the Illicit Heroin Market in London in "British
Journal of Addiction", N 8, 1985.
6. A.Heriman - R.Lewis - T.Malyon, Big Deal. The Politics or
the Illicit Drugs Business, London 1985.
7. J.Auld - N.Dorn - N.South, 'Irregular Work, Irregular Pleasures:
Heroin in the 1980s" in AA.VV., Confronting Crime, London 1986.
8. G.Pearsons, The New Heroin Users, Oxford 1987.
9. Relativamente a questo approccio, mi limito a segnalare il saggio ormai
classico di AA.VV., The Social Structure of a Heroin Copping Community apparso
in "American journal of Psychiatry", november 1971. Per la Gran
Bretagna, si veda G.Pearson - M.Gilman - S.Moiver, Young People
and Heroin: an Examination of Heroin Use in the North of England, Health
Education Council Research Report N 8, London 1986.
10. R.Hannol - R.Lewis - S.Bryer, "Recent Trends in Drug Use
in Britain" in Druglink, N 19, 1985. E il recente N.Dorn - N.South,
A Land Fit for Heroin: Drugs in Britain in the 1980s, London 1987.
11 . Una minuziosissima indagine relativa ai comportamenti economici quotidiani
delle comunità di eroinomani è compresa in AA.VV., Taking
Care of Business: The Economic of Crime by Heroin Abusers, Lexington
1985.
12. T. Parsons, The Social System, London 195 1.
13. E - Gafio - V.Ruggiero - R.Silvi, Gli Ostelli dello
sciamano; Alle radici della tossicomania, Milano 1980. Sullo stesso
argomento si veda V. Ruggiero, La droga come merce in "Criminologia" N.
5/6, febbraio 1986.
14. T.Stewart, The Heroin Users, London 1987.
16. Di questo si è lungamente discusso nel convegno "Law
and Order in the 80s" tenutosi a Londra nel febbraio 1986. Per
un resoconto critico di tale convegno si veda V.Ruggiero, La criminologia
critica: un ricordo in "Criminologia N. 7, marzo 1986.
18. L.Gallino, Della ingovernabilità, Milano 1987.
19. La bibliografia sull'argomento sarebbe sterminata; non si può fare
a meno, tuttavia, di segnalare M.McIntosh, The Organisation of Crime, London
1975; K.Chesney, The Victorian Underworld, Harmondsworth
1972; J.White, The Worst Street in North London, London 1986 e la
ricca letteratura cui in questi testi si fa riferimento.
21. A.McRobbie, "Settling Accounts with Subcultures: a Feminist Critique" in Screen
Education N. 31, 1980.
22. Ho raccolto queste informazioni nel corso di mie interviste che fanno
parte di un lavoro più ampio in via di pubblicazione. Per quanto riguarda
la dedizione femminile al cospetto della seducente figura dell'eroinomane,
si veda L.Eíchenbaum - S.Orbach, What do women want?, London
1984.
23. M.Rosenbaum, Women on Heroin, London 1982.
24. M.Rosenbaum, op. cit. e G.Pearson, op. cit.
25. W.Burroughs, junky, Harmondsworth 1977 e Queer, London
1985. In quest'ultimo testo, pubblicato per la prima volta dopo una vittoriosa
battaglia con la censura durata un trentennio, l'autore condensa nella figura
del ribelle un personaggio che è sia tossicodipendente che omosessuale.
26. Le recenti misure possono essere interpretate come un implicito
invito a "tornare a casa" rivolto a coloro che una volta godevano
dello status di soggetti adulti, tutelati in quanto individui e
non in quanto figli, dallo stato. Per un'analisi della controriforma
assistenziale in Gran Bretagna, AA.VV., Breaking the Nation: a Guide
to Thatcher's Britain, London 1985. Per un esame della povertà relativa
in un panorama florido, P.Townsend, Poverty and Labour, London 1987.
27. Porta questo titolo il primo capitolo del libro di G.Pearson già citato.
28. Mi riferisco all'ampia letteratura nordamericana sull'argomento e al
saggio che ben la riassume, D.Melossí, Oltre il Panopticon in "La
Questione Crirninale" N. 2/3, maggiodicembre 1980.
30. T.Bennett - R.Wright, "The Drug - Taking Careers
of Opioid Users" in The Howard Journal of Criminal Justice, february
1986.
3 l. Home Aff airs Committee, Misuse of Hard Drugs: Interim Report, HMSO,
London 1985.
(V.R.)
Indice - Maledizione - Avvertenza per il lettore - Intorno al Drago - Avviso ai naviganti - Transmoralia - Ci è cresciuta - Tutto in comune, anche dio - 911 Italo Talwino - Sulla recente evoluzione del fenomeno droga in Gran Bretagna - Appendice