Riccardo d'Este

Negli anni della tua esperienza nel PSI dove vivevi ?

Riccardo: A Torino. E, benché piuttosto giovane, vivevo già per conto mio. Oltre che da un generico ribellismo, ero stato spinto ad andarmene da casa anche dalla situazione di tensione estrema che si era creata in famiglia per le mie scelte di " sinistra ". Mio padre era stato un pezzo grosso fascista, segretario dei GUF (gruppi universitari fascisti), federale di Gorizia e non so cos'altro. Adesso che non ho più scontri diretti con lui (è morto alcuni anni fa) e soprattutto che credo di riuscire a vedere le cose in modo più distaccato, meno viscerale, meno da figlio insomma, ti posso dire che non era una cattiva persona; era del '99 per cui era cresciuto nel fascismo. Perciò esprimeva una serie di miti assurdi con cui l'avevano nutrito, in specie il mito della patria (oltre tutto la mia famiglia è di Trieste e da quelle parti, per evidenti motivi, la lue nazionalista continua tuttora a mietere vittime), dell'onestà (moralità borghese), della famiglia ecc.

Inoltre lui, come molti altri della sua generazione, aveva creduto fortemente nella cosiddetta tematica sociale di Mussolini, credeva nel corporativismo e nella cogestione come programmi di rinnovamento sociale. Non aveva capito, o non aveva voluto capire, la reale essenza del fascismo, anche se poi rimase deluso da molte cose (l'alleanza coi nazisti che detestava, il razzismo, l'alleanza con il clero, che odiava profondamente, ecc.). Forse ora potrei riuscire a parlargli, a comunicare con lui. Ed in parte c'ero riuscito già negli ultimissimi tempi, quando ormai si era reso conto che non poteva più recuperarmi, che il suo mito di un " fascismo di sinistra " (non ha mai aderito al MSI che anzi disprezzava e derideva) gli era crollato insieme agli altri miti, che il bilancio della sua esistenza era fallimentare. Se mi sono voluto dilungare un po' su mio padre è perché sento di dover fare chiarezza, con me stesso soprattutto, su questo nodo della mia vita, quella chiarezza che a 17-18 anni non riuscivo ad avere, limitandomi allo scontro ed all'astio. Astio, perché per qualche tempo, da ragazzino, la sua personalità, che volevo emulare, indirettamente mi aveva spinto ad avere miti ricalcati sui suoi, che io, vivendo in un altro periodo, cercavo di ammodernare, sempre però sulla base di questo assurdo, nonché contraddittorio, "fascismo di sinistra"; in realtà lui non mi aveva spinto ideologicamente più di quanto qualsiasi padre faccia con i figli; solo che io, avendo demistificato, prima i fascisti come persone che avevo conosciuto, poi il fascismo in quanto tale, cioè forma particolare del dominio di classe, dovevo in qualche modo personificare la "colpa" in lui. In fondo, un bisogno edipico sub specie ideologia. Ma questo l'ho capito molto più tardi.

E scontro, perché ormai la mia vita dopo crisi notevoli ed addirittura esaurimenti nervosi, aveva preso una direzione diversa dalla sua e nello scontro con la mia famiglia vedevo un primo passo verso la mia effettiva emancipazione. Il che sarebbe stato senz'altro positivo, se non avesse assunto i toni del risentimento e della ipostatizzazione del "nemico", tipico processo di chi vuole rassicurarsi di possedere la "ragione". La rottura con i miei andava comunque di pari passo con l'individuazione delle scelte esistenziali e "politiche" che stavo maturando. Per mantenermi mi facevo un discreto culo con tutti i lavori che trovavo, compreso lo scaricare casse di frutta ai Mercati Generali. Incominciai a stare un po' meglio nei mesi in cui feci il funzionario del PSI, soprattutto perché venivo pagato, poco, per fare le cose che avrei fatto comunque, cioè andare davanti alle fabbriche (FIAT soprattutto: vedevamo nella FIAT il cuore del capitale italiano, ma anche la possibilità del suo abbattimento), diffondere volantini e giornali, scrivere un po' e studiare il più possibile tutto quello che mi capitava, ma soprattutto i cosiddetti classici.

Ma intanto maturava l'inevitabile distacco tra me ed il PSI, in quanto mi spostavo sempre più a "sinistra" ed infatti di lì a poco avrei collaborato attivamente con il gruppo di Classe Operaia a cui partecipai sin dalla fondazione del giornale e che era formato in origine da compagni che si erano scissi da Quaderni Rossi.

Classe Operaia fu per me un'esperienza fondamentale. E ritengo lo sia stata per molti. Non sto a dilungarmi troppo su Classe Operaia, poiché non intendo fare la storia di tutti i gruppi con cui sono venuto a contatto. Tuttavia l'arco di tempo che va dalla fine dei rapporti con il PSI sino alla chiusura dell'esperienza di Classe Operaia è stato per me uno dei periodi essenziali, uno di quei periodi che mi hanno maggiormente formato sia sul piano teorico che su quello esistenziale. Già il separarmi da una forza organizzata come il PSI per rimanere essenzialmente un isolato (Classe Operaia non era ancora nata) fu una prima scelta faticosa. Complicata dal fatto che il PSI non appena espressi le divergenze, senza per altro ancora aver diffuso un documento precongressuale come feci in seguito, immediatamente mi tagliò i viveri, non pagandomi più lo stipendio, senza neppure licenziarmi ! Io capii e preferii andarmene. Da allora non ho mai più avuto contatti con partiti parlamentari.

Ti è successo di avvertire direttamente sulla tua pelle il fatto di essere, non usiamo più il termine "di sinistra", ma "rivoluzionario", come un momento in cui il sistema ti ha fatto sentire duramente il suo peso?

Riccardo: Certo, anche se il sistema si articola in tante sue forme, di cui la repressione è una. Ed anche la repressione si esprime a vari livelli ed in modi differenti seppure con una identica logica. La prima volta che vieni colpito ci resti male, quasi sorpreso che capiti a te, proprio a te; poi cominci quasi a farci l'abitudine, il che non vuol dire rassegnarsi, tutt'altro, ma semplicemente che non devi aspettarti niente se non da te stesso, dalla tua forza, dalla forza dei rapporti che hai stabilito coi tuoi compagni.

E' stato così anche per me: il primo pestaggio con i fascisti, particolarmente risentiti e violenti; il primo fermo in Questura con trattamento non proprio amichevole; la prima denuncia che nel mio caso fu particolarmente choccante; la prima calunnia da parte di gente con cui avevi collaborato e che mi lasciava sgomento; il primo arresto con conseguente carcerazione. Tutte queste prime volte si sono ripetute; sempre più mi sono sentito colpito dal sistema, ma, senza sbigottimento e senza stupore, poiché non mi faccio più alcuna illusione e dal sistema mi attendo solo violenza. Mi regolo di conseguenza.

Mi accennavi alla tua prima denuncia...

Riccardo: Ah sì. Voglio descriverti i fatti poiché mostrano bene il moralismo e l'ottusità, di "sinistra" o comunque si travesta. Dunque la mia prima denuncia fu su querela di parte. E proprio perché querela, fu possibile alla parte "lesa" ritirarla, dopo il 1° grado e l'Appello, ma prima della Cassazione, per cui fu come se mai alcun procedimento penale fosse stato intrapreso.

La querela era per " sottrazione consensuale di minore " (e non, come interessatamente ignoranti, i giornali d'ogni tipo hanno scritto in occasione del mio ultimo arresto, cioè per violenza carnale: deliranti transfert di impotenti che non meriterebbero attenzione se non fossero il sintomo di quel tipo di repressione strisciante che si fonda sulla calunnia, sulla diffamazione per gettare il discredito su chi lotta fuori e contro la società dei rackets, e quindi emarginarlo; pazzo, drogato, delinquente comune; spia, provocatore, teppista-fascista: ecco i termini della catena con cui ti vorrebbe bloccare la Moderna Laica Inquisizione del regime democratico!).

In merito al fatto specifico, è già ridicolo chi si appella a concetti assurdi e proprietaristici come è quello di sottrazione (Lucetta era una merce ?) o come quello di minore età (Lucetta era tra i 17 e i 18 anni; altri erano i minorenni, e minorati, mentali), ma è tristemente significativo, e forse demoralizzante, si dicevano "di sinistra"; erano addirittura abbonati alle riviste più estremiste del periodo, tipo Classe Operaia; si dicevano favorevoli alla liberazione sessuale e tenevano in biblioteca testi del povero Reich (si rivolterebbe nella tomba). In realtà erano solo dei genitori; e le leggi vischiose della famiglia esigono ordine e repressione, specie nei confronti della femmina (un figlio maschio, in situazione analoga, se l'era cavata con una semplice benché reiterata spaccatura di coglioni), poiché la femmina è, una volta resa vittima, la struttura portante di tutto l'edificio della megalomaniaca repressione famigliare. Si cerca così di criminalizzare, colpevolizzare la femmina che cerca di esprimere liberamente il suo bisogno di vita, di felicità, di eros, cercando di "sporcare" il senso delle sue esigenze, di modo che lei stessa se ne ritragga ed assorba in sé la repressione divenendo in prima persona il boia dei suoi desideri (ed in seguito, madre sposa amante, cercherà di mutilare altri a sua immagine e somiglianza; militante attiva in favore di quell'orrido Moloch alla cui stabilità repellente era stata sacrificata).

La cosa era poi particolarmente grave perché io, vergogna !, ero sposato e...

Eri sposato ?

Riccardo: Eh sì. Mi ero sposato nel '64, anche per rendere irreversibile la mia uscita dalla casa paterno-materna. Comunque mi ero già diviso. Ho anche un bimbo biondo biondo che adesso ha 11 anni. E' una delle cose che più mi pesano, intendo dire non vivergli accanto. All'inizio della separazione con mia moglie, dovetti lasciarlo a mia madre, e poi non sono mai riuscito a riaverlo con me. Lo vedo spesso e vorrei evitargli di seguire tutto il mio doloroso e faticoso sentiero; ora sta a lui decidere. Forse tra un po' sceglierà me, di partecipare alla mia esistenza. Proseguiamo con quella storia di querela. Per me l'atteggiamento repressore di quella gente " sinistra " fu utile. Compresi un sacco di cose. Soprattutto quando il loro senso-di-ordine-familiare offeso colpì anche Lucetta fino a rinchiuderla per alcuni mesi nel carcere minorile di Torino per " curarla " dalla depravazione di amare fuori dalle norme. Il potere si difende. Ogni momento della vita di un individuo può essere una trincea da cui sferrare silenziosi ma violenti attacchi. Questo ho capito, ed è assai utile. Comprendere che la lotta di classe passa all'interno di ciascuno di noi è importante sia teoricamente, per le implicazioni che comporta, sia praticamente, poiché cambia la qualità della tua lotta e della tua vita. Tutte le istituzioni ci reprimono: è necessario dunque esprimerci contro di esse, senza illuderci sulla possibilità di una lunga marcia attraverso.

Come reagisci con le persone controrivoluzionarie ? Come affronti il problema della tolleranza ?

Riccardo: " In quanto a me sono incline all'ira ed all'intolleranza ", scriveva Vaneigem ad un corrispondente bugiardo e infame. Anch'io posso dire così. Sempre nei confronti di personaggi infami, bugiardi, ambigui, compromessi col potere e suoi idolatri. E non è semplice questione di temperamento. E' una scelta, che ci si costruisce a fatica, sforzandosi di separarsi sempre più dal mondo delle separatezze, imparando che la passione per il comunismo e l'amore per se stessi e la propria creatività, perché forze dialettiche, non accettano "dialoghi" ovvero compromessi, pena l'imbastardimento e la sclerosi.

Non è indispensabile affinché io nutra rispetto e stima per una persona che si sia d'accordo in tutto è necessario che entrambi si abbia, per così dire, la stessa intensità di vita, e che entrambi ci si ponga come soggetti autonomi, ricercatori di sé e architetti del proprio destino. Le contraddizioni le abbiamo tutti sulla pelle e nel fondo delle viscere. L'importante è di non farsi ammaliare dalla sirena-rappresentazione della falsa unità. Sciogliersi dalle proprie catene è anche rifiutare quella catena di S. Antonio che è la falsa comunità, che è una Mafia che ha scelto l'illusione come sua lupara e la vera solitudine, in compagnia di altri soli, come condanna.

E' successo che qualche rottura abbia investito dei tuoi affetti ?

Riccardo: Beh, se rottura c'è stata vuol dire che c'era stata anche vicinanza. E talvolta magari affetto. Ma se mi decido a rompere definitivamente con qualcuno vuol dire che il rapporto è quanto meno obsoleto, se non, come capita, assai peggio. Per cui sento una specie di sollievo. Non si può caricarsi reciprocamente di ritardi, di non-vita. In effetti esistono casi di rotture contingenti, che non implicano giudizi realmente negativi. E sono invece incomprensioni, scelte tattiche differenti ma non antagonismi, amori che finiscono nell'affetto anche se erano partiti dalla passione e così via. Ed allora queste non sono rotture ma distanze che si formano tra gli individui.

Distanze che possono, con una radicalizzazione dei rapporti, essere colmate, magari con il tempo. E' chiaro che se poi intervengono fatti nuovi, come diffamazioni o menzogne, queste distanze divengono dei baratri, delle rotture particolarmente profonde.

Attualmente io, a differenza di altri e di me stesso in altri tempi, cerco di rompere solo se inevitabile; preferisco la distanza, il non vedersi, anche perché ho già sufficientemente selezionato non tanto i miei interlocutori ma soprattutto le mie tensioni. Ora mi è rara una definitiva rottura; purtroppo è altrettanto rara l'Aktion Gemeinwesen. Quei momenti sono delle vere e proprie spiagge conquistate, cittadelle da cui far partire ulteriori attacchi al cielo.

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