Riccardo D'Este

UN'ESPERIENZA OLTRE LA POLITICA

tratto da "Vivere a sinistra" di Emira Cevro-Vukovic Arcana Editrice 1976

Riccardo d’Este è morto il 19 febbraio 1996. Queste pagine sono in suo ricordo. I suoi scritti, le sue poesie, le sue lettere saranno raccolte in questa sezione del sito nel vento.net con la collaborazione di coloro che vorranno condividere questo progetto.Riccardo d'Este, una vita vissuta. Magro, nervoso, le mani dalle vene in rilievo, un sorriso estremamente dolce, a volte. Ora vive con Flora, due compagni, due cani, un gatto in un abbaino piccolissimo. I ritmi sono "folli". Al bar in un attimo ordina, come breakfast, un cappuccino, una birra, un liquore, lasciando il barista allibito. I suoi alcolici preferiti: Campari e Fernet; i più distruttivi. Il corpo regge e non, solo a questo... Una vitalità disordinata, prorompente e lucida... Dentro-fuori la galera con spavalderia, compagni, gruppi, azioni, trent'anni di vita.

Ti consideri un uomo di sinistra?

Riccardo: Se comprendo bene la tua domanda devo rispondere di no, poiché per "sinistra" si intende un comportamento ed un'ideologia particolari, separate e separanti: insomma una "politica". Per conto mio cerco di essere un rivoluzionario, riuscendovi talora. E la rivoluzione sociale, comunista, non ha nulla da spartire con la politica, anzi ne sarà, e lo è già nel suo scavare quotidiano, la negazione, in quanto superamento radicale ed abolizione del pensiero morto accumulato; e la politica è comunque pensiero del potere, presente o auspicato, ed è perciò pensiero (nonché pratica) amministrante, coazione alla sopravvivenza. Qual è l'obiettivo politico anche dei sedicenti rivoluzionari ? La presa del potere da parte di una classe particolare, quella operaia, magari gestita da un partito che pretende di parlare in suo nome. Ebbene, il progetto realmente rivoluzionario, comunista è la distruzione di ogni potere, la riappropriazione da parte degli uomini della propria umanità, della propria vita ora asservite al capitale e svuotate di senso reale, non mercificato. Così come l'obiettivo del movimento reale che tende al comunismo è la realizzazione della Gemeinwesen marxiana (il concetto cioè di essenza della comunità umana che tempo addietro tentammo di tradurre con Comontismo) attraverso la soppressione del mondo diviso in classi, il che comporta anche, ed è evidente, l'auto negazione del proletariato in quanto classe particolare. Oggi chi si muove teoricamente e praticamente per la rivoluzione mondiale è la classe universale, la classe umana; che non può che essere nemica della politica e dei suoi maneggi.

Le definizioni "sinistra" (anche "ultra"), "centro", "destra" e così via rappresentano solo le forme spettacolari che si danno i vari rackets alla ricerca del proprio potere. E nel gioco della perpetuàzione del sistema di dominio capitalista è importante che vi siano continue false contrapposizioni, falsi scontri per celare sotto le cortine fumose delle ideologie il senso del vero scontro: tra umanità e capitale. Le lotte politiche sono esemplari in questo senso. Sono lotte tra rackets, come dicevo, che non mettono minimamente in discussione la natura stessa del racket, né potrebbero farlo poiché combattere contro ogni forma di rackettizzazione significa combattere il cuore stesso del sistema sul terreno sociale ed all'interno di ciascuno di noi, per far esplodere il bisogno di socialità, di vita, di comunismo, ciò che è realmente irrecuperabile dal capitale.

Insomma, sia pure schematicamente, spero di averti spiegato perché non mi considero di "sinistra", né appartenente a qualsiasi parrocchia politica, i cui aderenti uniscono in sé l'adesione alla Weltanschauung proposta dai ministri del culto e la repressione dei propri bisogni essenziali, che sacrificano sull'altare del potere, da gestire o da conquistare.

I militanti di sinistra, per quanto li riguarda, sono i nuovi conformisti che, illudendosi di vivere per un ipotetico (ma mai raggiungibile) futuro migliore, in realtà esprimono continuità con il passato, ricollegandosi oggettivamente, e spesso soggettivamente, alla morale ed ai comportamenti cristiani e, più in generale, religiosi. E' fin troppo ovvio che questo tipo di morale è ad uso e consumo dei militanti, poiché gli dèi (in questo caso le organizzazioni burocratiche) ed i loro sacerdoti hanno la sola morale che gli confà: quella del potere.

Per me la lotta contro il potere, anche nelle sue forme più sottili, più interiorizzate, è l'unica strada per conquistare la gioia reale di vivere, di amare, di giocare. Non è facile, poiché spesso la lotta per la sopravvivenza ti inaridisce e ti ottunde. Spesso il passato che pure ritieni di avere superato e liquidato ti risalta addosso con suoi rigurgiti castranti. Spesso risulta estremamente difficile scollarsi dai ruoli che i rapporti sociali t'impongono e che tutti sembrano richiederti. E' essenziale comunque gettare tutta la propria passione nella continua ricerca di una condotta che spacchi l'esistente, di una condotta che ti permetta di giocare con i ruoli e su di essi (contro di essi) senza mai accettarne la corazza. Non ci si può identificare in null'altro che non sia il nostro processo di negazione (del valore in processo, cioè del capitale).

Non sempre ci riesco, ma il mio sforzo massimo e quotidiano è proprio per giocare sui ruoli, sapendo alla peggio subire, ma mai accettando l'esistente e le sue imposizioni.

Quali sono i ruoli da te, per così dire, preferiti, cioè quelli con cui ti piace giocare di più ?

Riccardo: Giocare sui ruoli e contro di essi è già di per sé un gioco appassionante, esaltante, un gioco reale, in cui l'unico avversario da superare è la noia, la tua insipienza.

Tuttavia, volendo accettare la domanda, contraddittoria con quanto da me detto sinora, posso sforzarmi di dirti quali sono i ruoli (i personaggi) in cui tendo di più a cadere, su cui insomma non sempre so esercitare una critica efficace e corrosiva. E sono, un po' ovviamente, quelli del " rivoluzionario ", dell' "antilegge", dell' "amante" del ... non so, pedagogo o padre o simili (che nomi, insopportabili !, ma ... insomma mi piace un casino stare con i bambini). Anche con gli animali, ma il ruolo di "allevatore" fa un po' ridere, no?

Ma, intendimi, tutto ciò che ti ho elencato esprime dei bisogni effettivi, e perciò delle funzioni vitali. E' splendido fare l'amore, fare la rivoluzione, distruggere l'esistente e, nel contempo, creare situazioni nuove, rapporti veri, erotici (anche con i bimbi, se all'erotismo si restituisce il senso suo reale). Tuttavia talora queste funzioni vive si congelano, si fissano, si ripetono in modo difensivo e/o spettacolare, in altre parole diventano ruoli. Credo che tutti abbiamo presente cosa significhi che so, l'amante o il rivoluzionario quando sono senza amore e senza rivoluzione; possono diventare il marito ed il politico, ad esempio. C'è insomma sempre il rischio di svilire la forza dei propri desideri, di trasformare i bisogni in immagini, in rappresentazioni di se stessi, in ruoli. Pensa al meneur du jeu, di cui ad esempio parla Vaneigem. E' figura e funzione essenziale in ogni aggregazione, in ogni momento della socialità. Ma, fissato in ruolo, diventa il leader di cui esempi non mancano, che è persona solo nel senso latino, di maschera. Che sarebbe grottesca se spesso non riuscisse a diventare tragica per chi ne subisce l'insano fascino.

Io stesso credo di essere caduto spesso nel ruolo del leader. Non sempre era facile accorgersene. E poi talvolta era quasi comodo, benché ti imponesse una continua- aderenza all'immagine che gli altri si erano fatta di te e che tu continuavi ad alimentare.

Quello che mi pare possa essere un importante correttivo è l'ironia, in ogni sua forma, in primis l'autoironia.

Ricordo spesso una frase detta in un film di Alain Resnais, sulla lotta di liberazione in Spagna, "le doti fondamentali di un rivoluzionario sono pazienza e ironia". Al di là del film e del suo "messaggio" discutibile, è una frase in cui mi riconosco moltissimo, che ho fatto mia e che amo spesso citare.

La pazienza può preservarti dall'errore dell'immediatismo in cui spesso siamo tutti tentati di piombare. Ma la pazienza per me non può voler dire rassegnazione né rinuncia né compromesso: significa solo lavorare con quel metodo che Marx attribuisce alla vecchia talpa rendendosi conto tuttavia che ora siamo solo, ed ancora, nel purgatorio; il cielo non lo si conquista con meriti speciali, lo si deve assaltare ogni giorno sulla terra.

L'ironia è un'arma formidabile di demistificazione, di umanità; ti permette di cogliere la punta di grottesco che affiora sempre, anche nel dramma, e quindi ti aiuta a non frantumarti né nella Scilla della depressione, dell'autocommiserazione, né nella Cariddi del trionfalismo, dell'autovalorizzazione.

Certo che c'è ne voluta di pazienza per arrivare dal PSI in cui militavi a 19 anni sino alle tue attuali posizioni.

Riccardo: Pazienza sì, ma neanche tanta. Sono stato aiutato, per così dire, ma è vero, dallo sviluppo impetuoso del movimento rivoluzionario in questi anni, sia sul piano teorico che su quello pratico. E dalla realtà che si è pertanto venuta a creare.

E forse anche ironia su certe scelte di ieri ?

Riccardo: Certo, ma anche affetto. E' dal presente che si può cercare di spiegare il passato, intendendo il presente come il punto più alto nella esistenza di ogni individuo. In certo senso anche le cazzate possono risultare utili. E io di cazzate ne ho fatte, ma molte mi sono diventate utili nel momento del superamento. Ma intendimi, l'ironia non è necessaria solo per le scelte passate, ma anche, e soprattutto, per quello che sono hic et nunc, per le mie scelte e la mia condizione di oggi.

Se non ti spiace torniamo alla "pazienza" relativa al tuo iter dal PSI '62-'63 ad oggi.

Riccardo: D'accordo. La pazienza maggiore c'è voluta per sopportare le puttanate, la repressione aperta e strisciante che ti piomba addosso non appena le tue posizioni si evolvono, le tue scelte si precisano divenendo sempre più nemiche del " nomos " di sinistra, che sono parte dell'etica e della norma complessiva del sistema. E spesso le infamie maggiori, cioè calunnie sporche e reali delazioni, ti vengono scagliate contro dalle persone (in questi casi non mi sento di chiamarli compagni) con cui hai collaborato, hai fatto delle cose, anche relativamente importanti, insieme. Ma ciò è comprensibile e spiegabile con la logica del racket e la difesa dei ruoli: chi è " diverso " deve essere punito, isolato, stigmatizzato (nel senso letterale delle " stimmate "); comunque ne parlerò ancora, magari più in concreto perché è un filo che da un certo punto in poi mi ha accompagnato;. da ciò non mi sono lasciato strangolare, tuttavia spesso ne ho sofferto molto, avendo dei. periodi di depressione notevole. Torniamo al PSI del '62-'63; cioè ben prima della scissione che ha dato vita allo PSIUP.

Avevo coscientemente deciso di entrare nel PSI, nella sua sini stra ben inteso, perché nulla avevo in comune con gli apologeti del centro sinistra, poiché mi pareva di individuare le linee più avanzate del movimento; nel PSI, anche se poi fuori di esso, era nata l'esperienza di Raniero Panzieri che tuttora considero una delle figure più lucide dell'epoca. Personalmente l'ho conosciuto poco, ma rileggendo certi suoi scritti mi accorgo di dovergli parecchio, specie per quanto riguarda - l'analisi del rapporto fabbrica società, lavoro e macchine nella fase di capitalismo moderno. Nel PSI sono stato addirittura funzionario stipendiato per qualche mese. Facevamo un giornale di fabbrica dei giovani socialisti, " Potere Operaio ", che esprimeva pur nel contesto politico italiano, posizioni che volevano essere quanto meno antiriformiste. A questo tipo di esperienza collaborarono prima i Quaderni Rossi entrati in contrasto col partito dopo i fatti del luglio '62 di piazza Statuto a Torino e successivamente usciti, compreso Panzieri, dal PSI, e un gruppo di giovani operai definiti "spontaneisti" o più esoticamente "zenga", dagli "zengakuren" giapponesi (sinceramente tuttora non ne vedo il nesso ! ). In quel periodo ero vicino a queste posizioni, il cosiddetto lavoro di fabbrica mi entusiasmava letteralmente. D'altra parte ero abbastanza impreparato e cercavo di studiare il più possibile. Adesso mi stupisce un po' che tutti noi, almeno i giovani, non sapessimo nulla né dell'Internationale Situationniste, né di Socialisme ou Barbarie, rivista consiliarista nata in Francia addirittura nel '48-'49. E sì che l'I.S. trovò la sua fondazione proprio in Italia, ad Alba, e che Socialisme ou Barbarie era stata in rapporto stretto con un gruppo di Cremona, tra cui vi era Danilo Montaldi, lo scrittore recentemente scomparso e figura assai degna.

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